DO ET RECIPIO
di Simonetta Invernizzi e Tommaso Iorco

Esistono due forze cosmiche, ugualmente essenziali, che a livello umano vengono percepite come “energia del dare” e “energia del ricevere”.
Ogni essere umano — naturalmente provvisto di un certo quantitativo di energia, frutto (come del resto avviene per gli altri elementi che lo caratterizzano) di una lunga maturazione pregressa e destinato a condizionare le esperienze che accorreranno nell’attuale formazione — si trova inserito in un particolare ambiente nel quale deve relazionarsi (in parte per libera scelta, in parte per convenzione sociale) con un certo numero di persone e, a seconda del suo grado di evoluzione e sensibilità, nei confronti di alcuni avrà una sorta di affinità e di empatia, mentre di altri avvertirà indifferenza o avversione. In particolare percepirà, in specifici ambienti e con alcuni tipi di persone, di non poter condividere idee, azioni, modi di vivere, e si sentirà spinto ad assumere una determinata posizione o un preciso atteggiamento: la repressione (ovvero la scelta di sopportare e tollerare una situazione che preferirebbe evitare), l’imposizione (la volontà tesa a imporre il proprio punto di vista) oppure, nel caso di un ambiente a lui più congeniale, la condivisione (di interessi, sentimenti, obiettivi e altro); o, infine, un qualche compromesso.
In ogni ambiente e con ogni essere vivente, in particolare nei confronti degli animali più evoluti (umani compresi) con cui la nostra sensibilità entra in rapporto, avvengono continui scambi vitali dei quali la maggioranza degli uomini è perlopiù ignara, mentre una minoranza ne avverte unicamente il risultato finale; soltanto a uno sparutissimo numero di individui è dato di gestire tale traffico energetico con un qualche grado di consapevolezza.
E se è vero che in linea di massima si nasce con un certo quantitativo di energia vitale, è altrettanto vero che il nostro rapporto con il mondo circostante e con noi stessi sarà determinante per ricaricare le nostre ‘batterie’ o per scaricarle: sul piano della coscienza strettamente materiale, gli esseri umani sono in buona parte costretti dal determinismo di questo stesso piano, dal loro stato di coscienza e da una ‘naturale’ predisposizione a prendere o a dare energia a situazioni, obiettivi, esseri…
Su un piano più elevato, che possiamo definire spirituale, i contenuti e i risultati cambiano: non si prende l’energia perché la si attinge alla Fonte o, per meglio dire, la si riceve direttamente dalla Sorgente.
Nei rapporti interpersonali sufficientemente equilibrati e armoniosi (rarissimi, purtroppo), gli scambi avvengono in un meccanismo spontaneo di reciproco dare e ricevere. Nei rapporti conflittuali, gli scambi assumono connotazioni squilibrate e disarmoniche, in una logica egoista del dare (il meno possibile) e prendere (il più possibile).
“Dare” può infatti arrivare ad assumere le forme pervertite del filantropo cronico, il quale desidera segretamente che vi siano esseri umani in difficoltà per poter manifestare la propria bontà e generosità, in modo da poter dimostrare agli altri (e a se stesso, anzitutto) quanto è altruista, prodigo, generoso, benefattore. “Ricevere”, invece, nella natura non rigenerata può degenerare in un egolatrico “prendere”, che arriva alla forma più esasperata del ‘vampiro’ che succhia le energie di qualunque malcapitato.
Ecco allora che può rivelarsi di grande utilità pratica riflettere sulla necessità di equilibrare nel modo più completo possibile queste due energie, per cercare di riprodurre nei valori umani quella globale armonia che esiste nell’essenza originaria di queste due forze.
In genere, allo stato attuale dell’umanità, l’individuo possiede una naturale propensione verso l’una o l’altra di queste due tendenze. Se la prevalenza è lieve, si rimane nel limite di un sistema di contrappesi sufficientemente equilibrato; quando invece assume una connotazione esasperata e tendente quasi a sopprimere il valore opposto, si perde ogni equilibrio e si entra nel dominio della disarmonia.
Così, voler “dare” senza coltivare la capacità di essere ricettivi alla Forza superiore, produce la caduta nella deformazione di colui che vuole apparire a tutti i costo buono, oppure amabile, gentile, generoso e disponibile verso il prossimo (talvolta giungendo a farsi invadente senza neppure accorgersene!), convinto di essere ‘aperto al nuovo’ e alla vita; mentre — al lato opposto — voler “ricevere” negando il valore del dare, pur non arrivando a produrre la patologica perversione vampiresca se non in misura relativamente (e provvidenzialmente) rara, conduce più genericamente a una chiusura che culmina in un nefasto rifiuto del mondo, visto come un inutile e colossale dispendio di energia.
Le persone dominate dall’impulso del “dare”, rischiano di essere superficiali (pur considerandosi l’esatto opposto!) e di riempire la loro vita di un milione di azioni e di gesti e di relazioni inutili, nell’illusione paradossale di rendersi utili (o di sentirsi tali!). Qualunque attività capace di condurli verso una reale introspezione appare loro pesante, tediosa, inconcludente — perfino leggere un buon libro può risultare loro ostico e gravoso (qualcosa, nella migliore delle ipotesi, da intraprendere come un dovere privo di gioia e passione). Meditare è per loro una perdita di tempo (o poco più), ma perfino riposare viene spesso vissuto come un peso (e infatti questi individui hanno un bioritmo piuttosto sregolato: dormono poco e malvolentieri, mangiano in modo disordinato, ecc.). Dedicare del tempo per imparare ad aprirsi nel modo giusto all’aspetto verticale della Realtà suprema (che è in estrema sintesi la vera essenza della ricettività e del giusto ricevere), viene in buona sostanza percepito come una fuga irresponsabile e vana, da evitarsi categoricamente.
Le persone dominate dal “ricevere”, per contro, rischiano di concentrarsi sempre più sul loro ombelico e di farsi sempre più indifferenti e fredde nei confronti del divenire cosmico nel quale noi tutti siamo immersi. Qualunque tipo di manifestazione, infatti, comporta un coinvolgimento diretto nell’azione che appare loro sotto una di queste tre forme: inutile (perché li distoglie dal loro obiettivo, esclusivamente verticale), dannoso (perché sottrae loro energie che avrebbero preferito conservare), sminuente (perché l’intrinseca parzialità di qualunque azione, dalla più banale alla più nobile, non potrà mai esprimere l’intera totalità che ognuno di noi reca nel profondo di sé — e in questo fastidio, peraltro, cova un orgoglio smisurato e una indisponibilità a mettersi in gioco, nel vano tentativo di evitare di commettere tutti quei benedetti errori che costituiscono il nostro più autentico maestro di vita).
Queste dinamiche e questi atteggiamenti influenzano in modo sensibile il nostro modo di relazionarci con noi stessi e con gli altri, creando conflitti di varia natura.
In un rapporto di tipo conflittuale, le persone tenderanno o a scaricarsi (il che si tradurrà in stanchezza, esaurimento energetico, talvolta addirittura malessere psicofisico fino ad arrivare a una contrattura improvvisa dei nervi, un mal di testa, un senso di nausea) oppure a caricarsi di una energia bassa e compulsiva tendente all’iper-eccitazione. E, in alcuni casi estremi, come abbiamo accennato, si usa perfino il termine di “vampirismo energetico”, quando cioè non interviene solo un istinto a prendere, ma una vera e propria volontà perversa e deliberata di succhiare le energie vitali e di prosciugare la vittima con ostinazione, accanimento e avidità forsennata. Le entità vampiresche sono ben mascherate dietro gli umani costumi e le apparenze sociali e sono sufficientemente scaltre da assumere un aspetto rispettabile e scegliersi accuratamente le loro vittime fra quanti possiedono caratteristiche psicologiche di maggiore debolezza, insicurezza, indecisione, fragilità, o comunque una indole asservita e remissiva, con la tendenza a lasciarsi manipolare, come pure i vanitosi e gli ambiziosi; oppure, la vittima che non possiede tali caratteristiche, potrà trovarsi costretta da alcune circostanze cui gli sarà quasi impossibile sottrarsi: una situazione che la metta “alle strette”, facendogli sentire di avere “le mani legate” (il mondo del lavoro può presentare parecchie insidie di questo tipo, soprattutto dove la precarietà e lo sfruttamento sono erette a sistema e quando il comandare con arroganza, l’opprimere e il tormentare il prossimo diventano armi consentite o non sufficientemente combattute).
Ma il vampirismo è un fenomeno piuttosto raro, perlomeno nelle esasperazioni più estreme e perverse.
Peraltro, capita talvolta di doversi misurare con una forza vampiresca allo scopo di forgiare il carattere della persona che si trova a esserne preda involontaria e che, se sufficientemente sincera e quindi anche sinceramente determinata a opporsi, ne uscirà fortificata e immensamente arricchita.
Tornando invece alle relazioni umane più ‘normali’, i contatti basati sull’ego sono perlopiù governati dalla legge dello scambio dare-avere (vale a dire, dare per guadagnare).
Gli individui che hanno la tendenza prevalente a prendere sentono di avere innumerevoli bisogni e cercano di soddisfarli servendosi degli altri: bisogno di parlare e di essere ascoltati, bisogno di essere il più possibile al centro dell’attenzione (con ogni mezzo, compreso quello di recitare il ruolo delle vittime o di creare sensi di colpa o di raccontare notizie di cronaca nera con morboso accanimento per riversare sui malcapitati agitazione, ansia e paure e renderli in tal modo più vulnerabili e più facili prede della loro antropofagia vitale), bisogno di essere serviti (pretesa sovente giustificata da un pretestuoso senso di superiorità), bisogno di emergere (il numero degli opportunisti purtroppo è legione).
In merito a quanti hanno invece la tendenza a dare, occorre distinguere fra il dare in un rapporto conflittuale e il dare in un rapporto empatico. Nel primo caso, ci si predispone a disperdere le proprie energie per via del fatto che non si possiede sufficiente determinazione nell’opporsi a una determinata situazione, per i più svariati motivi: interesse, convenienza, tornaconto, desiderio di compiacere l’altro (dietro cui si nasconde il desiderio spesso inconfessato di compiacere se stessi), timore di cadere in discredito agli occhi altrui, di offendere l’interlocutore, di essere discriminati, eccetera. Quanto invece al dare in un rapporto empatico, l’esempio più calzante è forse quello della maternità: dare energia al proprio bambino per prendersi cura della sua crescita, educazione, formazione — se fatto in modo libero da manipolazioni — è un dare che colma e arricchisce, sebbene possa anche essere fonte di grandi apprensioni (cosa che scarica parecchio a livello energetico), per esempio quando il bambino è malato, oppure non mangia, o se sveglia troppo spesso la madre di notte intaccandone involontariamente le riserve energetiche. L’essere umano dona in modo liberale quando è animato dalla più sincera volontà di consigliare e aiutare senza imporsi, mentre dona in modo egoista quando cerca di dominare, manovrare, esigere, manipolare. Tornando all’esempio del rapporto genitore-figlio, ciò si produce quando un genitore esige che il figlio gli dedichi tempo ed energia, cercando di instillargli quei sensi di colpa che lo facciano sentire costantemente in debito per i sacrifici sostenuti per lui. Talvolta i rapporti affettivi sono fra i più degradanti, aggressivi e fagocitanti che si possano immaginare, proprio perché mascherati di buoni sentimenti e dei più radicati pregiudizi sociali.
È estremamente importante quindi saper selezionare le proprie relazioni, saper individuare e scegliere esclusivamente quelle in cui non si è né vittime né carnefici, saper dire di no ed essere risoluti nell’evitare i rapporti motivati esclusivamente da un assurdo senso del “dovere”. Ciò che non si fa con gioia, è destinato a produrre solo dolore e insoddisfazione.
In definitiva, dare e ricevere sono come le due ali di un uccello: per volare, entrambe sono necessarie; se una delle due ali si spezza o, per una malformazione congenita, si sviluppa meno dell’altra, all’uccello non resterà che accontentarsi di zampettare a terra, ponendosi pericolosamente in balia di voraci predatori.