IL MITO DI

URVASHI e PURURAVAS

nella tradizione hindu

 loto

a cura di Tommaso Iorco
- autore tutelato S.I.A.E. -

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      Un lettore del libro URVASHI E PURURAVAS ha chiesto qualche delucidazione in merito al mito originale di questa vicenda amorosa. Ne offriamo la risposta qui, a disposizione di tutti.

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La fonte più antica di questa storia d’amore è contenuta nel RgVeda (Mandala X, inno 95). Nel nostro testo abbiamo pubblicato l’intero inno — nel vedico originale e in traduzione italiana — in appendice (pagg. 213-215). Si tratta di un inno alquanto criptico, la cui comprensione è per noi facilitata dalle successive elaborazioni (pur se in parte deformanti il mito originale) della vicenda. A partire dallo Shatapatha Brahmana (XI.V.1 e segg.), contenuto in quella sezione dello YajurVeda conosciuta con il nome di ‘shukla’.

Vi si narra che la ninfa celestiale (apsàras) Urvàshi, innamoratasi dell’umano Purùravas, ottenne l’oggetto del suo desiderio ponendo le seguenti condizioni: «Tu mi devi prendere tre volte al giorno a meno che io non voglia, nel qual caso non dovrai giacerti accanto a me; devi inoltre permettermi di tenere accanto al letto questi due agnellini cui sono assai affezionata; infine, non devo mai poterti vedere nudo. Questo il patto tra noi.»
Pururavas acconsentì senza esitazione alcuna e, così, Urvashi visse a lungo con lui sulla terra, in felice unione; e presto la ninfa restò gravida. Ma i gandhàrva (musici celesti e compagni delle apsaras), escogitarono un piano per farla ritornare nel loro empireo: mentre lei giaceva con Pururavas, rubarono uno degli agnellini; al belato di questi, Urvashi gridò sconvolta, ripetendo il grido ancor più forte quando le venne rubato pure il secondo agnellino; ferito dalle parole di lei, che lo additavano come un debole, Pururavas si decise a balzare giù dal letto pur essendo nudo e rischiando di essere scorto dalla sua amata (ma confidando nel buio notturno), per inseguire il ladro. A questo punto, i gandharva produssero una folgore e Urvashi, visto nudo lo sposo, scomparve.
Avendo ricuperato i due agnellini, Pururavas tornò da Urvashi e si accorse che non era più in casa. Delirante di passione, egli si aggirò per Kuruksetra in cerca di lei, finché arrivò a uno stagno interamente coperto di fiori di loto detto “anyatahplaksha”, dove nuotavano le apsaras in forma di cigni. Urvashi vide lo sposo e si fece presto riconoscere da lui. Pururavas la implorò con le parole del verso 1 dell’inno rigvedico citato; e la ninfa rispose con il verso successivo, aggiungendo: «Tu non hai fatto quel che ti ho detto, ora non sono più raggiungibile per te; tornatene a casa.»
Pururavas prese allora a lamentarsi con le parole del verso 14, aggiungendo inoltre: «Il tuo amante oggi si impiccherà, oppure si getterà in un orrido; che lo divorino i lupi o i cani!» Urvashi rispose con i versi 15 e 16. Presto, però, lei ebbe compassione e gli disse di fare ritorno da lei dopo un anno: le avrebbe permesso di trascorrere insieme un’intera notte. E, nel frattempo, il loro figlio sarebbe nato.
Trascorso il periodo indicato, Pururavas si recò presso il luogo designato: entrato in un palazzo tutto d’oro, trovò Urvashi e, per consiglio di lei, essendogli dai gandharva concesso di scegliere una grazia, chiese di diventare uno di loro, in modo da poter vivere per sempre accanto alla propria amata. E così infatti avvenne.

Questa, per sommi capi, la vicenda contenuta nello Shatapatha Brahmana. Non molto diversa, seppur condita di un certo numero di ulteriori dettagli, la storia come figura nei seguenti Puràna: Vishnu, Vàyu, Màtsya, Vàmana, Pàdma e Bhagavàta. Di tutti, è il Vishnu Purana (per la precisione, in IV.VI.20-48) che racconta la storia con maggiore forza evocativa e poetica.
Eccone qui di seguito una traduzione integrale in prosa (si ricorda che il Vishnu Purana è un’opera poetica, peraltro di mirabile fattura).

Pururavas, principe della dinastia lunare, godeva di alta stima per la sua generosità, la devozione, la magnanimità, la veridicità e, non da ultimo, la bellezza.
Urvashi, avendo ricevuto una maledizione da parte degli dèi Vàruna e Mitra, decise di andare a vivere nel mondo dei mortali; e, sulla terra, incontrò Pururavas, di cui si innamorò a prima vista.
Pure il principe, vedendola talmente superiore — per grazia, eleganza, armonia, gentilezza e avvenenza — a qualunque altra donna conosciuta, se ne innamorò all’istante e decise di dichiararsi apertamente, con queste parole: «Meravigliosa creatura, io ti amo; abbi pietà di me e accetta il mio affetto.»
Urvashi, velando un poco il volto con modestia, rispose: «Lo farò a tre condizioni.» — «Quali?», chiese subito il principe. E lei: «Ho due agnellini, che per me sono come figli e, pertanto, desidero che stiano sempre accanto al mio letto — per nessun motivo devono essere da lì allontanati. Inoltre, tu devi avere cura a non mostrarti mai nudo al mio sguardo. Infine, il mio unico nutrimento dovrà essere burro chiarificato (“ghi”).»
Il principe accettò senza indugio.
La coppia prese a vivere a Alakà, deliziandosi tra i boschetti nei pressi del lago Caitraràtha coperto di fiori di loto, per sessantunomila anni.
L’amore di Pururavas per Urvashi aumentava di giorno in giorno. E l’affetto della ninfa per il principe cresceva in modo simile, al punto da arrivare perfino a dimenticare la propria residenza celeste.
Presso la corte di Indra, però, la sua assenza incominciò a farsi sentire da parte dei gandharva e delle apsaras, sorelle di lei. Conoscendo le tre condizioni che Urvashi aveva imposto a Pururavas, decisero che il piano migliore sarebbe stato di indurlo a violarne uno e, pertanto, si risolsero di rubare i due agnellini. Venne incaricato il gandharva Vishvavasu di scendere sulla terra per svolgere questo incarico; protetto dalle tenebre notturne, egli si avvicinò al letto dove dormivano la ninfa e il re, afferrò uno degli agnelli e se lo portò via. Ma l’animale fece tanto rumore che Urvashi, svegliatasi, esclamò allarmata: «Ah! Chi mi sta portando via uno dei miei figli? Se avessi un marito degno di questo nome, una cosa simile non sarebbe mai potuta accadere! A chi posso dunque chiedere aiuto?» Il re sentì le urla della ninfa ma, ricordando di essere nudo, non volle scendere dal letto per timore di infrangere una delle tre condizioni.
E quando il gandharva venne a rubare anche il secondo agnello, l’ira di Urvasi crebbe ulteriormente e prese a lamentarsi che nessuno la proteggeva e che il suo sposo era un pusillanime codardo. Queste parole di scherno ebbero la meglio sulla prudenza di Pururavas e, sperando che nell'oscurità Urvashi non lo avrebbe visto, si levò dal letto, afferrò la propria spada e prese a inseguire il ladro in modo da riprendersi gli agnelli e punire l’estorsore. In quel momento, però, i gandharva illuminarono la stanza con un intenso lampo e Urvashi vide il principe nudo: i patti del loro contratto erano stati violati e la ninfa scomparve immediatamente.
Avendo ottenuto il loro scopo, i gandharva lasciarono andare liberi i due agnelli e si avviarono verso la loro residenza celeste. Pururavas, ricuperati gli animali, ritornò verso casa, per scoprire che la ninfa era scomparsa senza lasciar traccia e, nudo come si trovava, sopraffatto dal dolore, prese a cercarla dappertutto, in ogni angolo del mondo. La trovò infine a Kurukshetra, in un laghetto pieno di fiori di loto, in compagnia di numerose altre apsaras. Pururavas si avvicinò a lei, implorandola di fare ritorno a casa. Ma lei rispose: «Grande re, questo non è possibile. Ora sono gravida. Lasciami e ritorna da me fra un anno, quando avrò dato alla luce tuo figlio. Allora potrai trascorrere con noi un’intera notte.»
Pururavas, confortato, decise di fare ritorno nella propria capitale. E, mentre si allontanava, Urvashi raccontò alle sue sorelle che il tempo trascorso con il re fu estremamente piacevole per lei. Al che le apsaras risposero: «Non è difficile crederti: si tratta in effetti di un uomo assai piacevole, con cui si potrebbe vivere felicemente in eterno.»
Trascorso l’anno, come convenuto, i due amanti si incontrarono nuovamente e Urvashi consegnò a Pururavas il loro figlio Àyus. Per cinque anni al re venne concesso di trascorrere con Urvashi una notte all’anno e, in tal modo, divenne padre di altri cinque figli.
Appena nacque il sesto figlio, i gandharva autorizzarono Urvashi a concedere al re una grazia. Quando la ninfa gli chiese che cosa voleva che gli venisse esaudito, Pururavas rispose che una sola cosa mancava nella sua vita; aveva sconfitto i suoi nemici, possedeva ricchezze e potere, poteva fare affidamento su schiere di amici fedeli e su un grande esercito; ma non sarebbe mai stato felice se lei non avesse accettato di tornare a vivere con lui. A questo punto, i gandharva consegnarono al re un recipiente pieno di fuoco e gli dissero: «Custodisci questo fuoco e, in accordo con i precetti vedici, spartiscilo in tre parti; quindi concentra la mente sull’idea di vivere con Urvashi, compi le dovute oblazioni e il tuo desiderio si avvererà.»
Pururavas prese il braciere e si diresse verso casa. Sulla via del ritorno, attraversando una foresta, cominciò a pensare di essersi comportato da stolto a prendere il recipiente e ad abbandonare la propria sposa. Decise quindi di tornare indietro per reclamarla, lasciando lì il recipiente con il fuoco. Presto, tuttavia, cominciò a pensare che sarebbe stato meglio portare con sé il fuoco e, tornato indietro per riprenderlo, scoprì che nel punto in cui lo aveva deposto ora si ergeva un piccolo albero ‘ashvattha’. Lo sradicò con cura e lo trasportò al proprio palazzo reale e, con esso, preparò i due legnetti rituali da sfregare insieme in modo da produrre la fiamma sacrificale, recitando il gàyatri mantra. La fiamma si accese e il re la divise in tre parti, fece le offerte propiziatrici e chiese infine che la sua richiesta venisse esaudita. In questo modo, Pururavas si assicurò un posto fra i gandharvae non fu più separato dalla sua amata.

Questa la versione narrata nel Vishnu Purana e, con qualche variante, negli altri Purana indicati. Nel Bhagavata, per esempio, sul finale si trova inserito un importante dettaglio, derivato dalla mistica tantra: Pururavas, impegnato nell’accensione del fuoco come si è appena appreso, identifica mentalmente se stesso e Urvashi con i due legnetti (che, non a caso, sono costituiti dal legnetto penetrante maschile e dal legnetto accogliente femminile) e ripete il seguente mantra: urvashi purasi pururavah. L’unione dei due supremi principî — Ishvara e Shakti, l’aspetto statico e l’aspetto dinamico della medesima Divinità suprema — è a quel punto compiuto e tutto si risolve in beatifica unità. Peraltro, nel rituale vedico dell’accensione del fuoco, la favilla che scaturisce dallo sfregamento dei due legnetti viene ancora oggi chiamata Àyus — vale a dire, esattamente con il nome del figlio nato dall’amore tra Urvashi e Pururavas.

Si ricorda di passaggio che l’importanza del fuoco nella civiltà indoeuropea percorre trasversalmente le varie culture. Nei culti greci è attestata nella tradizione (ripresa da Virgilio nell’Eneide) che narra di Enea e della sua fuga nel Lazio, dicendo che aveva portato via da Troia il fuoco sacro; e la divinità che impersonava tale fuoco oggetto di culto era Estia. Non a caso, nell’antica Roma, una fiamma perpetua ardeva nel tempio del Foro di Vesta e alcune vergini consacrate alla dea ( e per ciò dette ‘vestali’) avevano il preciso compito di mantenerla sempre accesa. Similmente, presso i Celti veniva tenuta costantemente accesa la “fiamma di Brigit”, come segno tangibile della presenza della Grande Dea. Per non parlare degli antichi “adoratori del fuoco” iraniani e di diverse altre culture sparse in altre parti del mondo.

Tornando al mito di Urvashi e Pururavas, nella rielaborazione effettuata da Kalidasa  ben poco rimane dei dettagli della vicenda così come è stata tramandata dalla tradizione nelle varie fonti suddette. Figurano unicamente i protagonisti (compreso il principe ereditario, Ayus) e la struttura generale del racconto, come raffinatissimo fondale che il più grande poeta dell'India classica utilizza per rappresentare una meravigliosa storia d’amore colma di sublime bellezza e impreziosita di importanti valenze simboliche.

Infine — e soprattutto — è per noi della massima rilevanza il fatto che l’intera vicenda amorosa tra Urvashi e Pururavas ha costituito per Sri Aurobindo il più felice pretesto per effettuare un impareggiabile approfondimento sul valore cosmico della sensualità e la sua reale valenza nella vita e nell’azione. Concludiamo pertanto con una citazione dello stesso Sri Aurobindo, tratta da tale saggio (tradotto appositamente per figurare da lunga e inestimabile introduzione al testo da noi pubblicato, in modo da precedere mirabilmente l’opera poetica di Kalidasa, pur travalicandone i confini): «Il saggio che affranca il mondo grazie alla propria filosofia non deve possedere una doppia natura: deve comprendere l’intero mondo in se stesso. Il filosofo deve essere superiore alla seduzione non perché è incapace di passione e di gioia, ma perché ne ha sondato le profondità più abissali comprendendone la loro portata, oltrepassando in tal modo lo stadio dell’evoluzione in cui è necessario appagare tali desiderî.»