TIZIANO TERZANI,
un giornalista d’eccezione

«Chi ha influenza e chi crea opinione
deve fare i conti con le conseguenze di quello che dice»
Tiziano Terzani

La nota è della moglie Angela Staude, anche lei scrittrice: «Il 28 luglio, nella valle di Orsigna è serenamente scomparso o, come preferiva dire lui, ha lasciato il suo corpo, Tiziano».
Tiziano Terzani è nato a Firenze nel 1938 e dal 1971 è stato corrispondente dall’Asia per il settimanale tedesco Der Spiegel. Due lauree, cinque lingue parlate correttamente (tra cui il cinese), ha vissuto a Singapore, Hong Kong, Pechino, Tokyo e Bangkok e ha ricevuto il prestigioso Premio Luigi Barzini all’inviato speciale (1977). Girovago, scrittore di numerosi libri di successo, «evaso di professione» come lui stesso ama definirsi, e Bambino Permanente. Nel 1994 si è stabilito in India, tra New Delhi e un eremo sullo Himalaya.
Dalla cronaca e dalle sue esperienze nascevano i suoi libri. Il primo, Pelle di Leopardo (1973), dedicato alla guerra in Vietnam. Il secondo quando nel 1975 resta a Saigon e assiste alla presa di potere dei comunisti:Giai Phong! La liberazione di Saigon. All’inizio degli anni Ottanta è a Phnom Penh dopo l’intervento vietnamita in Cambogia. Scriverà Holocaust in Kambodscha. Poco dopo è in Cina dove viene arrestato per “attività controrivoluzionarie” ed espulso. Tutto raccontato in La porta proibita. In Buonanotte, Signor Lenin Terzani racconta il crollo dell’impero sovietico.
Il suo libro più importante, prima dell’ultimo, è Un indovino mi disse: la cronaca di un anno vissuto come corrispondente dall’Asia senza mai prendere aerei dopo l’avvertimento ricevuto da un indovino.
Terzani dell’Asia non conosceva solo la storia e la politica, ma cercava di penetrarne anche la filosofia. Sia nel libro In Asia che nell’ultimo Un altro giro di giostra, emerge la sua figura di studioso di induismo, buddhismo, yoga, misticismo islamico.
In una recente intervista, ha detto: «Nella civiltà occidentale, della quale io sono orgogliosissimo membro nonostante la mia apparenza così da “santone” (io sono “fiorentinissimo”, felice di esserlo, anche se mi devo trovare con delle concittadine con cui condivido proprio poco), dobbiamo smettere di pensare, ma lo dobbiamo smettere nel fondo, che la nostra civiltà sia superiore o che noi abbiamo il monopolio di alcunché, della civiltà, della felicità, del benessere, della dignità delle donne, di tutto. Non abbiamo questo monopolio. Ci sono altre civiltà che la pensano diversamente e che vedono noi come “civiltà del male”, così come noi pensiamo di loro. […] Allora dico: se le vere ragioni della guerra non sono fuori, ma dentro di noi, cominciamo a fare la rivoluzione dentro di noi, forse è quella meno violenta, che non fa massacri e forse, alla lunga, crea quelle condizioni in cui tutti ci troveremo meglio. Prendiamo coscienza di chi siamo e incominciamo a riflettere: non siamo solo corpi, non siamo solo materia. Dobbiamo ricominciare, chi sa, a pregare, chi non sa, a fare altro. L’unica rivoluzione oggi veramente possibile è quella dentro di noi, ma ci vorrà tempo, molto tempo».
Dopo aver terminato Un altro giro di giostra, ha dichiarato che non avrebbe mai più scritto, che voleva abbandonare il suo nome, quel nome che tanto aveva girato sulle pagine dei più importanti giornali del mondo. Che voleva continuare la sua ricerca filosofica. Forse Terzani stava semplicemente facendo quello che sapeva fare meglio: portava a termine la sua ultima grande inchiesta. Trovare un senso alla malattia, alla morte, alla sofferenza. E per fare questo ci voleva un grande giornalista. Uno dei più grandi.

31 luglio 2004


ANAM, il senzanome
(l’ultima intervista a Tiziano Terzani)