Missionari Cristiani in India

(a cura della redazione di arianuova.org)

C’è qualcosa di marcatamente ambiguo nell’ideale missionario. Recarsi presso popoli come quello hindu, che posseggono una così vasta cultura e una tradizione pre-cristiana di profondissima spiritualità, allo scopo di redimerli e salvarli dalla “dannazione eterna” ha qualcosa di fortemente grottesco!
Una larga parte dell’Asia è musulmana, mentre un’altra grande area è comunista. Pertanto, le loro porte sono chiuse ai missionarî cristiani. Così, l’India è considerata terreno fertile per le varie confessioni cristiane nella loro opera di proselitismo.
Il cristianesimo sta cercando con grande zelo di convertire gli abitanti dell’India, in modo particolare le etnie tribali. I ricchi missionarî occidentali fanno un uso machiavellico della povertà del paese e dei problemi sociali, allo scopo di raggiungere i loro fini. Per fare un esempio, nello Stato del Madhya Pradesh — come denuncia il “Rapporto Neogy” — i missionarî prestano piccole somme di cinque o dieci dollari gravate da interessi, somme che, come essi stessi ben sanno, non potranno essere pagate facilmente, e che possono essere annullate se i loro debitori accettano di convertirsi al cristianesimo. Non è certo filantropia disinteressata, questa!
Recentemente (per essere precisi, nel novembre del 2002), Michel Danino, uno studioso francese che vive in India dal 1977 in qualità di sincero appassionato della cultura e della storia antica dell’India, ha pubblicato un articolo che vogliamo riprodurre qui di seguito nelle sue linee essenziali.
«I metodi utilizzati per garantire le conversioni al cristianesimo non sono soltanto costituiti da agevolazioni economiche, ma anche da pressioni psicologiche sui poveri, promesse di assistenza sanitaria dopo la conversione, e minacce a creare scompiglio nel resto della famiglia qualora le promesse non venissero mantenute e, per finire, spingere a rigettare dalla famiglia coloro che continuano a “adorare Satana”. In effetti, taluni missionarî e talune istituzioni educative cristiane indicano le popolazioni tribali, gli hindu e i buddhisti con l’appellativo di Satan ka bachcha (‘figli di Satana’), mentre i cristiani sono sedicenti Ishwar ka bachcha (‘figli di Dio’). Spesso ci capita di ascoltare molti racconti strazianti da parte di giovanissimi ragazzi e ragazze che sono stati espulsi dalla famiglia poiché si sono rifiutati di convertirsi, accusati dai loro stessi genitori di essere “Satana”. Le famiglie in tal modo convertite vengono educate a non avere contatti con i non-cristiani, e quindi essi non prendono parte ai festival tradizionali e ad altri aspetti della vita sociale della comunità; la millenaria armonia esistente in seno alle varie comunità tribali viene in tal modo improvvisamente distrutta, e d’altro canto la divisione è il miglior sistema per garantire la conversione: “dividi e converti”, finché non si potrà arrivare al “dividi e impera”.
Quest’ultimo passo è peraltro già visibile nei movimenti militanti del nord-est, la gran parte dei quali sono di ispirazione cristiana. Con il pretesto di operare conversioni, i militanti di notte aprono il fuoco su remoti villaggi, come abbiamo già diverse volte avuto occasione di denunciare.
La vera tragedia, in tutto ciò, probabilmente non è tanto la metodologia perversa utilizzata dai cristiani cattolici o protestanti — giacché, dopo tutto, tutta la storia del cristianesimo abbonda di tali crudeltà ed è macchiata di sangue. Piuttosto, è il fallimento da parte delle autorità governative nell’adempiere al suo dovere primario di garantire protezioni da aggressioni su cittadini pacifici e preservare le comunità e le culture locali. E il fallimento degli indiani cosiddetti educati nel favorire specifici progetti volti a sottolineare valori profondamente radicati nella cultura indiana, quali l’unità umana, l’intuizione della fondamentale divinità dimorante nell’uomo, o la completa libertà spirituale di scegliere il proprio cammino verso la manifestazione di tale divinità — valori che sono fortemente assenti nella cultura giudaico-cristiana. Certamente, possiamo criticare alcuni aspetti della religiosità hindu o delle tradizioni indiane; ma gettare via una perla preziosa soltanto perché sopra di essa vi è del fango, è ignoranza bell’e buona».
Senza alcun dubbio, se un qualche popolo non cristiano osasse comportarsi in modo simile nei confronti di una qualsivoglia popolazione cristiana risiedente in Europa o negli Stati Uniti, l’Occidente si scandalizzerebbe e arriverebbe a ordinare un attacco armato pur di fermare tali ingiustizie. Mentre se è l’Occidente ricco e ‘cristiano’ a comportarsi in modo ingiusto, allora tutto viene messo garbatamente a tacere.
Concludiamo questo articolo con la traduzione (dall’inglese) di una lettera inviata a Papa Woityla e presentata al Primo Ministro dell’India, in data 2 novembre 1999, firmata da 120 eminenti personalità indiane (magistrati, alti funzionari, scrittori, artisti, insegnanti, giornalisti).


LETTERA APERTA AL PAPA GIOVANNI-PAOLO II
Redatta dal Dharma Rakshana Sammelan (associazione di cittadini “coinvolti”)

«Qualunque conversione è una perversione religiosa»
Swami Vivekananda

«Ogni conversione religiosa è mero commercio»
Mahatma Gandhi

Santissimo Padre, è con grande rispetto che noi La accogliamo in questa terra sacra, sede della più antica civiltà, l’unica che non sia conflittuale. In conformità con le basi di questa cultura immemorabile, noi crediamo e dichiariamo con forza che tutte le religioni, comprese quelle che hanno utilizzato la violenza nei nostri confronti, sono sacre. E in veste di guida della fede cattolica, noi teniamo a esprimerLe tutto il nostro rispetto.
Sappiamo che la Cina e Taïwan non si sono limitati a rifiutare di invitare Sua Santità, ma hanno perfino vietato la Conferenza dei vescovi d’Asia sul loro territorio, e abbiamo altresì appreso che lo Sri Lanka ha recentemente apposto il proprio veto alla visita papale. Se in tale contesto il Governo dell’India ha accettato di riceverLa, è esclusivamente per non rinnegare la nostra ancestrale tradizione di rispetto nei confronti di tutte le fedi.
Per essere rimasti fedeli a tale ideale — ideale che è estraneo alle altre fedi — la nostra nazione ha, nel passato, sofferto intensamente e continua a soffrire nei suoi scambi con le religioni intolleranti. Eppure, assumere un comportamento simile a quello della Cina e di Taïwan sarebbe stato incompatibile con la nostra cultura.
E, dal momento che noi La accogliamo, vorremmo renderLa sinceramente partecipe delle nostre inquietudini. L’attitudine estrema della Cina, di Taïwan e dello Sri Lanka nei confronti di Sua Santità non sono privi di fondamento; in effetti, quei paesi si sentono minacciati dal programma ufficiale della Chiesa cattolica relativo all’evangelizzazione dell’Asia, e noi condividiamo pienamente le loro apprensioni.
Essendo cittadini di buona volontà, noi vorremmo attirare la Sua attenzione sulle conseguenze nefaste dello scopo dichiarato dalla Sua visita nel nostro paese. Secondo le nostre informazioni, le modalità applicative della nuova evangelizzazione dell’Asia sono state ratificate nel maggio del 1998, in occasione del Sinodo straordinario dei vescovi asiatici. Resta quindi inteso che la Conferenza dei vescovi d’Asia in cui Sua Santità prenderà la parola per dare l’esortazione post-sinodale, non è di natura ordinaria. Essa costituirà la conclusione della deliberazione riguardante l’evangelizzazione dell’Asia — ove il termine “evangelizzazione” costituisce una sostituzione del più spregevole termine “conversione”. Con tutta evidenza, l’obiettivo previsto della Sua visita è quella di esortare a convertire gli hindu.
Lungi dall’essere segreto, il programma riguardante le conversioni da parte del Vaticano è ben documentato e circola liberamente; è stato reso noto con le encicliche papali «Tertio millenio adveniente» e «Redemptoris missio». Sua Santità ha fatto una dichiarazione pubblica che al di fuori del Cristo non esiste alcuna salvezza, escludendo qualunque altra fede. Come attesta l’«Encyclopaedia Britanica», è proprio su tale punto che il cristianesimo si dimostra intollerante; e questa intolleranza lo rende aggressivo nei suoi sforzi di convertire gli altri.
Noi indiani siamo profondamente colpiti da questo rigurgito d’aggressività che la Chiesa cattolica intraprende al fine di convertire il nostro paese utilizzando tutti i mezzi immaginabili. Questo contrasto genera violenza, poiché qualunque conversione priva irrimediabilmente l’individuo del suo legame fisico con i propri progenitori, con il proprio retaggio culturale, con la propria comunità, con la propria famiglia; e, addirittura, le conversioni di massa a un ritmo sostenuto denazionalizzano il popolo.
Si tratta di un fenomeno socio-religioso esplosivo, dato che ogni conversione ha il potere di risvegliare potenti forze centripete, colpendo così il nodo nevralgico della religione per cui tutte le società, siano esse moderne, tradizionali o tribali, ne fanno una questione d’onore.
Presso tutti gli strati sociali le attività dei missionarî cristiani divide le famiglie e le comunità, la qual cosa dà luogo a degli scontri in alcune regioni periferiche del paese. A causa di ciò, la Chiesa cattolica ha lanciato una campagna di denigrazione, additando l’India come una nazione intollerante, mentre la vera ragione di questi scontri è l’intolleranza stessa dei missionarî.
Noi sappiamo che il Mahatma Gandhi e Swami Vivekananda ispirano un «grande rispetto» a Sua Santità che, in occasione della Sua ultima visita, si è recato a Rajghat (*) in preghiera. Ma è proprio il Mahatma Gandhi che ha definito le conversioni un «mero commercio»; quanto a Swami Vivekananda, ne ha parlato in termini di «perversione religiosa». Visto che uomini così grandi si sono espressi con tanta forza a tale proposito, noi speriamo che Sua Santità voglia comprendere la profondità dei nostri sentimenti nazionali.
Noi non pretendiamo nulla. Speriamo soltanto di poterLe dire che tali conversioni, che paiono essere inerenti alle attività papali, costituiscono una violenza pura e semplice, e ciò è particolarmente vero quando si indirizzano nei confronti del credo hindu, che non crede a questo genere di espedienti.
Nella lettera aperta a Sua Santità, Swami Dayananda ha dichiarato che «la conversione degli hindu colpisce gli inermi; si tratta di una aggressione unilaterale».
A noi non resta da aggiungere altro.

 

* Situato a Delhi, Rajghat è il luogo in cui le spoglie del Mahatma Gandhi sono state cremate.

Gennaio 2003