HOMO NARRANS

Secondo la teoria “Out of Africa”, gli esseri umani lasciarono la loro culla evolutiva africana oltre 2 milioni di anni fa e iniziarono a diffondersi in Eurasia. A questa specie umana pioniera è stato dato il nome di Homo erectus. Sennonché, di recente sono stati ritrovati resti di ossa appartenenti a diverse specie di Homo, vissute all’incirca nel medesimo periodo: oltre all’erectus, pure Homo georgicus e Homo caucasi – il che tende a dimostrare che gli ominidi usciti dall’Africa appartenessero a diverse specie. Fenomeno che prende il nome di cladogenesi, in contrapposizione all’anagenesi (fino a pochi anni fa ritenuta l’unica ipotesi possibile). In ogni caso, gli esseri umani anatomicamente moderni sarebbero apparsi in Africa circa trecentomila anni fa.

Il linguaggio era già praticato presso tali uomini. Rinomati linguisti (fra i quali figurano Noam Chomsky, Joseph Greenberg, Marritt Ruhlen) sostengono che il linguaggio umano moderno risale a circa cinquantamila anni fa (in concomitanza con la comparsa dell’arte figurativa che, a detta dell’archeologo Emmanuel Anati, è anch’essa da considerarsi come una sorta di scrittura); viene quindi supposta la formazione di un proto-linguaggio comune che, partendo dall’Estremo Oriente, è poi giunto in Europa (circa quarantamila anni fa). A mano a mano che si procede con gli studi e le scoperte (in ambito linguistico, genetico, archeologico e altre branche ancora), l’ipotesi di una monogenesi delle lingue moderne diventa sempre più preponderante presso la comunità scientifica internazionale: le lingue attualmente parlate deriverebbero da una lingua ancestrale, irrimediabilmente perduta. Si suppone al contempo una patria euroasiatica originaria, magari in India, arricchita da molteplici ondate migratorie e interazioni culturali. Sono ormai state riscontrate forti concordanze linguistiche fra sanscrito, greco, latino, dravidico, papuano, cinese antico, burushaski, altaico, uralico, semitico, gallico, slavo e persino africano e amerindio. Le lingue umane moderne si sarebbero formate circa cinquantamila anni fa e si sarebbero diversificate in un arco temporale oscillante fra i venticinquemila e i ventimila anni fa. Stando agli studi di Alexei Kassian, di Mark Pagel e di Quentin Atkinson, l’originale lingua euroasiatica sarebbe nata in Eurasia centrale intorno a ventimila anni fa.

Settantamila anni fa, l’esplosione di un supervulcano al di sotto del lago Toba (in Indonesia, a Sumatra) rese ancora più freddo il clima del pianeta, che già stava attraversando una glaciazione. La specie umana subì una drastica diminuzione: fu ridotta a poche migliaia di individui (appena duemila, secondo alcune supposizioni) e rischiò l’estinzione (come avvenne per altre specie animali). Questo fenomeno spiega almeno in parte la tutto sommato scarsa variabilità genetica della specie Homo. I suddetti superstiti, concentrati in una piccola area dell’Africa orientale, ripopolarono lentamente i continenti e, poco per volta, in successive ondate migratorie, si sparsero su tutta la terra.

Gli aplogruppi mitocondriali vengono suddivisi in tre gruppi principali: L, M, N. L’umanità si è inizialmente scissa all’interno del gruppo L (comprendente tutti gli africani). Quindi, il tipo L3 si è scisso nei gruppi M ed N. Il gruppo M comprende la prima ondata migratoria fuori dall’Africa seguendo la rotta verso est, lungo le aree costiere del sud: Etiopia, Somalia, Americhe, Melanesia, Polinesia; Siberia, Corea, Cina settentrionale; Americhe; India, Malesia, Filippine, Taiwan, Papua Nuova Guinea. Il gruppo N appartiene a una successiva migrazione che diede origine a un ulteriore gruppo, detto R. Il gruppo N si è stanziato in Giappone, nelle Americhe, in Corea, in Europa in Australia, in Siberia. Infine, il gruppo R si diffuse in Europa, Cina, Tibet, Corea, Americhe, Siberia, Giappone, Australia, Vietnam, Arabia, Etiopia, Somalia, Libano, India, Scandinavia.

Inoltre, circa cinquemila anni fa un asteroide (o una cometa), cui è stato dato il nome di Berkley, cadde sull’area che oggi occupa l’Oceano Indiano meridionale (ove, a 3.800 metri di profondità, si rileva la presenza di un cratere avente un diametro di 29 km, probabile risultato dell’impatto). Ciò avrebbe causato il “diluvio universale” narrato da molti popoli dell’antichità: indiani, australiani, sumeri, israeliti, greci, cinesi e altri ancora. In Australia e nel Madagascar esistono grandi dune di depositi sedimentari a forma di cuneo che, si ipotizza, si sarebbero formati in conseguenza dell’impatto: la loro distribuzione geografica permise di identificare il punto presunto del mega-tsunami. È lecito ipotizzare che alcune terre (isole o, forse addirittura, continenti) precedenti il cataclisma, stanziati nell’Oceano Indiano, fra lo Sri Lanka e il Madagascar, si siano inabissati. Alcune leggende indiane e australiane narrano di una terra ancestrale inghiottita dalle acque, in cui era presente una civiltà umana piuttosto avanzata (la letteratura tamil parla per esempio della ricchissima civiltà di Kumari Kandam). Inoltre, dal punto di vista della flora e della fauna, nel Madagascar esistono alcune specie vegetali e animali che non esistono in alcuna zona dell’Africa, mentre sono presenti nel sud dell’India e nello Sri Lanka. Non è affatto peregrina, pertanto, l’ipotesi che il cosiddetto proto-indoeuropeo abbia avuto lì la propria origine, in quei territori ora inabissati. Alcuni superstiti riuscirono a stabilirsi nel sud dell’India e, successivamente, tra l’India settentrionale e l’attuale Pakistan orientale.