IL GURU,
INEFFABILE GUIDA SPIRITUALE

di Mario Gregori
(“Occidente Buddhista” n° 11, gennaio 1997)

[per gentile concessione dell’Autore]

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Lama Tzong Kapha
fondatore della tradizione Ghelug.pa
Thang.ka tibetana

Chi avesse occasione di trovarsi in un ambiente Vàishnava e di assistere a sessioni didattiche, con declamazione e commento di testi sacri, sicuramente non mancherebbe di notare l’uso di iniziare con la recitazione o il canto di alcuni shlòka [1] di omaggio ai maestri della tradizione; il primo distico, indirizzato al maestro più recente, così recita: Om ajñâna-timirândhasya jñânâñjana-shalâkayâ | chakshur unmîlitam yena tasmai shrî-gurave namaha — «Om, Offro i miei rispettosi omaggi al (mio) maestro spirituale, che con il balsamo della conoscenza ha aperto i miei occhi, accecati dalle tenebre dell’ignoranza». È un bell’esempio devozionale, che ci offre un’opportunità di fare alcune considerazioni sulla figura del maestro spirituale, la cui venerazione, al di là dell’ambiente vàishnava, rientra nei dettami di un ben più ampio ambito filosofico-religioso, non solo orientale, ma, come avremo modo di vedere, anche occidentale, anche se in quest’ultimo sembra ormai una pratica in disuso. Non si pensi che in occidente manchino figure di maestri di grande levatura morale e dalle profonde capacità didattiche: intendo piuttosto dire che si è quasi perduta, non solo la tradizione del maestro spirituale come manifestazione terrena della divinità, ma anche dell’insegnante laico come oggetto di stima, rispetto e gratitudine. Per quel che riguarda la religione, una delle cause è da attribuire alla convinzione di evitare un culto della personalità, che distoglierebbe il fedele dall’adorazione della divinità. Poiché il rapporto diretto con la divinità non è decisamente alla portata di tutti, la convinzione che una persona, per essere venerata debba avere qualcosa di straordinario, ha portato anche alla riluttanza a venerare una persona che sovente limita l’insegnamento religioso a prediche bellissime, commoventi, magari anche erudite, che appagano il desiderio di ascoltare cose belle e interessanti, ma che, all’atto pratico, trovano difficile applicazione nella vita quotidiana. Un simile ministro del culto può sicuramente riscuotere ammirazione per l’arte oratoria o per la perfetta celebrazione liturgica, ma, quanto a venerazione, mi sembra che siamo ben distanti dall’obbiettivo.
In contesti culturali come quelli orientali (e medio orientali), dove la religione influenza ancora molti degli aspetti della vita quotidiana, il riconoscere nel maestro spirituale una persona degna di venerazione è una consuetudine ancora ben radicata, soprattutto per tradizioni a carattere esoterico, come il Tantra — induista, giainista e buddhista —, ma anche il Sufismo, la Kabbalah e altre. Per quel che riguarda la forma tibetana del Tantra Buddhista, la devozione al maestro — il Lama — è talmente enfatizzata che alcuni studiosi del passato, credendo di trovarsi dinanzi ad una deformazione locale del Buddhismo, contaminato dalla religione aborigena Bön, avevano coniato la definizione di Lamaismo, per indicare quella che ritenevano erroneamente una forma sui generis di culto della personalità. Sappiamo invece che i seguaci della dottrina del Buddha, in genere, rifuggono dalle etichette, dalle categorie mentali, come quegli -ismi o -esimi, ivi incluso, dunque anche il termine Buddhismo; anche se spesso quest’ultimo viene impiegato per comodità, il termine esatto per indicare un devoto, dovrebbe essere praticante di Dharma, di Tantra, di Zen, e via dicendo. Per rendere meglio l’idea del valore semantico, dire Lamaismo, volendo usare un orripilante neologismo, sarebbe come dire Maestrismo: al di là dell’orrore filologico, sembra evidentemente inadeguato inquadrare in categorie o schemi prefissati i seguaci di una religione dinamica, la cui fede si articola su basi analitiche, sulla consapevolezza e non sulla cieca osservanza di norme fini a se stesse. Molti maestri si sono espressi in tal senso, primo fra tutti S.S. il XIV Dalai Lama, suggerendo caldamente di abbandonare l’uso di questo termine.
Nelle tradizioni religiose orientali in generale, come prima dicevo, se la guida spirituale occupa un posto preminente nella pratica devozionale, anche qualsiasi insegnante con il quale abbiamo avuto a che fare, anche se apparentemente mediocre dovrebbe essere considerato oggetto di venerazione e rispetto. In un’epoca come questa, nella quale la massificazione dell’istruzione, spesso rivolta (magari imposta) ad individui dalle predisposizioni scarse o nulle, ha portato ad un palese degrado della cultura, col conseguente scarso apprezzamento o totale disprezzo del sapere, nonché al disinteresse verso lo studio, sembra proprio che gli insegnanti — a torto o, talvolta, anche a ragione — abbiano perso molti punti nella considerazione degli allievi, dai quali vengono non di rado considerati con ostilità; è addirittura recente il caso in cui uno studente ha impunemente offeso in pubblico il proprio insegnante con un diffusissimo epiteto, derivante dal vilipendio di ancestrali culti della fertilità [2]. Per fortuna vi sono ancora delle eccezioni, ma, in un simile contesto, mi rendo conto che parlare di devozione e venerazione verso un insegnante di qualsiasi genere, possa sembrare per lo meno utopistico, eppure basterebbe un po’ di obiettività per rendersi conto di quanto sia stato utile al nostro progresso chiunque ci abbia insegnato anche le nozioni più elementari. La gnomica indiana non manca di sentenze a tal proposito; spigolando qua e là ho avuto modo di trovare una massima significativa, secondo la quale «Quando il maestro insegna all’alunno anche una sola sillaba, questi non si potrebbe sdebitare nemmeno dandogli tutte le ricchezze della terra» [3]. Questo assioma sembra avvalorato dall’affermazione rabbinica: «Colui che impara dal suo compagno un capitolo, o una regola, o un verso, o una parola, o anche una sola lettera, è tenuto a rendergli onore» [4]. In quest’ottica, è da considerare degno di rispetto, alla stessa stregua di un padre, chiunque ci avvii all’apprendimento di una scienza, un mestiere, un’arte e, primo fra questi chi, insegnandoci a leggere e scrivere, ci dà la possibilità, non solo di erudirci in vari campi dello scibile, ma soprattutto di leggere e studiare le sacre scritture. Gli insegnanti buddhisti, quanti altri mai, sottolineano la necessità di considerare la gentilezza (anche se inconsapevole) di questi maestri, rendendo loro omaggio direttamente (ove possibile) o indirettamente, per mezzo della pratica, con meditazioni e rituali appropriati. Un particolare debito di riconoscenza, addirittura di venerazione, andrebbe tributato anche a coloro che involontariamente ci danno modo di praticare una virtù o di raggiungere un particolare stato di consapevolezza; questi esseri (anche non umani), sarebbero addirittura parificati a una guida spirituale e trattati di conseguenza. Come dice il venerabile Ghesce Langri Tampa Dorje Senghe [5], nella sesta delle “Otto stanze per l’addestramento mentale”, «Quando qualcuno che ho beneficiato con fiducia all’improvviso mi danneggia gravemente, possa considerarlo come la mia migliore guida spirituale». Questa stanza, che sembra animata dal più autentico spirito cristiano, ci esorta dunque, al di là del semplice perdono, ad onorare e venerare come maestro colui che ci stimola alla pratica della pazienza e dell’azione disinteressata; lo stimolare una simile attitudine non può che portare immensi benefici, al praticante come all’involontario e inconsapevole maestro, trasformando in positivo ciò che potrebbe costituire un ostacolo al progresso interiore: questo è uno dei metodi tipici di trasformazione alchemica, tipici del Tantra, come pure di altre tradizioni esoteriche. Operare questa trasformazione interiore, ovviamente non è una delle imprese più semplici, poiché, se è vero che la natura della coscienza mentale è pura e incontaminata, il fatto di essere — per così dire — imprigionata nei cinque aggregati [6] la rende facile preda di emozioni e visioni errate che potrebbero facilmente causarle una prolungata permanenza nel ciclo delle esistenze. Il bricolage, che di questi tempi va tanto di moda, non è dunque la migliore soluzione, nonostante la doviziosa manualistica, dai titoli invitanti del genere Tantra per tutti o I segreti del Tantra rivelati [7], possano far insorgere l’idea di poter effettuare una pratica fai-da-te: il carattere di simili pubblicazioni, nonostante le buone intenzioni scientifiche, che talvolta animano gli autori, ovviamente è puramente divulgativo e spesso, essendo opera di studiosi, magari insigni, ma non praticanti, può ingenerare idee distorte. Non si pensi, però, che la lettura di testi autorevoli, opera di illustri maestri, sia sufficiente: pur trattando l’argomento in maniera più appropriata e impeccabile, spesso il messaggio trasmesso presume che il lettore sia già un iniziato. Quanto ai testi canonici, poi, sono scritti spesso in linguaggio criptico, ermetico [8], destinato ad essere compreso solo da iniziati, e quand’anche sembrasse di comprendere qualcosa, sarebbe comunque tutt’altro che il messaggio reale contenuto nel testo. Resta infine il fatto che, anche leggendo un autorevole commentario, accessibile anche ai neofiti, eventuali dubbi che sorgessero, non troverebbero risposta, in assenza dell’autore; giustamente Socrate asseriva di non voler scrivere libri, perché «un libro è inutile: se lo interroghi tace apertamente»; è motivato presumere che anche altri grandi maestri, come Gesù Cristo, il profeta Mohammed e lo stesso Buddha storico non abbiano messo per iscritto di persona il loro insegnamento spinti da una considerazione dello stesso tipo, ma è certo che il motivo principale è l’enfatizzazione della trasmissione diretta, da maestro a discepolo. Il testo scritto, l’appunto, è solo un ausilio alla memoria, il cui valore è puramente relativo, mentre il rapporto diretto maestro-discepolo è qualcosa di unico, intimo, simile a quello di un padre con il proprio figlio, ma su un piano superiore, poiché il Maestro spirituale, prendendosi cura del discepolo, guidandolo sul percorso verso la realizzazione finale, lo fa rinascere alla vita dell’Essere illuminato. Il metodo di demolire la sovrastruttura delle concezioni errate e dei condizionamenti karmici per portare alla luce la coscienza nella sua purezza originaria, non è poi così dissimile dalla tecnica Maieutica di socratica memoria. L’applicazione di un simile metodo presume che un maestro abbia capacità introspettive particolari, che sia dotato di profonda intuizione e conoscenza delle capacità come dei difetti del discepolo e ciò può avvenire solo con un rapporto molto stretto e duraturo. Infatti, come insegnano i maestri, non è sufficiente seguire lezioni e conferenze, per diventare discepoli di un determinato insegnante, ma bisogna instaurare con lui un particolare rapporto, basato sulla strenua volontà di mettere in pratica i suoi insegnamenti e renderli vivi nella propria pratica. La stessa ricerca del maestro non è qualcosa di semplice, né si può accettare per proprio padre spirituale il primo insegnante che si incontra: l’incontro di un maestro e il rapporto con lui instaurato è frutto di una lunga ricerca, frutto di una evoluzione interiore, che porta alla luce quelle affinità elettive, grazie alle quali il discepolo si renderà conto di aver trovato il giusto mentore per il proprio progresso spirituale: come dice un proverbio buddhista, quando il discepolo è pronto, il maestro appare.
Nel percorso evolutivo di ogni praticante, soprattutto di chi segua una tradizione esoterica, la guida premurosa di un maestro spirituale è dunque un elemento di gran peso; non a caso il termine sanscrito Guru [9], utilizzato per definire il Maestro, è in realtà un aggettivo, che in realtà significa pesante. In tibetano il termine Lama indica il più altolocato e, proprio perché traduce il termine Guru, è riferito a insegnanti di elevata realizzazione spirituale, dalla grande esperienza dottrinale, monaci di alto rango o laici, spesso riconosciuti come reincarnazioni di maestri del passato [10]. Nel cristianesimo il maestro, come colui che ha grande esperienza rispetto al discepolo, grazie alla maggiore anzianità nella pratica, viene denominato col comparativo greco presbyteros, presbìtero [11], cioè più anziano. Sempre l’anzianità come indice di esperienza, nel Sufismo, è alla base del titolo Shàikh (Sceicco): anziano. L’anzianità in questo senso, indipendentemente dall’età anagrafica sta ad indicare il depositario di un insegnamento mantenuto intatto nella sua genuinità, nella trasmissione orale da maestro a discepolo, come una tradizione di famiglia; nel caso specifico dei Sufi, i lignaggi della trasmissione, risalenti direttamente al Profeta Mohammed, ai suoi compagni e al suo genero e cugino ‘Alî, garantiscono che i maestri siano detentori del potere psichico necessario per la loro missione, tale da renderli degni rappresentanti del Profeta stesso. Lo stesso criterio vale per l’Induismo nelle sue varie espressioni: la Paramparâ, cioè la successione ininterrotta di maestri di una tradizione, esoterica o essoterica, le cui origini risalgono direttamente ad uno degli Avatàr di una manifestazione della divinità, garantisce la genuinità e la validità di un insegnamento, quindi l’autorevolezza del maestro, autentica manifestazione della divinità. La stessa Paramparâ, nei tre Veicoli, garantisce l’ininterrotta trasmissione degli insegnamenti, dal Buddha storico fino ai maestri più recenti. Come nel Sufismo e nell’Induismo, il maestro spirituale è quello grazie al quale l’insegnamento del Buddha è sempre vivo e può far sentire i suoi benefici effetti. Senza i maestri che hanno trasmesso questi insegnamenti nei secoli, il messaggio sarebbe perduto e nessuno ne potrebbe trarre beneficio. Il Mahasiddha Nâropa giustamente disse, a tal proposito, che «Laddove non esistono maestri spirituali, neppure il nome di tutti i Buddha è conosciuto». Questa sua affermazione è avvalorata da un episodio della sua vita, nel quale, per dimostrare al discepolo Marpa che senza il maestro non si potrebbe manifestare neppure la divinità tutelare, emanò l’intero mandala di Chakrasamvara, con tanto di divinità; convocato quindi il discepolo, gli chiese a chi ritenesse opportuno rendere omaggio e Marpa rispose che, poiché con il maestro aveva a che fare quotidianamente, mentre vedere Chakrasamvara in persona era un fatto eccezionale, avrebbe reso omaggio prima alla divinità; allora Nâropa riassorbì l’intero mandala dentro il suo cuore, dimostrando all’attonito discepolo che senza il maestro non esiste neppure la divinità tutelare. Un simile episodio dimostra che se un essere dalle grandi qualità come Marpa — divenuto successivamente, a sua volta, un grande maestro — poté essere vittima di un simile abbaglio, figuriamoci dei praticanti alle prime armi, ancora ben lungi dalla realizzazione.
I maestri insegnano ancora che gli Esseri Illuminati, allorché si manifestano in questa dimensione, nella forma del Sambhogakâya, con tutti i requisiti specifici del loro stato superiore, sono percepibili solo da parte di praticanti altamente realizzati e Bodhisattva, ma non da esseri ordinari; per essere visibili e comunicare con questi ultimi, nella loro estrema compassione (Maha Karunâ) assumono quindi un corpo materiale (Nirmânakâya), dotato anche di difetti [12], che l’essere ordinario spesso fraintende, non comprendendo che questi sono i cosiddetti abili mezzi, grazie ai quali il maestro dimostra che, anche in condizioni avverse, è possibile attuare una pratica spirituale. Se apparissero come esseri straordinari, potrebbe sorgere l’idea errata che la pratica sia qualcosa di astratto, irraggiungibile per esseri comuni. Quindi il maestro è da considerare la forma nella quale i Buddha si manifestano per far percepire la loro presenza e grazie alla quale dimostrano che l’insegnamento è qualcosa di sempre attuale e facilmente praticabile. Grazie a ciò un maestro può essere chiamato anche Achârya: colui che insegna mediante l’esempio.
Quali sono dunque le caratteristiche che dovrebbe avere un Maestro per essere considerato una Guida spirituale, un vero Guru? Nella sua opera, conosciuta come Lam.rim (Sentiero Graduale), il grande santo Lama Tzong Khapa espone dettagliatamente le varie categorie di maestri e le qualità che devono possedere per essere veramente tali. Secondo il Vinaya (Hinayana) un maestro deve avere due qualità essenziali: mantenere l’etica morale (Vinaya, per l’appunto) e aver ascoltato molti insegnamenti. Secondo i Sutra (Mahayana), oltre alle due qualità del Vinaya, deve essere dotato dei tre addestramenti superiori, avere maggiori qualità spirituali rispetto al discepolo, avere amore e compassione verso il discepolo, possedere la conoscenza dei Sutra, avere una minima comprensione della vacuità, avere realizzato la vacuità almeno attraverso l’ascolto, essere capace d’insegnare, essere dotato della qualità dell’entusiasmo; in tutto sono dieci qualità, ma il venerabile Lama Tzong Khapa dice, nel Lam-rim, che è difficile in questa era degenerata, trovare un maestro che le possieda tutte e dieci, ma basterebbe che ne possedesse almeno cinque. Secondo il Tantra il maestro, oltre alle qualità previste dal Vinaya e dai Sutra, deve possedere il controllo completo sulle tre Porte (Corpo, Parola e Mente), deve essere dotato di Saggezza sublime (cioè della qualità intuitiva), della forza della pazienza sincera e onesta, deve essere privo di pensieri sgradevoli, esperto nei Sutra, Vinaya e Tantra, nonchè nella medicina secondo i Tantra, deve inoltre essere dotato delle dieci qualità esteriori (Kriya e Charya) e delle 10 interiori (Yoga e Anuttara Yoga), connesse alla realizzazione della vacuità, quindi deve essere capace di disegnare e costruire mandala e di istruire a fare altrettanto. Nel Lam.rim sono esposti anche i vantaggi che provengono dalla venerazione al maestro spirituale, come gli otto benefici [13] e le otto conseguenze indesiderabili [14]; si precisa che il Buddha Vajradhara stesso ha detto che si sarebbe manifestato nella forma dei Maestri spirituali; quindi è spiegato che grazie alla devozione al Guru, si possono ottenere i Tre Corpi (Trikâya) di un Buddha in una sola vita.
La pratica della devozione al Maestro spirituale è dunque uno dei pilastri della pratica tantrica; in base a quanto fino ad ora esposto è evidente l’importanza di considerarlo un Buddha vivente, della sua stessa natura. È dunque molto importante visualizzarlo meditativamente come un essere illuminato, con le stesse caratteristiche esteriori: solitamente nelle pratiche meditative viene identificato con Vajradhara o Vajrasattva e, nelle pratiche di una particolare divinità, nella forma dell’ishtadevatâ rispettiva, con lo scopo di considerarlo di un’unica natura. Grande importanza hanno poi le pratiche dei vari Guru-Yoga, massima sublimazione del rapporto di unione (Yoga) spirituale col Guru, cioè le pratiche nelle quali il maestro, nella forma di Vajradhara, o di altra divinità, si dissolve in forma di luce ed entra nel corpo del discepolo, divenendone indissolubile e purificandone l’essenza interiore. Per quel che riguarda il giusto atteggiamento da tenere nei rapporti col Maestro, il grande pandit indiano Ashvaghosha [15] ha composto il Gurupañchâshikâ, ovvero Cinquanta stanze per la devozione al Guru: un autentico codice deontologico, ove spiega tutto ciò che un praticante, monaco o laico deve fare e non fare per onorare il Maestro e non mancargli di rispetto.
Una guida così rara e preziosa come il Guru, è dunque un importante punto di riferimento, è come un fiore di loto, che pur in mezzo al fango del samsara [16], emerge immacolato, e ai piedi del quale non si può che rendere devoto e rispettoso omaggio. Non a caso nella formula abbreviata del Trisharana, il Triplice Rifugio, Namo Guravè, Namo Buddhaya, Namo Dharmaya, Namo Sanghaya, (rendo omaggio al Guru, ...al Buddha, ...al Dharma, ...al Sangha) il primo omaggio è rivolto proprio al Guru. Vorrei menzionare, per concludere in bellezza, un altro stupendo esempio di devozione, citando la prima stanza dello Shrì Gurvâshtaka, Canto in otto stanze per il Guru, di tradizione vàishnava, ma che, quanto a incisività espressiva, non stonerebbe anche in altri contesti religiosi:Samsâra-dâvânala-lìdha loka | trânaya kârunya ghanâghanatvam | Prâptasya kalyâna-gunârnavasya | vande guroho shrì-charanâravindam: «Il Maestro spirituale riceve le benedizioni dall’oceano di misericordia, e come una nuvola versa la sua acqua per spegnere una foresta in fiamme, così il Maestro spirituale libera il mondo afflitto dalla materia, spegnendo il fuoco ardente dell’esistenza materiale. Egli è un oceano di qualità favorevoli: offro i miei rispettosi omaggi ai piedi di loto del mio Maestro spirituale!».

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La formula Trisharana

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1. Sovente tradotto con stanza, è il distico tipico dell’espressione poetica indiana con metrica che spesso ricorda il giambo greco (ricordo che j- si legge gghy, e che, per motivi tecnici, in questa sede, il segno di vocale lunga è sostituito dall’accento circonflesso.

2. Secondo un’ottica buddhista, un simile atteggiamento sarebbe doppiamente negativo, sia per il vilipendio seppur inconsapevole di una forma religiosa, quand’anche desueta, che per la mancanza di rispetto verso il prossimo.

3. Indische Sprüche, Sanskrit und Deutch Herausg. Von G. Boethlingk, Zweit Auflage, St. Petersburg, 1870-73; 3 voll.

4. Taylor, Sayings of the Fathers, p. 114.

5. Maestro tibetano, di tradizione Kadampa, vissuto tra il 1054-1123. Il titolo Geshe viene di solito tradotto con dottore in teologia.

6. O Skandha: forma, sensazione, percezione, fattori karmici e coscienza.

7. Ogni somiglianza con titoli eventualmente esistenti è puramente casuale.

8. Sandhabhasha o linguaggio intenzionale.

9. Cfr. greco barys, latino gravis. In altri contesti, l’aggettivo guru mantiene il suo significato di pesante.

10. È dunque improprio l’appellativo di Lama riferito a qualsiasi membro delle comunità monastiche, inclusi i semplici monaci, anche se pienamente ordinati in tibetano denominati Gelong, ma privi di studi teologici, i novizi o i fratelli secolari. È da segnalare anche l’usanza del governo indiano di contraddistinguere anagraficamente molti profughi tibetani, mediante l’attribuzione — fra gli altri — del titolo di Lama anche a dei laici. Questa consuetudine ha dato origine al luogo comune di chiamare il Tibet “Terra dei Lama”.

11. Da cui l’italiano prete, per designare il sacerdote, che dovrebbe svolgere, in quanto più anziano, il ruolo di guida spirituale.

12. Il Buddha Maitreya si manifestò al grande Maestro Asanga, durante una meditazione, ma egli lo percepì come una cagna dal corpo mezzo infestato dai parassiti; similmente Naropa, allorché gli apparve Vajrayogini, la percepì come una vecchia dal volto orrendamente sfigurato dalla lebbra; il Mahasiddha Kukkuripa incontrò il suo guru (una Dakini) nella forma di una cagnetta morta di fame.

13. I - avvicinarsi sempre più al raggiungimento della piena illuminazione; II - essere graditi a tutti i Buddha; III - non essere mai privati di una guida spirituale; IV - non cadere in un regno di trasmigrazioni sfavorevoli; V - non dare ascolto a maestri ingannevoli e ad amici malvagi; VI - essere in grado di sopportare i dolori e le illusioni e gli impulsi negativi del karma; VII - accrescere sempre l’accumulo dei meriti, tenendo sempre presenti gli ideali del Bodhisattva e non agendo contro di essi; VIII - realizzare tutti gli scopi temporanei ed ultimi.

14. I - disprezzare il proprio guru è come disprezzare tutti i Buddha; II - adirandosi con il proprio guru si distruggono i potenziali positivi dei fondamenti virtuosi stabiliti sugli eoni corrispondenti ai momenti di ira, e porteranno a rinascere in regni sfavorevoli di esistenza; III - non si raggiungerà alcuna impresa, neppure affidandosi alle pratiche del Tantra; IV - praticare il Tantra, anche con grande applicazione, sarà come operare la propria rovina; V - non si otterrà alcuna nuova conoscenza, e quella già ottenuta degenererà; VI - in questa vita si sarà tormentati da esperienze spiacevoli, come malattie, ecc.; VII - si vagherà nei regni inferiori di esistenza per un lungo tempo; VIII - si sarà privati di una guida spirituale in molte vite future.

15. I secolo d.C.

16. Simbolo, quindi, del sannyasa, cioè della perfetta rinuncia, sia nell’Induismo come nel Buddhismo, e quindi rappresentato nelle iconografie come seggio o piedistallo sul quale siedono o posano i piedi le varie divinità.