SRI AUROBINDO

Il segreto dei Veda
volume secondo -

aria nuova edizioni

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La collana Eurasia è nata con l’intento di contribuire a approfondire la conoscenza delle nostre vere radici indoeuropee. Pertanto, nessun libro poteva iniziare meglio la serie di questo magistrale saggio sul più antico documento esistente della grande civiltà euroasiatica: il Rig Veda.

Sri Aurobindo, moderno Rishi, mette in luce il vero segreto della poesia rigvedica, offrendoci una chiave di lettura spirituale.

In questo libro possiamo trovare, fra le altre cose, suggestivi spunti di ricerca per rintracciare talune semenze vediche nella letteratura fiorita in tradizioni posteriori, quali quella vedantica o la mitologia greca. Come dice lo stesso Sri Aurobindo, «All’origine di tutte le tradizioni umane sussiste il ricordo del passato: Indra e il serpente Vritra, Apollo e il Pitone, Thor e i Giganti, Sigurd e Fafner, e gli dèi della mitologia celtica in reciproca lotta; ma è nel Veda che troviamo la chiave di queste immagini che nascondono la speranza o la saggezza di una umanità preistorica».

Inoltre, e soprattutto, nel misticismo vedico possiamo trovare alcuni elementi fondamentali per il futuro dell’uomo. «Una volta interamente riscoperto, si troverà che il segreto nascosto nei Veda formula perfettamente quella conoscenza e pratica della vita divina verso cui la marcia dell’umanità, dopo lunghe peregrinazioni nella soddisfazione dell’intelletto e dei sensi, deve inevitabilmente ritornare — ed è proprio nell’epoca attuale, negli slanci delle sue avanguardie, che si può ravvisare la tendenza crescente, per ora vaga e cieca, di ritornarvi» (Sri Aurobindo).

Nel capitolo della sua magistrale opera filosofica The Life Divine, dedicato alla Sopramente creatrice (I.XIV), Sri Aurobindo, nel cercare di descrivere la coscienza sopramentale, ci invita a «fermarci un momento per chiederci se non riusciamo a scorgere una luce nel passato che possa guidarci verso queste regioni così la esplorate». E, subito dopo, afferma: «ci vengono in aiuto i versi ermetici del Rg-Veda, i quali contengono, sia pure in modo celato, il vangelo della Sopramente divina e immortale e attraverso il velo giunge a noi qualche lampo di luce. Attraverso l’espressione del Rg-Veda possiamo scorgere la Sopramente concepita come una immensità oltre i firmamenti comuni della nostra coscienza e dove la verità dell’essere è luminosamente una con tutto ciò che esprime, e conferisce inevitabilmente la verità della visione, della formulazione, dell’organizzazione, della parole, dell’azione e del movimento, e quindi anche la verità del risultato del movimento, del risultato dell’azione e dell’espressione, dell’ordine e della legge infallibili. Una vastità che tutto comprende; e in quella vastità una cerità e armonia luminose dell’essere e non un caos indeterminato o una oscurità smarrita; una verità di legge, di azione, di conoscenza, a esprimere questa armoniosa verità d’esistenza: questo sembrano essere i termini essenziali della descrizione vedica. Gli dèi, nella loro più alta entità segreta sono poteri di questa Sopramente, nati da essa, in essa installati come nella loro dimora peculiare, sono nella loro coscienza “coscienti della verità” e nella loro azione possiedono la “volontà profetica”. La loro forza cosciente, volta alle opere e alla creazione, è posseduta e guidata da una perfetta e diretta conoscenza della cosa che deve essere fatta, della sua essenza e della sua legge — una conoscenza che determina un potere di volontà interamente efficace che non devìa né ha incertezze nei suoi procedimenti e nei suoi risultati, ma esprime ed esegue l’azione, in maniera spontanea e inevitabile, quello che è stato visto nella visione. La Luce è qui una con la Forza, le vibrazioni di conoscenza fanno un tutt’uno con il ritmo della volontà, e Luce e vibrazioni sono una cosa sola, perfettamente e senza tentativi, brancolamenti o sforzi, con la certezza del risultato. La Natura divina ha un doppio potere: una spontanea


La traduzione di quest’opera, cui farà presto seguito il secondo volume, si è avvalsa di una équipe di traduttori formata da:
- Graziella Elia, docente di lingua e letteratura inglese;
- Marilde Longeri, poetessa e pubblicista;
- Marcella Mariotti, attrice e traduttrice;
- Giandomenico Bua, saggista e professore di lettere;
- Tommaso Iorco, poeta e sanscritista.


Queste le caratteristiche tecniche dell’edizione:
- formato: cm. 15x21;
- pagine: 404 (stampa off-set);
- carta interni: usomano bianca-avorio da 80g (con una foto interna, in bianco e nero, di Sri Aurobindo, risalente al 1916 ca);
- copertina: cartoncino Enso da 350g;
- legatura: brossura filo-refe.

La collana Eurasia si distingue dal colore celestino chiaro della copertina.

[Eurasia è la nostra Collana di saggistica; termine coniato agli inizi del XX secolo dal famoso orientalista Giuseppe Tucci per sottolineare la stretta unità delle radici culturali esistente tra Europa e Asia nell’antichità precedente la guerra di Troia, la nostra collana intende focalizzare l’attenzione sulla necessità di una nuova riconciliazione fra Odisseo e Buddha, ovvero tra l’uomo d’azione e l’uomo dedito alla ricerca interiore. Svaraja e samraja, dominio di sé e del mondo circostante, costituiva il duplice obiettivo perseguito dai nostri antenati indoeuropei — ora che queste due tendenze dell’uomo, entrambe necessarie e legittime, sono state sviluppate separatamente nelle loro più estreme conseguenze in Oriente e in Occidente, è tempo di riconciliarle in una concezione globale dell’uomo, se non vogliamo essere travolti da una pseudo-globalizzazione selvaggia basata su meri principî economici].


Questa è la prima traduzione italiana di un testo di Sri Aurobindo realizzata sulla base dei testi originali avvenuta dopo quella lunga e meticolosa opera di revisione editoriale iniziata negli anni Ottanta, la quale ha condotto alla pubblicazione di una vera Opera Omnia (la precedente “Edizione del Centenario”, datata 1972, era ben lungi dall’essere esaustiva in tal senso). Ora, finalmente, disponiamo dei testi di Sri Aurobindo in quella che è la loro veste più integrale e precisa possibile. Su questa base possiamo quindi avviare delle traduzioni fedeli e pienamente mature.

Le traduzioni che Sri Aurobindo ci offre degli inni rigvedici presentano, nel testo inglese, i caratteri devanagari originali e la traduzione inglese. Nella nostra traduzione, insieme al devanagari, troviamo la traslitterazioni in caratteri romani, oltre ovviamente alla traduzione in italiano, che abbiamo voluto rendere in poesia (utilizzando l’endecasillabo), assecondando così alcuni esperimenti compiuti dallo stesso Sri Aurobindo, che intendeva tradurre il Rig-Veda in poesia inglese. Inoltre, per ogni inno forniamo una serie di informazioni utili (soprattutto agli studiosi), quali l’autore dell’inno e il metro poetico utilizzato nell’originale. Siamo convinti di offrire un libro davvero unico, che tutti i lettori italiani interessati a espandere o annullare le loro frontiere interiori dovrebbero leggere e approfondire.

Viviamo in un’epoca che — a dispetto dei focolai di intolleranza e di xenfobia che ancora si accendono presso qualche individuo (o gruppetto di individui) completamente fossilizzato — non vuole più restarsene trincerata in una cultura ristretta e settaria. Sempre di più ci sentiamo figli di una civiltà cosmopolita, desiderosi di abbracciare ogni singola cultura che abbia una qualche stimolo interessante da offrire per aiutarci a crescere e a diventare sempre più vasti nella nostra coscienza.

Quando ancora l’Europa considerava orgogliosamente se stessa come il centro del mondo e non voleva accettare l’ipotesi che potesse mai essere esistita una civiltà di origine non europea, Napoleone ha avuto il coraggio di affermare — con toni sufficientemente provocatori e vibranti — una verità assai scomoda che oggi si sta imponendo sempre più: «Solo in Oriente vi sono stati grandi regni e poderosi rivolgimenti, là dove vivono seicento milioni di uomini! L’Europa non è che una tana di talpe!». Se gli europei vogliono guarire dalla loro cecità di talpe, devono uscire dai ristretti limiti nei quali si sono rintanati e avere il coraggio di affrontare lo spazio aperto, libero, vasto, le infinite sfaccettature dell’una Verità, i volti innumerevoli della nostra più grande Divinità.

Noi europei dobbiamo anzitutto trovare le nostre vere radici indoeuropee, se vogliamo stabilire basi sufficientemente ampie per avventurarci nella nostra vera Realtà e cogliere il senso di quanto stiamo vivendo a livello planetario.

Il segreto dei Veda di Sri Aurobindo è un’opera ricchissima di stimoli e di tesori.

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GLI INNI RIGVEDICI IN POESIA ITALIANA

Sentiamo la necessità di aggiungere qualche considerazione a proposito della nostra traduzione poetica degli inni rigvedici.
Innanzitutto, abbiamo voluto dare l’assoluta priorità alla fedeltà della traduzione: perciò, giocoforza, abbiamo evitato di prenderci tutte quelle libertà che sono necessarie per realizzare qualcosa di veramente poetico. Ciò che maggiormente ha orientato la nostra scelta, non è l’ambizione di offrire delle traduzioni che possano essere considerate capolavori di poesia italiana, ma semplicemente ricordare in questo modo che gli autori vedici (esattamente come i loro successori upanishadici) erano dei poeti mistici. Spesso si parla dei testi vedici e vedantici come testi filosofici o metafisici, mentre in realtà ci troviamo in presenza di poesia ispirata (‘udita’ secondo la constatazione dei loro stessi autori) e quindi ogni interpretazione strettamente filosofica si rivela alla fin fine riduttiva e parzializzante.

In Italia ci sono stati almeno un paio di studiosi illustri che hanno tentato traduzioni poetiche di inni del Rgveda. Vorremmo fornire qui qualche esempio dei risultati da loro prodotti.

Cominciamo da un inno sincretico che Michele Kerbaker (Torino, 1835 - Napoli, 1914), famoso per avere mirabilmente tradotto in ottava rima i principali episodi dell’immensa epopea del Mahabharata, ma anche del Ramayana e altri testi poetici indiani, come il dramma Mrcchakatika) ha redatto sulla scorta di una decina di canti del Rgveda. Non si tratta dunque della traduzione rigorosa di un unico inno, ma di una libera traduzione di una serie di inni dedicati alla dea Ushas, ovvero all’Aurora divina, nel tentativo di dare al lettore italiano un compendio poetico dei temi più significativi dell’adorazione a questa divinità che, secondo l’interpretazione offerta da Sri Aurobindo, rappresenta il sorgere della Luce-di-Verità nella coscienza umana. La mirabile traduzione in ottava rima (per quanto ormai un po’ datata — venne pubblicata nel 1879) di Michele Kerbaker si avvale del doppio quinario, che conferisce un movimento ritmico assai suggestivo, conferendo un andamento brioso e cantabile —

La figlia del cielo, l’Aurora, s’è desta
s’appressa, spalanca la porta del giorno;
qual sposa che muove raggiante alla festa
si tragge il divino corteggio d’intorno.
Dai boschi, dai prati, dall’aria, dall’onde,
riguardan mill’occhi quel nuovo chiaror,
un murmure, un fremito si leva e diffonde
rinasce col moto la gioia nei cor.

Salutan gli augelli festevoli in giro
le belve, gli umani, presente la Diva,
che, amica ai solerti, coll’agile spiro,
la stanca dei forti virtude ravviva.
Le rosse giovenche dall’atre caverne
ai paschi ella scorge del prato divin,
e il retto cammino da lunge discerne,
dei monti dischiusi vegliando al confin.

Qual saggia matrona che l’opra comparte,
primiera sorgendo, fra l’ampia famiglia,
l’Aurora richiama l’artefice all’arte,
al campo il cultore, provvede, consiglia;
affretta il ritorno sugli ardui lavori,
la speme infiorando del frutto che vien:
di greggi e d’armenti, di gemme e tesori
è ricca la figlia del cielo seren.

[…]

Al guardo che irraggia sì limpido e schietto
ritornan sicure le genti dubbiose,
si stende ogni plaga da lungi, l’aspetto
primiero, verace ripiglian le cose:
attorno alla casa, lunghesso il sentiero
di belve e nemici non temasi più;
apparve nel mondo l’amica del vero,
è tolta alle larve l’infesta virtù.

[…]

O Giovane Antica, del ciel pellegrina,
che sempre dilegui, che sempre ritorni,
dei Genii celeste tu, Aurora, regina
l’eterna governi vicenda dei giorni;
nei mobili aspetti, negli anni infiniti,
la stessa tu serbi divina virtù.
Temuta e invocata col nome di Áditi,
degli altri immortali la madre dei Tu.

[…]

Ridente di vivi colori leggiadri,
di molli profumi, di fresche rugiade,
te pur così bella già videro i Padri
che or van per le buje silenti contrade;
e te così bella vedranno i nepoti
serbati a la nova tardissima età,
allor che dei Padri nei regni remoti
da Yama sperduti memoria s’avrà!

Da questo inno composito, peraltro, Giosuè Carducci trasse l’ispirazione per il suo “Inno all’Aurora”. Il pregio squisitamente poetico di questa traduzione è indubbio e elevatissimo, sebbene — da un punto di vista della fedeltà della traduzione — è andato quasi totalmente perduto il senso simbolico originale, per assumere il respiro di una lirica assai raffinata e di squisita eleganza dedicata alla natura, di cui si esalta qui uno dei momenti più fascinosi, con una intensità di bellezza lirica e di amore per la natura che si riscontra nei versi di Shelley o di Wordsworth ma che rappresenta solo un aspetto (e nemmeno il principale) dell’originale ispirazione rigvedica. Siamo infatti ben lontani dall’ammaliante vigore lirico e dal denso simbolismo mistico dei poeti rigvedici. Ushas, l'Aurora divina, è la divinità che presiede alla facoltà dell’illuminazione interiore, proprio come quando, negli Inni orfici, leggiamo: «Radiosa Eos… che, al tuo sorgere, scacci nelle profondità della terra i corsi neri e tenebrosi della notte… O felice e pura, prodiga la luce sacra a quelli che sono iniziati ai tuoi misteri». Si confronti con gli inni rigvedici dedicati all’Aurora (III.61, a pagina 53 della nostra pubblicazione; V.79, pagg.342-344; V.80, pag. 346) per accorgersi dei parallelismi esoterici.

Tornando alle traduzioni, certamente più fedele e più ‘moderna’ rispetto all’inno composito offerto da Michele Kerbaker, è la traduzione di uno specifico inno del Rgveda compiuta da Paolo Emilio Pavolini (Livorno, 1864 - Alessandria, 1942). Si tratta dell’inno 129 del X Libro (mandala), conosciuto come “l’Inno della Creazione”. La traduzione è in endecasillabi sciolti. Anche qui, notiamo ancora una certa arcaicità nello stile, ma il senso vero (il “segreto dei Veda”, per l’appunto!) emerge in modo chiaro e indiscutibile —

Né l’Esser, né il non-Esser v’era allora:
Né l’aria co’ vapor, né il cielo eccelso:
E chi si mosse? e doce? e chi lo mosse?
L’acqua esisteva? ed ilprofondo abisso.

Morte non v’era allor, né il suo contrario,
Né divario fra il giorno e fra la notte:
Un Solo respirava da sé solo,
Altro non v’era fuor che questo Solo.

L’oscurità avvolta era in tenébra
Sopra un’indistinta massa d’acque
Ed il vacuo incombeva sul deserto:
La forza del calor produsse l’Uno.

Il primo Desiderio che in Lui nacque
Allor, fu della Mente il primo seme:
Dall’Esser al non-Esser il lagame,
Cercando in cuor, trovarono i sapienti.

Di traverso a que’ due tratta è una corda:
Qual cosa sotto fu? qual fu sopra?
Progenitori v’eran, dominanti:
Giù Natura si svolse, di su retta.

E chi mai sa, chi mai potrebbe dire
Donde questo Creato, donde nacque?
E vennero gli dèi dopo il Creato?
Ma chi conosce donde son venuti?

Donde questo Creato, donde nacque?
E fu creato oppur fu increato?
Lo sa Colui che dagli eccelsi cieli
Contempla il tutto: o forse Ei pur l’ignora!

Appare subito evidente, nell’esame comparato fra queste due traduzioni, che quella maggiormente poetica risulta essere — per forza di cose — la più libera e quindi la meno fedele. In entrambi i casi, tuttavia, si è fatto un uso di licenze poetiche che, oggi, appaiono innaturali e che noi abbiamo evitato in modo quasi categorico.
In definitiva, noi non pretendiamo affatto di avere tradotto gli inni rigvedici presenti nel saggio di Sri Aurobindo in ‘alta’ poesia italiana — ci basta la convinzione di offrire traduzioni poetiche di modesta levatura, ma che lascino trasparire il senso profondo che palpita negli inni originali.
Concludiamo perciò con un inno da noi tradotto, per offrire un esempio della nostra scelta stilistica. Si tratta dell’inno 19 del V Mandala; è rivolto al dio Agni, il Fuoco mistico. Nel secondo volume de Il segreto dei Veda tale inno si trova nelle pagine 226 e 227, mentre a pagina 228 è riportato l’inno originale (nei suoi caratteri devanagari e traslitterato in caratteri romani). Di enorme utilità, ovviamente, sono i commenti (più o meno estesi e dettagliati) che Sri Aurobindo appone agli inni rigvedici tradotti, che qui non riportiamo, e che ci permettono di comprendere nel dettaglio il complesso simbolismo rigvedico. Esistono inoltre, nei due volumi di quest’opera di esegesi, pagine straordinarie nelle quali Sri Aurobindo si sofferma nel descrivere e delineare le caratteristiche simboliche, psicologiche e spirituali del dio Agni che qui viene invocato —

Da uno strato ne nasce un altro, velo
dopo velo si apre alla coscienza
di divina conoscenza; nel grembo
della propria Madre l’anima vede.

Risvegliàti a una gnosi onni-avvolgente
in te le offerte gli uomini pongono;
sempre desti mantengono se stessi;
nella città fortificata entrano.

Gli uomini nel mondo nati e dediti
all’opera, accrescono lo stato
luminoso del figlio della Madre
bianco-splendente; la collana d’oro
egli porta e pronuncia l’ampio verbo;
con quella e il vino-di-miele di gioia
diviene un cercatore di pienezza.

Egli è il delizioso e desiderabile
frutto della Madre, è colui che essendo
senza compagno tuttavia dimora
coi due compagni; della Luce egli
è il calore e di pienezza è il ventre;
egli è l’eterno invincibile e tutto
sotto i suoi piedi viene superato.

O Raggio, prendi nascita e dimora
in noi nel gioco, unendo in armonia
la tua gnosi con il dio risplendente
della vita. Possano queste fiamme
di volontà che portano le nostre
opere essere violente e forti,
forgiate per perfetta intensità
e fermamente fondate in Colui
che ogni cosa sostiene e apporta.


 


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