Satprem,
lo stato senza morte

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di Tommaso Iorco
(autore tutelato SIAE)

Satprem, che era stato scelto da Mère come testimone diretto delle sperimentazioni da Lei compiute nella coscienza delle cellule (tra il 1951 e il 1973), poco per volta ne diventa diretto sperimentatore egli stesso.
Non era possibile — per lui che ha conosciuto Mère così intimamente — concepire il fallimento di un lavoro la cui attualità non poteva permettere procrastinazioni!
MAI, nemmeno per un istante, Satprem ha avuto la sensazione che il lavoro di Mère fosse stato posticipato o, peggio ancora, vanificato. Occorreva perciò ritrovare quel sottile filo rosso che contrassegna il nostro brancolante cammino di uomini assai poco sapiens!
Carnets d’une Apocalypse rappresentano il resoconto pressoché quotidiano di questa affascinante ricerca da parte di Satprem (il 30 maggio 1987 Satprem annota che «l’Apocalisse, è la fiaba di Sri Aurobindo»).
Una esplorazione temeraria, un’avventura piena di imprevisti e di rischi, ma straordinariamente meravigliosa, verso il ‘dopo-uomo’: il prossimo passo dell’evoluzione terrestre.

Ma, all’indomani della scomparsa di Mère, Satprem deve anzitutto mettere al sicuro e garantire la pubblicazione del’Agenda de Mère. Una Battaglia sulla quale non si reputa opportuno soffermarsi in questo articolo. Basti ricordare che, fra il 1978 e il 1982, i tredici volumi dell’Agenda vengono pubblicati, grazie all’aiuto di personaggi influenti che, contemporaneamente, su sollecitazione dello stesso Satprem, si oppongono al processo intentato da un certo Navajata (fondatore e allora responsabile di una danarosa istituzione chiamata S.A.S.), il quale ambiva a diventare l’erede universale di quella che lui avrebbe desiderato venisse ufficialmente riconosciuta come “la religione di Sri Aurobindo e Mère” (incredibile ma vero!!). Il processo, intentato presso la Corte Suprema dell’India, dura alcuni anni e si conclude nel 1982, con la definitiva sentenza — basata sulle chiare affermazioni di Mère e Sri Aurobindo, impossibili da fraintendere o distorcere, in cui si evince chiaramente e fuori d’ogni dubbio la Loro non appartenenza ad alcuna religione e la Loro precisa intenzione di non volerne creare una nuova, essendo ciò in palese contraddizione con il Lavoro di sperimentazione evolutiva messo in moto. Il Lavoro di Mère e Sri Aurobindo (giova ripeterlo ancora e ancora, data la stupidità umana e il suo atavico bigottismo), non ha nulla a che fare né con la creazione di una nuova religione, né con il recupero di una qualche forma di religione attuale o antica, né mediante l’unione sincretica di varie religioni. E questo è tutto, sull’argomento. A onor di cronaca, a conclusione del processo, Navajata si suicida (il 19 gennaio 1983).


Satprem sente di aver concluso il suo lavoro di scriba; a questo punto, pensa che stia appressandosi per lui il momento di uscire definitivamente di scena. Ma è proprio in questo momento di totale vuoto, di assenza di scopo, che inizia a profilarsi qualcosa di nuovo.
Al principio i segnali sono imprecisi e lo stesso Satprem non riesce a comprenderli nella loro reale portata; perciò, con la speranza di decifrarli un poco, li trascrive meticolosamente su quelli che diverranno per l’appunto i suoi Carnets. Il 18 febbraio 1979 riceve una sorta di visione, in cui assiste alla bizzarra apertura di qualcosa simile a “piccole tasche d’aria” nel corpo.


Il 7 marzo 1981 (vol. II) si produce un evento cruciale, che Satprem in un primo tempo scambia per un attacco cardiaco. Ecco come lui stesso tenta di descrivere il fenomeno in una lettera indirizzata a un’amica:
«Ho attraversato ogni tipo di prova nella mia vita: nei campi di concentramento ho preso il tifo, la tubercolosi e infine la peritonite e ogni sorta di malattie per le quali uno dice: “Ho rischiato di lasciarci la pelle”. Ma ogni volta, non ho mai sentito che… Il mio corpo non ha mai sentito che stava per morire! Forse ha sfiorato la morte, ma non stava morendo. Mentre questa volta, ha sentito che stava per morire. È come se la morte avesse posato il proprio dito sul corpo. Questo fatto lo ha parecchio scosso e gli ha lasciato una sorta d’impronta, o d’incertezza.
Si tratta di un’esperienza che non ho ancora compreso del tutto, per cui preferisco non svilupparla e non mentalizzarla. Ma è avvenuto qualcosa di radicale nel corpo, questo è certo. Qualcosa che ha completamente cambiato il mio equilibrio di base — la base sulla quale abitualmente un corpo funziona, che crea una sorta di fiducia spontanea, di fiducia nella vita, di fiducia che funziona. C’è qualcosa, là, che è stato (come posso dire?) toccato o cambiato o scosso, non saprei. Che cosa vuole significare? Non lo so ancora» (4 aprile 1981).
Accettando il consiglio di alcuni amici, Satprem si sottopone a degli esami cardiaci, ma l’elettrocardiogramma rivela inaspettatamente che il cuore non c’entra per nulla! Di che si tratta, allora?
Intanto, l’esperienza si ripete, tra il 24 e il 25 aprile 1981. Ma Satprem impiegherà diverso tempo prima di arrivare a capire che queste due esperienze avrebbero segnato l’inizio cosciente del lavoro nel corpo e che il dolore proveniva dalla resistenza fisica del vecchio sistema animale di cui noi esseri umani siamo attualmente provvisti.
È un processo che si ripeterà con sempre maggiore precisione per anni e anni, con intensità crescente, proporzionata alla capacità dello strumento a sopportarla. Il vecchio corpo deve abituarsi a questa nuova vibrazione, deve adattarsi a questo nuovo modo di funzionare.


Il terzo volume si apre con queste laconiche parole:
«Il Vero Lavoro comincia» (Le Vrai Travail commence).
Il 14 maggio 1981 Satprem sente un “qualcosa” che lo sprona (Il y a comme un oui) a mettersi sulle tracce di Mère e Sri Aurobindo: «l’impressione di essere preso per mano». E il 25 giugno 1982 trascrive succintamente un’esperienza cruciale: «La montagna arida pompa avidamente i fiotti della luce». La montagna rappresenta qui l’Incosciente materiale, che si apre alla luce sopramentale. Il giorno dopo, Satprem scrive a un amico: «Quella che era solo una “idea” o una congettura (la trasformazione), è diventato l’unico fatto pressante e imperativo. Non so come sbrogliarmi in una cosa del genere, so soltanto che c’è un’aspirazione imperiosa, inevitabile, irreversibile potrei dire, diventata una specie di necessità fisica, di bisogno nel buio, e che non potrei fare null’altro. Non conosco nessuna direzione, non so dove sto andando, ma questo poco importa».
Lasciando per un attimo da parte gli aspetti più ‘personali’, è — questo — il segno che il Lavoro di Trasformazione della Materia intrapreso da Sri Aurobindo e Mère è possibile: non solo per i due Avatar che lo hanno concretizzato, aprendo il passaggio per la coscienza terrestre, ma per l’intera coscienza terrestre, per ognuno di noi, individui di questa famiglia umana lacerata e confusa. Qualche ‘utensile’ umano si fa strumento di questa Forza che intende elaborare sulla terra un essere più evoluto e più divino, finalmente! E, possibilmente, mediante la nostra cooperazione cosciente.
Prima constatazione: non cercare di impugnare la Forza, ma lasciarla scorrere cercando di non opporre la sia pur minima resistenza: «La cosa più difficile da ‘comprendere’ per l’ego del corpo, è che non si tratta di un movimento di concentrazione ma di espansione; non si tratta di accumulare la forza ma di lasciarla passare attraverso le maglie. Un fiore capirebbe meglio. Il frutto si avvolge nella sua notte zuccherina e si decompone. Un movimento solare. Credo di aver toccato una chiave» (6.9.1982).
Pochi giorni dopo, il 21 settembre, Satprem avverte poi un fenomeno che anch’esso diventerà assai familiare e ricorrente, pur sempre con una progressività di dosaggio e di approfondimento:
«Per il corpo, il Divino non è un pensiero e neppure un sentimento: è una delizia, come un fiore che si apre al sole, come una terra secca che beve la pioggia… Stamane ero immerso a sentire-vivere questa delizia, quando improvvisamente la coscienza (che stava come sempre sulla sommità della testa) si è messa a salire-salire-salire, senza fine, con delle grandi nebulose dorate di tanto in tanto, e saliva all’infinito in piani d’immenso silenzio bianco, ancora e ancora…».
Insomma, si tratta dell’ascesa della coscienza fisica, attratta in alto da una formidabile Calamita, verso la propria origine solare, divina e immortale. Il corpo fisico ha la sensazione di entrare in strati materiali sempre più densi, sempre più solidi — e, al tempo stesso, quella strana sostanza sembra liquida, come un “blocco d’oceano”. È la coscienza-forza sopramentale, «più fluida di un gas e più dura del diamante», come Sri Aurobindo l’aveva definita con quella sua penna precisa.
Parallelamente all’ascesa, interviene un movimento di discesa. In realtà, si tratta di un unico movimento duplice: a mano a mano che si sale in stati di sempre crescente densità, simultaneamente la coscienza fisica si sente precipitata sempre più in basso, in una crescente resistenza.
E, in questo faticoso procedere, in un continuo alternarsi di tenebra e di luce, di momenti di grazia e altri in cui tutto sembra richiudersi nella vecchia vita mortale di sempre (che poi si rivelano essere momenti di grazia anch’essi o, perlomeno, passaggi obbligati per procedere oltre) ecco sbocciare la certezza di un fiore meraviglioso sul cammino. Tra il 27 e il 28 gennaio 1983, nel pomeriggio, Satprem assiste a una discesa massiccia: «Una meravigliosa colata di oro solido, spesso, nelle vene, nei nervi, nelle membra poi quasi immobilizzate: Dio vivo, là. Per un’ora e mezza. Stavolta, nulla più in me avrà dubbi. La porta del sole è aperta».


L’esperienza si fa sempre più assidua e intensa e, giorno dopo giorno, Satprem annota ogni minimo dettaglio — non senza una buona dose di auto-ironia (segno — se mai necessitassimo di una conferma in merito a questo bretone dotato di una sincerità bruciante — di sano e prezioso buon senso). Uno strano impasto Becquerel-Voltaire-Rimbaud sembra animare questa “provetta di laboratorio”, la provetta ‘B23’, come lui stesso scherzosamente ama talvolta definirsi (ove B sta per Bernard, il nome datogli da sua mamma prima di quello assegnatogli da Mère, e 23 per 1923, corrispondente al suo anno di nascita).
Così, fra alti e bassi ma pur sempre immerso in quella che lui stesso definisce una “solidità di cristallo”, ecco giungere una prima apoteosi (vol. IV): «Questa mattina di Delizia, è venuto il Nettare meraviglioso. Un bagno nell’oro. Tutto il corpo era meravigliosamente e deliziosamente immerso in Mère e Sri Aurobindo. È questa, la risposta a tutto — non soltanto la risposta, ma la nuova esistenza indistruttibile, il sole d’immortalità, o piuttosto di non-mortalità, dato che la morte non esiste più in quello stato! Contiene tutto, è tutto, può tutto — È. È la sola cosa che è. Un’estasi… talmente sorridente! oh!, e così semplice! È il Supremo stesso nella Materia. Tutto il corpo balbettava, sapeva soltanto balbettare: oh! Signore, Signore, Signore…, in un’ebbrezza assoluta. L’illusione, consiste nel non vivere questo, nel non esserne coscienti, nel non immergersi lì dentro ininterrottamente. Il Supremo è un bambino meraviglioso. E si è in questa infanzia meravigliosa. Oggi, 5 settembre 1983, è un grande giorno per la terra. Stavolta, i due estremi sono uniti in una coscienza umana e in un corpo terrestre. Almeno un uomo ha attraversato le porte che Loro hanno aperto. Ciò vuol dire che altri passeranno. E questo significa che il mondo cambierà» (5 settembre del 1983).
Il Passaggio è aperto.
Ma occorrerà percorrere fino in fondo la traversata, sperando nel frattempo che altri osino varcare quella soglia di morte per trovarsi catapultati — non senza un certo brivido di vertigine e di stupore — nella Vita vera — la “Vita divina” preconizzata da Sri Aurobindo.
Un irresistibile torrente della Coscienza-Forza penetra goccia a goccia nei tessuti nervosi e fisiologici del corpo fisico di Satprem, squassando i vecchi atavismi e creando un vero e proprio cataclisma, per usare un termine che è piuttosto ricorrente nelle pagine del suo taccuino del 1984 (si tratta infatti di una inondazione, kataklysmós) in cui l’incalzare degli eventi politici mondiali sembra fare da contrappunto (in negativo, purtroppo, come se a mano a mano che sulla terra scende un sempre maggiore potere divino, tutta la Menzogna si coalizzasse contro, usando i grandi poteri politici ed economici per fare quanti più disastri è possibile) alla radicalità di tali esperienze. Poi, il Niagara sbocca nell’oceano di luce della vita nuova.
Verso la fine dell’anno, Satprem è in grado di annotare una considerazione che ci sembra di capitale importanza: «Sono ormai persuaso che tutta quanta la faccenda riguardi questo: il passaggio dall’atmosfera mortale all’atmosfera divina. E quando si ricade nell’atmosfera mortale, ebbene, essa diventa assai mortale e dolorosa! Non si “guarisce” dal Dolore, è l’intero sistema umano e tutta l’atmosfera umana che sono il Dolore e la Morte — bisogna passare dall’altra parte, dall’altra atmosfera… restando però sulla terra. Allora si va e si viene da un'atmosfera all’altra finché non ci si sia totalmente e fisicamente stabiliti nell’atmosfera divina. Si esce dallo scafandro e si rientra nello scafandro. Ma il Passaggio esiste ed è umanamente possibile — è tutto quello che posso dire» (15 novembre 1984).
Ma quello che Satprem cerca non è certo una immortalità personale e privata: il suo unico movente è il Lavoro che Mère ha fatto per tutta la terra; vorrebbe solo poter fungere da strumento duttile e ricettivo nelle mani della Forza, esattamente come ogni essere umano di buon senso dovrebbe cercare di fare in quest’ora cruciale del destino terrestre. Ma dato che la stragrande maggioranza degli esseri umani si lascia ancora pressoché totalmente fuorviare da quella grande Menzogna che ci avvinghia al cappio del dolore e della morte, quello di Satprem resta al momento un lavoro eccezionale, affidato a sparuti (perlopiù sconosciuti) pionieri.
In fondo, è sbagliato perfino dire che Satprem, o chiunque altro, faccia qualcosa; a ben vedere, a quei livelli di realtà non esiste più una persona in grado di fare alcunché: è la Forza divina stessa ad agire in modo più o meno diretto a seconda del grado di ricettività che incontra. Una sorta di automatismo divino si instaura, in cui si assiste all’invasione di questa Densità che colma il corpo dal basso verso l’alto, fino a dilagare oltre il corpo, sopra la testa e tutt’intorno, in un movimento ripetitivo e quasi meccanico, come il moto della marea o la risacca del mare — con l’unica differenza che non si tratta di un fenomeno altrettanto poetico, purtroppo, in quanto il corpo ha la sensazione di un’intensità crescente che è sempre più insopportabile per la vecchia fisiologia. È tutto l’atavismo che viene mandato progressivamente in frantumi — e la minima vibrazione di paura può rivelarsi fatale. Si tratta di un lavoro spossante e di una precisione esatta fino all’inverosimile. Neppure un atomo può essere lasciato fuori gioco.


E arriviamo al 1985 (e al quinto volume dei Carnets), anno in cui il processo si intensifica ulteriormente — è il 9 gennaio:
«Questo pomeriggio: un Bagno di Fuoco. Qualcosa di perfettamente impossibile, invivibile, fisiologicamente demente — impossibile. E tuttavia è possibile, è vivibile, è. E come sia possibile, non lo so. Secondo la logica, fisiologicamente sarei dovuto morire — scoppiato, polverizzato (o cotto, piuttosto). Se non sono morto, significa o che la morte non esiste, oppure che c’è un altro tipo di vita che sfugge completamente alle leggi della Materia. È tutto quello che posso dire. Per un’ora e quaranta senza tregua. Del Fuoco vivo. Della lava in fusione. Non ho mai vissuto questa cosa a tale grado. È al di là della morte e al di là della vita — qualcosa di sconosciuto. Un altro tipo di vita. La smentita a tutte le cosiddette “leggi della Materia”».
Ma la vera novità arriva il 31 gennaio, quando Satprem, cercando di andare ancora una volta alla radice del dolore, del male, della morte, si trova precipitato in «una immensa tela di ragno, come se tutte quante le fibre della vita, questi milioni e miliardi di fibre fossero avvolti in una Nube nera collante tessuta da una Tela centrale. La Tela della Tristezza, del Dolore, della Sofferenza, dei milioni e miliardi di buone ragioni di essere immersi nella sofferenza e nella tristezza e nell’orrore, ma è QUESTA che inocula il suo veleno, che ci costringe nella tela e che, infine, vuole divorarci. È la Tela della Morte. Si è prigionieri nella sua Nube, e poi hop!, può prendere un anno, dieci anni, vent’anni, ma alla fine ci trasforma in un boccone — è questo, il vero Cancro. È il nodo centrale. …Ed è straordinariamente curioso (è un caso?): nei registri dei campi di concentramento, eravamo catalogati N.N. (Nacht und Nebel) — Notte e Nube. Eravamo condannati alla Nube».
La transizione è lenta e pericolosa, ma la cosa più sconcertante è che si cammina senza sapere se si sta procedendo nella direzione giusta. Tutto il vecchio modo di percepire e di stare in un corpo si disgrega e non si sa bene se è la vecchia morte di sempre che ci bracca e ci consuma a poco a poco, oppure la nuova Vita che erige le proprie divine fondamenta sopra le macerie di questa vecchia carcassa animale.
Ogni tanto, tuttavia, si può gridare un qualche ‘eureka!’ che, pur sapendo bene non costituire quello definitivo, è irrefutabile. Così, il 29 marzo 1985, Satprem può esclamare:
«Adesso SO! il corpo SA! Tutte le leggi della Materia sono una Menzogna. Tutte le leggi del corpo sono una fabbricazione menzognera del subcosciente. Tutto è FALSO! C’è la TUA Legge. C’è un altro Sole. C’è una vera Materia. C’è la Sensazione divina che annulla, dissolve, “irrealizza” questa Menzogna millenaria. La “disintegrazione”, è la disintegrazione del subcosciente scientifico e atavico, materiale — saltato per aria! C’è QUESTA COSA. C’è quanto QUESTA COSA vuole. C’è Questa Legge. C’è la Materia divina dove tutto questo incubo di morte non esiste più. Siamo alla Frontiera del Nuovo».
Vita, morte… due parole che sembrano perdere il loro significato, o forse ne acquistano uno del tutto nuovo. E noi, da che parte stiamo? Dalla parte della vita, o dalla parte della morte? Siamo NOI i morti che devono resuscitare, uscire da queste tombe nelle quali ci troviamo murati, illusi di credersi ‘vivi’… Ma di quale vita andiamo blaterando? Questa sembianza di vita in cui ci dibattiamo come forsennati? No, è la morte che ci fa credere vivi. È la Morte che deve morire, affinché la Vita vera sia!


Nel 1986 (vol. VI) il corpo di Satprem «incomincia a ricevere numerose prove… una evidenza che funziona». Un anno ancora in cui «ci si dibatte in un Mistero umano che questi Carnets cercano costantemente (o prematuramente) di mettere a nudo».
Una prima osservazione viene fatta proprio al principio dell’anno, il 15 gennaio. Satprem nota come tutte le energie materiali di cui siamo a conoscenza, se portate a una certa intensità, diventano distruttrici per il corpo (una scarica elettrica potente, lo fulmina; una forza gravitazionale troppo forte, lo schiaccia; un calore troppo elevato, lo carbonizza; un’esplosione atomica, lo polverizza…). Mentre, al contrario, l’energia sopramentale (ovvero, l’Energia Creatrice stessa, allo stato puro) è in grado di aumentare la sua dose in modo indefinito senza distruggere il corpo fisico. Ciò che questa Forza invece distrugge inesorabilmente al suo passaggio, è la morte, l’oscurità, la menzogna. Perciò, l’adattamento progressivo necessario per sopportare la forza-coscienza sopramentale nel corpo, non è teso a rendere il corpo sempre più capace di ospitare questa Forza (il corpo possiede già spontaneamente tale capacità!), ma a spodestare dalla coscienza fisica l’illusione della realtà della menzogna, della malattia, dell’oscurità, della morte. C’è una illusione da stanare in quella che Sri Aurobindo chiama “la mente del corpo” e Mère “la mente delle cellule”; la morte non è affatto connaturata al corpo fisico — è solo un rivestimento opaco che vela e deforma la pura coscienza cellulare, la vera realtà della materia, che è libera da ogni legge (compresa quella della morte). Mère parlava di una “periferia opaca” della cellula, che bisogna attraversare per arrivare al nucleo della pura realtà materiale.
Satprem osserva la barbarie aumentare giorno per giorno nel mondo e, parallelamente, persegue senza tregua il suo compito di imparare un altro modo di essere nella materia, un altro modo di vivere in un corpo fisico; in una «strana situazione mista» egli a ogni istante si spinge all’estremo limite possibile per un uomo, dove il passo successivo sembra impossibile restando “vivi”, eppure constata che «è come se, ogni volta, il limite retrocedesse» — come se la morte perdesse sempre più terreno. E quanto sembrava impossibile diventa meravigliosamente possibile: «la morte può essere annullata. Ieri, ho avuto la prova corporea definitiva dell’irrealtà della morte. La morte non è una necessità “ineluttabile”, come l’Ananke dei greci, è la conseguenza ultima di una forza menzognera e crudele che domina tutti gli strati della coscienza terrestre fino alla materia più materiale. È questa dominazione che può essere ribaltata» (14 aprile 1986).
Il 26 settembre, osservando la proporzione davvero «smisurata» del fenomeno, Satprem si pone degli interrogativi fondamentali:
«Non so se si tratta di un cataclisma o di una apocalisse. Si attraversa “qualcosa”, ma cosa? Tutto questo conduce da qualche parte — ma dove?»
Ma a Satprem non importa certo dare un nome alla meta che faticosamente e inesorabilmente si avvicina a lui passo dopo passo, tanto più in considerazione del fatto che si tratta di un cammino privo di strada e di segnali indicatori. Satprem cerca una risposta pratica alle sue domande: occorre arrivarci, in questo ignoto che va costruendosi davanti a sé.
E quando la strada si disegna chiara sotto i suoi piedi, questo è tutto ciò che conta per davvero — mentre, nel frattempo, si osserva intorno a sé il panorama che cambia, o che si allarga sempre più, permettendo una visione d’insieme sempre più globale.
Come ad esempio il giorno del suo 63esimo compleanno:
«Il processo diventa assolutamente tangibile (!) e chiaro — vissuto. Nel corso di tutta la nostra vita, dal nostro primo respiro, siamo avviluppati, circondati, rinchiusi dentro una invisibile muraglia di morte, e questa muraglia, noi non la attraversiamo che al momento di morire (per scoprire che la Vita stava dall’altra parte!). Ora, quando questo vulcano dal basso sale a ondate sempre più dense e va a toccare o a scatenare o a chiamare — provocare — questo vulcano dall’alto che scende con una massa sempre più densa, sempre più densa, tutto il corpo ha la sensazione di essere schiacciato, appiattito, spappolato, accartocciato, ridotto allo stato di una specie di microscopica pupattola — di un seme, come in una implosione. MA è la traversata di questa muraglia di morte… che avviene restando pienamente vivo!… per ritrovare la Grande Realtà UNA, Totale, fatta d’Amore, la Vita finalmente, la Vita vera. Ed è al momento di questa traversata, in questa sorta di annientamento “insopportabile”, che non bisogna sbagliarsi di realtà e prendere la Vita per la morte! È questo che viene vissuto a poco a poco, per ondate successive e per “annientamenti” successivi. E si capisce che una cosa simile non si può fare in un solo corpo. Ma il corpo SA» (30 ottobre 1986).


Il settimo volume dei Carnets d’une Apocalypse ha una straziante particolarità, essendo il primo volume pubblicato postumo (ovvero nel mese di ottobre del 2007), benché Satprem abbia avuto tempo di rileggerlo integralmente, essendo già pronto per la pubblicazione da più di un anno... Sempre più, attorno a lui, si assiste a uno sfaldarsi dell’entourage, a un preoccupante scollamento fra la crescente intensità della propria esperienza corporea, e la resistenza o la refrattarietà crescente della materia umana circostante (e l’analogia con gli ultimissimi anni dell’Agenda di Mère, da questo punto di vista, è piuttosto impressionante, con tutte le dovute differenze). In ogni caso, questo volume comprende undici mesi, da febbraio a dicembre del 1987.
Il 22 febbraio Satprem annota: «Questo corpo è stato fabbricato dalla morte da milioni e miliardi di anni, ed è questo senso materiale della morte che sta per essere estirpato dal corpo, atomo dopo atomo, cellula dopo cellula, in modo innumerevole — e ogni volta che un lembo di morte viene estirpato, si attraversa la morte per intero — non si finisce di morire. Finché non resterà più un solo atomo di questa Menzogna. Soltanto il Sole. Ecco quanto questo corpo incomincia a capire e che gli conferisce la forza di attraversare tutte queste morti successive».
Satprem — o, dovremmo dire, con maggiore precisione, l’agglomerato fisico che costituisce la sostanza del corpo di Satprem, per nulla separato dall’intera materia universale (o perlomeno umana!) — avanza a tentoni in una dimensione... sempre più limpida.
«Evidentemente, c’è una difficoltà collettiva da vincere — che più tardi non sarà più presente... per quanti seguiranno». Questa breve nota, apposta a margine del suo diario del 19 marzo, può farci comprendere un poco le proporzioni del Lavoro.
…E, in effetti, questo settimo volume contiene brevi annotazioni a piè di pagina che sono folgoranti e meravigliose. Il 23 maggio 1987, per citare un altro esempio, Satprem — sempre a caccia “di quel qualcosa che FA la morte” (non semplici “pretesti”, come il cancro o l’infarto, ma la vera sorgente scatenante) — appone in una postilla un formidabile enunciato: «La vita è la morte, mentre la morte è altra cosa». E subito dopo ne aggiunge un altro, precisando però che quest’ultimo è ancora in fase di verifica sperimentale: «Quando si potrà trasmaterializzare quest’altra cosa, la morte scomparirà e sarà un altro tipo di vita». Già: noi crediamo di vivere, ma in realtà la nostra cosiddetta vita è la morte stessa. Mentre, dall’altra parte, quanto a noi appare morte, potrebbe essere la vita vera, che preme per passare da questa parte e… resuscitare i morti che noi tutti siamo! Fra noi, indubbiamente, ci sono morti che credono di stare bene e altri che credono di stare male — ma pur sempre di morti si tratta! E Satprem, lo stesso giorno, aggiunge: «Sotto la pressione formidabile di questa Potenza di Grazia si attraversa, nel corpo, tutto un reticolo di maglie di ferro assai fitte di cui ciascuna è la morte che tira, strappa, resiste — VUOLE farvi credere nella morte» (23 maggio 1987).
Un paio di giorni dopo, Satprem precisa: «Noi siamo rinchiusi in una statua invisibile. Come il faraone nel suo sarcofago. Questa statua è la morte, che noi chiamiamo vita. Tutte le nostre conoscenze, le nostre “leggi”, le nostre scienze e le nostre religioni sono il prodotto di quest’uomo nel suo invisibile sarcofago. Tutto è visto e vissuto attraverso questa parete deformante. Tutti i nostri mezzi e i nostri “poteri” sono degli artifici indiretti per agire dall’interno di questa prigione o attraverso i suoi muri invisibili. Se il Muro crolla, tutto cambia. È l’inizio della nuova specie.» (25 maggio 1987).
«Il corpo impara progressivamente l’irrealtà della morte… Visto dalla parte opposta, si potrebbe dire in modo più positivo che il corpo impara progressivamente a sopportare lo stato senza morte» (17 luglio 1987).
«Non è il cancro, non sono le malattie, non è la vecchiaia che creano la morte: è questa parete. Non sono nemmeno gli “incidenti” che determinano la morte, perché, al di fuori di questa parete tutto è mosso da una Totalità Armoniosa dove non esiste, non può esserci alcun “incidente”… Ed è proprio questa Totalità Armoniosa (e potente!) a essere insopportabile per qualcuno che si trova all’interno della parete» (18 luglio 1987).
«Bisogna acconsentire fisicamente a passare attraverso le pareti del proprio corpo come attraverso la morte, unicamente affermando il sole che si trova dall’altra parte» (21 agosto 1987).
E, alla fine di un ulteriore anno di ‘terremoto nel corpo’, ancora un grido: «Riuscirà la mia schiena e reggere? (Talvolta ho l’impressione di essere come Atlante)» (31 dicembre 1987).


L’ottavo tomo riguarda l’intero corso dell’anno 1988.
Il primo gennaio, Satprem annota una constatazione che, a ben vedere, ha molto poco di personale e riguarda piuttosto l’intera specie umana, in questa sua cruciale svolta evolutiva —
«È una tale agonia schiacciante. Non si può nulla. È una questione fra il Supremo e la Morte. Si è il luogo della battaglia. Sopportare e resistere…».
Per poi aggiungere, subito dopo: «L’unica cosa che si può fare, è scegliere di schierarsi dalla parte del Supremo. E subire… l’impossibile.»
Un programma d’azione che, per Satprem, è concreto e niente affatto teorico.
E il 26 gennaio, a riprova, il processo viene descritto con grande precisione: «Una Potenza scatenata e quasi… No, non “quasi”: ostinata, più pesante del piombo, che fa schioccare le vertebre del collo, inarca le scapole fin quasi a toccare la colonna vertebrale, fa schioccare le vertebre del coccige, le ossa dei piedi, solleva i talloni e si mette a martellare-martellare la Terra, poi una nuova Massa accanita, e così di seguito — qualcosa di folle e implacabile (come a dire): “lascia passare oppure ti spezzi”. E tutto il corpo si torce di dolore, cercando di sopportare queste Masse senza spezzarsi, e la cosa passa e passa ancora. Ci si trova in un cataclisma e si può solo lasciarsi triturare e contorcere e scuotere… Con, ogni tanto, dei sollevamenti dal fondo.» E aggiunge, a commento: «Il corpo ha una tale fede che non sia lui, ma qualcosa d’altro che debba spezzarsi.» La morte scricchiola in tutto il corpo e protesta contro quella invasione di Vita vera nell’organismo fisico.
Particolarmente significativa l’osservazione del 30 gennaio, buttata lì così, come nulla, ma che ci pare estremamente illuminante: «Credo che un atleta avrebbe probabilmente molte più difficoltà a sopportare “questa cosa”, perché la sua capacità animale è molto più resistente. (Se le mie vertebre si sentissero forti, è probabile che opporrebbero molta più resistenza — bisogna davvero lasciarsi “appiattire”, pur restando in piedi!).» E, come sempre, Satprem non perde la sua lucida ironia: «È sempre attraverso le falle che si progredisce. Il papa deve essere l’animale più retrivo che esiste.»! Effettivamente…
In ogni caso, per Satprem tutto il problema della trasformazione del corpo sembra concentrarsi sempre più sullo scheletro e, in particolar modo, sulla colonna vertebrale — «evidentemente, la colonna vertebrale è la base della forma umana» (1° maggio 1988).
Mère osservava, nella sua Agenda, un fenomeno chiamato “il trasferimento di potere”, in cui gli organi e le funzioni del corpo, uno dopo l’altro, perdevano la loro cieca obbedienza alle regole fisse della natura, ai suoi rigidi automatismi, e imparavano a obbedire alla Coscienza, al Divino. Satprem sembra invece non essere affatto sottoposto a una simile operazione (in una conversazione con l’amata Sujata, il 17 marzo, confessa anzi di non “capire” — in senso sperimentale e pratico, intendiamoci, non certo con la testa e la sua raziocinante ignoranza! — il processo seguito da Mère); per lui, sembra che tutta la resistenza alla trasformazione si concentri nelle vertebre. Una triturazione continua e spossante, in cui non si sa affatto quale sia la direzione da prendere e se si sta procedendo nel giusto senso! Il cammino verso una nuova specie, non può essere previsto in anticipo: solo a posteriori ci si rende conto se la direzione in cui si viene condotti fosse quella giusta. Di conseguenza, l’unica vera risorsa consiste nell’operare un abbandono sempre più totale al Divino. Un vero e proprio “surrender” del corpo!
E Satprem si trova sempre più alle prese con quella che lui stesso definisce «la Gestapo della Materia» (18 febbraio 1988), rintracciando una singolare analogia fra la costruzione del nostro corpo mortale e i metodi spietati delle SS: «Sembra che tutto questo sistema corporeo, materiale, sia stato inventato dai nazisti. Quando si tenta di uscirne, è uno scatenarsi di crudeltà e di cattiveria.» (5 maggio 1988). E, come conseguenza, una verità amara si presenta davanti ai suoi occhi: «Una gestapo crudele ha usurpato la nostra materia, e la scienza ha codificato le leggi crudeli. L’homo electronicus è il trionfo della Morte. E ne vanno così fieri!» (7 dicembre 1988).
Mère lo aveva testimoniato per prima, con quel suo linguaggio discreto e restio alle iperbole: «la trasformazione non è mica uno scherzo» — it’s not a joke!
23 agosto 1988: «Tutti i limiti del corpo sono i limiti della morte; tutte le lacerazioni, le oppressioni, i dolori, sono le lacerazioni, le oppressioni e i dolori della morte, e bisogna — bisogna permettere che questo Raggio Divino, questa Potenza “terribile” (ma terribile esclusivamente per il nostro sistema mortale) attraversi per intero questo muro di morte, e più questa Potenza si immerge lì dentro, più tutto stride e strazia e agonizza — occorre conoscere chi sta lì dentro e aggrapparsi con tutte le proprie forze a quest’unica Realtà a dispetto di tutte le lacerazioni e le agonie e le oppressioni, chiamare-chiamare questa sola Realtà che libera nel momento stesso in cui sembra opprimere e straziare e far morire. È questo, morire vivendo. È questo, lo “spell” [il sortilegio]. È questo, il torrione. Chi lo annienterà? O il nostro sistema umano mortale è inesorabile, come i campi di concentramento, oppure c’è una Grazia suprema al centro di questo orrore, e si può uscirne. Sarà la prossima Era e la prossima specie. Ci si scopre costantemente a un margine terribile.»

E, lo stesso giorno, Satprem aggiunge una nota più ‘personale’: «un nuovo livello della colonna vertebrale si è demolito.»
Davvero, non si può immaginare la triturazione che Satprem subisce un giorno dopo l’altro, un anno dopo l’altro, in modo sempre più drastico e impossibile. Quell’impossibile che è il solo grande Possibile aperto su una umanità ormai alla deriva e senza via d’uscita che non costituisca una fuga in un nirvana al di là della manifestazione cosmica).
Un cammino nell’impossibile che è privo di ricette e di panacee (queste e quelle sono le tipiche chimere umane che non possono andare d’accordo con uno stadio postumano, di cui non sappiamo nulla e che presagiamo libero, finalmente libero da ogni aberrazione, menzogna e illusione). «È sempre lo stesso: si crede di aver trovato il modo per sopportare la cosa, e tre minuto dopo, o l’indomani, il “mezzo” non funziona più e ci si ritrova di fronte a queste stesse ostruzioni e questi artigli di ferro…» (16 settembre 1988).
Il 3 ottobre, in una breve annotazione, Satprem accenna a una possibile nuova scoperta: una sorta di “valvola centrale” non meglio precisata (e di cui egli stesso ammette il giorno dopo di «non averne ancora compreso molto bene il meccanismo»). Il 10 ottobre, dopo aver iniziato a vederne meglio il funzionamento e, anzitutto, l’esistenza, afferma: «Questa “valvola centrale” e questo “asse centrale” esistono eccome. Si tratta anzi di una scoperta capitale — una scoperta del corpo. Questa “valvola” si situa (tracciando un asse verticale che dalla cima del cranio arriva fino al suolo, passando in mezzo al cervello e al corpo) in un qualche punto al centro della fronte o fra le sopracciglia — e l’“asse” scende dietro il naso, la bocca, ecc. e lungo il centro della colonna vertebrale.» Ma, evidentemente, si tratta di una scoperta troppo recente «per poterne parlare e, soprattutto, per poterne individuare i singolari effetti nell’intero meccanismo atomico (o “scheletrico”!).» L’unica cosa che Satprem si limita a precisare, è che non si tratta della ben nota kundalini, ma di qualcosa d’altro assai più poderoso nei suoi effetti sul corpo; e, «in ogni caso, è l’inverso della kundalini, dato che opera dall’alto verso il basso e non dal basso verso l’alto». Aggiungendo poi, il 15 novembre, che l’apertura di questa “valvola centrale” «corrisponde all’inspirazione» e, più precisamente, ha a che fare con la «nuova respirazione» che il corpo sta sviluppando, come quando — nel corso dell’evoluzione — il pesce si è trovato costretto a modificare la propria respirazione branchiale in una nuova respirazione polmonare.


Il 1989 è un anno particolarmente cruciale, anche dal punto di vista degli avvenimenti mondiali. Il nono volume di questi Carnets, si apre con una conversazione fra Sujata e Satprem; ancor prima dei grandi eventi planetari (capovolgimenti politici, scoperte scientifiche, sconvolgimenti climatici…), il vero cambiamento avviene alle fondamenta del corpo, nelle poco appariscenti contrade fisiologiche delle cellule. Satprem, infatti, osserva: «Ciò che per Loro [Mère e Sri Aurobindo] ha davvero importanza, è che ci siano degli animali umani che possano seguire il processo, che possano effettuare la traversata. È questo che Loro attendono: che tali elementi siano pronti. Dopo, ci si potrà occupare di salvare il salvabile. Ma occorre… È la legge evolutiva e divina, giustamente: occorre che dal versante dei vecchi animali ci sia qualche elemento capace di prestarsi alla transizione. E una volta che un numero sufficiente di questi “animali” saranno pronti, ebbene, a quel punto cambierà tutto. Tutto è al sicuro. Tutto è al sicuro, secondo il Loro piano divino e… E la vecchia storia si conclude una volta per tutte. La vecchia storia… Sarà sufficiente soffiarci sopra — è un nonnulla! Appare gigantesca e dominante e imperiosa, ma è una cosa da nulla! Non possiede alcuna realtà — che cosa è davvero reale, qui? È questa essenza divina — Questa sì che è reale… E folgorante! Mentre tutto il resto non esiste: è un’enorme Ostentazione; a dispetto di tutto il suo potere formidabile, non è nulla. È una falsa realtà.» (7 gennaio 1989).
La vera realtà deve sostituirsi alla realtà fasulla. Ma, per farlo senza mandare tutto all’aria, deve esserci un minimo di ricettività: qualche strumento umano capace di sopportare quel formidabile Potere-di-Verità.
Il corpo di Satprem è in pieno processo… L’esperienza, rispetto alle annotazioni del 3 ottobre 1988, si precisa: «Questa “valvola centrale” o questa “saracinesca centrale”è senza alcun dubbio la chiave del “timone” di questa nuova respirazione (si trova esattamente dietro gli occhi e il naso, o fra le sopracciglia, nell’asse verticale che passa per la sommità del cranio). Adesso il movimento o il meccanismo è chiaramente percepito e sostenuto. Non è più il caos. Si potrebbe dire che è il “timone” della Folgore Divina o l’“apparato respiratorio” dell’altra Energia. Ma occorre che si diriga direttamente verso il basso… “Direttamente” e senza contrazione ad alcun livello. […] L’intero nostro sistema è costruito per difendersi — da un nemico che è già all’interno!» (8 gennaio 1989).
Mère l’aveva constatato con precisione qualche decennio prima: non c’è nulla di sensazionale e di eclatante in questo lavoro del corpo… Piccoli fenomeni microscopici, centellinati con una precisione millimetrica, che paiono quasi privi di importanza, che non hanno neppure l’apparenza di costituire una qualche “scoperta”, per quanto marginale, in cui tuttavia si cela una poderosa chiave! È perciò necessario registrare ogni minimo indizio che, a distanza di mesi o di anni, può rivelarsi la traccia di un cambiamento radicale. Così, Satprem annota: «C’è una “serratura” da qualche parte che blocca, o che cerca di bloccare, la circolazione di questa Folgore — contrae i muscoli, i nervi, i tendini del collo e delle spalle e delle scapole e che produce tutti i danni possibili. Eppure, è presente un altro meccanismo, più potente, che talvolta domina o allenta o apre a forza questa serratura, ma non è ancora chiaro né padroneggiato. Ho la netta impressione che questa “serratura” coincida con la “valvola centrale”. E tutto ciò è legato alla respirazione.» (16 marzo 1989).
Poco dopo, una nota laconica: «Ogni singola inspirazione attira la Potenza alla sommità del cranio e ogni singola espirazione la fa scendere fino ai talloni — ogni stadio della colonna vertebrale è una “serratura” particolare.» (19 marzo 1989). E, il giorno seguente, una piccola scoperta: «Il corpo ha trovato l’embrione di un metodo o di una “maniera di fare” con questa inspirazione forzata a malgrado dello schiacciamento. Ma è alquanto arduo da sopportare. È davvero una respirazione verticale. Una respirazione verticale che si sprofonda come un martello pneumatico. I vecchi mantici polmonari continuano a funzionare e servono da agente o da meccanismo materiale, ma si direbbe che non apportano più alcuna energia vitale — e l’altra Energia… Bisogna imparare ad assimilare la Folgore (!). È uno stato precario fra due sistemi.» Questo al mattino del 20 marzo 1989. Ma basta qualche ora di esperienza diretta e di processo vivo per smontare ogni congettura — «Questo pomeriggio non era più questione di “metodo”, era una tale tempesta di folgore massiccia e imperiosa, quasi forsennata, da piegare e torcere il corpo in tutti i sensi — la mia schiena è una piaga aperta. È tutto il corpo che ostacola. Che cosa si può fare con questo sistema vertebrale? Bisognerebbe essere una medusa!» (ibidem). L’ennesimo ribaltamento delle nostre più ragionevoli supposizioni! Il giorno dopo, non ci sono più dubbi sul fatto che l’intero processo è un grande mistero: «Non esiste “metodo”, né maniera, né modo — il solo metodo è di superare la giornata presente, e poi la successiva, se possibile. Ogni volta che ho creduto di aver trovato una metodologia, l’anti-metodologia si è immediatamente abbattuta su di me. Ecco perché Sri Aurobindo non ha detto nulla. È proprio opportuno continuare con queste annotazioni?» (21 marzo 1989). Molto opportuno, aggiungiamo subito noi — per lo meno, per quei lettori genuinamente partecipi. Sarà lo stesso Satprem a esprimere la sua vera intenzione: «Questa mania di scrivere… Mi ostino a sperare che questo possa semplificare il lavoro a qualcun altro.» (6/7 aprile 1989).
Il cammino è imprevedibile e parecchio accidentato (per usare un eufemismo!), ma è nelle esperienze più radicali che talvolta emerge una chiave di volta: «Forti dolori cardiaci per quindici-venti minuti (lavoravo disteso sul dorso). Mi sono seduto e, nel volgere di un quarto d’ora (chiamavo Mère), si è prodotta una strana salivazione molto fluida e assai copiosa nella bocca ed è discesa giù per la gola e… il dolore è scomparso. […] Noto inoltre che quando il dolore al cuore è svanito, la “saliva” è svanita anch’essa. […] Credo si tratti proprio del famoso “nettare” di cui parla la tradizione indiana. Ma me ne infischio puntualmente delle “etichette” — preferisco i fatti.» (4 maggio 1989). La tradizione mistica indiana, in effetti, riconosce la presenza di una salivazione molto speciale e gradevole che talvolta viene percepita dagli yogi — alcuni fra di essi, addirittura, hanno affermato di nutrirsi di questo ‘amrita’ e di non necessitare di altro mezzo di sostentamento corporeo (o, comunque, di avere conseguentemente ridotto la quantità dei loro alimenti). Lo stesso Sri Aurobindo ne parla nei propri Diari.
Vi è comunque un elemento che non si espone ad alcuna possibilità di dubbio: «Occorre che la natura stessa delle ossa, dei tendini e dei muscoli — tutta questa articolazione meccanica — cambi […] Tutti gli organi si adattano (cuore, cervello, ecc.), ma non questa struttura di base.» (14 maggio 1989).
Poi, come al solito d’improvviso, un elemento nuovo viene a sovrapporsi al processo: «Un fenomeno nuovo… Quello che potrei chiamare il fenomeno delle “Masse fluttuanti” o delle “Masse morbide”. Parecchio strano. Mi trovavo (questo pomeriggio) da trentacinque o quaranta minuti in posizione eretta, immerso nella consueta operazione e c’erano delle Masse schiaccianti che selciavano il loro cammino o che aprivano il loro cammino attraverso la struttura della mia schiena — tutti questi muscoli, tendini, nervi, articolazioni tese al punto di spezzarsi — che pare di ferro, come d’abitudine (ciò che ero solito chiamare “il muro di ferro”), quando, non so per quale motivo né che cosa l’abbia prodotto, la mia schiena, tutta la mia schiena si è letteralmente gonfiata come se diventasse “fluttuante” e queste stesse Masse (mantenendo la loro abituale potenza) rotolavano o ondulavano dolcemente lungo la schiena — avevo la sensazione di avere una schiena “fluttuante” e mobile, come se queste Masse fossero diventate malleabili (o forse, piuttosto, come se questa struttura di ferro fosse diventata fluida — si potrebbe dire “dilatata”). E il fenomeno è proseguito fino alla fine dell’operazione, per venticinque minuti senza sosta… Era una sensazione talmente… stupefacente (si potrebbe quasi dire miracolosa) in questa struttura di ferro distrutta e straziata» (21 maggio 1989).
Sri Aurobindo, lo abbiamo già ricordato, paragonava la Forza sopramentale nel corpo a un’Energia «più dura del diamante e più fluida del gas». E Satprem, ricordandosene, osserva: «Queste Masse più dure del diamante che scavano-scavano-scendono-scendono inesorabilmente attraverso questo Basalto corporeo — si tratta di Basalto! È talmente difficile e insostenibile. È il mio corpo a essere come di basalto oppure, forse, l’involucro terrestre?» (7 giugno 1989). Quante volte, negli anni dell’Agenda, Mère tentava di spiegare a Satprem — che si ostinava a non comprendere come potesse il lavoro in un singolo corpo avere ripercussioni sul corpo della Terra — che la materia è UNA e che agire su un singolo punto di materia equivale a operare sull’intera materia terrestre (o, forse addirittura, stando a certe scoperte della fisica nucleare, sull’intera materia universale). L’essere umano vive rinchiuso nel sarcofago della propria mente e non arriva a comprendere nulla che non possa essere tagliato a pezzetti con il bisturi della mente analitica e sistemato nei compartimenti stagni della propria fasulla percezione separativa. Ma come può la mente razionale capire qualcosa che avviene a livelli cui essa non ha il minimo accesso?
Adesso che Satprem si trova in pieno dentro l’esperienza e vive il processo nel suo stesso corpo, sopraffatto da quella massa intollerabile di Potenza schiacciante, può constatare di persona: «Il corpo non dice “io”, dice “noi”. Prega per tutti i corpi. Soffre per tutti i corpi. La materia possiede naturalmente il senso dell’Unità, nel modo più assoluto. È il luogo stesso dell’unità.» (27 agosto 1989).
Per tutta la seconda metà di questo 1989, Satprem vive il fenomeno di questa Potenza schiacciante che si fa ogni giorno più intollerabile, cercando di “capire” (non con la mente razionale, si diceva, ma con il corpo — «Capire, per il corpo, vuol dire POTER FARE», ci ricorda Mère) il processo, certamente per non ostacolarlo ma, ancor prima, per riuscire a sopportarlo nelle fragili membra di una struttura fisiologica umana… «Ogni singola respirazione strazia la schiena. (La respirazione non avviene più tramite i polmoni, ma per mezzo di questi “meridiani” che attraversano da parte a parte la colonna vertebrale.» (26 dicembre 1989). I “meridiani” di cui si parla nei testi cinesi di agopuntura, per l’appunto.
Sul finire dell’anno, gli sconvolgimenti mondiali scatenano in Satprem alcune riflessioni scambiate con Sujata che sono della più grande attualità — e su queste vogliamo concludere il nostro resoconto del nono volume:
Satprem: «Siamo lontani dall’avere superato il peggio.»
Sujata: «Pensi che il peggio debba ancora arrivare?»
Satprem: «O, sì! Il peggio ha da venire. Assolutamente. [Dopo un breve silenzio] Iniziamo a… No, non voglio dire nulla — e poi non c’è proprio niente da dire. Ma sono convinto che ci troviamo in pieno Crepuscolo, nel punto in cui ci si sprofonda nella Notte.»
Sujata: «Prima dell’Alba?»
Satprem: «Sì. Prima di… Prima del cambiamento. [Dopo un breve silenzio] Inutile farsi illusioni. Le forze che regnano sul mondo da secoli — se non addirittura da millenni — sono potenti e non getteranno la spugna facilmente. […]»
Sujata: «Non credi che tutto proceda in modo più rapido?»
Satprem: «Ah sì, sicuro. Credo che la cosa non sia così lontana.»
Sujata: «Una rapidità sempre maggiore…»
Satprem: «Sì, sempre più — e sempre più collettiva o… mondiale, certo.»
Sujata: «Sì.»
Satprem: «In effetti, ovunque si osservi: sangue, dappertutto, morti, orrori da ogni parte.»
Sujata: «Oh sì.»
Satprem: «Dappertutto. In molte nazioni non è ancora ufficiale, ma è così. È evidente, prima che una qualunque cosa possa cambiare, c’è il problema di questa impressionante popolazione che non è neppure umana, e poi vi sono paesi come la Cina, come l’America, che sono dei rifugi dell’Asura — tutto questo deve cambiare. Sicché… Nota che tutto questo può cambiare molto rapidamente — grazie ad alcune circostanze che non conosciamo, ecco che, all’improvviso, oh, senza neppure capire come sia potuto accadere, la cosa si produce. La cosa è fatta o, per lo meno, si avvia. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, sono persuaso che partirà dalle loro finanze: verranno colpiti là, nel loro dollaro — ciò che per loro è più sacro. Probabilmente, gli Stati Uniti non sarà così arduo capovolgerli. Ma vi sono altri elementi più difficili da ribaltare. E poi, anche la Natura si metterà di mezzo, credo. Occorre una concatenazione di circostanze. Ebbene, stiamo procedendo verso questa concatenazione.» (26 dicembre 1989).


Nel corso del 1990, continua quella sordida e pericolosa accelerazione ormai instauratasi negli eventi mondiali (prima fra tutte, per assurdità e scelleratezza, la folle corsa delle nazioni ricche o povere verso gli armamenti nucleari), che pare decisa a condurre la Terra verso un drastico punto di rottura capace di produrre una svolta radicale. È sempre stato così, nel passato: a ogni svolta evolutiva, “qualcosa” ha fatto inceppare il vecchio meccanismo e una nuova specie ne è emersa, inaspettatamente. Gli anni novanta, ora lo sappiamo, saranno decisivi nell’orientare oscuramente il mondo verso quella crisi globale nella quale ci troviamo ormai tutti quanti immersi.
E continua pure — due facce della medesima medaglia — il feroce accanimento sul corpo di Satprem (e, probabilmente, come lo stesso Satprem auspica e auspicherà sempre più negli anni a venire, «su qualche altro corpo sconosciuto, si spera» — 16.3.1990).
Il 5 marzo, Satprem annota: «Accade un fenomeno che continua a ripetersi con una certa frequenza, ma che non riesco a spiegarmi. In genere, capita alla fine (o verso la fine) della “operazione”. Nel bel mezzo di questo martellamento della folgore, d’improvviso, senza una “ragione” apparente, scende una enorme MASSA, quasi bruciante (ma non ‘bruciante’ nel nostro modo fisico), di una densità formidabile, più vasta del corpo e, quando questa Massa densa arriva all’altezza delle spalle e scende, tutto il corpo si gonfia, come se il corpo stesso si scollasse dal proprio scheletro straziante che si oppone; allora, questa Massa densa scende, gonfia tutto, non si avverte più il consueto martellamento, ma è di una densità tale — talmente folle, si potrebbe dire — da lasciare il corpo in uno stato di sbigottimento, come di fronte a un pericolo straordinario che occorre superare senza ansimare né fremere, senza la minima protesta o la minima resistenza, perché tutto potrebbe saltare in aria in un batter d’occhio. A questo punto, sparisce il martellamento-accanimento abituale (ed è un formidabile sollievo); ma si tratta di una densità “leggera” (se così posso dire) come l’aria, perché passa e circola, ma un’aria... che potrebbe far saltare tutto quanto. Ed è quasi bruciante, come una Massa solare avvolgente (niente a che vedere con i nostri gradi centigradi, in ogni caso).
Non so che cosa sia. Ma il corpo si trova scollato dalla propria rigida e tesa anatomia ed è come gonfiato, iper-gonfiato da questa densità immateriale (non paragonabile ad alcuna materia) o da questa aria densa, iper-densa.
Questa sensazione del corpo che si scolla dal proprio scheletro e si colma di questo “qualcosa” che è fluido ma che potrebbe far saltare tutto è davvero sorprendente.
Mi scontro con parole inadeguate.
Quando si produce, tutto nel corpo si ferma, trattiene il respiro come al margine dell’ignoto.»
E il 23 marzo, Satprem ha modo di mettere su carta un altro fenomeno, non meno estremo ma, forse, più facile da comprendere (o magari solo più facile da fraintendere!): «Il solco di dolore apre un sentiero alle nuove vie respiratorie. In effetti, vi sono due solchi, paralleli alla colonna vertebrale, che partono dall’occipite e scendono verso il basso (quelli che C. chiama “i grandi meridiani”). I due solchi si riuniscono in alto, nel punto da me definito “valvola centrale” (probabilmente l’ajña cakra) che si trova al centro, all’altezza della fronte, in perpendicolare, tra gli occhi. La “sorgente” si trova al di sopra della testa e comprende la sommità del cranio. In basso, i solchi seguono approssimativamente la medesima traiettoria dei nervi sciatici, la qual cosa mi fece credere, in principio, che soffrissi di sciatalgia (come pure di torcicollo!). Il punto terminale dei solchi, invece, è sotto i piedi.
E non c’è alcun modo di ‘gestire la cosa’: si assiste alla perforazione.
Ricordo Mère quando diceva di avere l’impressione come se un pipistrello gli si fosse appollaiato nel  collo.»
L’evoluzione delle specie che ha condotto (provvisoriamente) alla specie umana, ha seguito un tragitto tortuoso e complesso che, dai primi organismi monocellulari, si è aperto un lento e difficilissimo passaggio tra innumerevoli rischi mortali. Al punto da poter arrivare a dire che, per certi versi, si è trattato più di una “evoluzione della morte” (o nella morte) che di una evoluzione della vita o nella vita. È una constatazione che, per Satprem, diventa un dato di fatto assai concreto: «Noi approfittiamo di una certa ronda animale che è una sorta di “sofferenza adattata” o acquisita, la quale si è penosamente mutata in “modo di vita”; ma, nel momento in cui si tenta di uscire dalla ronda, fosse pure di un millimetro, si scopre improvvisamente di che cosa è costituito il sistema. È la base stessa che deve cambiare. Mi trovo in pieno dentro questo problema» (24 marzo). «Sembrerebbe che la nostra materia, quella che tocchiamo, vediamo, viviamo e sentiamo, sia un dolore coagulato. La fissità della materia è proprio questo coagulato — l’esatto opposto della Gioia Divina — e che si decoagula solo alla morte. Ma ora, occorre che si decoaguli in vita (a colpi di folgore). Non so che cosa rimarrà di questo corpo alla fine... Atomi liberi! Tenuti assieme dalla Gioia Divina. A quel punto, la Miseria terrestre potrà avere fine» (25 marzo).
Sembra una fiaba, ma... Il processo non ha nulla di favolistico, anzi, tutt'altro!
Ma ora torniamo a essere seri, suvvia — pensare di poter attraversare la morte da vivi è una cosa da pazzi... Non è affatto prudente, ed è quanto di più illogico si possa immaginare. Noi umani siamo esseri razionali, non possiamo affidarci a simili fantasie! Perciò, meglio confidare nell’umana ragione che, grazie all’esercizio della santa politica, alla fine, riuscirà a creare un bel paradiso in terra, con tanto di carte di credito emesse da associazioni a delinquere legalizzate dette ‘banche di credito’, wi-fi libero e gratuito, droni teleguidati, bombe intelligenti, licenziamento assicurato e assistenza ospedaliera garantita per una morte sicura. Poi, come ricompensa, nell’aldilà, un Buondio che accoglie tutti quanti nel suo inferno eterno. Amen.
«Ogni giorno che passa, diventa sempre più terribile. Ovunque, questi ignobili e vili terroristi mitragliano o fanno saltare autobus pieni di donne e bambini... Un mondo che non sarebbe nemmeno degno per delle bestie. Innumerevoli piccoli nazisti dappertutto. Fino a quando? E fin dove? È una infamia umana. L’unica via d’uscita possibile, è cambiare di specie. Fino a quel momento, tutto sarà sempre più infame (e straziante per la mia schiena)» (6 aprile).
Questa nuova evoluzione sta creando il proprio ambiente adatto a dispetto di tutte le resistenze e le incoscienze della vecchia specie recalcitrante che, atterrita di qualunque novità, non vuole saperne di cambiare e non è per nulla disposta a cedere il proprio posto a una specie più evoluta, gioiosa e senza morte.
E Satprem vive tutto questo nel proprio corpo... «Non sono più nient’altro che una sorta di animale che pena su una spiaggia ignota. Ma so che è la spiaggia di domani. E so che questa pena è una grazia.» Perché, in definitiva, «è tutta la Terra che sussulta sulle sabbie della Vita nuova.» (8 maggio).
«Senza alcun dubbio, bisogna uscire da questo sistema “umano” che sta depredando la Terra e sta infettando tutto come un cancro» (4 luglio).
E, come ogni tanto accade, Satprem si abbandona a qualche benvenuta e plausibile congettura... Magari, chissà, anche solo nel disperato tentativo di scongiurare tutte le catastrofi che gli uomini stanno dimostrando di essere capaci di produrre, in aggiunta alle catastrofi naturali in progressivo aumento (e, a questo proposito, diversi scienziati ci avvertono che tale aumento potrebbe verosimilmente essere in diretta relazione con alcuni squilibri ambientali da noi stessi creati) — «Se si riuscisse a superare l’ostacolo, questa Folgore potrebbe forse diventare la nuova respirazione. Sarà un’altra vita. Forse, un’altra materia? Una vita che non potrà essere contaminata da nessuno degli agenti della Morte. Sarà l’inizio della “vita divina” sulla terra.» (11 luglio).
A ogni modo, il processo continua inesorabile, giorno dopo giorno. Si tratta di un processo planetario, beninteso, i cui sviluppi Satprem ‘osserva’ quotidianamente, nel proprio corpo come nell’avvicendarsi degli eventi mondiali... La politica diventa sempre più corrotta, la finanza mostra sempre più le sue perversioni, il marcio viene a galla dappertutto. E ciascuno di noi, coscientemente o meno, è lo strumento delle forze che lottano per la vittoria del Nuovo e, contemporaneamente, di quelle forze che non vogliono cedere e restano aggrappate alla propria oscurità, difendendola con ogni mezzo. Contemporaneamente, sì: sarebbe ridicola ogni distinzione manichea fra buoni e malvagi — ciascuno di noi ospita energie costruttive e potenze distruttive, e il nostro mestiere di esseri umani dovrebbe consistere per l’appunto nel cercare di schierarci in ogni istante, in ogni azione e ogni gesto, dalla parte del Nuovo e di condurre, dentro di noi, una battaglia senza quartiere che costringa ogni presenza avversa all’avvento della “vita divina” a abdicare. Ma quanti, tra di noi, sono coscientemente impegnati in una simile Opera? Molto più comodo vivere la vita come capita, balocchi ignari di forze spietate, oppure trincerarsi in moralismi e pacifismi e l’intera teoria di ‘ismi’ che non potranno mai cambiare nulla di sostanziale. Il nostro ‘io’ tanto adorato è la più salda fortezza della Menzogna.
Tornando al Carnet dell’anno 1990, le domande che Satprem si pone, il più delle volte, sono dettate da necessità operative concrete e immediate. Come il 13 luglio: «Esiste un centro di questa ostruzione, oppure si tratta di una innumerevole ostruzione-negazione? Esiste un ostacolo o ve ne sono a milioni? — Tanti quanti le fibre e i legamenti e le articolazioni...». Evidentemente, se esiste un nucleo centrale di ostruzione, il lavoro dovrebbe essere più facile: una volta individuato, vi si lavora sopra — e una volta risolto, tutto il resto segue. Mentre, invece, come a Satprem risulta fin qui più probabile osservando la prassi sperimentale, vi è un groviglio di ostruzioni in tutto il corpo, in ogni sua sezione, in ciascun segmento. Il che rende enormemente più difficile l’impresa. Una sorta di fatica di Sisifo.
«Il corpo cerca diverse maniere di sopportare l’insopportabile», annota il 15 luglio; aggiungendo, qualche ora dopo: «chiedo solo di poter andare fino in fondo.»
Intanto, nel mondo, gli eventi mondiali mostrano sempre di più la ferocia disumana dell’uomo (il plautino ‘homo homini lupus’ assume ogni giorno una dimensione più esasperata): è un proliferare sempre più concitato di orrori, dappertutto — guerre, terrorismo, dittature, corruzione dilagante, prevaricazioni, efferatezze di ogni tipo, ingiustizie, finte “missioni di pace” armate fino ai denti, oligarchie mascherate da democrazie, il regno del dio denaro e dell’insensatezza... E un’amara constatazione: «L’Apocalisse, è il tempo della “messa a nudo”, e tutto viene denudato, ma chi vuole vedere? Sono talmente posseduti da non vedere più» (16 luglio). Ma come è possibile? ...Solo chi ha coltivato dentro di sé una dose spropositata di incoscienza, di cinismo e di crudeltà può vivere in un mondo pieno di orrori senza ribellarsi, senza gridare la propria rivolta e, soprattutto, senza dare una forma concreta alla propria volontà di insubordinazione! Eppure, il numero di quanti non vedono (o fanno finta di non vedere) non si conta. E, così, un numero relativamente ristretto di nazisti sparsi qui e là nelle diverse parti del globo controlla il destino di questa miriade di morti viventi che costituisce l’attuale “umanità”.
Sempre più, Satprem avverte la stretta correlazione fra il “martellamento della Folgore” nel proprio corpo e l’esacerbarsi della situazione mondiale — si tratta, come gli è ben chiaro, di un unico movimento che coinvolge la Terra intera e tutti i suoi abitanti, ciascuno di noi. Bisogna essere davvero totalmente insensibili per non avvertire nulla sulla propria pelle. E, in ogni caso, anche i più insensibili sono sempre più costretti a subirne almeno gli effetti più superficiali, che si esplicano in un peggioramento progressivo delle condizioni ambientali ed economiche.
Sono i mesi dannati della “guerra del Golfo”, dell’invasione di Saddam Hussein nel Kuwait, dell’operazione “Tempesta nel deserto” (Desert Storm), dei pozzi di petrolio in fiamme... Gli stralci presi da vari quotidiani si affollano sempre più tra le pagine di questi diari personali di Satprem — e, il 4 settembre 1990, annota: «Ieri, nel Golfo, gli statunitensi hanno sequestrato una nave carica di the proveniente dall’isola dello Sri Lanka e diretta verso l’Iraq. I singalesi dicono: “noi siamo poveri, il thè è la nostra principale fonte di reddito”. E gli statunitensi rispondono: “abbatteremo i vostri debiti e vi venderemo al ribasso, o addirittura vi cederemo gratuitamente, le armi in eccedenza che abbiamo stipato in Europa, poi voi sarete liberi di puntarle su chi vorrete e noi saremo disposti a chiudere un occhio. Dovrete pur avere qualche covo di terroristi dalle vostre parti! A ogni buon conto, alla bisogna, noi siamo in grado di fornirvi, oltre alle armi, pure i terroristi.” Proprio come accaduto in Pakistan.»
È l’apogeo della Menzogna che, oltre a essere una madre sempre incinta, può vantare diversi portavoce tra le fila dei ‘potenti della terra’ affetti da un disastroso delirio di onnipotenza. «Lo spregevole Bush dichiara solennemente (a Helsinki): We will lay the corner-stone of a new World Order for years to come [“stiamo posando la prima pietra fondativa di un Nuovo Ordine Mondiale per gli anni a venire”]. È scandaloso. L’Asura della Menzogna. Gli uomini si sono forse rimbecilliti?» (8 settembre 1990).
E, un paio di giorni dopo, un’altra annotazione, particolarmente pregnante quando chi la scrive ha conosciuto direttamente l’orrore dei lager: «Non ho mai visto niente di più sordido e ipocrita di questa mafia statunitense (e mondiale) di “armi-petrolio-finanze” — il trio venefico. È questo, “il rosso crepuscolo dell’Occidente” di cui parlava Sri Aurobindo... quarantaquattro anni fa»  (10 settembre).
Le condizioni mondiali sono ormai sotto gli occhi di tutti. E corrispondono esattamente allo stato di (in)coscienza in cui l’umanità oggi versa disperatamente. Abbiamo fabbricato e accumulato armi di distruzione di massa di portata catastrofica, a disposizione di gnomi ingordi, ciechi e deliranti. Vessiamo i nostri simili e tutte le specie animali sul pianeta, distruggiamo quotidianamente vastissime aree di foresta, per soddisfare i bisogni di piccoli e voraci omuncoli dementi. Poi ci lamentiamo, sbigottiti, di fronte a tsunami, terremoti, eruzioni vulcaniche e uragani di dimensioni sempre più colossali... Perché Madre Natura non dovrebbe ribellarsi?
In sostanza, la conclusione che Satprem ne trae è alquanto epigrammatica ma oltremodo esplicita: «Nel mondo, una accelerazione di follia e di crudeltà. Nel corpo: mai subito un tale supplizio» (13 ottobre).
Il martellamento della Folgore, infatti, è sempre più imperioso — e non se ne comprende ancora il movimento (comprendere, per il corpo, significa poter padroneggiare): «Il corpo sente concretamente che l’ostacolo, o il “fondo” del cilindro, è sotto i talloni. È là che va a sbattere, per poi rimbalzare e lacerare tutto il resto. Bisogna praticare un foro nella Terra (!)» (4 novembre).
Il traguardo, per quanto lontano, a Satprem appare certo: «La prima semenza dell’Evoluzione, per quanto oscura, non può che condurre alla sua meta irresistibile di gioia e di pienezza divina e immortale» (14 dicembre).
Ma il lavoro che ancora attende è immane: «Sono le fondamenta del sistema animale che resistono (ossa, vertebre, muscoli, tendini). Ovvero, tutto ciò che determina l’agilità della scimmia.» (15 dicembre). «È tutta la zona dei muscoli del trapezio a soffrire maggiormente!» (29 dicembre). «Le cellule, gli organi, possono comprendere e adattarsi e mutare, ma questo scheletro... E, di conseguenza, il cuore si sente gonfio di disperazione e di dolore davanti a questa incapacità o infermità. Che fare? [...] Ieri è avvenuta la mia ultima passeggiata. È una data significativa: 20 dicembre...» (21 dicembre).
In chiusura di questo anno 1990, il 30 dicembre, Satprem si confronta con Sujata e, a proposito della famigerata Guerra del Golfo, emerge una riflessione che, con il senno di poi, non può passare inosservata.
Satprem: «Non so cosa ci attende, non so che cosa accadrà, ma non sarà come nel '73! Altrimenti, bisognerebbe attendere altri diciassette anni?! Diciassette anni del loro business! No, non può essere. Non riesco proprio a immaginare come andranno le cose. Tu riesci a figurarti altri diciassette anni di questa situazione mondiale?»
Sujata: «Oh, no...!»
Satprem: «...È infame.»
Sujata: «Fra diciassette anni, nel mondo, se continuano in questo modo, non resterà più niente.»
Satprem: «Sarebbe... Sarebbe abominevole!»
Sujata: «Già così come stanno le cose, è catastrofico».
Satprem: «Sarebbe una catastrofe mostruosa e orrenda.»
Sujata: «Ma certo.»
Satprem: «E disgustosa, perché non contiene nessun elemento di chiarezza e di purificazione.»
Sujata: «Niente di niente... Ed è proprio quello che invece occorrerebbe, in questo momento: la purificazione.»
Satprem: «Oh, sì.»
Ebbene, la cosa ‘strana’ è che, diciassette anni dopo questa conversazione arriviamo a quel fatale 2007 in cui Sujata e Satprem concludono il loro lavoro e lasciano entrambi il corpo, a un mese di distanza l’una dall’altro... Semplice casualità?


L’anno palindromo 1991 inizia per Satprem con una esperienza folgorante: chinatosi davanti al camino per sistemare la legna, «all’improvviso, da sotto le ginocchia — dal suolo, potrei dire — è cominciato a salire un Torrente di Potenza che ha inondato per intero il mio corpo: vi si trovavano immerse le cosce, il ventre, la schiena fino alle spalle, il collo, la testa… È salito e salito senza ostruzioni fin sopra la testa. Un flusso continuo. Un torrente irresistibile che gonfiava tutto il corpo (e dico proprio tutto: non si trattava di un rivo o un lampo — era massiccio, ma meravigliosamente massiccio). E sembrava scaturire dal suolo, come se non ci fosse più un freno, più alcun ostacolo da martellare, nessun Muro nel “sottofondo”. La chiusa era aperta dal basso. E allora, nessun dolore, nessuna ostruzione nel corpo, era uno straordinario gonfiarsi torrenziale che saliva-saliva-saliva e si perdeva lassù in alto» (3 gennaio). Ma l’esperienza, come sempre, è da contestualizzare nel grande processo terrestre; così, qualche giorno dopo, Satprem aggiunge: «Questa Potenza potrebbe far saltare in aria tutto quanto (o fondere tutto quanto), vertebre comprese — e tuttavia essa ci tiene a mantenere in vita il suo buonuomo, fino a renderlo capace di sopportare la dose conclusiva. È tutto qui, il “problema”. Per questo il processo va così per le lunghe. E, probabilmente, tutto il problema terrestre vi si trova compreso. Si tratta di un unico ambiente. Già qualche prima respirazione di questa Folgore sta facendo tremare la terra intera.» (7 gennaio). E poi, commentando alcuni avvenimenti mondiali, Satprem scrive una nota significativa: «Il “Signore delle Nazioni” che troneggia dietro Bush sa che il suo tempo è finito.» (17 gennaio). Aggiungendo presto una nota decisamente più laconica: «Non è stato facile convincere il mondo intero che Hitler era un orrore. Ma ci sono milioni di uomini, oggi, convinti della “giusta causa” di questo falsario. Il che offre la misura della degradazione delle coscienze.» (7 febbraio). E, in effetti, è curioso notare come il collettivo umano risulti eternamente in ritardo di quel quarto d’ora fatale… Col senno di poi, tutto è sufficientemente chiaro (per quanto attiene la percezione assai generica del gioco di forze complessivo in campo, s’intende); ma, nel frattempo, il “Signore delle Nazioni” è del tutto libero di mietere indisturbato i suoi mille disastri.
Il 4 marzo 1991 è uno di quei giorni — ormai ne siamo diventati avvezzi, giunti a questo undicesimo volume dei Carnets — in cui Satprem decide di fare una sorta di provvisorio bilancio complessivo del suo stato e di quello mondiale… Scrive: «È evidente che questa Folgore potrebbe distruggere completamente l’essere umano — polverizzarlo. Se non lo fa — finora, perlomeno — significa che Essa sta elaborando una nuova maniera d’essere o una nuova formula d’essere — e spetta a noi, non tanto di “trovare” la formula, quanto di diventare la formula. Renderla vivibile e “ambulatoria” sulla terra. È tutta qui, la storia dei passaggi evolutivi e delle transizioni da una specie a un’altra. Tutto ciò mi appare “logico”. Bisogna che questo nuovo logos si stabilisca normalmente sulla terra, come avvenne quando le scimmie si eressero sulle due gambe. […] Dal momento in cui “l’ambiente” viene a crearsi, l’essere capace di respirare in un simile ambiente si produce di conseguenza. Si tratta dunque di stabilire il primo contatto con tale ambiente — ed è quanto Sri Aurobindo e Mère hanno fatto. Potranno intervenire incidenti di percorso, ma ciò non impedirà alla formula di elaborarsi. E se si cercasse di capire o se ci si mettesse a speculare su come potrebbe configurarsi l’essere di questa nuova formula, si cadrebbe nell’errore del pesce che volesse tentare di immaginarsi la libellula.» E poi, un interrogativo particolarmente pragmatico: «Perché mai proseguo con questa tapasya concentrata, ora che la folgore è diventata costante? Ma per arrivare al grado di calore necessario. […] Occorre infatti arrivare alla gradazione di calore di Agni necessaria per permettere a tutta questa ferraglia anatomica di fondersi.» Infine, sempre alla medesima data, a proposito della guerra del Golfo, aggiunge con accorato sarcasmo: «Ricostruire quello che si distrugge, è un buon business. Si dichiara guerra per ottenere la pace. E si ottiene la pace per preparare una nuova guerra vantaggiosa e anti-deficitaria.» (4.3.1991). A commento, Satprem allega due stralci di quotidiani:
«Per gli americani, il bottino della guerra del Golfo potrebbe consistere nel controllo su un valore di tremila miliardi di dollari di petrolio. Tale somma si rivelerebbe cento volte superiore alle stime delle spese di guerra effettuate da Washington».
«Le autorità del Kuwait e dell’Arabia Saudita hanno già reso noto che le imprese di ricostruzione statunitensi e britanniche saranno le principali beneficiarie del nuovo programma di sviluppo dell’area».
Qualche giorno dopo, un grido: «Io rifiuto il Dolore, rifiuto la Morte — come a suo tempo rifiutai il nazismo. Perché si tratta della stessa cosa — è la loro incarnazione. Bisogna uscire da un simile campo di concentramento. Nulla meno. La nuova specie incomincia dalla parte opposta di questo filo spinato.» (7 marzo).
Il giorno seguente, nel taccuino di Satprem troviamo un nuovo appunto di laboratorio particolarmente pregnante: «È tutto il sistema animale come si è evoluto nel corso di milioni di anni che deve cambiare… Per lo meno, tutto ciò che si è organizzato attorno a uno scheletro. È chiaro che questa Folgore vuole cambiare tutto questo. È evidente, sperimentato, vissuto. Ma quando si produrrà il momento del cambio di composizione? Questa Folgore, è il mezzo. Ci sarà comunque “un secondo in cui…”. Sarà un po’ terrificante.» (8 marzo).
Questo nostro maldestro resoconto-fiume degli appunti di laboratorio di Satprem, non riuscirà mai a dare una sia pur vaga impressione dell’angosciante strazio del processo e delle mille grida disperanti nel buio, in cui Satprem esprima la propria impotenza, il suo non sapere come procedere, il suo sentirsi schiantato di impossibilità e sottoposto quotidianamente (ormai, ora dopo ora e, sempre più, minuto dopo minuto) a quella Pressione insopportabile…
E il 10 marzo: «Voglio persuadermi che Tu non mi hai condotto così in avanti solo perché io schianti — a meno che ciò non serva a qualcosa. Che cosa è che Tu vuoi? Che cosa devo fare? Come devo procedere?... Vorrei tanto fare la cosa vera — la cosa che vuoi Tu e nient’altro.
Non sapendo più come procedere, ho fatto quanto Mère mi ha indicato: a occhi chiusi, ho inserito la punta del tagliacarte che Lei mi ha regalato tra le pagine del libro di Savitri. E mi sono imbattuto in questi versi:

           …till the evil is slain in its own home
           And Light invades the world’s inconscient base
           And perished has the adversary Force,
           He still must labour on, his work half done.
                                                                         [II.VI.II.423-426]
… “finché nella sua dimora                 il male non verrà ucciso
   e la Luce non invade                      la base inconscia del mondo
   distruggendo la Forza oppositrice,
   la sua incompiuta opera                  non potrà aver fine.”
                [traduzione polimetrica pubblicata da aria nuova edizioni,
                                 con testo originale a fronte].

Il tagliacarte puntava proprio su quest’ultimo verso.
Questo 10 marzo, ho davvero misurato quali sono stati il Lavoro e la Fatica di Sri Aurobindo e Mère.»
E, come sempre, quando si arriva al limite dell’insopportabilità, ogni grido sincero è seguito da una risposta concreta:
«Ho l’impressione che ieri si sia prodotto un fatto importantissimo — un fatto e una scoperta.
Durante l’intero pomeriggio, ero in questa “bomba” di ferro in fusione, e veramente è stato necessario un qualche eroismo per riuscire a tenere duro per cinquanta minuti. È un trituramento di fuoco, un’agonia di fuoco. Al termine della mia “operazione”, al cinquantesimo minuto, mi sono sollevato (ero disteso sul letto, con la testa ripiegata all’indietro), come di consueto, lentamente, molto lentamente… perché tutto può saltare per aria. Dopodiché, mi occorrono quattro o cinque tappe (che non descrivo) per posizionarmi bene eretto in questo stato di bomba rattratta o di folgore coagulata e pronta a deflagrare. La qual cosa mi prende un quarto d’ora o venti minuti. E, alla fine di questa specie di supplizio di ferro, cerco di sedermi sulla mia poltrona e stare lì per qualche minuto (non di più, dato che questo stato esplosivo non si accorda con la posizione seduta, ma sono talmente affaticato che ho bisogni di sedermi). Perciò, mi sono seduto, e poi, forse a causa dell’assolutezza stessa di questo strazio, qualcosa si è come abbandonato all’improvviso, ha “mollato” e io ho lasciato che questa Folgore facesse quel che voleva, senza preoccuparmi per il mio collo, le mie spalle, le mille fibre muscolari straziate, i legamenti, ecc. E allora… ebbene, il corpo si è prestato all’operazione senza questo carapace di ferro. E ho scoperto immediatamente l’esistenza di una volontà anatomica, e che è stata proprio questa volontà a mollare la presa. E così, per tutto il resto della serata, il corpo si è lasciato modellare senza l’impressione che… “sta triturando” — lasciava che questa Folgore facesse ciò che voleva senza irrigidirsi dappertutto come ferro che si contorce mentre sta per essere fuso. Ovviamente, sentiva le vecchie pieghe di quei punti che erano stati feriti nel corso di anni e anni (tutti questi crampi di ferro, queste fibre di ferro che avevano sofferto per tanti anni), ma non c’era più del ferro, non si arroventava più come una resistenza elettrica. E, allora, ho visto che questa “volontà anatomica” era scomparsa. È stata una sorta di “conversione” anatomica! E si è prodotta non so come, ma d’improvviso qualcosa ha mollato. E si tratta di un meccanismo che, ordinariamente, sfugge a qualsivoglia volontà, non credevo neppure che potesse esserci una volontà capace di agire su di esso: sarebbe come chiedere a un atleta di non contrarre i muscoli per sollevare un peso — la “legge” anatomica esige che i muscoli si distendano o si contraggano per sollevare un peso (come le sartie di una barca sotto la pressione del vento e della vela). Ed è proprio quel meccanismo lì che, d’un tratto, si è sciolto! Si potrebbe dire che è miracoloso — sono occorsi interi anni di agonia muscolare e scheletrica per arrivare a questo! Il corpo non lottava più, non cercava più di sostenere il peso, non tentava più di “tenere duro” per sopportare questa folgore dirompente, e poi, ecco… Come una impossibilità vissuta — Dio sa come, per anni e anni, questo povero corpo ha lottato per “sopportare” un simile schiacciamento… Per poi lasciare che questa Folgore si muovesse come le pare. Il corpo sente le vecchie ferite, i vecchi punti feriti del corpo (troppo a lungo si sono protratti), ma ora non è più lo stesso.
E si è trattato di qualcosa di immediato, come dal fondo di una agonia: il corpo si è abbandonato e ha scoperto questa “volontà anatomica” che coagulava l’intero scheletro e tutti quanti i legamenti e i muscoli in una corazza di ferro — niente più corazza!» (13 marzo 1991).
«Ho sempre più l’impressione che questa materia così come la conosciamo, questi atomi, questi elettroni, questi corpi, siano LA TOMBA, e che occorre uscire da questa tomba o disfare questa tomba mediante la potenza di questo fuoco e di questo Sole che è oltre le tombe.
Sono queste le “roccheforti refrattarie” di cui parla il Rgveda, questa è la “falsa materia” di cui parla Mère — e la Meta, è un’altra sorta di materia e di corpo, magari il “corpo glorioso”. La “specie divina” preconizzata dal Rgveda. […] La fine dell’Età del Ferro. Nel frattempo, bisogna sopportare la mole del Ferro e il dolore del Fuoco.» (23 marzo). Un processo che condurrà, infine, all’estinzione di questa specie ignorante, sofferente e insensata (“priva di senso”) chiamata homo sapiens — per dirla con Satprem, «la fine degli umanosauri.» (27 marzo).
«Quello che so, e che so totalmente, è che questa “Folgore” è la Vita stessa — la prossima Vita. La vita divina.
Quello che so, inoltre, è che Sri Aurobindo e Mère hanno APERTO il cammino.
Quello che so, infine, è che la terra degli umanosauri è abominevole. E soffocante.» (30 marzo).
A questo punto, Satprem sottolinea un fatto fondamentale: il suo corpo, vale a dire la coscienza fisica, «sente l’immortale Supremo che lo aiuta ad attraversare la propria mortalità (e, evidentemente, non per ritrovare il vecchio sistema mortale… in miglior ‘salute’, se così si può dire! Non si tratta certo di un beneficio personale, ma di una nuova possibilità terrestre).» (1° aprile 1991). L’ego umano è talmente abituato a porsi al centro dell’universo, che gli risulta naturale, sentendo parlare di un procedimento verso uno stato di non-morte, credere di poter rendere se stesso ‘immortale’. Soprattutto al giorno d’oggi, in cui la scienza è alla ricerca delle cause dell’invecchiamento e della morte, e la chirurgia plastica produce mostri viventi. Il lettore faccia dunque attenzione a non cadere nella trappola, altrimenti non gli sarà possibile comprendere nella sua giusta portata il delicatissimo processo cui è sottoposto Satprem.
«È qualcosa che sfugge completamente alle nostre leggi. Questo lo posso testimoniare personalmente: esiste una legge d’oltre le tombe fisiologiche e anatomiche; ma sarà in grado, questo corpo, di attraversare tutto ciò fino alla fine…? O di lasciarsi attraversare dalla Cosa…? Non si può lasciarsi riempire da questa Folgore all’infinito; la bomba deve pur avere il suo “cambiamento” limite e, “logicamente”, il corpo deve passare in un altro principio di materia — o deflagrare. Oppure che altro? Uscire dalla Tomba, evidentemente, da vivo o da morto.» (6 maggio 1991).
Questi Carnets d’une Apocalypse — ormai dovrebbe essere chiaro anche solo dalla lettura degli sparuti frammenti qui selezionati — non propongono una “filosofia” (e, ancor meno, una teologia!): Satprem parla per esperienza personale, da testimone diretto di un mutamento fisiologico che il suo corpo fisico stesso “subisce” giorno dopo giorno e al quale tenta penosamente di adattarsi. È il passaggio evolutivo dall’uomo che siamo a un ignoto dopo-uomo in gestazione, che lui testimonia nei propri taccuini. L’operazione è lunga, delicata, pericolosa, spossante… E, per giunta, si tratta di un passaggio il cui percorso non si può conoscere a priori: non esistono manuali o mappe, proprio perché è un cammino nell’ignoto di domani, nell’evoluzione futura della specie (o, meglio, nel prossimo cambiamento di specie, nella preparazione di una specie nuova) — per conseguenza, non si può prevedere in anticipo se quel determinato movimento o quel particolare mutamento saranno determinanti o meno in rapporto al raggiungimento della meta. Satprem si limita anzitutto a osservare l’esizialità di un simile processo: «È come se vi si togliesse lo scafandro a duemila metri di profondità.» (29 maggio). Per poi sintetizzare, fuor di metafora, le coordinate finora individuate di un simile percorso di transizione: «È questo ciò che ho visto e sperimentato fin dal principio: si attraversa la morte senza morire (purché se ne abbia il coraggio e la tenacia). Ma occorre attraversarla nel dettaglio e a ogni secondo. […] La “trasformazione” consiste nel passare dalla morte all’Immortale, nel sopportare l’Immortale in un corpo mortale. Quel che non si conosce, è che cosa rimarrà del corpo mortale al termine dell’operazione. Perché, evidentemente, non potrà più essere quello che è. Non si può essere immortali in una prigione — l’Immortale è l’esatto contrario della prigione. […] È evidente che più ci si avvicina alla meta, più la lotta tra il vecchio residuo millenario e l’altra Cosa si fa serrata. Tutta la vecchia struttura animale si ribella e continua inesorabilmente la propria meccanica di vertebrato. No, non si tratta di “ristabilirsi”: occorre che tutto questo cambi di natura o di formula. È l’ultimo mistero.
È un corpo a corpo tra il Supremo e la Morte (bisognerebbe dire, probabilmente, “tra il Supremo e il dolore della Terra”). È necessario de-crocifiggere la Terra. […] Sono in attesa della formula del Supremo.» (25 giugno 1991).
L’operazione procede inesorabilmente, giorno dopo giorno. E, con ogni probabilità, la “formula” si elabora a proprio modo (enigmatico o, più verosimilmente, con una spontaneità divina talmente semplice da apparire incomprensibile e caotica agli occhi della raziocinante ignoranza umana).
Una sera di settembre, avviene un rapido scambio di battute tra Sujata e Satprem che vale la pena di riportare (per scrupolo, segnaliamo che Sujata non ha mai smesso di dare del ‘voi’ a Satprem — mentre noi preferiamo tradurre con il ‘tu’):
Sujata: «Tu sei come un albero sotto una raffica di vento simile a un ciclone.»
Satprem: «Però so Chi è che soffia. Altrimenti, ne sarei stato sradicato.» (23/9).
Un mese dopo, una nota di Satprem torna a ribadire — e, in qualche modo, a precisare un po’ meglio — la medesima constatazione: «Tutto il corpo sa che sei Tu che lo porti, altrimenti tutto questo sarebbe insopportabile — esiste un Miracolo vivente. Si potrebbe dire “un miracolo che si sviluppa”.» (29 ottobre 1991).
Il 10 novembre, invece, è uno di quei giorni retrospettivi in cui, guardando il lavoro degli ultimi nove anni nel suo complesso, Satprem tira le fila: «Non ho dubbi in merito al fatto che il “nuovo principio della Materia” sia proprio quello che respiro, per quanto a fatica: questa “aria” dirompente. È questo nuovo principio a infiltrarsi dappertutto nella vecchia Materia mondiale in decomposizione: è il grande disorganizzatore della Morte.
Mi dicevo che questo “nuovo principio della Materia” di cui parla Sri Aurobindo, dovesse essere qualcosa da scoprire o da ottenere — ma è completamente scoperto! Ed esso di-scopre la Morte. Il “problema” consiste nel “rimpiazzo” (o nel momento del rimpiazzo) del vecchio sistema mortale con quello nuovo… Il momento in cui ciò si produrrà.
Questa “fluidità” è sufficientemente densa per mantenere in piedi le piramidi o l’Himalaya! Credo sia il principio stesso che aggrega o disgrega lo schema atomico da noi conosciuto.
Scrivo tutto ciò dopo nove anni di considerazioni (!). Ovvero, dopo nove anni in cui, giorno dopo giorno, questa densità “fluida” non ha mai cessato di aumentare… Chi può comprendere una cosa simile?
Se un organismo umano ricevesse d’acchito quello che io ora ricevo, esploderebbe in mille pezzi… E come sarà domani?» (10.11.91).
Nel mese di dicembre, per una qualche motivazione che Satprem non si cura di indicare, lui e Sujata si trovano a Ginevra (ma sappiamo che lì incontrano diversi loro collaboratori). E lui, seppure strappato per una ventina di giorni dal suo ritiro strategico, tra aerei da prendere e persone da incontrare, trovandosi perciò improvvisamente immerso in quella che lui percepisce come un’atmosfera di morte (il 15, mentre si trova sul bordo del lago ghiacciato, dice di avere «udito il rintocco funebre dell’Occidente»), non percepisce alcuna sostanziale diminuzione dell’operazione che si “accanisce” sul proprio corpo. E, in più, accenna per la prima volta a un problema che diverrà sempre più marcato negli anni a venire: l’assunzione di cibo… «Nutrirsi comincia a diventare difficile e complicato, penoso, appare sempre più come un artificio, una vecchia abitudine che ci si trascina. Un giorno, questa respirazione si rivelerà nutriente: questo il corpo presagisce.» (13 dicembre); e, infine, aggiunge: «Più l’ALTRA COSA si materializza, più la vecchia viene percepita come un enorme Artificio, fin nel minimo dettaglio» (ib.). Pochi giorni dopo essere rientrato a Land’s End, Satprem constata che «probabilmente, questo viaggio a Ginevra è stato fatto per mostrarmi che: “Vedi, la COSA funziona dappertutto e in qualunque condizione (perfino all’aeroporto di Bombay!)”» (24 dicembre 1991).
Il 26 dicembre, Satprem fa una delle sue constatazioni più significative: «Ebbene, esiste un’aria d’oltre la tomba, e io la re-spi-ro. […] Sri Aurobindo e Mère hanno insufflato la Vita all’interno della nostra tomba. E quella Vita è impegnata a sgretolare la vecchia tomba terrestre.»
A proposito di questa “aria nuova che nutre”, anticipiamo che tra gennaio e febbraio 1992 Satprem redige un saggio (concluso il 27 febbraio), intitolato Évolution II e subito pubblicato (nel volgere di pochi mesi dalla stesura) da Robert Laffont, in cui questo dettaglio viene affrontato e spiegato meglio. Nelle ultimissime pagine del saggio citato, leggiamo infatti: «La prima ricerca di tutte le specie, compresa la nostra, è stata quella del cibo. Ma la vecchia legge è perentoria e automatica: chi mangia verrà mangiato. Mère diceva: «Il cibo contiene il suo germe di morte». Beh, mi è stato mostrato — non in una esperienza corporea: ma in quella specie di visione d’oltre le tombe che hanno gli occhi di quando il corpo si trova con un piede da una parte e uno dall’altra — che la nuova respirazione nutre. È un’aria che nutre. […] La vita che non muore penetrerà goccia a goccia nei nostri polmoni, per rimodellarci secondo la sua enigmatica legge.»


Il capodanno del 1992 (che segna l’inizio del dodicesimo volume dei Carnets d’une Apocalypse) si apre con una constatazione lapidaria della situazione del corpo di Satprem: «come uno scafandro imbottito di esplosivo!»; e, il giorno dopo, si precisa: «pronto a esplodere come una bolla di sapone».
Il martellamento della Nuova Coscienza continua e si intensifica sempre più — e quanto pareva impossibile da sopportare fino a qualche giorno prima, diventa la dose “normale”. «Pare di trovarsi sul crinale della disintegrazione», scrive Satprem il 10 gennaio, precisando subito dopo: «”disintegrazione”, suppongo implichi una nuova integrazione». Avremo modo di tornare su questa sua lapidaria constatazione.
In occasione di una epistola indirizzata a un terapeuta che lo aveva cordialmente aiutato a riassestare un poco il proprio corpo martellato dall’assalto della Folgore, Satprem scrive:
«Il corpo ha scoperto che esiste un movimento più idoneo o più “favorevole” per lasciarsi attraversare da questa Potenza senza contrarsi. […] In questo modo, la Potenza, che era già piuttosto formidabile, si è ulteriormente intensificata — è fantastico, sai! E cresce giorno per giorno, il che è inconcepibile per gli esseri umani: sono passati circa sei anni da quando questa Potenza ha incominciato a discendere nel corpo, e ogni nuovo giorno — capisci, ogni giorno — non ha mai cessato di intensificarsi. È qualcosa di inconcepibile. Mère diceva: «una potenza in grado di schiacciare un elefante» e, personalmente, sono dell’avviso che essa sia in grado di polverizzare una montagna come fosse creta da modellare.» (23 gennaio).
Il giorno dopo, Satprem annota sul proprio diario: «Non so come questo scheletro riesca a sopportare un simile peso (mobile), un secondo dopo l’altro» (24 gennaio). E aggiunge, alla fine di questo primo mese dell’anno: «Mi risovvengono le parole di Mère: “si procede, un secondo dopo l’altro, nella speranza illusoria che il secondo successivo andrà meglio”. È esattamente questa, la situazione. Una meccanica ferrea. Con la percezione che nulla potrà farla cedere, a meno che la propria resistenza apporti (magari) la propria distruzione, o la propria trasformazione. Analogamente alla situazione mondiale. Mère diceva inoltre: “distruzione o trasformazione: è quasi il medesimo procedimento” (e, se ricordo bene, lei diceva “disintegrazione”, piuttosto che “distruzione”).» (30 gennaio).
Il processo prosegue imperterrito, giorno dopo giorno, minuto dopo minuto — ma non si può riempire indefinitamente una bomba di materiale esplosivo! A un certo punto, Satprem si chiede: «verosimilmente, questa sostanza dovrebbe a un certo punto disintegrarsi in… in qualcosa d’altro. Ma in che cosa? E come? In modo repentino? Presumibilmente, dovrà esserci un passaggio alquanto critico. In ogni caso, si dovrà pur pervenire a un “punto di cottura” in cui la sostanza sarà pronta!» (23 marzo).
Satprem, in qualche modo, può essere paragonato a un alchimista intento a fare esperimenti dal vivo, per trasformare il metallo in oro… Ma, nel caso specifico, il crogiuolo risulta essere il suo stesso corpo! E, probabilmente, è proprio il nostro aggregato fisico a essere il vero forno alchemico, al fuoco dell’atanor. Il metallo vile della materialità ordinaria, sofferente e mortale, deve trasformarsi nell’oro della materia resa divina, libera dalla sofferenza e dalla morte, gioiosa e solare. Facile a dirsi, ma quel Fuoco è inesorabile e la sua azione manda in frantumi tutto ciò che non è pronto a essere cotto, come ben sapevano i rishi rigvedici! E, in aggiunta, furono proprio gli antichi alchimisti a coniare il termine “chiusura ermetica” (diventato presto d’uso comune, in senso assai allargato), a significare il completo isolamento dal mondo sensibile ma, per quanto strategicamente ritirato in una baita sui Nilgiris con la sua compagna, Satprem non ha mai realmente rotto i contatti con il mondo — al contrario: i suoi Carnets, come abbiamo visto, contengono puntualmente stralci di giornale relativi agli eventi mondiali, incontri diretti o ‘indiretti’ con vari personaggi, contatti epistolari e altro ancora.
Il 20 aprile, sul suo taccuino troviamo la seguente riflessione, tanto breve quanto significativa: «Il corpo ha la sensazione di trovarsi all’interno di un acceleratore di particelle, a ogni secondo. Un acceleratore di particelle respiratorio.» Il dettaglio emblematico, è che Satprem, per indicare l’acceleratore di particelle, usa appositamente il termine inglese: atomsmasher — letteralmente, “disgregatore di atomi”. Tutta questa sezione dei suoi “appunti di laboratorio”, è un continuo reiterarsi di termini quali ‘distruzione’, ‘disintegrazione’, ’disgregazione’… E, ancora una volta, possiamo trovare un collegamento con il processo alchemico del solve et coagula: la sostanza deve tornare allo stato liquido, per essere rimodellata a immagine della sua vera realtà solare, aurea, divina: dalla rigidità meccanica alla duttile sostanza sopramentale (che è «più fluida del gas e più dura del diamante», secondo le parole di Sri Aurobindo che abbiamo già avuto modo di trascrivere).
Intanto, il mondo umano procede con le sue guerre, i suoi colpi di stato, la sua cieca inconsapevolezza, le sue mille insensatezze e follie. «È un sottile crinale tra il disastro e la meraviglia». Ogni istante — per ciascuno di noi e per la Terra intera — è un equilibrio precario tra la vita e la morte. Dal proprio singolare laboratorio — una sorta di avamposto terrestre di evoluzione concentrata (quanti ce ne sono, sparsi per il mondo, a nostra insaputa?) — il 14 maggio Satprem constata: «Ogni secondo è come una impossibilità — un estremo pericolo. È lungo. So bene che è la morte a essere “in pericolo”, ma… Ma la morte e questa vita, vanno a braccetto.» Poco dopo, il 27 maggio, aggiunge: «Pare un cataclisma di folgore e di fuoco nel corpo, a ogni secondo. Il corpo sa che si tratta di un Cataclisma Divino, ma… E domani?». Le mappe dei continenti già esplorati e ben noti non possono servire, evidentemente, quando si procede nell’ignoto. Il lavoro della trasformazione cellulare compiuto da Mère è, per Satprem, l’unico punto di riferimento al quale rivolgersi per ricevere lumi su un processo così nuovo e radicale. Come ad esempio il 14 giugno: «Mère parlava di “polenta bollente” e comprendo bene cosa intendesse dire (!), sebbene, per quanto mi riguarda, la sensazione è piuttosto quella di un blocco di fuoco solido. Sì, come un esplosivo intenzionato ad abbattere da ogni lato le proprie pareti. Si tratta forse di una parete “atomica?».
Non esistono ricette: ogni palmo di terreno, nella foresta vergine dell’avvenire, è da conquistare mediante la propria personale esplorazione, affrontando tutti i rischi del caso e passando attraverso l’ignoto con il proprio corpo, al modo di un esploratore di un continente nuovo e imprevedibile. Così il 24 giugno: «Che fare? Non ci sono formule per passare da una specie a un’altra — bisogna diventare l’altra specie a dispetto della vecchia specie e del vecchio sistema».
Bisogna uscire dal vecchio sistema mondiale, contraddistinto dalla morte e dal dolore, per entrare nel Ritmo divino e SOPRAmentale. L’operazione è alquanto difficoltosa — un continuo attrito si crea tra questo sacco di pelle mortale e il nuovo sistema che intende modellare la sostanza fisica a propria divina immagine. Il 9 luglio Satprem precisa: «La resistenza ingenera il calore necessario a uscire dal sistema. E questo è valido sia per il corpo di un singolo essere umano, sia per il corpo sociale o mondiale. Si può uscire dal sistema mediante la morte, ma è la via d’uscita sbagliata (o un modo provvisorio). Occorre armarsi di una incessante pazienza nei confronti del dolore del mondo, così come nei confronti del proprio dolore.» Quella “ardente pazienza” di cui scrisse con straordinaria preveggenza Rimbaud (poeta spesso evocato in questi Carnets e considerato da Satprem un “fratello d’anima”), quale elemento capace di introdurci nelle “splendide città”, a dispetto di tutte le umane insensatezze (o, forse, anche grazie a esse) —
Cependant c'est la veille. Recevons tous les influx de vigueur et de tendresse réelle. Et à l'aurore, armés d'une ardente patience, nous entrerons aux splendides villes.
(da Une saison en enfer, “Adieu” - aprile-agosto 1873).
Il 20 luglio 1992, dopo una ponderosa serie di annotazioni e constatazioni, Satprem aggiunge un post scriptum di immenso acume: «Non è mai stato “decretato” in anticipo quale sarà il movimento corretto di un’aragosta o di una rana — deve esserci stato un primo inventore dell’aragosta o della rana che si è servito della materia a sua disposizione per adattarsi alle condizioni del momento e, nel volgere di un certo lasso di tempo, si è rivelato il movimento giusto: una “vera” rana o una “vera” aragosta, fino a fissarsi in una prigione ben definita e “funzionale”. E così, di prigione in prigione, si arriva all’omino che noi siamo. La materia è sempre stata malleabile, nel corso dei milioni di anni. Occorre inventare un nuovo modo di modellare la materia. L’evoluzione, in effetti, è sempre stata una maniera di inventare una sopravvivenza in un ambiente precario. Questa “sopravvivenza” [survie], in realtà è sempre stata una sorta di “soprammorienza” [surmort] — ebbene, questa volta occorre inventare o discoprire la Vita vera e propria. […] Tutto quello che posso testimoniare personalmente, è che il “nuovo modo di modellare la materia” è presente. La Leva che permette di.»
Riflessioni come quelle appena riportate sono folgoranti e utilissime, senza dubbio, anche se — alla fine — bisogna fare i conti con la vita di tutti i giorni e, soprattutto, con il continuo accanimento sul corpo di questa Forza inusitata e di tutto ciò che cerca di impedire la trasformazione (e se pure Satprem è ben cosciente che tali resistenze e opposizioni costituiscono anch’esse uno stimolo e una “grazia brutale” o, in ogni caso, fanno parte del processo, ciò non le rende meno faticose da reggere e da elaborare). Per giunta, nessuna affermazione di principio potrà mai farci fare un solo passo in direzione della nuova specie in via di formazione. Il 3 settembre Satprem osserva: «Appena si crede di “capire”, tutto si falsa. Perché è ancora l’antico “modo” a voler capire (e a “meccanizzare”).»
E, il 17 ottobre, la prospettiva si amplia ulteriormente: «Ricordo Mère quando diceva che il Sopramentale sembra teso a svolgere l’azione di “eliminare la coesione” a ogni cosa: gruppi, partiti, nazioni, chiese, ecc.). Se, infine, viene eliminata la “coesione” mortale di questo corpo, non sarebbe mica male! È la coesione delle tombe (!); da questa parte o dall’altra, tutti quanti ci imprigioniamo.»
È una lenta scoperta continua, che non ha nulla di eclatante e di sensazionale; eppure, si tratta del lento e progressivo emergere oltre l’ambiente mortale che ci attanaglia, al fine di trovarsi finalmente e definitivamente fuori (ma restando in un corpo materiale con i piedi ben piantati per terra) della bara nella quale trascorriamo la nostra cosiddetta vita. …Chissà che ne direbbe Lazzaro!
Il 24 ottobre, Satprem subisce un particolare processo (l’ennesimo), al termine del quale annota quanto segue: «Tutto era in procinto di lacerarsi, in questo diluvio di folgore e di fuoco, nulla più era saputo, “bevevo la tazza”, quando il corpo ha scoperto un movimento ignoto, non corrispondente a nulla di quanto credeva di sapere… […] Insomma, ogni giorno il corpo scopre quanto non sapeva all’inizio della giornata!». E, il 2 novembre, dopo ore particolarmente estenuanti, aggiunge: «Non esistono due movimenti identici, né due secondi identici — è il caos, un caos di fibre e di muscoli e di tendini, ciascuno teso verso la propria direzione contraddittoria… Il corpo non sa che fare, tranne cercare di persistere, come una vecchia bestia stupida e coraggiosa.» La coscienza fisica è parecchio ostinata, altrimenti mai avrebbe potuto aggregare una sostanza palpitante e senziente in un ambiente circostante talmente gremito di forze in conflitto, accanite e feroci. Dopo essere stato triturato con particolare accanimento, il giorno dopo, Satprem constata: «Oggi va meglio… Pare proprio che, puntualmente, ogni qualvolta il corpo arriva a una situazione impossibile, una nuova possibilità faccia capolino… […] In effetti, ogni culmine bussa a una nuova porta. È questo vale pure per il mondo.» L’evoluzione è sempre stato un processo in cui le resistenze sono servite da sprone per giungere al passo voluto… Ma quanti miliardi di passi in una terra-di-nessuno sono necessari, prima di arrivare a quell’estremo passo che permette di varcare la soglia del nuovo? E quanti cataclismi?
Le difficoltà di ogni individuo, a qualunque livello, costituiscono un piccolo (ma terribilmente accanito e, non di rado, penoso!) concentrato delle difficoltà del mondo. E le resistenze che incontrano i pionieri, risultano essere manifestazioni particolarmente vive, concrete, concentrate, della resistenza mondiale al cambiamento. Tuttavia, come torniamo a ribadire e come ciascuno di noi ha modo di constatare continuamente nella prassi quotidiana, la leva del cambiamento nasce proprio dall’ostinazione a opporsi alle resistenze e a trovare il modo per vincerle o, meglio ancora, usarle per arrivare alla meta. Questo deve avere spinto Satprem, il 10 novembre, a scrivere quanto segue —
«Devo dire che questa Potenza di “diamante fluido” è il fenomeno più straordinario che esista da… dagli esordi della vita sulla terra. Si tratta di una Vita nuova. E, necessariamente, sarà una Terra nuova, con esseri nuovi. Un vecchio animale può testimoniare: le cose stanno per cambiare, sulla Terra. Sì, posso testimoniarlo. E cambiare… non certo grazie alle umane leggi.»
Poi, il 14 novembre, si torna a sbattere il muso contro l’eterno enigma e a riconoscere l’incessante verità del solvitur ambulando: «Occorre trovare ogni giorno (e a ogni ora o secondo) il modo di vivere — è sempre e costantemente da “trovare”. Vale a dire, DURARE
Per l’intero anno 1992, Satprem si confronta, in particolare, con un fenomeno che ha a che fare con la respirazione o, per essere più precisi, con il movimento delle mascelle durante la respirazione, mentre la Potenza-di-trasformazione continua a discendere nel corpo fisico in modo sempre più imperioso e sconcertante. Giorno dopo giorno, dopo interi mesi in cui Satprem si sottopone a tanti e tanti tentativi sempre infruttuosi (o mai totalmente risolutivi), egli giunge a constatare, il 17 novembre, che «probabilmente, non si tratta di un “movimento”, ma di riuscire a resistere sufficientemente a lungo (mediante qualunque movimento possibile) fino a pervenire alla “temperatura” necessaria». Per poi aggiungere, il 25 novembre: «È una fortuna che il corpo non abbia dei “principi morali”, altrimenti si aggrapperebbe disperatamente al falso scopo. Il corpo è una pasta da modellare meravigliosa, dotata però di una anatomia idiota.» Viene alla mente Mère, quando constatava la «buona volontà imbecille» della mente fisica.
Satprem, riprendendo il vecchio tormentone autoironico sulla provetta BE23 (presente in particolare nei primi volumi dei Carnets), il 26 novembre può finalmente constatare che «il corpo ha ritrovato (in linea di massima) e ha quasi compreso il movimento di questa “respirazione ritmica” così straordinariamente lenta, che aveva già scoperto il 14 novembre.
Resto assai colpito dall’emozione della visione di questa notte. Mère, con ogni evidenza, vuole farmi sapere “qualcosa”.
È forse la fine della “provetta B.E.23” e l’inizio di Sat.92?».
Pochi giorni dopo — e arriviamo al primo dicembre — egli prende atto che «la scoperta del 26 novembre è stata decisamente una nuova comprensione corporea del movimento. Si inizia a uscire dal caos. O, piuttosto, il caos incomincia a ordinarsi (ovvero, a seguire un ordine riconoscibile). Mi è stato fatto un regalo di compleanno, un po’ come quando, alla nascita, si comincia a respirare (!).»
In che cosa consiste, più precisamente, questa scoperta? Apparentemente, come sovente accade, sembra una cosa da nulla. Mentre, in realtà, si rivelerà una delle chiavi di volta. Il 10 dicembre, ricollegandosi a tale scoperta che, lo ricordiamo, ha a che fare principalmente con il movimento mascellare, Satprem aggiunge un dettaglio alquanto significativo: «Quando devo cambiare posizione — seduto, in piedi, oppure nel compiere un determinato movimento — riconosco esattamente quel movimento rapidissimo della bocca e delle mascelle, che ho visto fare tante e tante volte a Mère quando usciva dalla sua “immersione”, oltre a quella stessa respirazione convulsa. Adesso so cosa significa — ora so che cosa succedeva nel suo corpo. Comunque, la “respirazione ritmica” va installandosi (a dispetto di qualche titubanza). Non mi trovo più (il corpo non si trova più) a tentare di remare alla meno peggio nel Niagara, tra due correnti “d’acqua”, come un disperato nella sua pagaia. Insomma, incomincio a sapere “come si fa a respirare” senza schiantarsi.»
Tanti e tanti anni di sperimentazione corporea, sembrano infine giungere a un primo risultato stabile… Se si può parlare di stabilità in una simile transizione verso l’ignoto!
La transizione postumana verso la nuova specie sopramentale, non si crea certo a tavolino: occorre mettersi all’opera, affrontandone le imprevedibili conseguenze passo dopo passo, in modo da prestare il proprio corpo al processo e renderlo il principale strumento di una simile sperimentazione evolutiva. Già negli anni Dieci dello scorso secolo, Sri Aurobindo ha messo tutti i possibili pionieri bene in guardia: il minimo granello di imperfezione, può far saltare per aria l’intero compimento [per citarlo espressamente, a «little pebble of imperfection may throw down the whole achievement» (da The Synthesis of Yoga)].
Quando la Forza di trasformazione si apre un varco nell’incoscienza materiale di un corpo fisico, è l’intero incosciente materiale della terra che ne viene sconvolto e che si ribella, retrivo com’è al sia pur minimo cambiamento. Fu proprio Sri Aurobindo a sperimentare per primo, nella prassi evolutiva, la verità di questo dato di fatto.
Il 13 dicembre 1992, Satprem esterna una constatazione più volte ribadita: «Ogni giorno — ogni singolo giorno, anzi, ogni ora, quasi — questa Potenza diventa talmente smisurata, talmente formidabile, da… far giungere alla conclusione che tutte le nostre leggi fisiche sono una sorta di illusione, che accettiamo, oppure non accettiamo. Esiste una illusione. Il dolore è il guardiano dell’Illusione. Ma non si tratta di un’illusione “buddhica”: è un’illusione nella materia, nella nostra materia. E il fine dell’evoluzione, consiste nel raggiungimento di un punto di coscienza in cui questa Illusione può disfarsi, nella materia e in un corpo.» Il 16 dicembre, qualche ulteriore elemento viene ad aggiungersi, in questa medesima direzione dello svelamento della grande illusione che, purtroppo, acceca l’intera umanità. «Ricevo sempre più rivelazioni sulle illusioni del corpo — l’illusione delle nostre “leggi” fisiche. E la meta fisica (divina) di tutta questa evoluzione — la disillusione o, per così dire, il “delusionamento”, della Menzogna. Lo stato divino. […] Si tratta di “rivelazioni”… corporee. Vale a dire che il corpo le percepisce nella sua stessa sostanza.»
Il 19 dicembre, dopo un’esperienza che potrebbe verosimilmente indicare la fine dell’assoggettamento del corpo di Satprem al funzionamento mentale (come già era accaduto per Mère, che tanto ha lottato proprio per aprire questa possibilità all’intera coscienza terrestre), egli osserva, ricollegandosi in qualche modo a quanto annotato all’inizio dell’anno (si veda la nostra citazione del 10 gennaio): «Una tempesta di una Potenza schiacciante e fluida. Ci si domanda come sia possibile che il corpo non cambi di composizione! È una sorta di vivente disintegrazione! O, forse, si tratta di una nuova integrazione? Ignota. E, visto che tutto è interdipendente, mi chiedo cosa stia avvenendo in seno alla materia terrestre.»
Ebbene, la materia terrestre — ormai lo sappiamo — è come presa da una strana frenesia inspiegabile… Un vortice che nessun potere può fermare. Qualunque individuo dotato di un minimo di sensibilità, può constatarlo personalmente, osservando gli eventi mondiali, o anche solo esaminando la propria sfera personale (a partire dalla realtà in cui si trova a operare o a interagire, fino ad arrivare alla stessa struttura psicofisica, purché abbia la pazienza e la sincerità di operare una autoanalisi sufficientemente approfondita). Nel 1992, Satprem era uno dei pochi a percepirlo — e a lasciarsi modellare dalla Forza evolutiva che intende dare nascita a una nuova specie non più condannata alla mortalità. Oggi, è tutto talmente sottosopra — a livello economico, politico, sociale, morale, religioso, ecologico… — che è davvero arduo non riconoscere i segni di un sovvertimento in atto di inaudite proporzioni, impossibile da accostare a qualunque crisi umana passata. Ci troviamo di fronte a una grande crisi di evoluzione. A tale processo si possono dare le interpretazioni più svariate, ovviamente — si può cercare di banalizzarlo, assimilandolo a una di quelle crisi passeggere che hanno spesso contraddistinto il cammino dell’essere umano nel corso dei secoli passati; oppure, dal lato opposto, si può fanaticamente e assurdamente gridare al millenarismo. Resta il fatto che l’evoluzione se ne frega bellamente delle etichette che noi umani appiccichiamo sopra alla sua azione: Madre Natura prosegue inesorabilmente per la propria strada e, alla fine, in un modo o nell’altro, realizza sempre i propri intenti (segretamente dettati da quella divina Soprannatura che la dirige).
Ormai, tutto è stato messo definitivamente sottosopra: un processo inarrestabile, irreversibile, è in atto nel mondo umano. Molti sembrano non essersi ancora accorti di nulla (o fingono di non accorgersi di nulla, per ostinazione atavica e per eccesso d’incoscienza), anche se — in definitiva — tutto dipende da quale parte si vive il processo in atto. Se si sta dalla parte del vecchio mondo in disgregazione, si è profondamente immersi nell’ignoranza e, per conseguenza, tutto sembra procedere come sempre (anche se la proporzione planetaria della crisi è talmente coinvolgente e sconvolgente — arrivata ormai, come si cennava, a inglobare tutti gli aspetti dell’umana esistenza — che bisogna essere davvero degli attardati dell’evoluzione per non accorgersi di nulla!).
Il mondo umano brulica di lobby che si combattono (o si coalizzano) tra loro per preservare lo status quo e mantenere le coscienze il più possibile assopite e, quindi, facilmente manipolabili: le varie lobby del mondo della politica, degli affari (economia e finanza), della “cultura” (ormai allo sfacelo, tranne per poche eccezioni che ancora si oppongono alla picchiata verticale e procedono in controtendenza, tra mille difficoltà e umiliazioni), della ricerca scientifica, medica (basti pensare al gioco sporco delle case farmaceutiche, vivisezione compresa) e tecnologica, delle armi e delle guerre, dell’alimentazione (a partire dalla tortura e il massacro degli animali, fino all’uso di pesticidi e altri veleni chimici), dei combustibili (e del nucleare), delle droghe (illegali o legalizzate), dei mass media e dell’informazione, dello sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, delle mafie e dei trafficanti e degli sfruttatori, delle chiese e delle religioni, delle affiliazioni più o meno segrete… Che cosa manca all’appello? Chi non si trova direttamente o indirettamente coinvolto in un tale Sistema marcio e asfittico? E quanti operano realmente — sinceramente e assiduamente, con coraggio e determinazione e, soprattutto, senza cercare vantaggi personali — per permettere l’avvento di un nuovo modo d’essere, finalmente libero da ogni asservimento e deformazione egoica?
E poi, come non ci stancheremo di ripetere, sovente sono proprio le resistenze a farci prendere coscienza della vera dimensione del fenomeno — come lo stesso Satprem ribadisce, al fondo di questo dodicesimo volume, coincidente con la fine del 1992:
«In fondo, è a causa della resistenza che mi rendo pienamente conto di questa Potenza; se non ci fosse la resistenza… probabilmente essa passerebbe come aria, inavvertita al pari della nostra respirazione! Sarebbe divinamente semplice e automatica. L’aria divina!
Invece è dirompente in modo pazzesco. E fluida!
Sono un prigioniero che prende coscienza dei muri della propria prigione — chi avverte tali muri? A parte nel momento di morire.
Tuttavia, percepisco al tempo stesso, in modo miracoloso e dolorante, che esiste una certa “aria libera”.
Quando si esce dalla prigione (al momento di morire), si esce dalle leggi fisiche, è finita — in questo caso, invece, si esce dalle leggi fisiche restando vivi!
Una formidabile illusione ci soffoca e ci uccide.
Veniamo sulla terra per scoprire questo segreto — i papi e i saccenti sono i più infallibili guardiani della Prigione. Una grande Mafia.» (24 dicembre).


 Il 6 gennaio 1993, nelle prime pagine del tredicesimo volume, Satprem osserva:
«Teoricamente, la resistenza ingenera il calore necessario a vincere la resistenza stessa… (“vincere” o liquefare). Un corpo fuso! Se non fosse folle, sarebbe assai ragionevole!».
Quest’ultima frase, in particolare, risulta tipica di un certo umorismo francese. Come a dire: la logica umana appartiene all’esercizio della ragione, pertanto, se la logica del dopo-uomo risultasse razionale, si tratterebbe di un colossale abbaglio.
Il 24 gennaio, in una di quelle date in cui Satprem annota riflessioni di particolare rilievo, troviamo la seguente descrizione del processo in corso: «Per qualche secondo, quando mi alzo dalla mia posizione di lavoro, il corpo è talmente gonfiato da sentire che potrebbe volare come una palla piena di elio — e l’attimo dopo è come piombo compresso! Si tratta, con ogni evidenza, di un principio ignoto, che opera nel vecchio congegno. Come a dire che non si è né vivi né morti. (A rigor di termini, ci si potrebbe considerare pazzi, anche se non mi sono mai sentito così concretamente nelle ossa prima d’ora! — ossa cartesiane, se si preferisce). Naturalmente, non sono così pazzo da credere di poter volare! Tuttavia, l’elemento curioso, è che il fenomeno viene percepito dal corpo come una possibilità fisica (probabilmente, non del corpo fisico attuale). Non sappiamo niente dei segreti del corpo. Conosciamo solo i segreti della morte».
Mère e Sri Aurobindo accennano con una certa regolarità alla proprietà della “leggerezza” come una delle principali caratteristiche del corpo trasformato. E per leggerezza essi intendono, assai esplicitamente, la totale libertà (anche e soprattutto nel senso di completa padronanza) dalla “legge della gravitazione”. Se il nuovo corpo dovrà realmente costituire un involucro materiale plasmato dalla coscienza-forza sopramentale, giocoforza esso dovrà essere libero da qualsivoglia legge, ivi compresa quella della gravitazione. Si tratta di logica pura e semplice.
Il primo febbraio, Satprem trascrive un appunto di tutt’altro genere, il quale risulta praticamente incomprensibile a quanti non hanno nemmeno una sia pur generica affinità con il lavoro che si stava svolgendo nel suo aggregato materiale. Scrive: «È curioso: questa anatomia è altrettanto fragile delle ali di una farfalla e altrettanto dura del cemento. Probabilmente, il cemento sta in basso — e si sbattono le ali lì sopra! Il che, è ovvio, produce una lacerazione». Esiste un fondamento che pare granitico (la roccia dell’incosciente materiale del Rgveda, da cui deve sgorgare il miele della divina Delizia nascosto al suo interno!) e che non vuole saperne di lasciarsi permeare e ‘polverizzare’ (catalizzare?) dalla Coscienza superiore. La natura umana, a confronto di un simile fondamento di basalto, appare talmente fragile da non avere la minima possibilità di renderlo permeabile (o anche solo perforabile); al massimo, può utilizzarlo come rampa di lancio per involarsi in un cielo extramondano più o meno beatifico. Come Mère e Sri Aurobindo ricordano spesso, solo l’intervento della Coscienza-Forza sopramentale è in grado di trasformare un simile piombo compatto nell’oro solare («più fluido del gas e più duro del diamante», ricorda Sri Aurobindo)… E, anche in questo caso, ciò non avviene con un colpo di bacchetta magica: c’è tutta l’inerzia del mondo fisico, di cui occorre tenere conto, insieme alla resistenza causata da mille fattori “evolutivi”, a meno che non si voglia far saltare tutto in aria — per poi dovere ricominciare daccapo, su un’altra terra e con altri esseri inconsapevoli in lenta evoluzione.
Il processo di trasformazione della materia è lento, ma inesorabile. 18 febbraio: «La Potenza quasi insostenibile. Sujata ha percepito un grande vento sul proprio corpo. Eppure, durante i primissimi secondi del mio lavoro, ho sentito questa Potenza fluida come un’ebbrezza — realmente di un’ebbrezza si tratta. Dopodiché, è cominciata la folle compressione. (In quell’istante, mi sono ricordato dei versi poetici di Sri Aurobindo:

                                                    Ho bevuto l’Infinito
                                                    come vino di gigante…)».
 

[Sri Aurobindo, Poesie (traduzioni con testi originali a fronte) - aria nuova edizioni] 

Qualche giorno dopo, Satprem precisa: «È l’Immortale che vuole entrare, e noi siamo costituiti da milioni di piccole fibre mortali che tengono alla loro morte. Occorre schierarsi al fianco dell’Immortale e non di quello della morte. Ecco tutto. E quello che Esso vuole SARÀ. Si tratta di una scelta tra la nostra animalità soggiogata e la nostra Divinità imprigionata. Una scelta tra il “nulla è possibile” e il solo POSSIBILE». Per mantenerci in equilibrio sulle ali portentose della poesia mantrica, riportiamo una citazione di Savitri (il capolavoro poetico di Sri Aurobindo) che Satprem inserisce nel bel mezzo di una lunga serie di riflessioni, sotto la data 5-8 marzo.

                                              «mal sopporta, il mortale, il tocco dell’eterno:
                                              teme l’immacolata divina intolleranza
                                              di quell’assalto d’etere e di fuoco»
 

[Sri Aurobindo, Savitri, I.I.I.222-224 (traduzione con testo originale a fronte) - aria nuova edizioni] 

Per poi commentare: «La gente dirà che si tratta di “immagini” poetiche». In effetti, Sri Aurobindo scolpiva mediante la propria poesia delle vere e proprie vibrazioni di verità e di bellezza, scaturite dalla sua viva esperienza, e dotate del potere di trasmettere tale esperienza. È questo, il mantra. Ma viviamo tempi miserabili, in cui gli esseri umani (perfino quei pochissimi che provano una sincera attrazione verso la grande poesia) sono perlopiù incapaci di immergersi nel sublime poetico. Satprem, grazie a quanto gli accade nel proprio corpo fisico, ha modo di riconoscere la mirabile concretezza della poetica di Sri Aurobindo, di una precisione millimetrica. Lo stesso Sri Aurobindo aveva tentato di dirlo varie volte: non c'è epiteto, aggettivo, locuzione utilizzati nelle proprie composizioni poetiche inseriti come meri ornamenti, né motivati da intenti allegorici o esornativi — scaturiscono spontaneamente dai più alti piani da cui sgorga la rivelazione poetica, e costituiscono il resoconto di un’esperienza concreta, in cui non è presente il sia pur minimo ricorso a “immagini” o altri stereotipi poetici; nei suoi versi vibra unicamente una trascrizione esatta e inestimabile di un VISSUTO esperienziale di indicibile attualità e forza (e bellezza!).
Ritornando al diario di Satprem, il 12 aprile contiene una serie di osservazioni — peraltro, restando sempre sul filo della poesia mantrica — talmente importanti che occorre tradurle pressoché interamente: «Le due esperienze che per me costituiscono una prova fisica dell’Esperienza e del Lavoro, sono state espresse da Sri Aurobindo e dal Ṛgveda nei due estratti che cito qui di seguito (e che costituiscono la prova fisica che costoro sono stati al Polo Sud, per così dire — solo chi ha subito l’operazione può esprimersi con le parole seguenti):

    1. Sri Aurobindo (The Fire-King and the Messenger)
            Wake not heaven’s Lightning from its slumber lair
            To clothe thee with the anguish of its robe.

                     [Non trarre il Lampo del cielo al suo sonno
                     per indossare il suo manto d’angoscia.
Sri Aurobindo, Poesie (traduzioni con testi originali a fronte) - aria nuova edizioni]

     2. Ṛgveda, V.59[.2] (Inno ai Marut)
            Scorgendoli, la Terra freme e crepita
            come una nave pronta a inabissarsi
                     [amādeṣām bhiyasā bhūmirejati naurna pūrṇā kṣarati vyathiryatī |
                       Rgveda, traduzione con testi originali a fronte - La Calama editrice]

 Quante volte ho confidato a Sujata di avere l’impressione di essere sul pontile di una nave (ciò avviene generalmente al mattino, prima di mettersi all’opera, quando ancora ci si trova allo stadio “gradevole”, fluido — dopo, è l’agonia schiacciante pura e semplice). È come se il terreno fosse semovente, al pari del corpo. Se ci si inclina un poco a destra, l’intero corpo dondola a destra (come quando in nave si produce una sbandata a tribordo), sotto il peso fluido della folgore; se ci si inclina a sinistra, tutto il corpo oscilla o rotola a babordo sotto il peso in moto della folgore. E il pavimento sembra elastico o semovente, proprio come il pontile di una nave! Dopo, ovviamente, la fluidità si modifica in una roccia travolgente, o in una bomba. Ma chi può utilizzare una simile “immagine”, così esatta, se non ha ricevuto questa Forza sopramentale nel proprio corpo? I veggenti rigvedici non hanno avuto semplicemente l’intuizione o la rivelazione della Forza sopramentale, ma l’esperienza fisica. Per quanto mi riguarda, non ho ancora raggiunto l’estremità del “Polo Sud” (non so nemmeno se esiste una simile estremità!), forse, però, più avanti, scoprirò ulteriori esattezze sbalorditive. (Sri Aurobindo, ovviamente, sapeva-viveva-edificava tutto ciò). Ma la cosa che più mi sbalordisce, è che non solo il corpo pencola e rotola e si bilancia, ma anche sotto i piedi, il suolo stesso sembra semovente — dopo, tutto diventa di cemento, ma all’inizio dell’operazione, tutto è fluido e mobile). Come se la materia mutasse consistenza. E non si tratta di un’esperienza soggettiva».
Il 30 luglio, Satprem cerca di riflettere sull’incomprensibile operazione in corso nel proprio corpo fisico (come pure nel corpo della terra tutta intera!) e osserva: «Non serve a niente fare schemini: occorre imparare. Imparo a respirare l’aria che è al di là delle tombe. Si tratta di un’aria che, per i vecchi scheletri irrigiditi, è travolgente. Tuttavia, la si RESPIRA. Ciò costituisce per lo meno un Fatto nuovo nella storia delle specie. Curioso: è come se, d’improvviso, me ne rendessi conto! Le spiritualità si situano invariabilmente dall’altra parte — ma questo che sto vivendo, non si situa dall’altra parte. È qualcosa che vivo qui, per quanto ancora a fatica. Intendo dire che è il corpo, finalmente, che se ne rende conto».
Il mese di agosto di quel 1993 principia con un eureka! — «For-mi-da-bi-le? Ho trovato la formula meccanica, la regola aurea completa! Finito con questi innumerevoli ingranaggi stritolanti, mai in accordo fra loro, mai sincroni; ho trovato — il corpo ha trovato — l’Ingranaggio-maestro. Basta con questo movimento frenetico e caotico, mai ritmico: è così semplice! Ci sono ancora delle difficoltà, ma ormai la cosa è là, “compresa”.» (1° agosto). La sera del medesimo giorno, Satprem aggiunge: «Ma allora, è assolutamente impressionante sentire una simile fluidità schiacciante… senza cedere agli innumerevoli vecchi riflessi anatomici. Una tappa è stata raggiunta… È evidente che si tratta di un inizio e che restano molte altre cose da imparare. Il collo e le spalle sono molto “caldi”, tuttavia non c’è più lacerazione. Evidentemente, c’è qualcosa di fondamentale che resiste. Il “fondamento”, è lo scheletro!».
Il 19 agosto contiene alcune note sparse e succinte; una, in particolare, possiede una vibrazione quasi poetica, con qualcosa di magico che vibra all’interno — forse, il segreto (o uno dei segreti) di questa fase di disgregazione e di assurdità che stiamo attraversando —, perciò teniamo a riportarla, sia in italiano (per quanto la traduzione non preservi la vibrazione che contiene), sia nell’originale:

                                          «Tout sera faux jusqu’à ce que Tout soit vrai!»
                                                               (Tutto sarà falso, fino a che Tutto sia vero!).
 

In chiusura del successivo mese di settembre, compare una osservazione che suscita talmente tante riflessioni da indurre a riportarla senza il sia pur minimo commento, in modo da lasciare a ciascuno il compito di elaborare le proprie considerazioni: «Il nostro sistema è stato edificato utilizzando il dolore, è per questo che si vuole morire. Tutto vuole morire, perché non vive la gioia divina — è questa la cosa da trovare, il vero scopo di questa maledetta evoluzione.» (28 settembre 1993).
Pochi giorni dopo, il 4 novembre, troviamo una ulteriore constatazione sulla morte, tanto amara quanto vera (purtroppo!): «L’uomo ha bisogno dei suoi errori e delle sue ombre e delle sue pene per progredire — e della morte per demolire la prigione che si è costruito. Purtroppo, invece di servirsi delle proprie ombre, egli si immerge nella notte e coltiva religiosamente la Morte. Non conosco nulla di più barbaro delle nostre religioni. Esse non si sono curate di andare a cercare il Segreto alla radice stessa della Difficoltà».
Perché, come ricorda Mère, «il rimedio è alla radice stessa del Male». Mentre le religioni (al pari dei sistemi etici, pur se con approcci differenti) preferiscono tirare una linea di demarcazione precisa tra il bene e il male (cosiddetti!), nell’illusione di tagliare il nodo gordiano. Molte religioni, addirittura, affibbiano il bene al loro dio e il male a un qualche diavolo (senza mai spiegare chi mai avrebbe creato questo povero diavolo, e perché!), pur di togliersi di dosso l’incomodo di risolvere il problema alla radice.
Il diario di Satprem prosegue, come sempre accorso finora, costellato di interrogativi pratici, di impossibilità concrete, di ostacoli da sormontare nella prassi quotidiana… L’operazione in corso nel proprio corpo fisico — già lo abbiamo notato — si confonde sempre più con il processo segretamente in atto nel corpo di tutta la terra. Egli avverte alcune resistenze nel suo piccolo agglomerato cellulare — nella schiena, in particolare, sede di un fitto groviglio di fasci nervosi che pare particolarmente inestricabile e torturante al passaggio della ‘Folgore’ —, per poi accorgersi puntualmente che le cause non sono soltanto riconducibili alle difficoltà di un piccolo sacco di ossa, organi e tessuti. Offriamo un solo esempio, a chi ha orecchie per intendere: «Luc pretende 42.000 dollari (!) dall’Istituto parigino per pagare i “debiti” americani “al servizio di Mère e Sri Aurobindo” … Uno scroccone. Ecco il motivo delle difficoltà che ho alla schiena.» (20 novembre 1993 — chi volesse approfondire la questione, può andare al seguente link).
A livello fisiologico e terrestre, insomma, c’è un MURO che non vuole cedere. È dentro ciascuno di noi? Oppure è nel sistema stesso mediante il quale è stata congegnata l’intera meccanica mondiale? Ma, in fondo, esiste una reale differenza sostanziale tra le due ipotesi? Se leggiamo la seguente riflessione, datata 25 novembre 1993, mantenendo un occhio panoramico sul peggioramento della situazione mondiale (in tutti gli ambiti possibili: ecologia, economia, politica, mondo del lavoro, relazioni interpersonali e via di seguito) che tutti noi stiamo vivendo negli ultimi venti o trent’anni (in parte alimentandola, in parte subendola, in parte — ma quest’ultima considerazione è valida soltanto per pochissimi tra noi umani — contrastandola), non possiamo che riconoscere l’esattezza della percezione che Satprem già aveva chiara nel 1993 (avremmo tanto voluto che si sbagliasse!): «La situazione non può “migliorare” (in questo corpo come pure nel mondo): anzi, non può che peggiorare e diventare più difficile, finché non si produrrà un cambiamento radicale — le cose non possono diventare “più facili”. Occorre pertanto schierarsi e armarsi di coraggio».
L’ultima citazione che estrapoliamo da questo tredicesimo volume, risale al 25 dicembre:
«Ho l’impressione che a ogni tappa dell’evoluzione, ci sia stato un qualcosa della gloria Divina, o di delizia Divina nelle cellule, che ha reso possibile al prototipo di attraversare. Le mie cellule hanno avuto questa esperienza all’inizio del lavoro. È come un ricordo indimenticabile dell’avvenire. Al fondo dell’Evoluzione, c’è un Ricordo soleggiato che preme per protendersi verso il Sole — ineluttabilmente. Ho l’impressione di ritrovare nel mio corpo la Memoria delle vecchie specie e di sapere il Perché. Il Come, per intanto, si elabora passo dopo passo nella sofferenza — in modo da procedere, altrettanto ineluttabilmente, verso il senza-dolore e il senza-morte che è la nostra Meta solare». 


Inutile dire che attendiamo con una strana sensazione di vertigine l’uscita di ogni nuovo volume di questi Carnets d’une Apocalypse. Restano quattordici anni tutti da esplorare (fino al fatidico 9 aprile 2007), che dovranno essere raccolti in ulteriori 11 volumi — per un totale di 24 tomi complessivi.