La curva dell’èra tecnologica

a cura della redazione di arianuova.org

Secondo alcuni sociologi, ogni fase di progresso umano ha un andamento parabolico abbastanza simile, che si consuma nello spazio di circa mezzo secolo, diviso in due parti: il primo lustro, dove avviene un’ascesa pressoché costante, e il secondo lustro che vede una discesa altrettanto regolare. Tale concezione, se considerata senza rigidità e assolutismo, corrisponde abbastanza alla realtà dei fatti. Ogni fase di sviluppo umano alterna sempre ascese e fasi calanti (nelle quali in realtà si sedimentano e si assimilano elementi minori che erano stati lasciati in disparte).
Considerando che l’ultima parabola del progresso — quella che potremmo definite la parabola tecnologica — è iniziata nel 1994, anno in cui internet è diventato un prodotto di massa, dobbiamo aspettarci una crescita fino verso il 2019, per poi avere una discesa che potrebbe concludersi intorno al 2044. Notiamo come prima cosa che noi, secondo questa parabola, ci troviamo ancora nell’infanzia di questa fase di ascesa; dobbiamo aspettarci un periodo di circa quindici anni di ulteriori innovazioni tecnologiche, in cui si perfezioneranno gli strumenti digitali. Già si parla della possibilità di elaborare microchips che possano funzionare con tessuti organici, aprendo le porte ad applicazioni mediche che fino a pochi decenni fa sarebbero apparse fantascientifiche, ma anche a ipotesi inquietanti alla Orwell.
La cosa cui però si vorrebbe riflettere qui, consiste negli effetti della diffusione di tali tecnologie. È evidente che tale diffusione è pressoché illimitata dal punto di vista geografico, travalicando le barriere continentali ed espandendosi a macchia d’olio sull’intero pianeta. Non solo l’Europa e gli Stati Uniti, ma anche l’Oriente e il Sudamerica ne sono coinvolte, con conseguenze enormi (talune già visibili).
Al di là della coloritura che decidiamo di dare alla nostra interpretazione di questo fenomeno (alcuni lo vedono come la panacea per tutti i mali, altri come un moderno vaso di Pandora), riteniamo utile suscitare una riflessione sul fenomeno della tecnicizzazione planetaria.
Spesso si cade in facili generalizzazioni, che portano a credere che l’utilizzo della tecnologia da parte di popoli non occidentali porti inevitabilmente a una occidentalizzazione del mondo. Ebbene, sarebbe il caso di osservare il fenomeno più da vicino. I grattacieli di New Dehli o di Pechino non bastano a fare di queste metropoli delle repliche di New York o di Parigi. Esteriormente — a parte alcune stravaganze esotiche — questo può essere vero, ma ciò non significa molto, in fin dei conti. Basta parlare con un abitante di Pechino o di New Dehli, frequentarlo, seguire il suo modus vivendi, penetrare nel suo sentire per accorgersi della diversità. Ci sono insomma buone speranze per ritenere che la globalizzazione non porti quell’appiattimento brutale che le multinazionali auspicano.
Perciò, non facciamoci abbagliare troppo dalle apparenze, e auguriamoci che lo “Zeitgeist” — quello Spirito divino operante nel tempo — lavori con cura nel forgiare i materiali di cui dispone.
Umanamente, c’è da sperare che l’apertura a un’economia di tipo capitalistico che si sta verificando con sorprendente rapidità in quelle aree del mondo fino a ieri non raggiunte dalle sue grinfie, non svilisca le anime di quei popoli, e porti un soddisfacente livello di benessere e una maggiore attenzione ai diritti umani (donne, bambini, lavoratori).
Sarebbe bello che l’economia di mercato non trascinasse con sé tutte le contraddizioni tipiche dei sistemi occidentali, anche se una simile speranza ci pare decisamente utopica, visto che talune di queste contraddizioni sono intrinseche al sistema. Peraltro, non dobbiamo dimenticare che il pianeta in cui viviamo non saprebbe reggere l’impatto di una economia dei consumi quale quella attualmente praticata nel mondo occidentale (con particolare accanimento negli States, dove l’attenzione ecologica è ridotta ai minimi termini) se essa venisse estesa all’intera popolazione terrestre. Le risorse si troverebbero presto esaurite e il già precario equilibrio dell’ecosistema potrebbe subire danni irreversibili (per la sopravvivenza della specie umana e di molte altre specie vegetali e animali, intendiamoci — non certo per la terra in sé, che continuerebbe comunque la sua lunga marcia).Una maggiore attenzione nell’utilizzo delle limitate risorse della terra è quindi uno dei ‘must’ del più prossimo futuro.
Insomma, ci basti questo, per ora: che la globalizzazione permetta alle varie famiglie umane di integrarsi maggiormente senza perdere quelle specificità che conferiscono a ognuna di esse una certa unicità, una peculiarità positiva.
Sebbene, a questo proposito, il campo si aprirebbe a molte altre riflessioni ancora. Bisognerebbe infatti interrogarsi su tali reali specificità. Che cosa, in un determinato popolo, rappresenta la sua vera unicità, il suo reale carattere distintivo, necessari al mondo per la perfezione dell’insieme?
Limitiamoci a offrire uno spunto di riflessione attraverso un esempio della storia passata. Gran parte dell’Europa pre-cristiana poggiava le sue basi sulle credenze e sui costumi dei Celti, al cui interno esistevano valori di grande rilievo, nobili ideali, creazioni di grande bellezza, come si è potuto scoprire di recente, grazie alle quanto mai necessarie rivalutazioni tuttora in corso. L’avvento del cristianesimo, come sappiamo, ha in piccola parte (volente o nolente) assorbito tali valori, mentre per il resto si è limitata a distruggere e cancellare quanto più poteva di quel grande passato, con violenza e intolleranza (esattamente come ha fatto ovunque sia riuscita a imporsi — basti pensare alle Americhe). Nonostante ciò, il retaggio celtico è rimasto provvidenzialmente depositato nel cuore profondo dei popoli europei. Non basta certo abbattere gli edifici sacri e vietare il culto per sradicare le convinzioni profonde di un popolo. Forse, addirittura, nulla è stato perduto d’essenziale. Giacché i culti sono sempre provvisori, mentre l’essenziale non può essere ucciso, essendo di natura immortale. Qualcosa di simile potrebbe avvenire nel mondo attuale con le passate religioni – quindi, nel caso dell’Europa, con il cristianesimo (in realtà il fenomeno è già iniziato, e avanza con folgorante rapidità). Quanti si preoccupano di un eventuale decadenza, il più delle volte lo fa perché detiene dei forti interessi legati a un certo potere che vorrebbe continuare a esercitare, mentre sempre di più gli sfugge di mano. Chi invece ha genuinamente realizzato in sé una qualche verità, sa che essa è eterna e inalienabile, e che solo le forme esterne possono (e devono) perire, all’ora decretata, in modo da fare spazio a qualcosa di sempre più idoneo all’espressione dei poteri divini sulla terra. Chi ha fiducia nello Zeitgeist, si affida al Divino Supremo che guida ineluttabilmente Madre Natura verso l’espressione e la manifestazione di una coscienza sempre più completa e vasta nell’eterno divenire cosmico.

Maggio 2004