La Battaglia
della Terra

— UN OMAGGIO A SATPREM —

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di Tommaso Iorco
(autore tutelato S.I.A.E.)


Che cosa può fare, l’indignazione di un singolo individuo,
contro un’intera banda di avvoltoi?
Prometeo, tu che ne dici?
Tu, che dovevi essere ‘previdente’ fin dal nome!
Come può un singolo essere umano
ribaltare il destino di morte dell’intera sua specie,
quando quelli che vorrebbe salvare gli si accaniscono contro?


Sento l’esigenza di mettere per iscritto alcune personali riflessioni, scaturite dalla lettura del testo La fin de l’Illusion di un certo signor Luc Venet.

Il 5 dicembre 1950, Sri Aurobindo se n’è andato — senza dirci il suo Segreto. Inutile tentare di spiegare: i ‘discepoli’ non avrebbero capito (è Lui stesso a dirlo).

Mère — la sua Forza adorata e suo Compimento concreto — si mette subito sulle sue tracce e, poco per volta, riscopre quel Segreto, e lo elabora nei dettagli.
Un Segreto meraviglioso, che Mère ha voluto confidare a colui che ha chiamato Satprem.

Non stupisce pertanto che, dopo avere sotterrato Mère, i dirigenti di un’Istituzione che voleva pretendere di essere la sola portavoce di Mère e Sri Aurobindo, abbiano tentato di impedire la pubblicazione di quel Tesoro e di attaccare Satprem, incomodo testimone di ventitre anni di esplorazione nella coscienza del corpo di questa intrepida Avventuriera.

Fu al solo scopo di mettere in salvo le registrazioni dell’Agenda e per pubblicare i tredici volumi di cui è costituita, che Satprem — avverso a qualunque istituzione — si è trovato costretto a creare il cosiddetto “IRE” (‘Istituto di Ricerche Evolutive’).
«Ho trascorso la mia vita tenendomi al di fuori delle “Istituzioni”, quali che fossero. Me ne sono perfino andato nella foresta perché non volevo saperne d’alcuna legge e d’alcun governo», confida lapidariamente ad alcuni amici auroviliani (Carnets d’une Apocalypse, vol. I, 10.11.1975).

Ma al Fato, lo sappiamo, non manca il senso dell’ironia. Quello stesso Satprem che ha lottato per impedire che i dirigenti della ‘Sri Aurobindo Society’ e i membri del Consiglio di amministrazione dello ‘Sri Aurobindo Ashram’ si trasformassero, all’indomani della dipartita di Mère, in una Chiesa (nonostante Mère e Sri Aurobindo non si siano mai stancati di precisare che le religioni, vecchie o nuove, non hanno nulla a che fare con il loro Lavoro di Trasformazione della Terra, e che l’Ashram era, nella più felice delle ipotesi — ovvero quando Mère e Sri Aurobindo erano presenti in un corpo fisico, dato che, dopo, stando a quanto lo stesso Sri Aurobindo scrisse in una lettera, un Ashram non avrebbe avuto più alcun senso — un “laboratorio evolutivo” o, meglio, per citare Mère testualmente, «un campionario delle resistenze della terra alla propria trasformazione»), si trovò avvinghiato nei tentacoli soffocanti dell’ennesima Istituzione che, in men che non si dica, avrebbe cercato di ritagliarsi la propria fetta di potere, sacrificando l’Ideale sull’altare dell’opportunismo. Si tratta, insomma, del canovaccio di quel vecchio dramma sovente rappresentato nel corso della Storia dell’uomo: il tentativo di intrappolare una verità entro le quattro mura di una chiesa e seppellirla fra le pagine di un libro ritenuto sacro.

Nel volgere di pochi anni, come tutti ben sappiamo, i responsabili dell’IRE si sono trasformati in una singolare combriccola di dogmatici detentori della “Verità” (alcuni con preoccupante ingenuità, altri con spudorata e perniciosa arroganza). Credendosi armati del Verbo, sentenziavano e pontificavano, cercando in tutti i modi di mettersi in mostra nei confronti di Satprem, aspettandosi onori e riconoscimenti, e magari anche un posto privilegiato accanto a lui, in veste di ligi e intransigenti “cavalieri di Mère”, su una qualche isoletta sperduta. Non di rado tentavano addirittura di scomunicare (utilizzando basse manovre infamanti) chi osasse minacciare la loro reputazione o la loro posizione di rappresentanti del Vero.

Ma Satprem non lo si inganna così facilmente.

Ogni qualvolta scorse il pericolo del settarismo all’interno dell’organizzazione (ovvero assai di frequente!), intervenne con forza per sbaragliare qualunque tentativo di trasformare la Rivoluzione in un dogmatico e inconcludente Movimento. Fino a compiere un estremo ATTO D’AMORE, togliendo la terra sotto i piedi a qualunque suo ASPIRANTE SUCCESSORE e distruggendo l’IRE da dentro, rendendolo un guscio definitivamente vuoto (al punto da spingere il signor Venet a chiedersi, inebetito: «Perché questo piccolo gruppo attorno a Satprem è stato decimato, triturato in questo modo?» — da La fin de l’Illusion). Poi, il 9 aprile 2007, Satprem crolla per la stanchezza, cosciente di avere felicemente concluso il suo compito, ma lasciando comunque a metà il suo tentativo di stanare la morte imbecille dal tessuto di questa nostra cosiddetta vita.
Meno di un mese dopo (il 4 maggio 2007), la dolcissima Sujata — colei che gli aveva detto: «Il tuo amore è la sola cosa che mi tiene in questo corpo, non lo sai?» (Carnets d’une Apocalypse, vol. I, 15.6.1976) — lo ha seguito.

Ed ecco — con un tempismo fin troppo prevedibile nella sua meschinità — che questi ex-responsabili dell’IRE, dopo anni in cui se ne sono stati rintanati a covare i loro risentimenti (o, per usare le parole dello stesso signor Venet contenute ne La fin de l’Illusion, tutto l’insieme «del malessere e della frustrazione che era cresciuta dentro di noi in tutti questi anni»), tornano alla ribalta per fornire la loro versione dei fatti. C’è da chiedersi che cosa vogliono ottenere. Che cosa li anima? Il loro vuole forse essere un tentativo di auto-assolversi e di riabilitarsi?

Li si dava quasi per dispersi, questi galantuomini, ma adesso che Satprem non può più replicare, eccoli balzare allo scoperto, liberi di scrivere tutto quello che vogliono e di dare sfogo a tutti i loro risentimenti. Finalmente, con il loro inchiostro, possono imbrattare chi li ha amati profondamente e che avrebbe tanto voluto vederli liberi da quelle oscurità di cui oggi hanno deciso di farsi strumenti.
Ma, in verità, che cosa avrebbe risposto Satprem? E, ancor prima, bisognerebbe chiedersi: avrebbe risposto loro?

Non soltanto Mère e Sri Aurobindo, ma già il Buddha o Vivekananda avevano l’abitudine di non rispondere alle accuse che qualcuno gli muoveva contro. Sapevano che la loro Azione sarebbe sopravvissuta nonostante tutto — e che quanti gli mostravano acredine sarebbero rimasti seppelliti sotto la coltre della loro stessa malvagità. Vivekananda disse anzi un giorno, a un amico che gli chiedeva di replicare con fermezza alle accuse del detrattore di turno, che un elefante non si lascia certo spaventare dal raglio di qualche asino che gli corre dietro!

Oltretutto, sappiamo che quando un vero amico ci dice quello che pensa di noi, è certamente più facile offendersi e rinchiudersi nel proprio guscio, piuttosto che mettersi in discussione e tentare di fare un balzo in avanti per superare i propri angusti limiti. È facile ergersi ad accusatori, a paladini del Vero, quando sono gli altri a essere sotto accusa (si chiamino Giuda o Pranab). Ma quando tocca a noi stessi di guardarci in trasparenza, è tutta un’altra cosa! Possiamo ammettere — perché noi siamo umili, grazie a Dio! — di essere persone limitate e magari anche piene di vesciche purulente, ma quando qualcuno mette il dito su una nostra piaga incancrenita, fosse pure per guarirla, gli saltiamo alla gola pronti a ucciderlo, accusandolo delle più infamanti cattiverie.

Il signor Luc Venet, nel suo recente scritto intitolato La fin de l’Illusion, accusa — ovviamente A POSTERIORI, come si addice ai pusillanimi — Satprem di una serie di presunte infamie, come quella di ergersi a intermediario di Mère.
Ma sappiamo che Satprem, in realtà, non ha mai preteso nulla, essendo ben cosciente di non essere affatto un Avatar e neppure una Vibhuti, anzi nemmeno un Guru, ma un semplice essere umano fra esseri umani, la cui bruciante sincerità lo ha portato a intraprendere un cammino pieno di ostacoli e di difficoltà che non avevano più nulla d’umano, confidando esclusivamente nell’aiuto e nella Grazia di Mère. È questa, infatti, la sola forza di Satprem: un abbandono vivo e cosciente, e sempre più completo, nelle mani di Mère e Sri Aurobindo. O, se si preferisce, del Divino.

Né Satprem ha mai cercato di nascondere i propri umani limiti ed errori; tutt’al più, si definiva “lo scriba di Mère” (cosa che difficilmente gli si potrà contestare), mentre chi gli raglia contro lo fa con un livore da mediocre scribacchino.
Ma, come si suol dire, c’è un limite di decenza in ogni cosa. Chiamare in causa il suicidio di Patrice Marot, infatti, e porlo in relazione con Satprem, addebitandolo in qualche modo a lui (contrariamente a quanto lo stesso Patrice nella sua ultima lettera lasciata alla moglie ha tenuto a precisare) lascia supporre che questo signor Luc Venet abbia davvero definitivamente perduto quel lume della ragione che troppo spesso egli confessa di aver messo da parte nel corso della sua vita.
Non pago, il signor Venet si spinge ancora oltre, addossando su Satprem una certa responsabilità per la morte di Micheline Étevenon, di Keya e di chissà quanti altri. A proposito di quest’ultima, che si è ammalata mentre risiedeva in America, il signor Venet ammette di non essersi accorto minimamente dei problemi di Keya, e che fino alla fine non le riservò la sia pur minima attenzione, ignorando del tutto il suo terribile stato psicofisico — «presi dallo slancio della nostra attività quotidiana, non fummo in grado di scorgere i suoi segnali di depressione, e quando ci accorgemmo della sua reale condizione, era già troppo tardi» (La fin de l’Illusion). Ma, sempre secondo il parere del signor Venet, è Satprem (che invece viveva in India) il solo responsabile della morte di Keya! È lui, mefistofelico stratega, che ha manovrato tutti questi spiriti ingenui e buoni, lui che ha traviato queste anime candide, queste ignare pecorelle smarrite, prive di volontà e di buon senso, verso la catastrofe. Loro, come fanciulli indifesi, sono stati stregati dal carisma di un paranoico, alla cui titanica volontà si sono sottomessi con una cecità da miseri sprovveduti. La relazione di questo signor Luc Venet (e il coro di plauso di un tal Boni Menato), più che un credibile atto di accusa nei confronti di Satprem, appare così una sceneggiata di pessimo gusto, un macabro e rozzo minuetto di falsità e maldicenze, un sordido e surreale melodramma congegnato nel disperato tentativo di infangare la memoria di Satprem.

L’intero resoconto del signor Venet ha lo strano sapore di una confessione ambigua, in cui traspare una auto-ammissione di irresponsabilità, di scelte prese sull’onda dell’emotività da parte di un individuo immaturo, lacerato da una costante indecisione e bisognoso di una figura forte che potesse dargli sicurezza. Questo povero bimbo indifeso che si firma con il nome di Luc Venet si sarebbe schierato con Satprem senza neppure cercare di verificare dentro di sé se ciò costituisse per lui la cosa giusta da fare, elaborando in tal modo una formula disastrosa che lo ha condotto verso una auto-distruzione ben più grave di quella cui il povero Patrice Marot ha dato testimonianza. Il suo intero resoconto lascia costantemente trasparire qualcosa di preoccupante. Il miglior quadro psicologico del signor Luc Venet, è lui stesso a fornircelo, quando riconosce in sé uno stato di «profonda ambivalenza interiore, di schizofrenia larvale, in cui una parte del mio essere tentava disperatamente di salvare il salvabile aggrappandosi a qualunque cosa» (La fin de l’Illusion).
Chi mai avrebbe chiesto al signor Venet, o ad altri, di delegare a Satprem la responsabilità del proprio cammino spirituale? Non certo Satprem!!! Non aveva questo signor Venet una propria testa, un proprio cuore, una propria volontà? Si trovava stregato, sotto incantesimo, privo di quelle capacità di discriminazione tanto necessarie per percorrere un qualunque cammino? E adesso, chi è che tiene i signori Venet e Menato sotto incantesimo? Oppure si ritengono finalmente liberi dall’Illusione-Satprem e, animati da quella stessa intransigente scintilla proselitistica che li ha resi tristemente famosi quando rivestivano le cariche di responsabili dell’IRE, ora sono altrettanto ansiosi di aiutare quanti ancora brancolano nelle tenebre dell’errore?

Il signor Boni Menato, nel suo commento a La fin de l’Illusion, approva sostanzialmente tutte le riflessioni del signor Luc Venet, ma tenta di volare più in alto, spandendo zaffate di considerazioni sentenziose. Ricordo ancora quando, parecchi anni fa, il signor Menato insultava e scomunicava quanti compravano i libri di Sri Aurobindo editi dall’Ashram: non bisognava, secondo lui, dare dei soldi al ‘Nemico’;l’Agenda di Mère doveva costituire l’unica lettura, come una nuova Bibbia di fronte alla quale qualunque altro libro andava sacrificato alle fiamme. Adesso, finalmente rinsaviti, lui e il signor Venet accusano Satprem di atteggiamento paranoico nei confronti dell’Ashram e del mondo intero, quando invece è evidente, dai suoi scritti e dalle sue azioni, quanto Satprem rispettasse profondamente le centinaia di ashramiti sinceri, che costituivano per lui il vero Ashram e che grazie a loro lo stesso Ashram aveva ancora una ragione d’esistere, e la cura che sempre prese nel distinguere questi individui sinceri dal piccolissimo gruppetto di amministratori e ‘proprietari’ dell’Ashram che tentavano di approfittare dell’impresa per dei loschi fini.

Sarebbe ridicolo mettersi a confutare le maldicenze dei signori Luc Venet e Boni Menato. Colpisce molto, tuttavia, il loro tentativo di rovistare l’Agenda di Mère e le lettere di Sri Aurobindo a Dilip (queste e quella pubblicate grazie all’impegno diretto di Sujata e Satprem), in cerca di una qualche pretestuosa conferma delle loro congetture.
Essi dicono, in buona sostanza: “Mère e Sri Aurobindo amavano tutti e la loro compassione abbracciava tutti, allora perché Satprem invece di prenderli ad esempio e comportarsi come loro, ci ha allontanati da sé?”. Questi poveretti non ricordano, o non sanno, gli innumerevoli casi di persone che Mère e Sri Aurobindo hanno dovuto allontanare con forza, a partire dall’ex marito Paul Richard, al fratello di Sri Aurobindo (Barin Ghose), a quella signora inglese che accusò Mère di essere “la donna più pericolosa del mondo” solo perché l’aveva resa cosciente delle proprie falsità interiori (per l’appunto!!!), a quel musulmano che, dopo essere vissuto alcuni anni all’Ashram, preso da una improvvisa fobia integralista, voleva costringere con la forza il proprio fratello a allontanarsi da Mère e Sri Aurobindo in nome di Allah (in questo caso, Sri Aurobindo fu perfino costretto a fare ricorso a un avvocato). E mi sono limitato a citare solo i casi più eclatanti e famosi.
A me pare, in definitiva, che i signori Venet e Menato proiettino su Satprem — magari inconsciamente — quei moti che probabilmente appartengono invece alle loro personalità.

Alcuni anni fa (per la precisione, il 22 ottobre 1999), scrissi a Satprem per denunciare tutto il mio disgusto per gli atteggiamenti bigotti, arroganti, dogmatici che i rappresentanti dell’IRE mostrarono a partire dagli anni Ottanta. Ben diversamente dal signor Luc Venet, che denuncia di essere caduto in una sorta di empatia morbosa che porta in se stessa «il germe di tutti i disordini psichici» (La fin de l’Illusion), in tutte le scelte della mia vita ho sempre mantenuto un saldo equilibrio fra passione e ragione. Non avendo mai sopportato manicheismi di sorta (mentre il signor Venet ammette a più riprese di essere diventato «un piccolo jihadista di buona tempra»), e non avendo messo Satprem su alcun piedestallo, ma sentendo in lui il vibrato di un essere umano fraterno e genuino, non ho avuto timore alcuno nel confidargli i miei più sinceri dubbi in merito a questa sua creatura chiamata IRE, destinata a mio parere a trasformarsi presto o tardi in un qualche aberrante Mostro. Senza esitazione di sorta, in una lunga lettera, ho paragonato l’Ashram alla Chiesa cattolica e l’IRE alla Chiesa protestante, dicendogli francamente che non sapevo quale delle due fosse la peggiore, la più bigotta e arrogante! In particolare l’IRE romano, forse a causa della prossimità del Vaticano, o più probabilmente a causa della natura dei suoi responsabili (i signori Boni Menato e Davide Montemurri), si è particolarmente distinto quanto a prepotenza, villaneria, bigottismo.
La risposta di Satprem (datata 22 novembre 1999) contiene tutta la dolcezza e l’affetto di un essere CHE AMA DAVVERO (ben diversamente dal personaggio arcigno e cinico che i suoi detrattori tentano ora di costruire — probabilmente a loro propria immagine!) e vale la pena di essere citata per intero, viste le implicazioni contenute e l’assoluta sintonia con l’argomento di queste mie riflessioni —

«Tommaso, fratello carissimo,
La tua lettera, a Sujata e a me, e a Micheline mi ha molto toccato per la sua sincerità, e al tempo stesso sono ripiombato in questo passato e in questa ferita che abbiamo potuto procurarti — era un tempo di Battaglia, di grave Battaglia per l’Avvenire della Terra, e occorreva servirsi di strumenti che potevano o volevano servire questo prodigioso Messaggio. Purtroppo, in questa complessità umana, gli strumenti seguono per un certo tempo, poi il piccolo ego umano si gonfia e si distrugge con le sue stesse mani. Quanto è accaduto a Davide è una vecchia storia spesso ripetuta.
Senza dubbio questa ferita per te aveva il suo senso positivo — in questo modo avanziamo nella vita, questa vita notturna, e di ferita in ferita ci si spoglia, ci si mette a nudo e ci si amplia. Perché questa Forza Nuova procede sempre in avanti e vuole obbligare gli uomini a scoprire la loro stessa Realtà Divina.
Sono felice che tu abbia toccato una nuova realtà nella tua vita, è una grazia.
In verità, tutto è grazia in questa vita infausta, se si riesce a servirsi dei vecchi colpi e dei vecchi ostacoli per strappare dalle mani dell’Avversario una vittoria nuova e una apertura più grande su e per questo mondo.
Noi ci troviamo in questo passaggio difficile della vecchia specie, che deve cambiare o scomparire. Noi preghiamo per questo Cambiamento miracoloso seminato da Mère e Sri Aurobindo in questa vecchia terra ribelle, e il nostro modo migliore di servire, è lavorare al nostro proprio cambiamento.
Sono con te in questo Meraviglioso Amore che Loro hanno seminato qui.
Sujata ha sentito la purezza del tuo cuore.
Siamo insieme nella Battaglia della Terra
Satprem»

(cliccare qui per leggerla nell’originale francese)

Questo è Satprem. Questa la sua totale trasparenza e la sua non comune sensibilità. I suoi libri traboccano di comprensione e di amore (non a caso, l’ultimo suo scritto pubblicato, datato 6 aprile 2002, porta il titolo La philosophie de l’amour), e non sarà certo la penna maldestra e la CRASSA IGNORANZA di qualche ridicolo epigono deluso a cancellare la sua memoria nei molti che lo hanno sempre visto nella giusta luce: non un ‘intermediario’ di Sri Aurobindo, non un ‘rappresentante’ di Mère, ma un CARO FRATELLO, che si è totalmente consacrato al Lavoro di Mère e Sri Aurobindo senza alcuna altra rivendicazione. Non un santino da venerare, non un modello da imitare o un esempio da seguire — perché ognuno di noi è unico e ha il privilegio di aprirsi un suo cammino peculiare (assumendosene tutte le responsabilità) —, ma una persona che merita la più sincera stima, il più profondo rispetto, come chiunque arrivi a donarsi con un tale slancio incondizionato dovrebbe meritare.

Ma, tornando alla confessione del signor Luc Venet, trovo interessante il modo in cui lascia emergere il reale desiderio che stava alla base della sua collaborazione con Satprem:
«Non costituiva, in effetti, una occasione da sogno quella di potersi avvicinare al vero Lavoro terrestre di Mère e Sri Aurobindo, con tutte le speranze di guadagni personali che ciò comportava? La speranza, infine, di superare l'anonimato dell’aspirante qualunque per entrare nel cerchio magico degli Eletti» (La fin de l’Illusion — il corsivo è nostro).
Finalmente il signor Venet arriva al dunque: questa era, per sua diretta ammissione, la sua vera ambizione! Ma allora, come avrebbe potuto, Satprem, tenere ancora accanto a sé un individuo simile, così ingenuamente e tremendamente infatuato di sé?

Ma, a questo punto, il discorso si allarga e ci si può chiedere come mai Satprem abbia accettato fra i suoi collaboratori persone simili…
Ebbene, qui occorre fare bene attenzione a non trincerarsi (come invece il signor Venet ammette di aver fatto) in manicheismi di sorta. Gli esseri umani non si dividono in ‘buoni’ e ‘cattivi’. Ognuno di noi ha — in una qualche misura e in contrapposizione alla sua parte più vera — lati oscuri da mettere in luce e trasformare. Al signor Venet, come a ognuno di noi, la vita offre meravigliose (o brutali, ma pur sempre preziose) opportunità di crescita. Purtroppo, non è possibile compiere una qualunque evoluzione senza incontrare ostacoli e rischi. Sta alla sincerità di ognuno di noi superare la prova, aiutati dall’Alto, oppure attardarci nella nostra natura inferiore e restare aggrappati all’Ombra, all’insincerità, alle più sordide ambizioni di un Ego magnificato.

Satprem non poteva certo sapere in anticipo se i suoi collaboratori sarebbero riusciti a superare il proprio cerchio d’ombra per emergere nella sconfinata vastità luminosa. Ma, essendosi essi offerti di collaborare, la vita ha presentato a ognuno di loro una grande opportunità per effettuare un notevole salto di coscienza. Salto che, talvolta, purtroppo, si è trasformato in un oscuro ruzzolone. Sono i rischi del mestiere che ognuno di noi ben conosce — accade sempre così quando una qualche pericolosa ambizione cova nascosta e il ricercatore non ha il coraggio e la forza di affrontare, stanare, OFFRIRE.

Non è nemmeno la prima volta che individui infantili e immaturi ripongono in un qualche essere umano (si chiami Satprem o altrimenti) le loro aspettative più assurde e talvolta perfino le più sordide, e quando questi li delude, proprio come dei bambini viziati si mettono in un cantuccio a rimuginare in silenzio, attendendo il momento propizio per vendicarsi. E QUALE MIGLIORE MOMENTO I CODARDI SCELGONO PER LA LORO VENDETTA, CHE QUELLO IN CUI IL DIRETTO INTERESSATO NON PUÒ PIÙ REPLICARE?

Come avrebbe potuto, Satprem, continuare a condividere un lavoro genuino, svolto in modo disinteressato e per tutta la terra, per tutti gli esseri umani, con collaboratori pronti ad accoltellarlo alla schiena alla prima occasione?

Perciò, alla fine, concludo con un ringraziamento a due carissimi fratelli, quali sono per me Sujata e Satprem. A nome di tutti i sinceri ricercatori, vi ringrazio di tutto cuore per avere smascherato i falsari prima di ritirarvi dietro le quinte. Lasciato nelle loro mani, senza di voi, tutto il Lavoro si sarebbe trasformato nell’ennesima intransigente, arrogante, terribile chiesa, con papi e vescovi e chierichetti pronti a catechizzare il Nuovo Mondo a colpi di roghi e di sante inquisizioni!

Forse, qualcuno si troverà presto costretto a ringoiare tutto il proprio vomito.

Tommaso Iorco
10 luglio 2007


P.S.: Qui di seguito, riporto alcuni links (disposti in ordine cronologico), espressioni di solidarietà ricevute da alcune sorelle e fratelli. Spero che tanti altri amici affettuosi di Sujata e Satprem, tante altre persone animate da un amore sincero per Mère e Sri Aurobindo decidano di unirsi al nostro appello (inviando una mail a  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. ).


Marilde Longeri: All’amico di sempre e per sempre Bernard/Satprem


Marcella Mariotti: A Satprem con amore


Simonetta Invernizzi: Il Buddha ferito


Enriqueta Lucares Rojas: Grazie Tommaso


Milena Virovello: Vidyasagar


Leonardo Cellai: Il dito nella piaga


Giacomo Colomba: Storie che si ripetono...


Luca Graziani: La bussola della sincerità


Luca Di Meola: Completa adesione


Gian Domenico Bua: “L’amico di lunga data”


Mira Tonioni: Di tutto cuore


Pino Landi: Il sentiero è stato aperto


Donatella Angelini: Dai frutti si riconosce l’albero


Augusto Liberato: La nuova Gestapo


Francesco Simone: Gli sciacalli girano in tondo


Paolo Pigni: La solita storia


Rosanna Farinazzo: Soltanto per amore


Stefano Corsini: Un posto d’onore


Linda Pierini: Una doccia fredda


Flavia Rossi: La speranza della terra


Americo Piaggesi: Infinita gratitudine


Danilo Boselli: Tutto il fango del mondo


Mario Angelini: Nessuno uscirà indenne


Giuliano Esperati: …E perché Mère lo ha voluto


Giuseppe Maglio: Il sentiero verso l’Uno


Lucia Riva: Crescere senza maturare


Camilla Pozzi: Molti nemici molto onore


Ma l’ultima parola spetta ovviamente a Sri Aurobindo, che con le sue risposte illuminanti chiarisce l’intera vicenda —

SRI AUROBINDO: La fine dell’Ingratitudine