Make America Gangster Again
Vent’anni fa, Hugo Chávez chiedeva: "Quando avverrà il prossimo colpo di stato della CIA in Venezuela?" (da un articolo pubblicato all’epoca su "Le Vrai Journal"). Trump ha fatto a Maduro quello che George W. Bush avrebbe voluto fare a Chávez.
Il Venezuela ha 303 miliardi di barili di riserve petrolifere accertate. Le più grandi al mondo. Più dell'Arabia Saudita. Quasi il 20% del petrolio mondiale. E non dimentichiamo che, negli anni Novanta, Chávez nazionalizzò gran parte dell'industria, rimandando a casa gli statunitensi che, se da una parte si dimostrarono in grado di assolvere a tutte le funzioni di estrazione del greggio in un’area in cui tali operazioni sono particolarmente difficili, dall’altra facevano man bassa senza restituire nulla al Paese detentore della materia prima. Venuto meno tale supporto-furto da parte degli U.S.A., la produzione petrolifera venezuelana degli ultimi anni ha subito un forte calo e si è attestata su circa 700.000 barili al giorno, contro il milione di barili dei primi anni Novanta, flessione dovuta anche alle sanzioni imposte al paese sudamericano dalla prima amministrazione Trump. Trump ha dichiarato che aziende USA investiranno cento miliardi di dollari per portare la produzione a 900.000 barili al giorno, e ha ripetutamente fatto intendere che sbloccare tutto il greggio non sfruttato del Venezuela e aumentare la produzione sarebbe una manna per l'industria statunitense del petrolio e del gas, e che si aspetta che le compagnie petrolifere americane prendano l'iniziativa. Trump è particolarmente interessato all’oro nero; non a caso, una delle principali critiche di Trump alla guerra in Iraq è che gli Stati Uniti non ne hanno approfittato per "prendere il petrolio" dalla regione. Ma il Venezuela vendeva attivamente questo petrolio in yuan cinesi, non in dollari. Nel 2018, il Venezuela annunciò la sua intenzione di "liberarsi dal dollaro". Iniziarono ad accettare yuan, euro, rubli – qualsiasi cosa tranne i dollari – in cambio del petrolio. Fecero domanda di adesione ai BRICS (ma a causa della non accettazione del Brasile di Lula, la richiesta non poté essere accettata). E avevano abbastanza petrolio per finanziare la de-dollarizzazione. Come è noto, l'intero sistema finanziario americano si basa su una cosa sola: il petrodollaro. Nel 1974, l’asurico Henry Kissinger stipulò un accordo con l'Arabia Saudita: tutto il petrolio venduto nel mondo doveva essere quotato in dollari statunitensi. In cambio, l'America forniva protezione militare. Questo accordo creò una domanda globale artificiale di dollari: ogni paese del mondo ha bisogno di dollari per comprare petrolio. Questo permette agli Stati Uniti di stampare moneta a piacimento mentre altri paesi si impegnano per farlo. Finanzia l'esercito, lo stato sociale e la spesa in deficit. Il petrodollaro è fondamentale per l'egemonia americana. E c'è uno schema ricorrente riguardo a ciò che accade ai leader che lo sfidano… La “Don Raw Doctrine” (variante, fin dall’affinità lessicale, della “Monroe Doctrine”), potrebbe contrastare la de-dollarizzazione, forzando pagamenti in USD per il petrolio venezuelano, una volta che questo sarà passato sotto il pieno controllo USA.
Gli statunitensi hanno sempre difeso il petrodollaro con le unghie e con i denti (ovvero, con missili e colpi di stato).
Il 15 marzo 2025 lo Yemen ha subito un attacco terroristico USA, avvenuto come di consueto senza alcuna dichiarazione di guerra e senza alcuna legittimità legale o internazionale, durante il quale gli Stati Uniti hanno ucciso l’ingegnere-capo yemenita che era il loro massimo esperto di missilistica. Questo particolare attacco è stato inizialmente reso celebre dal fatto che il vicepresidente statunitense J.D. Vance, il consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz, e il Segretario alla Difesa Pete Hegseth discutevano dell’attacco su una chat alla quale è stato invitato per errore Jeffrey Goldberg, il direttore della rivista The Atlantic, che ne ha fatto uno scoop. Purtroppo, nessuno è stato finora indagato né inquisito per questo attacco terroristico su un palazzo pieno di civili.
Eccoci, dunque, al nodo principale della faccenda: il petrodollaro sta morendo. La Russia vende il suo petrolio in rubli e yuan dall'Ucraina. L'Arabia Saudita discute apertamente di accordi in yuan. L'Iran commercia in valute diverse dal dollaro da anni. La Cina ha creato il CIPS, la sua alternativa allo SWIFT, che conta 4.800 banche in 185 paesi. I BRICS stanno attivamente sviluppando sistemi di pagamento che aggirano completamente il dollaro. Il progetto mBridge consente alle banche centrali di regolare istantaneamente le transazioni in valute locali. L'adesione del Venezuela ai BRICS, con i suoi 303 miliardi di barili di petrolio, accelererebbe questo processo in modo esponenziale.
Come ha dichiarato lo stesso Trump: “Riprenderemo il controllo dell’infrastruttura petrolifera, e rivenderemo noi al mondo il petrolio del Venezuela”. Questo è il vero problema in gioco in questa invasione. Non si sta combattendo il narcotraffico. Il Venezuela rappresenta meno dell'1% della cocaina consumata negli Stati Uniti. Questo non è terrorismo. Non c'è assolutamente alcuna prova che Maduro guidi una "organizzazione terroristica". Questa non è democrazia. Gli Stati Uniti sostengono l'Arabia Saudita, che non tiene elezioni. Si tratta di mantenere un accordo cinquantennale che consente all'America di stampare moneta, mentre il mondo lavora per essa.
Ovviamente, tutto ciò potrebbe non condurre ai risultati attesi dall’attuale amministrazione statunitense. Come segnala Rory Johnston, un ricercatore canadese specializzato di mercato petrolifero, Trump vede la geopolitica energetica "quasi come se il mondo fosse un gioco da tavolo: rapisci il presidente del Venezuela e, ipso facto, controlli tutto il petrolio. Penso che in un certo senso lo creda davvero. Non è vero, ma penso che sia una cornice importante nella quale giustifica e porta avanti lo slancio della sua azione". Alcune decisioni adottate dall'amministrazione Trump per promuovere il petrolio e il gas americani hanno in realtà danneggiato il settore. I produttori statunitensi hanno ripetutamente espresso la loro preoccupazione, sottolineando come i dazi e la volatilità del mercato abbiano contribuito al crollo globale dei prezzi, che nel 2025 hanno fatto segnare il calo più marcato dal 2020, scendendo del 20%. Le compagnie petrolifere e del gas, come la maggior parte delle grandi industrie che investono ingenti capitali in infrastrutture, attribuiscono grande importanza alla stabilità politica e finanziaria a lungo termine. Per questo, nuovi scossoni – a livello di offerta, di contesti normativi, dazi o altro – non potrebbero arrivare in un momento peggiore per il petrolio americano. "In questo momento nel mercato petrolifero c'è in un certo senso un'offerta eccessiva. Questo sta danneggiando le aziende americane. L'ultima cosa che vogliono è che all'improvviso si apra un'enorme riserva di petrolio", afferma l’analista Farah Stockman. I dubbi, pertanto, sono vari e fondati. Resta pure da verificare se l'amministrazione statunitense sarà in grado di gestire un cambio di regime in Venezuela, creando un ambiente stabile per gli investimenti delle grandi compagnie petrolifere nel medio e lungo termine (nel breve termine alle compagnie petrolifere statunitensi converrà certamente dimostrarsi interessate, se non altro per non entrare in conflitto con Trump e rischiare così forti penalizzazioni). Delcy Rodríguez, la vice-presidente venezuelana che, all’indomani della cattura di Maduro, ha prestato giuramento come presidente ad interim, ha condannato le azioni degli Stati Uniti definendo Maduro “l'unico presidente”. Il 4 gennaio il segretario di Stato americano Marco Rubio si è affrettato nel dichiarare che Rodríguez non è la presidente “legittima” (lo decide lui?).
Mentre quasi tutti i paesi del mondo (chi più, chi meno) hanno condannato il rapimento di Maduro e consorte, arrivando a definirlo “terrorismo di Stato”; pochissimi, per contro, i paesi che hanno plaudito all’operazione: Argentina, Israele, Somaliland; pure i banchieri Rothschild si sono schierati a favore, facendo notare con un certo fastidio che in Venezuela esiste una Banca centrale di proprietà statale controllata dal Governo: un vero affronto per chi vorrebbe detenere il monopolio bancario mondiale! L’Iran e la Colombia (che temono di essere i prossimi obiettivi) sono tra i Paesi che hanno più aspramente condannato l’attacco illegittimo al Venezuela, ma anche la Cina, la Russia, l’India, il Brasile, Cuba hanno utilizzato parole forti. Nessuno, tuttavia, compreso l’ONU, ha mostrato di voler dare seguito alle parole con dei fatti concreti.
I prossimi obiettivi dichiarati da parte dell’amministrazione Trump, sarebbero la Groenlandia (ricchissima di terre rare e altre risorse), l’Iran, e l’intera America latina (a partire da Cuba, Nicaragua, Colombia, Argentina, Messico); e perfino il Canada.
In merito alla Groenlandia, nel 2023 Bryden Brown, il fondatore di Praxis, ha provato a comprare la Groenlandia, o almeno un grosso pezzo di essa, ma senza successo. Quindi il 22 dicembre 2024, pochissimi giorni dopo l’elezione presidenziale vinta da Trump quest’ultimo annuncia che Ken Howery (che ha fondato una società di investimenti con il suo compare ex paypal Peter Thiel), è la sua scelta per essere nominato quale nuovo ambasciatore statunitense in Danimarca, anticipando esplicitamente che “il possesso della Groenlandia è una necessità”. Anche questa mediazione, come sappiamo, è fallita. Ora siamo semplicemente alla fase 3 della contrattazione, questa volta pistola alla mano. Si ricorda che Praxis è una start-up finanziata da miliardari statunitensi e supporter trumpiani quali Peter Thiel, Sam Altman e fondi di investimenti che hanno già raccolto la cifra di mezzo miliardo di dollari. Essa si propone esplicitamente di costruire “città della libertà”, degli stati-nazione indipendenti e post-democratici al di fuori di qualsiasi regolamento legale mondiale se non quelli stabiliti autonomamente dal Re-CEO e dai propri residenti-azionisti. Vi è poi la KoBold Metals, una società mineraria che è all’avanguardia della “moderna corsa all’oro” della Groenlandia per minerali rari e i suoi finanziatori sono Mark Zuckerberg, Sam Altman, Jeff Bezos, Bill Gates, Michael Bloomberg e vari magnati della Silicon Valley.
Notiamo come ogni qualvolta il cosiddetto “occidente collettivo” (neo-colonialista, aggressivo e ipocrita) è intervenuto in questioni internazionali, ha prodotto disastri. Abbiamo già accennato all’Iraq (con il pretesto di eliminare il dittatore Saddam Hussein, ha permesso l’insediamento dell’Isis) e alla Libia (con il pretesto di scalzare il dittatore Gheddafi, ha aperto la strada a cruente guerre tribali). In Afghanistan, il pretesto di sconfiggere i talebani ha di fatto permesso l’insediamento di un regime talebano ancora più forte. In Libano, con il pretesto di combattere l’OLP, la cacciata di Arafat ha permesso l’insediamento degli hezbollah. In Siria, con il pretesto di scalzare Bashad al-Assad, si è instaurato il terrorista jihadista al-Jolani. In Cisgiordania e a Gaza, sempre con il pretesto di sconfiggere l’OLP, ha favorito l’ascesa di Hamas. In Egitto, con il pretesto di scacciare i Fratelli Musulmani vincitori di regolari elezioni e guidati da Morsi, con un colpo di stato si è instaurato l’ex militare al-Sisi. In Iran, con il pretesto di destituire Kamenei, sta rischiando di innescare un conflitto nucleare.
L’acronimo M.A.G.A., più che Make America Great Again (“fare l’America di nuovo grande”) sarebbe decisamente più opportuno rendere come Make America Gangster Again! Per dirla con Oscar Wilde: “Gli statunitensi sono l’unica nazione che, nel passaggio dalla barbarie alla decadenza, hanno saltato la fase intermedia della civilizzazione.”
L’Italia subisce da decenni una condizione di vassallaggio nei confronti degli Stati Uniti d’America, in cui le ingerenze della CIA sono all’ordine del giorno, condite dalla famigerata “strategia della tensione” che, tra le altre cose, fu responsabile dei cosiddetti “anni di piombo” (1960-1968), a partire dal 1947 (strage di Portella della Ginestra); a seguire: 1962, assassinio presidente ENI Enrico Mattei (minacciato poco prima dal nazista Kissinger); 1969, Piazza Fontana; 1970, Strage di Gioia Tauro; 1974 , strage di Piazza della Loggia; 1974, strage dell’Italicus; 1978, caso Aldo Moro; 1980, strage di Ustica (volo 870); 1980 , strage di Bologna (Stazione Centrale); 1983, caso Emanuela Orlandi; 1984, strage del Rapido 904; 1992, omicidio Giovanni Falcone e, poco dopo, di Paolo Borsellino; senza parlare dei servizi deviati, della trattativa Stato-mafia, della criminalità istituzionale, di Gladio, la P2, la corruzione nella politica e nella magistratura.
Per tornare all’attualità più immediata e della più ampia scala, presso gli organismi internazionali preposti (a partire dall’ONU) constatiamo l’ormai assoluta incapacità – e, prima ancora, l’indisponibilità – a fronteggiare quelle situazioni in cui il diritto internazionale viene palesemente violato, lasciando totalmente impuniti gli aggressori (nella fattispecie, Israele e Stati Uniti d’America) anziché fermarli mediante l’applicazione delle norme internazionali attualmente in vigore. Come tutti sappiamo, qualunque ingerenza negli affari interni di un paese sovrano è inviolabile. È statuito che a chiunque si permetta simili ingerenze deve essere impedito di continuare, tramite azioni ben precise, efficaci e risolutive. Gli organismi internazionali che si rifiutano o che non sono in grado di applicare tali norme devono semplicemente essere sciolti, l’unico obiettivo loro rimasto essendo unicamente quello di sottrarre energie e risorse economiche dai vari stati mondiali che finanziano lucrosamente il loro sostentamento.
Gennaio 2026