Che anno è?

(a cura della redazione arianuova.org)


Assai presto, nella storia, l’uomo ha sentito la necessità di ricorrere all’uso di un sistema di datazione che gli permettesse di fissare il tempo e gli eventi in una precisa linea temporale. Così è nato il calendario. Il nome deriva dal latino kalendæ, primo giorno del mese, in cui i banchieri romani riscuotevano gli interessi dei prestiti annotati su un libro (calendarium).

Il calendario più diffuso nel mondo, oggi, è il calendario gregoriano, che fa iniziare ogni nuovo anno al 1° gennaio e che farebbe coincidere l’anno ‘zero’ con la nascita di Gesù Cristo (il condizionale è d’obbligo, in quanto ormai sappiamo che in realtà Gesù nacque il 7 o l’8... dopo Cristo!).

Ma, come è noto, questo non è l’unico calendario in uso — ancor meno il più antico.

Il calendario gregoriano, in realtà, è entrato in uso in tempi relativamente recenti, soppiantando il calendario giuliano. Nell’antica Roma, gli scrittori di fatti bellici (per esempio Tucidide) si attenevano alla primitiva bipartizione in estate e inverno. Numa Pompilio (VIII-VII secolo a.C.ca) avrebbe organizzato l’anno in 355 giorni, con un mese intercalare (merkedonius) a anni alterni. L’eccesso di quattro giorni ogni quadriennio era corretto in modo arbitrario dai pontefici, che spesso distribuivano i mesi intercalari per ragioni politiche, in disaccordo con le stagioni.
Nel 46 a.C. Giulio Cesare riformò il calendario con i suggerimenti dell’astronomo alessandrino Sosigene. Ogni quattro anni si aggiungeva un giorno fra 23 e 24 febbraio (bis sexto ante kalendas Martias, donde il nome di “bisestile” all’anno di 366 giorni in confronto ai tre “comuni” di 365). La data romana si basava sukalendænonæ e idus (rispettivamente il 7 e il 15 in marzo, maggio, luglio, ottobre; il 5 e il 13 negli altri mesi). Questo calendario giuliano fu in uso nei paesi cattolici e protestanti fino al 1582, quando fu sostituito dal calendario gregoriano, e fino al 1918 nell’impero zarista.

Il calendario indiano (talvolta chiamato “calendario shaka”) è il calendario civile ufficiale in uso in India (in affiancamento a quello gregoriano).
Questo l’elenco dei mesi (fra parentesi la corrispondenza con il calendario gregoriano), i cui nomi dei mesi derivano da vecchi calendari lunisolari hindu (esistono quindi variazioni locali nella loro scrittura):
Chaitra (30 giorni, dal 22 marzo - negli anni bisestili ha 31 giorni e inizia il 21 marzo) - Vaisakha (31 gg, dal 21 aprile) - Jyaistha (31 gg., dal 22 maggio) - Asadha (31 gg., dal 22 giugno) - Sravana (31 gg., 2dal 3 luglio) - Bhadra (31 gg., dal 23 agosto) - Asvina (30 gg., dal 23 settembre) - Kartika (30 gg., dal 23 ottobre) - Agrahayana (30 gg., dal 22 novembre) - Pausha (30 gg., dal 22 dicembre) - Magha (30 gg., dal 21 gennaio) - Phalguna (30 gg., dal20 febbraio).
I mesi della prima metà dell’anno hanno tutti 31 giorni, per tenere in considerazione i movimenti più lenti del Sole attraverso l’eclittica in questo periodo.
Gli anni sono contati basandosi sull’èra Shaka, che ha il suo anno zero nel 78 d.C.
Il calendario venne introdotto dal Comitato di Riforma del Calendario nel 1957, che formalizzò anche un calendario religioso, indicato come Rashtriya Pancang. Questo, come molti calendari regionali, definisce un calendario lunisolare basato su una versione autorevole del Surya Siddhanta risalente al X secolo.
La parola pancang deriva dal sanscrito pancangam (panca, cinque; anga, parti), che si riferisce alle cinque braccia del calendario: il giorno lunare, il mese lunare, il mezzo giorno, l’angolo di sole e luna e il giorno solare. Nel Rashtriya Panchang, i mesi sono determinati in base alla posizione del Sole rispetto alle stelle fisse all’alba, elaborata da osservazioni antipodali della luna piena.
Molto più interessante è l’antico metodo di computazione degli “yuga” (‘periodi’) che troviamo in alcuni testi antichi dell’India. Singolarmente in sintonia alle più moderne concezioni scientifiche, per gli antichi saggi dell’India l’universo è un incessante susseguirsi di cicli di creazione e distruzione. Ogni ciclo cosmico (kalpa) è contraddistinto da mille maha-yuga, i quali a loro volta sono composti da mille yuga. Ogni yuga, infine, contiene quattro fasi: Satya-yuga (l’Età della Verità, di 4800 anni), Treta-yuga (l’Età dell’Equilibrio, in cui viene perso un quarto della Verità e che ha la durata di 3600 anni), Dvapara-yuga (l’Età del Potere, in cui la Verità risulta dimezzata, che dura 2400 anni), Kali-yuga (l’Età nera, in cui rimane solo un quarto della Verità, soffocata dall’oscurità, e che dura 1200 anni), per un totale di 12000 anni. Al termine di ogni Kaliyuga, si presenta un nuovo Satyayuga, in una spirale la cui discesa verso il basso ha il solo scopo di rendere il successivo Satyayuga più completo del precedente grazie alla discesa nel basso e al conseguente recupero di alcuni segreti dell’Abisso.

Il calendario buddista inizia a computare gli anni dal 543 a.C., anno della dipartita (mahanirvana) di Buddha Gotama. Quindi l’anno in corso per coloro che utilizzano questo tipo di calendario è il 2550 (2007 + 543 = 2548). Il calendario buddista è utilizzato in vari paesi come la Thailandia e lo Sri Lanka: ma mentre alcuni stati utilizzano i numeri per indicare i giorni del mese, lo Sri Lanka fa uso di specifici nomi. Quando nel corso dello stesso mese solare si verificano due noviluni che si susseguono, viene aggiunto un mese dalla data in cui cade il primo novilunio (fase iniziale della lunazione nella quale la luna si rende invisibile ponendosi tra la Terra e il Sole). Questo succede per rimediare alla differenza fra anno solare, formato da 365 giorni, e anno lunare composto da 354 giorni circa. Infatti il calendario buddista si rifà all’antico calendario hindu lunisolare.
Il calendario solare è formato da 12 mesi e comincia nel momento in cui il Sole entra nella costellazione dell’Ariete; quello lunare, invece, inizia dopo il primo novilunio a partire dall’inizio dell’anno solare. Il capodanno buddista ricorre quasi sempre fra il 13 e il 18 aprile.

Il calendario islamico si basa su una scansione del tempo di tipo puramente lunare. Prende le mosse dal 622 d.C., anno in cui fu compiuta la cosiddetta ègira dal profeta Muhammad (ovvero la sua fuga dalla Mecca a Medina), e si snoda in 12 mesi alternativamente di 30 e 29 giorni. Rispetto all’anno tropico, quello islamico è di 354 giorni soltanto.
I mesi sono: Muhàrram (30 giorni) - Sàfar (29 gg.) - Rabì al-àwwal (30 gg.) - Rabì al-thàni (29 gg.) - Jumàda al-ùla (30 gg.) - Jumàda al-akhìra (29 gg.) - Ràjab (30 gg.) - Sha'bàn (29 gg.) - Ramadàn (30 gg.) - Shawwàl (29 gg.) - Dhu l-qà'da (30 gg.) - Dhu l-hìjja (29 gg.).

Il calendario ebraico è un calendario lunisolare. L’anno è composto di 12 o 13 mesi di 29 o 30 giorni ciascuno.
Il calendario ebraico deriva dal calendario babilonese, con il quale gli ebrei vennero in contatto nel VI secolo a.C.
Originariamente la durata dei mesi non era stabilita in anticipo, ma l’inizio di ogni mese veniva fissato tramite l’osservazione diretta della luna nuova; nel 358 a.C. il sommo sacerdote Hillel II codificò un sistema matematico che fissa l’inizio dei mesi e la durata degli anni in base a regole di calcolo precise e immutabili.
Il calendario ebraico è basato sul ciclo metonico di 19 anni divisi tra normali (peshutim) ed embolismici (meubbarim) nei quali viene aggiunto un tredicesimo mese. Gli anni embolismici sono il 3°, il 6°, l’8°. l’11°, il 14°, il 17° e il 19° anno del ciclo. Se ne ricava che il ciclo è composto di 12 anni di 12 mesi (144 mesi) e da sette anni di 13 (91 mesi) per un complessivo di 235 mesi lunari. Il tredicesimo mese si chiama Adar Sheni.
La sequenza dei mesi del calendario ebraico è la seguente:
Tishrì (30 giorni) - Cheshvan (29 o 30 gg.) - Kislev (29 o 30 gg.) - Tevet (29 gg.) - Shevat (30 gg.) - Adar (29 o 30 gg.) - [Adar Shenì (29 gg.)] - Nissan (30 gg.) - Yiar (29 gg.) - Sivan (30 gg.) - Tamuz (29 gg.) - Av (30 gg.) - Elul (29 gg.).
Il mese di Adar Sheni — detto anche Veadar — è mancante negli anni normali, completo negli anni embolismici. I mesi di Chesvan e Kislev variano di durata a seconda del tipo di anno.
Gli anni normali possono durare 353, 354 o 355 giorni; gli anni embolismici 383, 384 o 385. Il ciclo di 19 anni può durare da 6939 a 6942 giorni.
Il calendario ebraico si ripete esattamente dopo un ciclo di 689.472 anni, pari a 251.827.457 giorni.
La durata media dell’anno è quindi di 365 giorni, 5 ore, 55 minuti e 25 secondi: la deviazione rispetto all’anno solare medio è di circa 6 minuti e 39 secondi, quindi il calendario ebraico rimane indietro di un giorno rispetto all’anno solare ogni circa 216 anni (per confronto, il calendario giuliano perde un giorno ogni 128 anni, quello gregoriano ogni 3323 anni).
I giorni della settimana, nel calendario ebraico, non hanno nomi particolari ma vengono indicati con i numerali, dove il sabato viene considerato contemporaneamente il primo e l’ultimo giorno (giorno 0 o 7°)
Secondo il calendario ebraico esistono 3 occorrenze di capodanno ognuna con un significato diverso. Il Capodanno, così come lo si considera nella cultura occidentale, si identifica con la festa di Rosh haShana che cade il primo giorno di Tishrì. Questo primo capodanno introduce ai dieci giorni penitenziali che precedono lo Yom Kippur durante i quali il popolo ebraico prende coscienza del proprio comportamento nell’anno precedente invocando la grazia al Signore. Un secondo capodanno cade il 15 di Shevat, in occasione di Tu BiShvat, il capodanno degli alberi che ha un richiamo prevalente all’anno agricolo. Il terzo capodanno, che cade il giorno 1 del mese di Nissan, il mese di Pesach, considerato come il capodanno religioso. È infatti con l’uscita del popolo ebraico dall’Egitto che si forma una vera coscienza religiosa ebraica.
Il calendario ebraico conta gli anni a partire dalla quella che la tradizione rabbinica considera la data della creazione in base alle indicazioni della Bibbia, corrispondente al 3760 a.C.
Precisamente l’anno 1 inizia il 6 ottobre 3761 a.C.; la creazione viene posta verso la fine di tale anno, quindi nell’autunno del 3760 a.C. (non esiste tuttavia un anno zero)
Perciò, ad esempio, nell’anno gregoriano 2006 inizia l’anno ebraico 5767.

In Cina, l’antico calendario cinese continua a essere osservato accanto al calendario gregoriano, soprattutto per le festività. Si tratta di un calendario lunisolare e si presenta simile, per molti aspetti, al calendario ebraico.
Anche il calendario cinese prevede, infatti, anni comuni, composti da 12 mesi e da 353, 354 o 355 giorni, e anni embolismici, composti da 13 mesi e da 383, 384 o 385 giorni.
L’inizio di ogni mese avviene a ogni fase di luna nuova, considerata tale dai cinesi nel momento della congiunzione della Luna con il Sole, ovvero quando la Luna è completamente invisibile, per le zone in prossimità del meridiano a 120 gradi a est di Greenwich, che è il meridiano delle coste orientali della Cina.
È importante la definizione di termine principale: è la data in cui il Sole, nel suo apparente moto intorno alla Terra, determina un angolo multiplo di trenta gradi, considerando l’angolo di zero gradi quello creato dalla posizione del Sole il giorno dell’equinozio di primavera.
Il termine principale 1 si ha quando la longitudine del Sole è di 330 gradi, il termine principale 2 si ha quando la longitudine del Sole è di 0 gradi, il termine principale 3 avviene quando il Sole è a 30 gradi, e così via.
Ogni mese prende il numero del termine principale in esso contenuto.
Nel caso in cui capiti che un mese contenga due termini principali, non si tiene conto del secondo. Il termine principale 11, che coincide col solstizio d’inverno, deve sempre cadere nel mese numero 11.
Quando si hanno 13 lune piene tra l’undicesimo mese di un anno e l’undicesimo mese dell'anno successivo (ovvero tra un solstizio e il successivo), l’anno che segue diventa di 13 mesi. Poiché in tale anno c’è almeno un mese che non contiene nessun termine principale, il mese successivo a questo diventa il mese aggiuntivo, che porta però lo stesso numero del mese precedente.
Nel calendario cinese gli anni sono contati seguendo un ciclo di 60 anni. Fino al 1911 venivano contati partendo dal momento dell’ascesa al trono di ogni imperatore.
A ogni anno viene assegnato un nome composto da due parti: una radice celeste e un ramo terrestre.
Le parole che costituiscono la prima parte del nome sono dieci, e non sono traducibili:
jia, yi, bing, ding, wu, ji, geng, xin, ren, gui.
Le parole che costituiscono la seconda parte, quella terrestre, sono le seguenti dodici:
zi (topo), chou (bue), yin (tigre), mao (coniglio), chen(drago), si (serpente), wu (cavallo), wei (pecora), shen(scimmia), you (gallo), xu (cane), hai (maiale).
I nomi degli anni vengono creati partendo dal primo nome ‘celeste’ e dal primo ‘terrestre’, e utilizzando successivamente i secondi, i terzi, ecc. delle due liste; quando si arriva all’ultimo di una delle due liste, si ricomincia dal primo di quella lista. In questo modo è possibile costruire 60 combinazioni, ossia 60 nomi di mesi, che sono quelli che compongono un ciclo completo. L’anno 2007, per esempio, è detto ding-hai.
Si usa contare questi cicli sessantennali a partire dal 2637 a.C., quando, secondo la tradizione, il calendario cinese fu inventato.
Gli anni di questo calendario non coincidono esattamente con quelli del calendario gregoriano, poiché varia necessariamente la data del capodanno: precisamente, il capodanno cinese, Hsin Nien, che dura quattro giorni, cade in coincidenza della prima luna nuova dopo l’entrata del Sole nel segno dell’Acquario, ossia nel momento in cui inizia il mese numero 1.

Vi sono poi calendari caduti in disuso, appartenenti ai popoli dell’antichità.

Il calendario egizio, per incominciare, per il quale il mese era di 30 giorni, l’anno iniziava dalla comparsa nel cielo della stella Sothis (Sirio) ed era di 365 giorni (12 mesi più 5 giorni aggiuntivi a fine anno detti epagomeni). Tre stagioni di quattro mesi erano scandite dal Nilo e dall’agricoltura: Akhit (“inondazione”), Peret (“uscita” della terra dalle acque), Shemu (il “raccolto”). In origine i mesi erano indicati con numeri ordinali, più avanti vennero loro attribuiti i nomi. Ma i cicli di Sirio sono di 365 giorni e un quarto (come quelli del Sole), perciò le date dell’inondazione e del sorgere di Sothis subivano uno scarto di un giorno ogni quattro anni in quanto gli egiziani non usavano gli anni bisestili. La perfetta coincidenza, con un anno di differenza, si aveva 1461 anni dopo (periodo sothiaco). Avendo notato questo scarto (a cui avrebbero posto rimedio più tardi) gli egiziani utilizzavano due calendari, uno ufficiale e uno che serviva per la vita reale. Nonostante questi problemi è stato possibile, grazie anche alle iscrizioni delle piramidi, calcolare l’anno di inizio dell’Antico Impero nel 2783 a.C.
Questa la tabella dei mesi all’interno delle tre stagioni —
Akhet: Thot (dal 19 luglio) - Paophi (dal 18 agosto) - Athyr (dal 17 settembre) - Shoiak (dal 17 ottobre)
Peret: Tybi (dal 16 novembre) - Meshir (dal 16 dicembre) - Phamenoth (dal 15 gennaio) - Pharmauti (dal14 febbraio)
Shemu: Pakhons (dal 16 marzo) - Payni (dal 15 aprile) - Epiphi (dal 15 maggio) - Mesora (dal 14 giugno)
Giorni Epagomeni:
14 luglio: nascita di Osiris
15 luglio: nascita di Horus
16 luglio: nascita di Seth
17 luglio: nascita di Isis
18 luglio: nascita di Nephtys
La ricomparsa di Sothis avviene il 18 o il 19 luglio, dopo 70 giorni dalla sua scomparsa.

Nel calendario mesopotamico il mese (per i sumeri itue per gli accadi arkhu) era di 29 o 30 giorni, suddiviso in settimane (di 7 o 5 giorni). Prima che Hammurabi rendesse quello adottato dalla città di Nippur comune a tutto l’impero nel XVIII secolo a.C., le città-stato babilonesi ne avevano uno proprio, con mesi denominati dalle feste religiose e dai lavori agricoli. Il primo mese iniziava con l’equinozio di primavera.

In merito al calendario greco, sarebbe più esatto parlarne al plurale: negli stati greci, infatti, il calendario non era uniforme — l’anno attico e olimpico cominciava in estate; quello macedonico in autunno. L’anno solare greco era di 354 giorni sulla base delle lune: per l’accordo coi 365 solari, l’astronomo Cleostrato di Tenedo (seconda metà del VI secolo a.C.) calcolò un ciclo di otto anni (octaeride) con una distribuzione di mesi supplementari. All’octaeride, troppo corta, Metone a Atene sostituì nel 432 a.C. un ciclo di 19 anni (12 mesi ciascuno più 7 intercalari).

Il calendario celtico divideva l’anno in feste solari e lunari. I solstizi e gli equinozi solari erano i punti che segnavano il percorso del Sole: allo zenit nel solstizio d’estate, al suo apogeo nel solstizio d’inverno, e sui punti mediani durante gli equinozi.
Le feste lunari o ‘feste di fuoco’ celtiche sono festeggiate ancora oggi. Le antiche Samhain (31 ottobre) e Beltain (30 aprile) erano le due feste più importanti del calendario celtico, perché segnavano la divisione dell’anno in due parti: inverno e estate. I celti festeggiavano il nuovo anno a Samhain, oggi celebrato come Halloween o festa di Ognissanti, che segnava anche l’inizio dell’inverno.
Un’altra festa, Oimelc (31 gennaio), indicava l’allontanamento dell’inverno e caratterizzava un periodo in cui si celebravano poche feste tribali, a eccezione di quelle femminili, legate alla fertilità. Beltain, o Calendimaggio, coincideva con l’inizio dell’estate e si svolgeva sotto la protezione del dio Belenos, lo ‘splendente’.
Il 21 luglio era la volta di Lughnasadh, che segnava la riunione della tribù, o clan, in piena estate.
Secondo le ipotesi più accreditate, il calendario celtico calcolava il principio dei mesi dal plenilunio oppure dal primo quarto, anziché dal novilunio (o luna nuova), come avviene invece nei calendari lunisolari in uso oggi (quello ebraico e quello cinese).
Ogni mese era lungo 29 o 30 giorni ed era diviso in due parti, la prima “chiara” e la seconda “buia”. I mesi di 29 giorni erano considerati infausti, mentre quelli di 30 erano fausti.
Come tutti i calendari lunisolari, aggiungeva periodicamente un tredicesimo mese all’anno, per mantenere i mesi lunari grosso modo sincronizzati con le quattro stagioni dell’anno solare. Nel calendario celtico di Coligny (l’unico calendario celtico riscoperto), gli anni di tredici mesi (embolismici) ricorrevano due volte ogni quinquennio: un ciclo lunisolare simile, ma meno preciso, del più comune ciclo di Metone (usato, per esempio, nel calendario ebraico), nel quale gli anni embolismici ricorrono sette volte ogni diciannove anni.
Il nuovo giorno è calcolato da tramonto a tramonto: ogni festa di conseguenza si celebrava a partire dalla notte precedente e quindi dalla sua vigilia.
Analizziamo i nomi dei vari mesi celtici.
Samon, mese dell’incontro con gli Avi. È il nome abbreviato del primo mese. Il significato di samoniospare prossimo a quello di “assemblea, riunione” (in sanscrito sàmanam significa “assemblea, riunione, festa”, nell’antico norreno saman significa “insieme, gruppo”, infine la radice indoeuropea sem-, som-, sm-significa proprio “insieme”). Dal gallico samoni(o)sderiva indubbiamente il nome della festa panceltica di Samain, dedicata ai morti. La festa è ancora celebrata oggi sotto altri nomi e secondo il folklore moderno durante questo periodo le entità soprannaturali e gli spiriti degli Avi e dei morti in generale entrano in contatto con i viventi. Ricollegando perciò la festa di Trinoxtion Samoni alla moderna festa irlandese di Samain, passata in tempi più recenti al resto del mondo anglofono come Halloween, e facendo riferimento poi a allocuzioni simili in greco e sanscrito il significato diventa “momento (luogo) di incontro con gli Avi” o “riunione con i Padri” (sm-uid- e sam-vid).
Duman, mese delle fumigazioni. È la forma abbreviata di dumanios o dumanos o dumanis, secondo mese del calendario celtico. È prossima al termine latino fumus, sanscrito dhumah, lituano dumai “fumoso”, grecothumos “anima, cuore” e thumiao “fare fumare”. La relazione tra “fumo, vapore” e “anima, forza vitale” è insita nel termine e potrebbe indicare la natura sacrificale e senza dubbio rituale di questo mese.
Riuros, mese del freddo intenso. È il nome del terzo mese. Normalmente il termine riuros viene messo in relazione all’omologo dell’irlandese arcaico réud “grande freddo”, al gallese rhew “gelo, freddo intenso”, al bretone reo e rev “grande freddo”, tutti termini derivanti dalla comune radice indoeuropea preus-, che ritroviamo anche nel latino pruina “gelata bianca” da cui l’italianobrina, nel germanico friosan “gelare” e nel sanscritoprusva “gelata”.
Anagan, mese del riposo. È la forma abbreviata del termine [a]nagtio- che troviamo sul calendario di Coligny e il cui nominativo dovrebbe essere anagantios, benché di questa parola potrebbero essere possibili altre versioni. La particella an- iniziale è senza dubbio privativa e il tema -agantio- sembra essere una forma participiale della radice ag- “condurre, andare, portare”, nell’irlandese antico troviamo infatti ag- con il medesimo significato, nel gallese agit “essi vanno”, nel latino ago, etc. Perciò Anagan indicherebbe un periodo nel quale non si viaggia o forse vige il divieto di viaggiare, cioè in cui si resta e, probabilmente, si riposa. Il periodo dell’anno al quale fa riferimento, la fine dell’inverno, indica un momento in cui le provviste sono quasi terminate, la selvaggina scarseggia e la natura non si è ancora risvegliata, indicato perciò a preservare le energie.
Ogron, mese del freddo. Abbreviazione del nominativo ogronnios o ogronnos. Il significato del termine sembra piuttosto chiaro e deriva dal celtico insulare ougro- che significa “freddo”. Lo stesso significato lo troviamo nel termine arcaico irlandese ùar e òcht e nel gallese oer. Ogron è perciò un mese moderatamente freddo in rapporto a Riuros, mese del “grande freddo”.
Cutios, mese delle Invocazioni. Lo troviamo al nominativo come gutios, cut- e al genitivo cutio, qutio, quti. È prossimo al termine dell’irlandese arcaico guth“voce” e al gallico gutuater “invocatore” (sanscritoudgatar, “cantore di inni”).
Giamon, fine dell’inverno. Abbreviazione di giamoniosgiamonis dall’etimologia molto chiara in quanto la parola contiene direttamente il termine gallico che indica l’inverno.
Simiuis, metà primavera. Il nominativo è simiuisonna e con tutta probabilità è un parola composta dal prefisso simi- o semi- “mezzo”, latino semi, greco hemi-, sanscrito sami- e il termine uisonna- che indica anche nell’indoeuropeo arcaico la primavera e che diventa in gallese arcaico guiannuin, nel cornico arcaico guaintoin, da cui uesnteino, in latino uer, in greco éar, in sanscrito vasantà- ecc. Traducendo letteralmente: metà della primavera.
Equos, mese dei cavalli. Il nome di questo mese rappresenta un piccolo enigma, se sembra evidente che faccia riferimento ai cavalli avendo come omologo il termine greco indicante questi animali, non si comprende allora perché ovunque altrove i celti indicassero i cavalli con la radice epo! Si suppone perciò che il termine equos sia un arcaismo la cui conservazione sia giustificata all’interno di un documento istituzionale quale il calendario druidico oppure che il termine sia derivato direttamente dal latino all’epoca della trascrizione dalle fonti orali del calendario stesso (I sec. d. C.).
Elembiu, mese del cervo. Decimo mese del calendario celtico, lo troviamo abbreviato anche in elemb. Il termine contiene in maniera molto evidente la parola indoeuropea che indica il cervo elem-(bhos), affine al greco élaphos (elnbhos) “cervo”, al gallese elain(elani), all’irlandese arcaico elit (elnti) “capriolo, cervo”, ecc. L’elembiu celtico ha forti corrispondenze con il nono mese del calendario greco-attico durante il quale si celebravano feste dedicate alla dea della caccia Artemide.
Edrini, fine dell’estate. Il significato è ancora sconosciuto, ma alcune ipotesi vedono la radice aidh-(sanscrito agni) che significa “ardore, fuoco” da cui poi il termine latino aestas da cui è derivata la nostra parola “estate”. In tal caso potrebbe significare l’inizio o il termine dell’estate, e vista la posizione del mese nel calendario si dovrebbe interpretare come “fine dell’estate”.
Cantlos, mese dei canti rituali. Il significato del termine cantlos, probabilmente è simile a quello dell’irlandese arcaico cétal “canto, recitazione”, del gallese cathl“canto, poema, inno”, del bretone quentel “canto liturgico”, tutti contenenti la radice indoeuropea kan-“cantare”, da cui il latino cano.

Particolarmente affascinante è infine il calendario maya, il quale veniva utilizzato dai Maya e da altri popoli dell’America centrale (Aztechi e Toltechi). Si tratta di un calendario molto elaborato, basato su più cicli di durata diversa:
- il ciclo Tzolkin aveva una durata di 260 giorni
- il ciclo Haab aveva una durata di 365 giorni
- il Lungo computo indicava il numero di giorni dall’inizio dell’era Maya.
Il ciclo Tzolkin era un calendario religioso senza un diretto collegamento alla durata dell’anno. I vari giorni del ciclo erano considerati più o meno fortunati. Esso era basato su due cicli più brevi, uno di 13 giorni e uno di 20.
Il ciclo Haab era un calendario civile legato al ciclo delle stagioni. Era composto da 18 “mesi” di 20 giorni, con i seguenti nomi: Pop, Uo, Zip, Zotz, Tzec, Xul, Yaxkin, Mol, Chen, Yax, Zac, Ceh, Mac, Kankin, Muan, Pax, Kayab, Cumku. A questi si aggiungevano 5 giorni chiamati Uayeb, con i quali si raggiungeva la durata di 365 giorni: questi 5 giorni erano considerati particolarmente sfortunati.
I giorni del mese erano numerati da 0 a 19: i maya infatti conoscevano lo zero.
Le date del ciclo Haab e quelle del ciclo Tzolkin ritornavano a corrispondere tra loro ogni 52 cicli Haab, pari a 73 cicli Tzolkin, pari a 18980 giorni: 18980 è infatti il minimo comune multiplo tra 365 e 260. Il giorno iniziale di questo periodo era il 4 Ahau (Tzolkin) 8 Cumku (Haab).
Non si usava numerare gli “anni” né del ciclo Tzolkin, né del ciclo Haab. Invece si utilizzava il Lungo computo: una numerazione progressiva dei giorni in un sistema di numerazione posizionale misto in base 13, 18 e 20. Precisamente si trattava di un numero di cinque “cifre”: la prima (quella delle “unità”) in base 20, la seconda (le “decine”) in base 18, la terza e la quarta di nuovo in base 20, la quinta in base 13. Nella notazione moderna, si scrivono i numeri corrispondenti separati da punti, ad esempio 12.19.13.7.19 (corrispondente al 5 luglio 2006).
Il ciclo completo del Lungo computo era di circa 5125 anni, ed era multiplo del ciclo Tzolkin di 260 giorni. Le prime quattro cifre si contavano a partire da 0 (quindi la seconda andava da 0 a 17, le altre da 0 a 19), la quinta invece andava da 1 a 13. Il primo giorno era il 13.0.0.0.0 (4 Ahau nel ciclo Tzolkin).
I periodi dopo i quali si ripeteva ciascuna cifra avevano i seguenti nomi:
- 20 giorni (prima cifra): uinal
- 360 giorni (seconda cifra, 18x20 = 360): tun
- 7200 giorni (terza cifra, 20x360 = 7200): k’atun
- 144000 giorni (quarta cifra, 20x7200 = 144000):b’ak’tun
- la quinta cifra si ripete dopo il ciclo completo di 1872000 giorni (13x144000 = 1872000).
Secondo i maya, ciascun ciclo del Lungo computo corrisponde a un’èra del mondo; e il passaggio da un’èra all’altra pare contrassegnato da catastrofi e distruzioni. Il ciclo attualmente in corso è iniziato il 6 settembre del 3114 a.C. ed è molto vicino al termine: il nuovo ciclo, infatti, inizierà il 22 dicembre 2012.

In ogni caso, comunque lo si voglia computare, noi ci troviamo sempre nel trentamillesimo secolo dalla comparsa dell’homo sapiens, a 4 miliardi di anni di distanza dalla nascita del pianeta Terra. E, forse, siamo arrivati davvero alla fine di un’èra: quella mentale. E dato che la mente, per definizione, divide, analizza, segmenta, computa, possiamo dire (insieme a qualche filosofo moderno) che ci troviamo ALLA FINE DEL TEMPO.
L’ERA SOPRAMENTALE sta forse approdando presso le coste di questo homo sapiens alla deriva che noi tutti siamo? È questo, probabilmente, l’unico interrogativo sensato del nostro tempo.

CHE ANNO È?
CHE ORA È?