GLI INDOEUROPEI

- a cura del CENTRO STUDI arya -

Esiste una famiglia umana — quella degli indoeuropei, per l’appunto — che unisce membri di una vastissima area geografica e culturale, la quale si estende per buona parte dell’Eurasia e, forse addirittura, oltre ancora.

Gli studiosi sono (già da qualche secolo, ormai) unanimemente d’accordo sul fatto che, in un passato proto-storico (che oggi sappiamo risalire ALMENO a 8.000 anni fa), dovettero esistere alcune tribù originarie che presero a parlare una lingua comune (Ursprache): il cosiddetto PROTO-INDOEUROPEO (PIE, come abbreviano oggi gli esperti), da cui sono derivate le lingue indoeuropee attualmente conosciute. Per offrire, sia pur con una approssimazione quasi imbarazzante, una collocazione temporale, si può affermare che la graduale differenziazione del proto-indoeuropeo sarebbe iniziata tra il V e il III millennio a.C., seguita da una più rapida diffusione alle soglie del II millennio.

La mitologia comparata, da parte sua, ha messo in luce uno scenario prodigioso (seppure per buona parte ancora controverso e pieno di interrogativi e di vuoti da colmare), cominciando tenacemente a dipanare i fili di una matassa interlinguistica e culturale assai intricata.
In merito alle ricerche condotte in questo ambito, tutto prese l’avvio mediante l’individuazione di sorprendenti assonanze tra il patrimonio mitologico di terre e identità assai disparate tra loro: anzitutto tra la mitologia greca e quella latina, per poi estendersi alle vicende tramandate dalla letteratura vedica (dell’India) e avestica (della Persia), li culti degli Ittiti, dei Galli (i Celti) e degli Sciti, per arrivare — seppure attestata da fonti ben più tarde — alla tradizione germanico-scandinava e, possibilmente, oltre ancora.

I copiosissimi miti tramandati presso le varie popolazioni, da questo punto di vista, vanno visti come racconti che, tra le altre cose, hanno avuto il risultato di fondare l’ordine sociale; e, applicando la metodologia della comparazione, si possono rintracciare i principi fondamentali dell’organizzazione sociale delle diverse popolazioni mondiali. Procedendo su simili premesse, è facile che emergano gli eventuali aspetti ricorrenti che, in culture assai differenti tra loro, vengono a costituire una sorta di filo comune che lega varie perle culturali a un’unica collana intermitologica. Facendo trasparire, in filigrana, una precedente tradizione, andata perduta, da cui tutte deriverebbero.

Superate le prime traversie (depistaggi dovuti a idiosincrasie o a errori di prospettiva), si giunge in modo spontaneo a individuare una serie di elementi che costituiscono un patrimonio collettivo comune, sia pur nelle necessarie differenze che, tra l’altro, arricchiscono notevolmente il patrimonio culturale indoeuropeo e, di conseguenza, dell’intera umanità. Come ha messo bene in luce Tommaso Iorco parlando dei Celti — peraltro in modo ammirevolmente preciso e stringato — i tratti caratteristici delle popolazioni indoeuropee «si possono riassumere nel culto della Grande Dea, da cui derivò una sostanziale armonia fra terra e cielo — assenza di dicotomia fra Spirito e Materia — e la mancanza di una rigida demarcazione fra il naturale e il soprannaturale, un monoteismo che ammette le varie divinità quali poteri dell’Uno (che Giulio Cesare, nel suo De Bello Gallico, indica con il nome di DisPater — corrispondente al sanscrito DyausPita), la divisione castale, la parità dei diritti fra donna e uomo, un’estrema simbiosi con la Natura (e, per conseguenza, il rispetto nei confronti di ogni forma di vita), la molteplicità dei mondi materiali e dei piani della manifestazione, l’eternità del divenire cosmico, l’assenza di dogmi, la legge di causa-effetto (celtico kroui, sanscrito karma), l’immortalità dell’anima e la reincarnazione» (dalla prefazione al dramma lirico Dana). Elementi fondativi della nostra civiltà, molti dei quali purtroppo oggi obnubilati o sommersi, in attesa di un nuovo risorgimento mondiale che possa riscattare questa umanità dolorosamente immersa in una crisi planetaria senza precedenti.

Cogliamo inoltre l’occasione per ricordare, sia pur di passaggio, che il DyausPita sanscrito e il DisPater latino summenzionati trovano una precisa corrispondenza con il greco Jupiter.

E se osserviamo — per portare un esempio ancora più significativo suggerito dalla citazione riportata — la suddivisione castale nelle varie culture indoeuropee, notiamo segni evidenti di una ricorrenza talmente puntuale da risultare impossibile da ascrivere al puro caso. È assai nota la suddivisione indiana in caste di Brahmani, Kshatrya e Vaishya. Nell’antica Roma, la medesima tripartizione distingueva tra Flamines, Milites e Quirites. Presso le popolazioni celtiche abbiamo, analogamente, la divisione fra Druidi, Flaith e Bo-aire.
Come sovente avviene (per quanto sorprendente ciò possa apparire), la più autentica e profonda chiave di lettura di simili fenomeni sociali e culturali proviene dal testo più antico che si conosce dell’intera area indoeuropea: il Rg-Veda. Nell’inno conosciuto con il nome di “Purusha-Sukta”, infatti, troviamo la spiegazione del processo, per mezzo di una grandiosa immagine simbolica, mediante cui dal corpo della Divinità Suprema, l’onnicomprensivo Purusha (termine tradotto talvolta, in modo assai riduttivo ma non privo di una certa valenza suggestiva, in Macrantropo), scaturiscono le tre funzioni castali: quella sacerdotale (oggi diremmo “la classe intellettuale”) fuoriesce dalla testa del Dio, quella dei guerrieri dalle Sue braccia, quella dei commercianti dalle cosce. Infine, la classe dei servi (che, nelle culture indiana, romana e celtica citate corrispondono generalmente agli schiavi), fuoriesce dai piedi del sommo Purusha. L’immagine poetica (non bisogna MAI dimenticare che il RgVeda è una raccolta di inni poetici) è di una chiarezza tanto ammirevole quanto esemplare, come solo la poesia è in grado di produrre.
Si suppone pertanto che già la struttura sociale proto-indoeuropea doveva essere trifunzionale, articolata cioè in sacerdoti, guerrieri e produttori.

Analogie di questo tipo emergono, in forme talvolta imprevedibili, in molteplici aspetti di antiche civiltà. Un altro esempio è fornito dai riti sacrificali dell’India vedica e dell’antica Roma. In India, in un rituale specifico, alla dea Sarasvati (considerata protettrice della casta dei Brahmana) viene offerto in dono un ariete, al dio Indra (protettore degli Kshatrya) un toro e alla coppia divina degli Asvin (i Dioscuri vedici, protettori dei viaggiatori, dei mercanti, degli artigiani, dei coltivatori e degli allevatori) un caprone. A Roma, similmente, il sacrificio detto Suovetaurilia offriva a tre distinte divinità (analogamente connesse alle tre funzioni castali) un ariete, un toro e un maiale.

Un problema assai dibattuto e al momento ancora irrisolto, riguarda la localizzazione originaria (Urheimat) delle tribù che parlavano questo mitico proto-indoeuropeo. Linguisti, storici, archeologi e ricercatori non ufficiali si sono avventurati nelle più disparate (e improbabili, non di rado) ipotesi. La comunità linguistica indoeuropea nella prima età del bronzo (5000 a.C.) conosce probabilmente (proprio come altre comunità sviluppatesi durante il medesimo periodo della preistoria euroasiatica) il momento in cui si definisce l’identità originaria degli Indoeuropei. A quell’epoca, tale comunità doveva coprire una superficie piuttosto estesa, dato che perfino le lingue ugro-finniche (di cui fanno parte finlandese e ungherese) presentano molti elementi proto-indoeuropei nel loro lessico. E, se accettiamo l’ipotesi ormai largamente accreditata secondo cui le diverse lingue indoeuropee, nel tempo, si sono diffuse in terre sempre più remote rispetto al nucleo iniziale, a occidente i segni tangibili arrivano almeno fino alle distese comprese tra il Volga e il Don. Così come risulta evidente che la diffusione di un numero talmente vasto di lingue appartenenti al comune ceppo indoeuropeo non può essere imputata esclusivamente a un semplice fenomeno migratorio (come alcuni studiosi avrebbero voluto), quanto piuttosto a trasformazioni sociali (anche di natura economica) di più vasta portata. Le soluzioni semplicistiche di rado si rivelano essere quelle corrette.

Riteniamo inoltre particolarmente degno di interesse (nel suo complesso, tralasciando molti dettagli fortemente opinabili) il lavoro del linguista italiano Mario Alinei, il quale ipotizza che gli indoeuropei fossero presenti nelle loro sedi già alla fine del Paleolitico superiore (è la cosiddetta teoria della continuità), associandone la diffusione all’arrivo dell’Homo sapiens in Europa, circa 30.000 anni fa.

La società indoeuropea, ai suoi inizi, fu per buona parte “gilanica” (termine coniato da Marja Gimbutas per indicare quelle strutture sociali contraddistinte da un sostanziale e ammirevole equilibrio fra matriarcato e patriarcato), finché prevalse universalmente la tendenza patriarcale, sbilanciando l’ordine sociale nelle forme tristemente visibili nel mondo attuale (vi furono anche, in modo più sporadico e marginale, esempi di opposta prevalenza della tendenza matriarcale, attestate in determinate aree dell’antica India o in alcune leggende, come quelle greche delle Amazzoni che, secondo la tradizione, sarebbero originarie della Scizia o del Caucaso o dell’Anatolia).
E si può affermare con una certezza quasi assoluta che tale antico ordinamento sociale fosse incentrato sull’allevamento, in particolare di bovini, pecore e cavalli. Il bue e la vacca (*gwous, sanscrito go, inglese cow) svolgevano un ruolo centrale nella religione e nella mitologia, proprio come nella vita quotidiana. Anche su questo punto è fortemente consigliabile (oseremmo dire indispensabile) esaminare l’importanza centrale che, negli inni del RgVeda, assumono vacche e cavalli (go e ashva). Soprattutto quando si acquista dimestichezza con il vero senso del simbolismo rigvedico, messo in luce da Sri Aurobindo nel suo illuminante saggio Il segreto dei Veda (aria nuova edizioni), che ogni indoeuropeo che si rispetti dovrebbe compulsare con la massima attenzione.

Per nulla trascurabile, su questa stessa linea di ricerca, ricordare che l’aristocrazia dei Mitanni (Siria settentrionale) ci ha lasciato un trattato sull’allevamento del cavallo e la cura dei carri che riporta termini indoeuropei e nomi di divinità  indoeuropee invocate a protezione. Gli dèi hanno gli stessi nomi di importanti divinità rigvediche: Indar (Indra), Mi-it-ra (Mitra), U-ru-na (Varuna), Na-sa-at-ti-ia (Nasatya). Così come i nomi di alcuni sovrani mitanni che si leggono nelle lettere indirizzate a faraoni egizi (contenute nelle tavolette di Tell-el-Amarna): Artatama, Suttarna, Artasumara. L’idioma parlato dai Mitanni e quello del RgVeda, ai poli opposti dell’altopiano iranico, fanno parte del medesimo gruppo indoario, destinato a generare non solo il persiano e il sogdiano, ma anche gli idiomi degli Sciti, dei Sarmiati, degli Alani e di altri popoli di allevatori nomadi. Vi sono poi le tavolette cuneiformi ritrovate a Bhogaz Köi (in Cappadocia), che recano un patto di alleanza stipulato verso il 1.400 a.C. tra Mattiuaza, re dei Mitanni, e Suppiluliumas, re degli Hittiti, nel quale ricorrono nomi di deità vediche e che rappresenterebbe la testimonianza di un'epoca in cui gli arii erano ancora uniti in un'unica grande famiglia.
Molto antiche risultano essere pure le lingue parlate dagli Ittiti dell’altopiano anatolico e dai Greci che a Creta e a Micene scrivevano in Lineare B, una prima forma di greco.

Per offrire un quadro complessivo dell’Europa al momento dell’avvento dell’età del Ferro, immaginiamo la parte occidentale (le odierne Spagna, Francia, Isole Britanniche) occupata da gruppi che parlavano lingue celtiche; nella parte centro-settentrionale, lingue germaniche; in Italia, il latino, il venetico, l’osco-umbro, forse il piceno, il messiapico e altre lingue ancora (etrusco, antico ligure); nei Balcani (a nord della Grecia) si parlavano lingue indoeuropee in Illiria e in Tracia; ancora più a nord, lingue slave; lungo le coste dei mari del Nord, lingue baltiche; nell’altopiano anatolico, dopo il tracollo dell’impero ittita, il frigio, il licio, il luvio, il cario e, presso il Causaco, l’armeno. In questo enorme mosaico linguistico, la lingua più orientale, il tocarico, è la più tarda e venne scoperta per ultima: essa era parlata e scritta nel Turkestan cinese fra il VI e l’VIII secolo d.C. e fu scoperta appena un secolo fa, in manoscritti rinvenuti in monasteri buddhisti che ormai più nessuno sapeva interpretare.

In merito alle sottofamiglie linguistiche appartenenti alla famiglia indoeuropea, quelle che — allo stadio attuale delle ricerche — vi fanno parte con certezza scientifica sono le seguenti:

  • l’indo-iranico (comprendente il ramo indo-ario e l’iranico; in età antica è testimoniata dal sanscrito vedico e dall’avestico; nel gruppo indo convergono: sanscrito, pali, hindi, indostano, punjabi, romanì, urdu, dialetti del Magadan, angika, assamese, bengali, bhojpuri, magadhi, maithili, oriya, nepalese, sindhi, shivehi, mahl, singalese, gujarati, konkani, marathi; nel gruppo iranico: curdo, osseto, pashtu, parsi);
  • i dialetti del greco (cui fanno parte, in età storica, lo ionico-attico, il dorico, l’eolico, l’arcado-cipriota, il greco di nord-ovest, il panfilio, lo zaconico, il grecanico, oltre ovviamente al greco antico e a quello moderno);
  • le lingue celtiche (diffuse dal I millenno a.C. nell’Europa atlantica, dalla Spagna all'Irlanda: gallico, leponzio, galato, celtiberico, brittonico, gallese, cornico, bretone, goidelico, gaelico scozzese, gaelico irlandese, mannese);
  • le lingue germaniche (norreno, lingue scandinave, islandese, faroese, norn, norvegese, jamtsk, danese, scanico, svedese, dalarna, gutnico, gotico, burgundo, longobardo, tedesco, alemanno, bavarese, yiddish, lussemburghese, vilamoviamo, nederlandese, olandese, fiammingo,  afrikaans, limburghese, frisone, inglese, scozzese); notiamo come lo yiddish, parlato dagli Ebrei, sia un idioma indoeuropeo, per giunta del ramo germanico, rendendo ancora più assurde e infondate le discriminazioni razziali perpetrate dalla Germania nazista;
  • le lingue italiche (diffuse in origine in Italia centro-meridionale e rappresentate, a partire dal I millennio a.C., dal latino, dall'osco-umbro, dal sannita e da altri dialetti minori: falisco, sardo, piemontese, lombardo, ligure, emiliano, romagnolo, venetico, istrioto, toscano, corso, gallurese, sassarese, romanesco, ciociaro, viterbese, marchigiano, aquilano, abruzzese, molisano, napoletano, lucano, pugliese, tarantino, salentino, calabrese, reggino, pantesco, rumeno, dalmata, ladino, friulano, occitano, provenzano, alverniate, linguadociano, guascone, catalano, valenziano, algherese, pittavino, normanno, piccardo, lorenese, vallone, arpitano, galiziano, lusitano, brasiliano, andaluso, aragonese, asturiano, mirandese, oltre ovviamente a francese, spagnolo, portoghese e italiano);
  • le lingue anatoliche (parlate in Anatolia già nel XIX-XVIII secolo a.C. e oggi estinte; ne fanno parte il luvio, l’ittita, il palaico e, nei secoli IX-V a.C., il licio, il lidio, il cario, il milio, il pisidio, il sidetico);
  • le lingue slave (slavo, russo, ucraino, bielorusso, ruteno, polabo, casciubo, slovinzio, polacco, slesiano, ceco, slovacco, bulgaro, macedone, bosniaco, croato, montenegrino, serbo, sloveno);
  • le lingue baltiche (comprendenti due lingue vive — il lituano e il lettone — e altre estinte, come l'antico prussiano, il sudoviano, il curlandese, il semigallo, il seloniano);
  • l’albanese (albanese, ghego, tosco, arberesh, arvantico);
  • l’armeno;
  • il tocario (nei suoi due dialetti estinti, documentati nel Turkestan cinese come già accennato);
  • il traco-frigio (traco, frigio, daco);
  • alcune lingue estinte (fra cui il messapico, l’illirico, i dialetti dei Macedoni e dei Peoni);
  • alcune lingue egee (fra cui il pelasgico, il greco psi e il pelastico).

Si tratta, insomma, di una famiglia linguistica ricchissima e complessa.

Una serie di coincidenze significative tra le diverse forme di poesia epica e lirica delle antiche culture di lingua indoeuropea permettono di ricostruire, certo in modo approssimativo, il panorama del patrimonio poetico (metrica e stilistica) comune alle tribù indoeuropee nella loro tarda fase unitaria.
L’attribuzione al proto-indoeuropeo di un accento musicale e di una opposizione fonemica fra sillabe lunghe e brevi ha una conseguenza precisa sulla metrica della protolingua, che dovette essere di natura quantitativa, cioè basata sulla durata, o quantità della sillaba, esattamente come in greco e in vedico, essendo ogni parola indoeuropea costituita di sillabe lunghe e brevi (il vedico — e il sanscrito che lo soppiantò — presentano peraltro caratteri sillabici e non alfabetici).

Il vedico e il greco rivestono particolare importanza nella ricostruzione della metrica indoeuropea per una serie di ragioni: in primo luogo, il greco antico e il vedico presentano meglio conservata la situazione della prosodia proto-indoeuropea comune; per converso, le lingue celtiche, italiche, germaniche hanno attuato fortissime innovazioni della situazione originaria; peculiari innovazioni presenta, sia pur in misura minore, anche il persiano antico (avestico e gatico).
Oltretutto, le lingue indo-arie e il greco sembrano oggettivamente possedere un patrimonio culturale comune, che ha influito a largo raggio in tutta l’area occupata dalle tribù indoeuropee nella fase tardo-unitaria.

Il poeta, fra gli indoeuropei della più remota antichità, doveva occupare decisamente un ruolo particolare e di primaria rilevanza. Doveva essere, quasi certamente, un cantore orale che, come artefice della parola, era dotato altresì di poteri magici, evocativi, sciamanici. Era una sorta di ponte fra l’umano e il divino. Consapevolezza mai tramontata (se non in tempi recentissimi) in ambito indoeuropeo — e non solo! —: il poeta, per gli antichi, era un autentico vate, un aruspice, un veggente, un sofo, un kavi, un bardo, un aedo, un philid, uno scaldo... L'umanità deve riappropriarsi di questa antichissima — per meglio dire, eterna — verità. Oggi, la poesia è stata tristemente fagocitata dalla mente razionale e, masticata e risputata fuori, ne è uscita deformata nelle fattezze di una geisha dell’intelletto, per il passatempo ameno di qualche letterato un po' più raffinato della media; deve invece ritornare a rivestire il suo più autentico ruolo di emissaria delle Muse dell’ispirazione e, oltre ancora, farsi canale del Mantra. Anche in questo, la rivelazione poetica di Sri Aurobindo assume un ruolo unico e ineguagliabile, come si evince immergendosi nelle sue poesie mistiche e nell’epopea Savitri.
È inoltre alquanto probabile che la società tardo-indoeuropea esprimesse una poesia di carattere epico. Sul piano delle tematiche dell'ipotetica poesia indoeuropea, è verosimile l’idea che in essa fossero già presenti alcuni nuclei narrativi ricorrenti delle epiche indoeuropee storicamente note (Ramayana, Mahabharata, Iliade, Odissea...), al pari di alcuni miti cosmogonici che gli indoeuropei, come del resto i semiti e altre popolazioni dell’Eurasia, avevano ereditato dalle più antiche culture del Neolitico. La convergenza esistente fra la poesia epica degli Indo-arii, dei Greci e dei Celti suffragherebbe una simile ipotesi.

La linguistica comparativa cerca addirittura, nei suoni e nei lemmi delle lingue odierne, proiezioni fonetiche che, come ombre significative, offrano una sagoma più o meno netta delle radiose forme linguistiche pronunciate e comprese millenni orsono... Si cerca in tal modo di ricostruire il proto-indoeuropeo (e non solo nei vocaboli, ma anche nelle regole grammaticali). Per convenzione, le parole in tal modo “ricostruite” si scrivono anteponendovi un asterisco — per riprendere l’esempio già riportato: *gwous (presumibilmente risalente a un'epoca compresa fra il 4.500 e il 2.500 a.C.) che, a sua volta, dovrebbe essere derivato da *gwuo (5.000 a.C.) e, arretrando ulteriormente nel tempo, da *ngwu (7.000 a.C.), fino ad arrivare a *ngu (10.000 a.C.).

La linguistica, come è noto, tenta pure di ricostruire gli “alberi genealogici” delle diverse lingue, indagandone le progressive trasformazioni e filiazioni: rintracciando e ricostruendo quali parole comuni abbiano le diverse lingue, si risale in qualche modo ai contesti in cui il proto-indoeuropeo era parlato.

Oltre al tentativo di identificare la Urheimat, gli archeologi e i linguisti (fra cui spiccano, in Italia, Enrico Campanile, Paolo Ramat e Anna Giacalone Ramat) hanno cercato di ricostruire, per quanto possibile, i tratti comuni alla civiltà indoeuropea, di cui abbiamo già messo in evidenza — avvalendoci delle parole di Iorco — quelli che a noi paiono gli aspetti realmente fondativi. Tutto questo lavoro non è un ozioso passatempo per gli amanti del passato: se vogliamo costruire un futuro consapevole e nuovo, non possiamo ignorare le nostre radici più autentiche e, da lì, prendere le mosse per andare oltre.

È inoltre suggestivo il suggerimento di Vittore Pisani, secondo il quale l’ultima fase della comunità indoeuropea deve essere interpretata come lega linguistica, in cui si distingue chiaramente la componente fondamentale del “protosanscrito”. Parallelamente, occorre tenere presente la possibilità alquanto probabile della presenza di un “diasistema”, cioè di un insieme di dialetti caratterizzati da intelligibilità reciproca, ma ricco di varianti locali (un po' come i dialetti delle varie aree linguistiche neolatine, per intenderci).

Si desidera inoltre menzionare uno studio apprezzabile da un punto di vista archeologico e cronologico che si basa sulle parentele tra le famiglie linguistiche del Vecchio Mondo, portato avanti dalle teorie della superfamiglia Nostratica e della superfamiglia Eurasiatica. Nella prospettiva di tali teorie, l’indoeuropeo (forse insieme all’ugro-finnico) si sarebbe staccato dal corpo principale della superfamiglia (Nostratica o Euroasiatica, a seconda della teoria) in un momento che alcune teorie fanno risalire alla fine del Neolitico (a detta di Colin Renfrew), altre invece al Paleolitico superiore, probabilmente prima della glaciazione Würm (secondo Mario Alinei, Franco Cavazza e gli assertori delle teorie della continuità paleolitica).

Come che sia, non si può non osservare che l’ugro-finnico è, tra le altre famiglie linguistiche, quella che sembra presentare il maggior numero di somiglianze sistematiche con l’indoeuropeo.

E, ancora, occorre pure considerare il tentativo di Pedersen, Meriggi e Heilmann con l'ipotesi dell’indo-semita, dove la macro-famiglia verrebbe formata dall’indoeuropeo e dal solo ramo semitico dell’afro-asiatico. Tentativi simili furono proposti precedentemente da Hermann Möller, Albert Cuny e da Graziadio Isaia Ascoli. Aggiungiamo, a tale proposito, che la tradizione Caldea potrebbe essere stata — a nostro modesto parere — l’anello protostorico di congiunzione fra la cultura vedica e la semitica.

Infine, occorre ricordare che sono in corso diversi tentativi (da considerarsi ancora non definitivi) di collegare l'Indoeuropeo con altre lingue quali: il sumero, lo ainu, l’eschimese, il cinese, l’etrusco, il berbero e l’egiziano antico, il kartvelico (lingue caucasiche meridionali), le lingue caucasiche occidentali e altre ancora.


AGGIORNAMENTO: GIUGNO 2012

La lingua conosciuta con il nome di Burushaski, che attualmente annovera circa 90.000 parlanti residenti in una remota area del Pakistan, è stata riconosciuta come indoeuropea.
Un intero numero del mese di giugno 2012 della rivista Journal of Indo-European Studies (uno degli organi internazionali più autorevoli di studi linguistici) è stato dedicato a questa scoperta.
Più di cinquanta eminenti linguisti aveva tentato per anni di determinare le origini del burushaski, giungendo infine alla conclusione provvisoria  che doveva trattarsi di una lingua isolata, priva cioè di relazioni con i linguaggi dell’area circostante e non collegabile ad alcuna altra lingua al mondo. Ma il prof. Ilija Casule dell’università australiana di Macquarie ha infine dimostrato, al termine di uno studio meticolosissimo durato venti anni (basato su una complessa analisi comparata fra grammatica, fonologia, lessico e semantica), che si tratta di una lingua indoeuropea, forse derivante da una delle antiche lingue balcaniche (antico frigio, si suppone — questa pare, perlomeno, l’ipotesi più probabile). E una équipe tra i più grandi esperti mondiali di linguistica ha verificato tali studi riconoscendone la fondatezza senza possibilità di dubbio.
Esiste peraltro una antica leggenda appartenente al popolo Burusho (i parlanti del burushaski), secondo la quale essi sarebbero i discendenti di Alessandro Magno.
Così, un’altra lingua si aggiunge alla sempre più vasta famiglia indoeuropea!


Concludiamo con una serie di radici PIE che presentano forti affinità fonetiche con l’italiano... Tanto per rendersi conto di quanti lemmi, pronunciati millenni or sono in luoghi geografici distantissimi dall’Italia, si trovino ora nella nostra meravigliosa e musicalissima lingua.

*ausos        aurora

*bhares       barba

*dekm-       dieci

*diw           dio, divino, lucente

*duwo        due

*ed             mangiare (edibile)

*gen-          generare

*genu         ginocchio

*ghortó       orto

*gno           conoscere (cognoscere)

*hster          stella

*hokt-         otto

*kaput         capo (nel senso di testa)

*ker(d)-       cuore (cardio)

*kerwos       cervo

*kmtom-      cento

*kuku          cuculo

*kwetwara   quattro

*kwon         cane

*lath-          latente, nascosto

*mater        madre

*men-         mentale

*mori          mare

*nam          nome

*newn-       nove

*newos       nuovo

*nokt          notte

*owi-          ovino

*pater         padre

*peku         pecunia

*porko        porco (maiale domestico)

*regs-         re (nel senso di imperatore)

*rudh-        rosso, rutilo

*sal            sale

*seks          sei

*septm-      sette

*steh-         stabilire, stare

*strt-          esteso, distendere

*su-           suino

*trejes        tre

*trito          terzo

*wek-         voce

*wer-         vedere

*wid           vedere

*wobhsa     vespa

*yeug         giogo