LINGUISTICA

La diffusione della cultura indiana nell’Asia centrale e sudorientale fin dalla storia primitiva dell’uomo ha lasciato un segno indelebile nella lingue di questi paesi e, più in generale, nelle lingue di tutta quanta l’area euroasiatica. Ma, mentre è stato avviato da tempo il conteggio dei numerosi debiti che il persiano, l’arabo e il greco hanno nei confronti del sanscrito, non è stato ancora sufficientemente riconosciuto il fatto che il sanscrito costituì nell’antichità una sorta di lingua franca per molti paesi dell’estremo Oriente. Proviamo perciò a gettare uno sguardo in questa direzione.
Il carattere detto ‘brahmi’, utilizzato in India più di tremila anni fa, e quindi in epoca precedente l’utilizzo del ‘devanagari’, giunse fino in Malesia e in altre regioni contigue. Il carattere giavanese detto ‘kaui’ si è sviluppato sulla base della scrittura ‘pallava’ dell’India, da cui sono sorti anche i caratteri ‘tamil’, ‘telegu’ e ‘kannada’. E forti affinità possono essere ravvisate esaminando le scritture utilizzate in Tailandia, nel Laos, in Cambogia, confrontandole con gli attuali caratteri utilizzati dalle lingue dell’India del sud. Senza dimenticare l’elevato numero di vocaboli sanscriti che si possono ritrovare nelle lingue dell’Asia sudorientale. Diamo subito qualche esempio. La lingua malese (o ‘malayam’, per l’esattezza) contiene alcune parole direttamente derivate dal sanscrito, come bhumiputra (figlio della terra), shurga (cielo — sanscrito svarga), bangsi (flauto). La stessa cosa vale per la Birmania (conosciuta nell’India antica con il nome di Brahma-desh, di cui Burma, o Birmania, è una corruzione); il fiume Iravaddy deriva il suo nome dal sanscrito iravati (col significato di ‘rapido’, ‘rinfrescante’ — aggettivi esplicitamente connessi alle acque di un fiume). Anche in Tailandia si possono trovare simili affinità; vi sono per esempio nomi di località che derivano dal sanscrito, come Aranyaprathet, che è una evidente corruzione del sanscrito aranyapradesh (‘area forestale’). Città come Singapore e Kuala Lumpur lasciano trasparire in modo del tutto evidente l’utilizzo del termine finale pur che in sanscrito significa ‘città’, espediente molto utilizzato nella stessa India (Jaipur, Berhampur, Udaipur, Bandipur, ecc.). Così come alcuni tra i più diffusi nomi di persona degli abitanti di questi paesi derivano sovente da radici sanscrite (Sukarno, sanscrito sukarna; Suharto, sanscrito suharta; Bhumibol, sanscrito bhumibala; Kittikachoron, sanscrito krittikacharan). Lo stesso epiteto che in Malesia viene assegnato ufficialmente a titolo onorifico a individui di importanza nazionale è Tan Sri, ove tan significa grande, mentre sri è un vocabolo sanscrito ugualmente utilizzato con valenze di riconoscimento onorifico (un esempio tra i più noti è Sri Aurobindo). In Indonesia la lingua ufficiale è conosciuta con il nome di ‘bahasha’, derivante dal sanscrito bhasha che significa per l’appunto ‘linguaggio’. In Indonesia, Garuda significa aquila, e sappiamo che in sanscrito Garuda è il nome del mitico uccello veicolo del dio Vishnu. Gli esempi potrebbero certo continuare in modo consistente, ma quanto offerto qui ci è sufficiente per lasciar presagire al lettore l’alto contributo del sanscrito nello sviluppo delle lingue di numerosi paesi asiatici. Senza parlare dei contributi che il sanscrito ha apportato nei confronti di molte delle lingue attualmente parlate presso i popoli del Mediterraneo, compreso lo stesso italiano (qualche esempio? — ‘zenzero’, sanscrito sringavera; ‘pepe’, sanscrito pippali; ‘opale’, sanscrito upala; ‘iuta’, sanscrito juta).

E se, prima di concludere, vogliamo fare un accenno alla linguistica in quanto scienza (seppure, allo stato attuale, si tratti di una scienza ancora in formazione), il contributo degli antichi grammatici sanscriti è grande. Proviene proprio dall’India il più perfetto e succinto testo di grammatica: l’Ashtadhyayi (letteralmente, ‘otto capitoli’, contenenti un totale di 4.000 aforismi) del grande grammatico Panini (vissuto probabilmente verso il settimo secolo a.C.) — essa «è una delle più rilevanti imprese intellettuali di qualsiasi antica civiltà, è la grammatica più dettagliata e scientifica composta prima del diciannovesimo secolo» (The Wonder that was India, di A.L. Basham). Molti sono gli studiosi che hanno espresso la più alta ammirazione per la grammatica di Panini. Monier-Williams la considera «una delle più straordinarie opere letterarie che il mondo abbia mai conosciuto […] nessun altro paese può vantare un sistema grammaticale paragonabile a questo, sia per l’originalità del disegno che per la sottigliezza analitica» (Indian Wisdom).
Particolarmente geniale è l’intuizione legata alle radici lessicali quale fondamento del linguaggio: dhatavah shabdayonayah, “le radici sono l’origine delle parole”. Intuizione che, sempre più — con l’avanzare della ricerca linguistica — si rivela avvalorata dai fatti.