LA VITA DIVINA

di Sri Aurobindo

- in 56 tavole sinottiche -

1950.jpg 

a cura di Tommaso Iorco

aria nuova edizioni

© 2004, tutti i diritti riservati


The Life Divine è un’opera di circa 1100 pagine,
in cui Sri Aurobindo offre
una trasposizione in termini intellettuali
della propria Esperienza.
Diamo qui una brevissima tavola sinottica
(occupante appena una paginetta per ogni capitolo),
sperando in tal modo di aiutare il lettore
a enucleare le principali argomentazioni contenute.


«Sri Aurobindo è il Platone delle generazioni a venire»
Aldous Huxley

«Io non intendo circoscrivere la grandezza di Sri Aurobindo
soltanto alla nostra èra. Abbiamo avuto filosofi come
Platone, Spinoza, Kant, Hegel — ma nessuno di loro
ha posseduto una struttura metafisica così onnicomprensiva,
nessuno di loro ha mai avuto una simile Visione»

Prof. Frederic Spiegelberg
(Stanford University)


«Della filosofia… lasciatemi dire che mai, mai e poi mai
sono stato un filosofo, benché di filosofia ne abbia scritta,
ma questa è un’altra faccenda. Prima di mettermi a praticare lo yoga,
di filosofia ne sapevo davvero pochissimo: ero poeta e mi occupavo di politica 
[l’attività rivoluzionaria contro l’occupazione degli inglesi in India, n.d.r.],
non certo di filosofia! Com’è allora che sono riuscito
a cavarmela?… Ebbene, mi sono limitato a trasporre
in termini intellettuali ciò che avevo osservato e appreso
un giorno dopo l’altro nella pratica dello yoga:
in tal modo la filosofia nasceva spontaneamente.
Ma questo non vuole certo dire essere un filosofo!».

Sri Aurobindo


LIBRO I
LA REALTÀ ONNIPRESENTE E L’UNIVERSO

 

L’aspirazione umana

La più alta aspirazione dell’uomo si è sempre incentrata nella ricerca del Divino, della perfezione, della libertà, della verità e della gioia assolute, dell’immortalità. Questa ricerca sembra costituire l’elemento più essenziale della natura umana, e sopravvive anche ai più lunghi periodi di scetticismo.

Sebbene vi sia una palese contraddizione fra questa aspirazione e la condizione umana attuale, che è basata sull’imperfezione, la mortalità, la schiavitù a certe necessità meccaniche, ciò non costituisce un argomento finale contro la sua validità. Le contraddizioni fanno parte del metodo della Natura.

Questa aspirazione può essere realizzata grazie a una rivoluzione individuale, oppure per mezzo di un processo evolutivo generale.

I problemi dell’esistenza sono fondamentalmente problemi di armonia.

Armonizzare il principio vitale con la materia inanimata è stato il primo problema evolutivo che la Natura si è trovata di fronte e che cerca di risolvere sempre più efficacemente; la sua soluzione definitiva consisterebbe nella creazione di un corpo fisico libero dal decadimento e dalla morte.

Armonizzare la mente cosciente con una vitalità semicosciente è stato il secondo problema evolutivo della Natura; la sua soluzione riposerebbe in un completo e perfetto utilizzo della conoscenza in un corpo vivente.

Armonizzare lo spirito immortale con una mente, un’energia vitale e un corpo mortali è il terzo problema evolutivo della Natura; la sua completa soluzione si attuerebbe nell’emergenza di un essere divino.

Sembra non esserci alcuna ragione per cui il principio vitale si evolva dagli elementi materiali o la mente dalla forma vivente, a meno che la vita non sia già involuta nella materia e la mente nella vita. In tal caso è logico ammettere che oltre la coscienza mentale possano esserci stati superiori. Alla luce di ciò, lo slancio dell’uomo verso il Divino costituisce l’impulso imperativo per mezzo del quale la Natura cerca di svilupparsi oltre la mente.

Come la Natura ha stabilito la vita nella materia, e la mente nella vita, allo stesso modo essa ha stabilito nella mente l’impulso verso l’evoluzione di quanto supera la mente, ossia la coscienza sopramentale e spirituale. Ogni impulso si giustifica con la creazione dei necessari organi e facoltà.

L’animale è un laboratorio vivente nel quale Madre Natura ha elaborato l’uomo; l’uomo potrebbe essere il laboratorio vivente e pensante nel quale dovrà elaborare l’oltreuomo, ovvero un essere dotato di natura divina.

 

Le due negazioni:

il rifiuto materialistico

Se lo Spirito si è involuto nella Materia, ne consegue che la Materia è una forma dello Spirito. Questi due termini — Materia e Spirito —, lungi dall’essere avversari inconciliabili, sono i due estremi dell’Essere; e, per giungere alla riconciliazione, occorre riconoscere una serie di termini ascendenti che li collegano: la Vita, la Mente, la Sopramente (e i vari piani intermedi).

Se invece affermiamo soltanto l’esistenza di un puro Spirito e di una Energia meccanica, chiamando l’uno Dio o Anima e l’altra Natura, il risultato inevitabile sarà che negheremo l’Anima, considerandola un’illusione dell’immaginazione (ed è il rifiuto del materialista), oppure ci alieneremo dalla Natura, considerandola un’illusione dei sensi (ed è il rifiuto dell’asceta). Ma in queste sterili contraddizioni la mente umana non può rimanere soddisfatta; essa cercherà sempre la riconciliazione degli opposti, cogliendo l’unità ultima senza negare l’energia del molteplice che la esprime.

La negazione del materialista, anche se più ostinata e di più immediato successo, è meno persistente del rifiuto dell’asceta. Poiché porta in sé il proprio antidoto. L’elemento più potente di cui dispone è l’agnosticismo che, ammettendo l’Inconoscibile dietro la manifestazione, allarga i limiti del non-conoscibile fino a fargli abbracciare tutto ciò che è sconosciuto. La sua premessa, che i sensi fisici sono il nostro unico mezzo di conoscenza e che la ragione non può evadere dal loro dominio, si condanna da sola all’insufficienza e viene giocoforza superata.

Peraltro, gli avamposti della ricerca scientifica si avvicinano sempre più alle frontiere che dividono il materiale dall’immateriale. Significativo è l’orientamento della scienza verso un monismo compatibile con il molteplice.

E tuttavia, è bene riconoscere l’immensa utilità del periodo di materialismo razionalistico che l’umanità ha attraversato. Poiché non è possibile entrare con sicurezza in quel vasto campo di esperienze spirituali, se prima l’intelletto non ha acquisito, grazie a una severa disciplina, un limpido rigore; afferrato da menti non disciplinate e da sensibilità non purificate, quel campo si presta alle più pericolose distorsioni e alle più fuorvianti immaginazioni. La tendenza razionalistica del materialismo, con la sua inesausta ricerca della conoscenza, ha reso all’uomo questo grande servigio.

Il contatto con la Terra dà sempre vigore ai figli della Terra, anche quando si esplora la realtà soprafisica. Anzi, il soprafisico è pienamente conquistato solo quando i nostri piedi sono ben saldi sul piano fisico.

 

Le due negazioni:

il rifiuto dell’asceta

Se il materialista ha buone ragioni per sostenere la Materia come sola realtà e l’aldilà come totalmente inconoscibile, anche l’asceta ha le sue buone ragioni per ritenere il puro Spirito come la sola realtà, e il relativo come un sogno o un’allucinazione.

La possibilità di una coscienza cosmica nell’umanità sta per essere lentamente accettata dalla moderna psicologia. Nella psicologia orientale essa è sempre stata riconosciuta come una realtà e lo scopo del nostro progresso soggettivo.

Entrando nella Coscienza cosmica, possiamo continuare a dimorare nell’esistenza universale. E, se lo vogliamo, possiamo spingerci più lontano e, dopo aver attraversato molti stadi intermedi, diventare coscienti di una sopramente la cui azione universale è la chiave di tutte le attività minori. Questo Essere cosciente che è la verità della sopramente infinita, supera l’universo e vive indipendentemente non solo nella Sua inesprimibile infinità, ma anche nelle armonie cosmiche. Il mondo vive per mezzo di Quello; non Quello per mezzo del mondo.

E così come possiamo entrare nella coscienza cosmica e unirci a ogni esistenza cosmica, del pari possiamo entrare nella coscienza che trascende il mondo e diventare superiori a ogni esistenza cosmica. Quando la mente passa improvvisamente oltre quelle porte, senza transizioni intermedie, riceve un senso dell’irrealtà del mondo e della sola realtà del Silenzio, che è una delle più poderose e convincenti esperienze di cui sia capace la mente umana.

Nella percezione di questo puro Sé trascendente, o del Non-Essere dietro di lui, troviamo il punto di partenza per la negazione dell’asceta, una vera e propria rivolta dello Spirito contro la Materia: la rinuncia come unica via di conoscenza, l’accettazione della vita fisica come atto d’ignoranza, la cessazione della nascita come giusto modo d’usare la nascita umana.

In pratica, anche lo spirito ascetico è un elemento indispensabile per la perfezione, essendo l’uomo ancora legato a pulsioni animali. Tuttavia, noi cerchiamo un’affermazione più ampia e più completa.

L’aspirazione dell’uomo verso l’alto, verso il divino, non è stata messa sufficientemente in relazione con il movimento discendente del Divino che si china ad abbracciare eternamente la propria manifestazione. Il Suo significato nella Materia non è stato così ben compreso come la Sua verità dello Spirito.

 

Realtà onnipresente

Una volta ammesso il diritto del puro Spirito di manifestare in noi la sua assoluta libertà, e il diritto della Materia d’essere la forma della nostra manifestazione, dobbiamo trovare la verità che possa riconciliare questi apparenti opposti.

Nella coscienza cosmica, la Materia diventa reale per lo Spirito e viceversa. La Materia si rivela come la forma e il corpo dello Spirito; lo Spirito si rivela come l’anima, la verità e l’essenza della Materia. La Vita e la Mente si rivelano come aspetti e strumenti dell’Essere Cosciente supremo. Alla luce di questa concezione possiamo intravedere la possibilità di una vita divina sulla terra.

Il Brahman silenzioso e il Brahman attivo sono l’unico Brahman sotto due aspetti, e ciascuno è necessario all’altro. Le limitazioni che imponiamo al Brahman derivano da un’insufficienza d’esperienza nella mente individuale che si concentra su un solo aspetto dell’Inconoscibile e passa immediatamente a negare o denigrare tutto il resto.

È possibile per la coscienza, nell’individuo, entrare in uno stato in cui l’esistenza fenomenica sembra dissolta e perfino il Sé sembra diventare una concezione inadeguata. Ma questa non è la pienezza della nostra esperienza ultima, né la verità unica che esclude tutto il resto. Lo stesso Nirvana è compatibile con un’azione priva di desiderio e tuttavia efficace.

L’Inconoscibile è per noi Qualcosa di supremo, meraviglioso e ineffabile che ci guida da una realtà a una realtà più vasta e profonda fino a farci scoprire la più vasta e la più profonda di cui siamo capaci. Il Brahman è una realtà onnipresente, non un’onnipresente causa di persistenti illusioni.

Il vero Monismo è quello che riconosce tutto come l’unico Brahman e non divide la Sua esistenza in due entità incompatibili, un Sé reale e una Maya irreale eppure eterna. Se è vero che solo il Sé esiste, tutto è il Sé.

Brahman è indivisibile, in tutte le cose, e qualunque cosa esista, è stata in definitiva voluta dal Brahman. È solo la nostra coscienza relativa che cerca di liberare il Brahman dalla responsabilità verso Se stesso e le sue opere erigendo un principio opposto, origine del male.

Partiamo quindi dal concetto di una Realtà onnipresente di cui né il Non-Essere né l’universo sono negazioni che annullano; essi sono piuttosto due diversi stati della Realtà. Tutti i dualismi dell’universo devono essere risolti in quei termini superiori. E se questo Sé, Dio o Brahman non è un potere ristretto, ma il Tutto autocosciente, deve esserci in lui una buona ragione per manifestarsi nel Divenire cosmico.

 

Il destino dell’individuo

Una Realtà onnipresente è la verità di ogni vita ed esistenza; e in tutte le sue espressioni, infinitamente mutevoli e perfino costantemente opposte, la Realtà è una e non una somma di cose. Brahman è l’Alfa e l’Omega — è l’Unico oltre il quale nient’altro esiste.

Quest’unità, nella sua natura, è indefinibile; non esiste esperienza che possa limitarLo, non esiste concezione che possa definirLo.

Se nella fretta di arrivare all’Unità identifichiamo la Realtà con qualche stato d’essere, escludendo tutto il resto, non arriviamo a una vera unità, ma a una divisione nell’Indivisibile. Poiché anche il Molteplice è il Brahman. Tale fu l’esperienza degli antichi rishi vedici. Fu un’impazienza del cuore e della mente che cercò più tardi l’Uno per negare il Molteplice.

Brahman è entrato nella forma per godere della Sua manifestazione nella coscienza fenomenica. Brahman è in questo mondo per rappresentare Se stesso nei valori della Vita. La Vita esiste in Brahman per scoprire in sé Brahman. E il compimento dell’uomo consiste nel realizzare Dio nella vita; pur partendo da una vitalità animale, il suo obiettivo è un’esistenza divina.

La vera legge dell’autorealizzazione è una comprensione progressiva. Così come Brahman riunisce a un tempo molti stati di coscienza, anche noi, manifestando la Sua natura, dovremmo abbracciare ogni cosa. Per quanto in alto possiamo salire, saliamo male se dimentichiamo la nostra base. Se, nella nostra attrazione verso lo Spirito, rifiutiamo la Mente e la Materia, non potremo realizzare il Divino integralmente, né soddisfare le condizioni della propria manifestazione di Sé.

Nella Vita vi sono tre generali forme di coscienza: individuale, universale e trascendente. Ciò a cui noi diamo generalmente il nome di Dio, è uno stato non tanto sovracosmico quanto extracosmico. La visione integrale dell’unità del Brahman evita queste conseguenze, poiché Quello che trascende il mondo è uno con l’universo, così come l’individuo è un centro dell’intera coscienza universale.

Brahman non è vincolato né alla sua unità, né alla sua molteplicità. Egli è libero e assoluto, e in virtù di ciò può darsi forma, stabilendo questa molteplice unità nei tre stati del subcosciente, del cosciente e del sopracosciente. Nel cosciente, l’ego diventa il punto superficiale nel quale può emergere la consapevolezza di sé. Quando l’individuo trascende l’ego, comincia a includere in sé il sovracosciente. Questa liberazione individuale è il primo passo verso l’azione divina. Essere perfetti come Lui è perfetto è la condizione per realizzare integralmente il Divino che siamo.

 

L’uomo nell’universo

La rivelazione progressiva di una suprema Realtà sembra dunque essere il senso dell’universo. Un’esistenza, totalmente autocosciente e perciò interamente padrona di se stessa, possiede l’essere fenomenico in cui è involuta, si manifesta nella forma, si disvela nell’individuo. L’ascesa verso la vita divina costituisce quindi la grande avventura dell’umanità.

L’esistenza cosciente involutasi nella forma, a mano a mano che si evolve, giunge a riconoscersi attraverso l’intuizione, la visione, l’esperienza-di-sé. Questo divenire dell’infinita Esistenza-Coscienza-Beatitudine nella mente, nella vita e nel corpo è l’utilità dell’esistenza individuale.

Tale discesa della Realtà suprema è, nella sua natura, un autocelarsi; e nella discesa esistono livelli successivi, e nel celarsi, veli successivi. Ciascun livello successivo nella discesa del Divino costituisce per l’uomo uno stadio nella sua ascesa; ciascun velo che nasconde il Dio sconosciuto diventa, per colui che ama e cerca Dio, uno strumento della Sua rivelazione.

Dal ritmo sonnolento della Natura materiale, il mondo si sforza di penetrare nel ritmo più rapido, vario e disordinato della Vita; dalla Vita, si sforza di salire alla Mente, dove acquisisce l’individualità cosciente di sé. Ma la Mente riprende il lavoro per continuarlo, non per completarlo. Il nostro mondo deve ancora elevarsi oltre la Mente, a un principio più alto, il Sopramentale appunto, in cui l’individuo e l’universo diventano coscienti e padroni di ciò che entrambi sono, unificati. La Sopramente è l’oltreuomo.

Nella loro ascesa, l’individuo e l’universo hanno bisogno l’uno dell’altro. L’universo è un diffondersi del divino Tutto nello spazio e tempo infiniti, l’individuo è la sua concentrazione nei limiti dello spazio-tempo. Nell’individuo cosciente, Prakriti si volge a percepire Purusha; essendo Dio divenuto Natura, la Natura cerca di divenire progressivamente Dio.

Il vero senso dell’essere umano consiste perciò nel cercare di liberare un ordine supremo e un’armonia non ancora compiuta; l’ideale della vita umana non può essere semplicemente la ripetizione dell’animale a una scala superiore di mentalità.

Degli esseri viventi, l’uomo è il più grande perché è il più insoddisfatto, perché sente l’oppressione dei propri limiti.

Ma per quale alchimia il piombo della mortalità sarà trasformato nell’oro dell’Essere divino? Se tutto è un’unica Realtà, questi, nella loro essenza, non sono contrarî, bensì manifestazioni di tale Realtà unica. In tal modo, diventa concepibile una trasmutazione divina.

 

L’ego e le dualità

Se tutto è Satcitananda, la morte, la sofferenza, il male, possono essere solo le creazioni di una coscienza deformata che, dalla conoscenza totale, è caduta in un errore di divisione e di esperienza parziale. Si ha la redenzione ritrovando l’universale nell’individuo e il termine spirituale nella coscienza fisica. Allora potrà compiersi lo scopo della discesa dell’anima nella coscienza materiale, ritrovando una conoscenza superiore che riconcilia gli opposti nell’universale, trasformandone le divisioni nell’unità divina.

Ciò avviene mediante una rinuncia dell’ego al suo falso punto di vista e alle sue false certezze, entrando in giusta relazione e armonia con le totalità di cui egli è solo una parte e con le trascendenze da cui è disceso. Il suo scopo dev’essere l’abolizione di quei valori che sono le creazioni della visione egoistica delle cose; la sua conquista, il poter trascendere la limitazione, l’ignoranza, la morte, la sofferenza e il male.

Non è facile, per la mentalità consueta dell’uomo, concepire un’esistenza ancora umana e tuttavia radicalmente mutata rispetto le nostre inveterate condizioni. Ma se ammettiamo l’idea che l’ego è solo la rappresentazione intermedia di qualcosa che l’oltrepassa, possiamo concepire che l’individuo possa raggiungere ciò che si trova oltre se stesso e che egli rappresenta, e può ancora continuare a rappresentarlo, non più come un ego limitato, ma come un centro del Divino.

Abbiamo allora, come base dell’esistenza umana nell’universo materiale, la manifestazione dell’Essere Cosciente divino nella Natura fisica. Avremo, come condizione delle nostre attività, l’emergenza di quell’Essere Cosciente in una Vita, una Mente e una Sopramente involute e in evoluzione; è questa evoluzione che ha permesso all’uomo di fare la sua comparsa nella Materia e che gli permetterà di manifestare Dio nel corpo.

Con la formazione dell’ego, disponiamo del fattore che permette all’Uno di emergere come Molteplicità cosciente fuori dal subcosciente. Le dualità sono le prime formazioni della coscienza egoistica nel suo tentativo rozzo e maldestro di accostarsi all’unità. La dissoluzione di questa costruzione dell’ego mediante l’aprirsi dell’individuo al Divino è il mezzo per ottenere quella suprema realizzazione di cui la vita egoistica è solo un preludio, proprio come la vita animale è stata un preludio a quella umana. La realizzazione del Tutto nell’individuo mediante la trasformazione dell’ego limitato in un centro cosciente dell’unità e libertà divine, è il punto d’arrivo di questo compimento. L’effondersi del Divino sulle Molteplicità del mondo, è il risultato verso cui avanzano i cicli della nostra evoluzione.

I metodi della conoscenza vedantica

Qual è dunque, nel mondo, il gioco di questo Satcitananda e mediante quale processo di cose le sue relazioni con l’ego che lo rappresenta si sono all’inizio formate e saranno condotte al loro compimento?

Occorre anzitutto correggere gli errori della mente sensoriale per mezzo della ragione pura, il cui impiego totale ci porta dalla conoscenza fisica a quella metafisica. Ma dato che la nostra natura considera sempre le cose in modo duplice, come idea e come fatto, ogni concetto resta incompleto finché non diventi un’esperienza. È quindi necessario allargare il campo dell’esperienza psicologica.

L’esperienza psicologica, proprio come la ragione, è capace nell’uomo di una duplice azione, un’azione confusa e dipendente dai sensi e un’azione pura, ove appare evidente la natura dell’esperienza come conoscenza per identità. Se poi riusciamo a estendere la nostra facoltà di autoconsapevolezza mentale fino alla consapevolezza del Sé, l’Atman o Brahman delle Upanishad, possiamo giungere all’esperienza delle verità che formano i contenuti del Brahman nell’universo. Su queste possibilità è nato il Vedanta, cercando la conoscenza dell’universo attraverso la conoscenza del Sé.

Ma il Vedanta considera l’esperienza mentale e i concetti della ragione come un riflesso e non come la suprema identità autoesistente. Dobbiamo oltrepassare la mente e la ragione, i quali agiscono da intermediarî fra il Tutto subcosciente da cui proveniamo nella nostra evoluzione e il Tutto sovracosciente verso cui siamo diretti. Il subcosciente e il sovracosciente sono due formulazioni del medesimo Tutto. Ma mentre nel subcosciente la coscienza è involuta nell’azione, nel sovracosciente conoscitore e conosciuto diventano uno attraverso la conoscenza.

Sat Brahman, l’Esistenza pura, indefinibile, assoluta, è l’ultimo concetto cui arriva il Vedanta, la Realtà fondamentale dietro tutti i movimenti e le formazioni che costituiscono la realtà fenomenica, cogliendo il messaggio dell’intuizione e traducendolo in tre grandi affermazioni: “Io sono Lui”, “Tu sei Quello”, “Tutto è il Brahman; questo Sé è il Brahman”.

Ma l’epoca della conoscenza intuitiva ha dovuto cedere il posto all’epoca della conoscenza razionale, proprio come la filosofia metafisica doveva in seguito cedere il posto alla scienza sperimentale. E questo processo che sembra andare a ritroso, è in realtà una spirale che avanza. Ogni volta, infatti, la facoltà inferiore è costretta a prendere quanto può assimilare di ciò che la facoltà più elevata aveva già dato, preparando in tal modo una più completa armonia nella nostra natura.

Il puro Esistente

Quando distogliamo lo sguardo dall’ego e ci volgiamo verso la ricerca della Verità, la prima percezione è quella di una sconfinata energia d’esistenza infinita, infinito movimento, infinita attività che si diffonde in uno spazio senza limiti, in un tempo eterno, e che essa esiste per se stessa. La scienza ci rivela inoltre come sia minuziosa l’attenzione che questa poderosa energia dedica alle sue più piccole opere come alle più grandi. Madre equanime e imparziale, dimora ugualmente in tutte le esistenze, indivisibile, e tuttavia come fosse divisa e ripartita.

Per il Brahman non esiste l’intero e le parti, ma ciascuna cosa di per sé è tutto e gode dell’integrità del Brahman. La forma, il modo e il risultato della forza d’azione variano all’infinito, ma l’energia eterna, primordiale, infinita è la stessa in ogni cosa.

Però la nostra visione attuale è deformata. Noi siamo infinitamente importanti per il Tutto, ma per noi il Tutto è trascurabile; noi soli importiamo a noi stessi. Questo è il segno dell’ignoranza che è la radice dell’ego. Riconoscere che i risultati e le apparenze di ciò che chiamiamo noi stessi sono solo un moto parziale di quel Movimento infinito, e che nella nostra vera essenza siamo uno con il movimento totale, ed esprimerlo nel nostro modo di essere, di pensare, di sentire e di agire è necessario per una vita divina.

Ma che cos’è questo Tutto, quest’energia infinita e onnipotente? Coloro che vedono solamente l’energia del mondo, possono dichiarare che l’idea di una stabilità eterna, di una pura esistenza immutabile, non esiste, poiché tutto è moto e non c’è nulla che sia stabile. Ma esiste una suprema esperienza e intuizione mediante la quale ritorniamo dietro il nostro essere di superficie e scopriamo che questo divenire, non è che un modo del nostro essere e che in noi esiste qualcosa che non è assolutamente implicato in esso. Non soltanto possiamo averne l’intuizione, non soltanto possiamo coglierne un barlume nell’esperienza, ma possiamo ritirarci in esso e vivervi pienamente, realizzando in tal modo un completo cambiamento della nostra vita esteriore. Esso è pura esistenza, eterna, infinita, indefinibile, non toccata dalla successione del tempo, non implicata nell’estensione dello spazio, al di là della forma, della quantità, della qualità — il Sé solo e assoluto.

L’energia è un prodotto di quell’Esistenza pura e infinita, senza spazio e senza tempo, che pur contiene ogni possibile nella propria trascendenza. L’Essere e il Divenire, proprio come l’Uno e i Molti, sono solo le nostre rappresentazioni psicologiche dell’Assoluto, che è al di là di stabilità e movimento, così come è al di là dell’unità e della molteplicità.

La Forza cosciente

Tutte le forme della Materia, per il Samkhya, derivano dalla combinazione di cinque elementi modificatori della Forza originaria:
- una condizione di estensione, caratterizzata dalla vibrazione;
- uno stato di interazione vibratoria tra forza e forza;
- un principio di luce, elettricità, fuoco e calore;
- uno stato di diffusione;
- uno stato di coesione, ovvero uno stato solido.

Anche le nostre esperienze sensoriali dipendono da questi elementi: dalla ricezione della vibrazione deriva il suono, dal contatto delle cose il tatto, dall’azione della luce la vista, dal quarto il gusto e dal quinto l’odorato.

Tutto è essenzialmente una risposta ai contatti vibratori tra forza e forza. In tal modo gli antichi pensatori gettarono un ponte tra la Forza pura, che è l’unica realtà cosmica permanente, e le sue modificazioni finali.

Alla medesima generale conclusione è pervenuta la scienza moderna. Questa teoria non spiega però come il contatto delle vibrazioni della Forza dia origine alle sensazioni coscienti. Come ebbe luogo questo movimento in seno all’esistenza? Per quale causa? Per quale possibilità?

La risposta più condivisa dall’antico pensiero indiano era che la Forza è insita nell’Esistenza — Brahman e Shakti sono una cosa sola.

Resta tuttavia il problema del perché. Perché la Forza d’esistenza non dovrebbe rimanere eternamente concentrata in se stessa, infinita, libera da ogni variazione e formazione?

Se l’Esistenza e la Forza fossero inerti, la domanda non si porrebbe, e nell’evoluzione non ci sarebbe meta, né causa o intenzione originaria. Ma se l’Esistenza è un Essere cosciente, il problema sorge, e si rivela necessario esaminare la relazione tra Forza e Coscienza. Lo stato materiale non è un vuoto di coscienza, ma un sonno della coscienza. Esiste un’Anima Cosciente, un Purusha, che veglia eternamente in tutto ciò che dorme.

La Forza che costituisce i mondi è una Forza cosciente, l’Esistenza che in essi si manifesta è l’Essere cosciente, e l’emergere delle sue potenzialità nella forma è lo scopo della sua manifestazione. Coscienza è, in tal senso, una forza autocosciente d’esistenza di cui la mente è un termine intermedio: al di sotto, essa s’immerge nei moti vitali e materiali per noi subcoscienti; al di sopra, si eleva nel sopramentale per noi sovracosciente.

Niente può evolvere dalla Materia che non sia già contenuto in essa.

La felicità d’esistenza:

il problema

Perché questo Brahman perfetto, assoluto, infinito, che non abbisogna di nulla, che nulla desidera, proietta la forza della coscienza per creare in se stesso questi mondi? Se, essendo libero di proiettarsi nelle forme o di mantenere in se stesso la potenzialità delle forme, lascia libero corso al proprio potere di formazione, non può essere che per una sola ragione: la gioia.

La felicità-di-sé di Brahman non è limitata dal possesso della propria assoluta esistenza-di-sé, è capace di trovare diletto in quel flusso infinito e in quella capacità di mutarsi rappresentati dallo sconfinato pullulare degli universi. Liberare questa varietà infinita della propria felicità-di-sé e gioirne è lo scopo del gioco della propria Forza, quando si espande o crea.

Ciò che si è proiettato nelle forme è dunque un’Esistenza-Coscienza-Beatitudine, la cui coscienza è una Forza che si autoesprime, capace d’infinita variazione nel fenomeno e nella forma del proprio essere che gode all’infinito della gioia di quella variazione. Tutte le cose sono forme mutevoli di quell’unico Essere immutabile, risultati finiti dell’unica Forza infinita, variabili espressioni di sé di un’unica invariabile e onnipervadente Felicità.

Ma se il mondo è un’espressione di Satcitananda, come può esistere il dolore, la sofferenza, il male?

Il problema sorge in modo così netto solo se presupponiamo l’esistenza di un Dio personale extracosmico che ha creato il dolore per le Sue creature. Ma Satcitanada è l’Uno senza secondo; tutto ciò che esiste, è Lui. È Lui che sopporta il male e la sofferenza nella creatura in cui Egli stesso si è incarnato. Occorre pertanto capire come quell’unica e infinita Esistenza-Coscienza-Beatitudine ammise in sé ciò che non è beatitudine, ciò che sembra la sua concreta negazione.

Quando la felicità d’essere cerca di realizzarsi come felicità di divenire, entra nel moto della forza e prende differenti forme di movimento di cui il piacere e il dolore sono la corrente positiva e negativa. I suoi primi fenomeni sono duali, ma essa mira alla propria rivelazione nella purezza di una suprema felicità d’essere esistente-in-sé e indipendente da cause e oggetti.

Nell’essere umano, la felicità d’esistenza è una fertile terra nascosta che il desiderio ha ricoperto di una vegetazione d’erbe velenose e di fiori un po’ meno velenosi, i dolori e i piaceri. Quando la forza-cosciente che opera segretamente in noi avrà divorato queste vegetazioni, emergerà l’estasi dell’Immortale. Tale trasformazione è possibile perché queste vegetazioni sono, nel loro essere essenziale, quella felicità d’esistenza che essi cercano di rivelare senza riuscirvi.

La felicità d’esistenza:

la soluzione

In questa concezione di un’inalienabile felicità soggiacente all’esistenza, di cui tutte le sensazioni superficiali sono un gioco positivo, negativo o neutro, troviamo la vera soluzione del problema.

Considerando questi tre aspetti dell’Essere, Sat-Cit-Ananda, uno in realtà, trino per la nostra visione mentale, possiamo mettere al giusto posto le differenti formule delle antiche filosofie, così da unirle in una sola.

Se osserviamo l’esistenza del mondo solo nella sua relazione con l’infinita, indivisibile, immutabile Esistenza, abbiamo il diritto di realizzarla come Maya. Il mondo non rappresenta la verità essenziale dell’Esistenza, ma la verità fenomenica della Sua libera molteplicità e infinita mutabilità di superficie e non la verità della Sua fondamentale e immutabile Unità.

Se, invece, consideriamo l’esistenza del mondo in relazione solo alla coscienza, possiamo realizzarla come un moto della Forza che obbedisce a una volontà impostale dalla Coscienza che la possiede. È allora il gioco di Prakriti, la Forza esecutrice, per soddisfare Purusha, l’Essere cosciente che osserva e gioisce o che, riflesso nei moti della Forza, vi s’identifica.

Se infine consideriamo l’esistenza del mondo piuttosto nei suoi rapporti con la felicità dell’Essere, possiamo realizzarla come Lila, il gioco, la gioia dell’Anima delle cose eternamente giovane, perpetuamente inesauribile, che si crea e si ricrea in Se stessa per la beatitudine di questa rappresentazione di sé: Lei il gioco, Lei il giocatore, Lei il terreno di gioco.

Ed essendo noi stessi, in profondità, quell’Uno, la predisposizione della nostra esperienza sensoriale alle tre vibrazioni di dolore, piacere e indifferenza costituisce solo una sistemazione superficiale creata dalla parte limitata di noi stessi che predomina nella coscienza di veglia. Se impariamo a vivere interiormente, troveremo una presenza in noi che è il nostro vero sé, profondo, calmo, gioioso e potente, che si diletta imparzialmente in tutte le esperienze.

Inoltre, in questa triplice vibrazione, trattandosi di una sistemazione provvisoria in conseguenza della nostra imperfetta evoluzione, niente ci obbliga a una particolare risposta; è solo l’abitudine che ci costringe. Possiamo perciò diventare capaci di convertire i falsi valori in valori veri — è la felicità dello Spirito nelle cose che prende il posto della dualità attuale. Ciò è possibile perché dolore e piacere sono delle correnti, una imperfetta e l’altra perversa, della felicità d’esistenza, deformata da una ricezione, da parte dell’individuo, egoistica e frammentaria anziché universale. L’anima universale coglie sempre il giusto Rasa in ogni cosa.

La Maya divina

L’esistenza che agisce e crea mediante il potere del suo essere cosciente e a partire dalla propria pura felicità è la realtà che noi siamo, il sé di tutti i nostri modi d’essere, la causa, l’effetto e lo scopo di tutto ciò che facciamo, diveniamo e creiamo. È un’unica esistenza, un’unica energia, un’unica felicità d’essere che si concentra in varî punti dicendo di ciascuno: “questo sono io”, e vi lavora con un vario gioco della propria forza per un vario gioco di formazione-di-sé.

Ciò ch’essa produce è se stessa e non può essere altro che se stessa; essa elabora un gioco, un ritmo, uno sviluppo della propria esistenza, della propria forza di coscienza e della propria felicità d’essere. Ma l’assoluta pienezza non è possibile nella coscienza individuale concentrata nei limiti della propria formazione egoica; occorre che nell’individuo emerga la coscienza infinita; che egli scopra la propria verità conoscendo e realizzando se stesso.

Così, per la natura stessa del gioco universale realizzato da Satcitananda nell’immensità della Sua esistenza estesa come spazio e tempo, dobbiamo concepire all’inizio un’involuzione dell’essere cosciente nella densità e divisibilità infinita della sostanza, e poi un emergere della forza autoimprigionata nell’essere fisico, nell’essere vivente e nell’essere pensante; e finalmente una liberazione dell’essere pensante che si realizza come l’Uno e l’Infinito che gioca nel mondo, ritrovando la propria infinita esistenza-coscienza-beatitudine che esso è già fin d’ora in segreto.

Eppure, quando avremo scoperto che tutto è Satcitananda, non avremo spiegato tutto. Conosciamo la realtà dell’universo, ma non il processo con cui essa è diventata questo fenomeno. Una coscienza infinita nella sua azione infinita non può che produrre risultati infiniti; per costruire un mondo finito, occorre una facoltà selettiva della conoscenza che dia forma e apparenza finita a partire dalla Realtà infinita. Questo potere era conosciuto dai veggenti vedici con il nome di Maya. È mediante Maya che la verità statica dell’essere essenziale si trasfonde in realtà fenomenica. Ma l’illusione di Maya persuade ognuno di noi di essere nel tutto come un essere separato. Dobbiamo uscire fuori da quest’errore per entrare nella verità di Maya in cui il ‘ciascuno’ e il ‘tutto’ coesistono nell’unità inseparabile dell’unica verità.

Il mondo non è un’invenzione concepita nella Mente universale, ma l’immagine crescente di una creazione divina: è una nascita cosciente di una Coscienza-di-Verità sopramentale che organizza idee reali in un’armonia perfetta prima che vengano gettate nello stampo mentale-vitale-materiale.

La Sopramente creatrice

Un principio di Verità e di Conoscenza attive, superiore alla Mente e creatore dei mondi è il potere e lo stato d’essere intermediario tra l’Uno che possiede se stesso e il flusso del Molteplice. Questo principio non ci è del tutto estraneo; possiamo non solo intravederlo, ma anche realizzarlo.

A questo principio diamo il nome di Sopramente, una Coscienza-di-Verità creatrice che non è solo uno stato di conoscenza, ma anche un potere di conoscenza; non è solo una Volontà di luce e di visione, ma anche di potere e d’azione. E dato che la Mente è una sua creazione, la Mente rappresenta uno sviluppo, per limitazione, a partire da questa facoltà primaria e di quest’azione mediatrice della Coscienza suprema e deve essere perciò capace di ricostituirsi in essa attraverso uno sviluppo inverso, per espansione.

La Sopramente rappresenta l’anello di congiunzione mediante il quale l’inferiore si sviluppa dal superiore, e dovrebbe essere ugualmente l’anello di congiunzione mediante il quale esso può svilupparsi all’inverso. Al di sopra, la coscienza indivisibile dell’Uno eternamente stabile e immutabile; al di sotto, il Molteplice. Tra i due, questa coscienza comprendente e creatrice che, per il suo potere di conoscenza che tutto penetra e comprende, è figlia di quella consapevolezza-di-sé per identità che è l’equilibrio del Brahman e, per il suo potere di conoscenza che si proietta, confronta, apprende, è genitrice di quella consapevolezza ottenuta mediante la distinzione, che è il procedimento della Mente.

La Coscienza-di-Verità sopramentale possiede la conoscenza dell’Uno, ed è al tempo stesso capace di trarre dall’Uno le sue moltitudini nascoste; manifesta il Molteplice, ma non si perde nelle sue differenziazioni.

La Sopramente è il vasto estendersi del Brahman che contiene e manifesta. Ha il potere di sviluppare, di far evolvere, di rendere esplicito, e questo potere porta con sé anche l’altro potere, d’involuzione, d’involgimento, di rendere implicito. In un certo senso si può dire che l’intera creazione è un movimento fra due involuzioni: lo Spirito in cui tutto è involuto e da cui tutto evolve verso il basso, e la Materia in cui parimenti tutto è involuto e da cui tutto evolve verso l’alto.

La prima occupazione della Mente è quella di separare, di discernere, creando scissione fra pensiero e realtà. Ma nella Sopramente ogni idea è reale, ed è questa Idea-Reale che si evolve ed è all’origine di tutta l’evoluzione. La Sopramente parte dall’unità, non dalla divisione, è originariamente onnicomprensiva, la differenziazione non è che un suo atto secondario, che dispiega l’unità senza tuttavia distruggerla.

La suprema
Coscienza-di-Verità

Questa Sopramente che tutto contiene, che dà origine a tutto, che tutto compie, è la natura dell’Essere Divino, non nella sua assoluta esistenza-in-sé, ma nella sua azione quale Signore e Creatore dei propri mondi.

La Coscienza-di-Verità è presente dovunque nell’universo come una conoscenza-di-sé ordinatrice mediante la quale l’Uno manifesta le armonie della propria infinita molteplicità potenziale. Senza questa conoscenza-di-sé ordinatrice, la manifestazione sarebbe soltanto un caos mutevole; mentre, al contrario, l’intero sviluppo è predeterminato fin dall’inizio.

Tale sviluppo del mondo secondo una verità originale implica una successione nel tempo, una relazione nello spazio e un’interazione regolata di cose collegate nello spazio e alle quali la successione temporale conferisce l’aspetto di causalità. Nella realtà delle cose, tempo e spazio sono quell’unico Essere che si contempla in estensione, soggettivamente come tempo, oggettivamente come spazio. Tempo e spazio sono due aspetti dell’universale Coscienza, e nella loro interazione costituiscono l’ordito e la trama dell’azione che la forza compie su se stessa.

Ciò che alla mente sembra un disaccordo giacché essa considera separatamente ogni cosa in sé, per la Sopramente è un elemento dell’armonia generale sempre presente e sempre in sviluppo, perché essa vede tutto in una molteplice unità. Vedere le cose con sicurezza e vederle interamente non è possibile alla mente; ma è la natura stessa della sopramente trascendente.

Nella sua visione cosciente, questa Sopramente non soltanto contiene tutte le forme di se stessa che la sua forza cosciente crea, ma le pervade come una presenza che vi dimora e una luce che si autorivela. Anche se nascosta, essa è presente in ogni forma e forza dell’universo.

Il primo principio operativo della Sopramente è una visione cosmica che include tutto, pervade tutto e dimora in tutto. La Sopramente vede l’universo e il suo contenuto come se stessa in un unico atto indivisibile di conoscenza, un atto che è il movimento della propria esistenza-di-sé. Essa infatti non si occupa tanto di guidare o governare lo sviluppo della vita cosmica quanto di compierla in se stessa.

Il secondo principio è il potere di una coscienza che si proietta, affronta e apprende, nella quale la conoscenza si centralizza e si ritira dalle sue opere per osservarle. Una concentrazione ineguale in cui è l’inizio della divisione di sé, una divisione basata però su un’unità essenziale, un’unità realizzata su una base pratica di differenza. Ed è questo che dobbiamo studiare per cogliere la Mente nel punto in cui fa la sua grande caduta.

Il triplice stato della
Sopramente

L’intera esistenza è un unico Essere la cui natura essenziale è Coscienza, una Coscienza unica la cui natura attiva è Forza; e questo Essere è Felicità, questa Coscienza è Felicità, questa Forza è Felicità.

Eterna e inalienabile Beatitudine d’Esistenza, di Coscienza, di Forza, sia concentrata in sé, sia attiva e creativa, questo è Dio e questo siamo noi stessi nel nostro vero sé. Se aspiriamo a una vita divina, dobbiamo svelare questo sé in noi, elevandoci dal nostro stato presente nel falso sé o ego mentale, allo stato superiore nel sé reale, l’Atman.

Tale elevazione non consiste nell’abbandonare l’esistenza cosmica per rifugiarci nel Trascendente, poiché in tal caso una vita divina sarebbe impossibile. Elevandosi nella Sopramente, si evita una simile frattura, poiché essa possiede l’unità delle cose e manifesta fuori di esse la loro molteplicità.

Coscienza e Forza sono gli aspetti gemelli del Potere dell’esistenza; Conoscenza e Volontà saranno perciò la forma che quel Potere assume nel creare un mondo di relazioni nell’estensione spazio-temporale. Questa Conoscenza e questa Volontà sono una cosa sola, infinita, che abbraccia tutto, possiede tutto, forma tutto e contiene eternamente in sé ciò che proietta nel moto e nella forma.

La Sopramente è quindi l’Essere che, entrando in una conoscenza di sé determinatrice, percepisce certe verità di sé e decide di realizzarle in una estensione spaziale e temporale della sua esistenza senza tempo né spazio.

Ciò che la nostra coscienza divisa vede come un urto di volontà o di forze, la Sopramente lo contempla come l’insieme degli elementi costitutivi di un’armonia predeterminata che le è sempre presente.

La Coscienza divina, nel principio della Sopramente, assume tre equilibri. Il primo e fondamentale equilibrio fonda l’unità inalienabile delle cose; il secondo modifica quest’unità in modo da sostenere la manifestazione del Molteplice nell’Uno e dell’Uno nel Molteplice: la Coscienza divina si distribuisce apparentemente nelle forme; il terzo la modifica ulteriormente accentuando la gioia della differenza come necessaria alla pienezza della gioia dell’unità, in modo da sostenere l’evoluzione di un’individualità diversificata che, per l’azione dell’Ignoranza, diventa in noi, a un livello inferiore, l’illusione dell’ego separato.

Questi tre equilibri sono modi differenti di trattare la stessa Verità. È solo quando la nostra umana mentalità dà importanza esclusivamente a un aspetto dell’esperienza spirituale che sorgono le dispute filosofiche tra monismo, dualismo qualificato e dualismo puro. L’Infinito è illimitabile.

L’anima divina

L’esistenza di un’anima divina che non fosse discesa nell’ignoranza per la caduta dello Spirito nella Materia e per il suo eclissarsi nella Natura materiale, nel proprio essere sarebbe sempre pura e infinita autoesistenza; nel proprio divenire, un libero gioco di vita immortale non interrotto dalla morte, dalla nascita e dal cambiamento di corpo. Nella propria energia, sarebbe una coscienza basata sull’equilibrio di una tranquillità eterna e luminosa, e tuttavia capace di giocare liberamente con forme di conoscenza e forme di potere cosciente, senza mai allontanarsi dalla verità e dall’unità; nella propria eterna esperienza di sé, sarebbe una felicità inalienabile e, nel tempo, una beatitudine che muta liberamente, non soggetta a deformazioni. Essa vivrebbe eternamente nella presenza dell’Assoluto, eternamente cosciente d’essere una sua manifestazione, una sola cosa con Quello.

Una simile anima divina vivrebbe simultaneamente nei due termini dell’esistenza eterna di Satcitananda, i due poli inseparabili del dispiegarsi-di-sé dell’Assoluto che chiamiamo l’Uno e il Molteplice: sarebbe cosciente simultaneamente dell’Uno nella sua coscienza unitaria che contiene in sé l’innumerevole molteplicità come potenziale inespressa, e dell’Uno nella sua coscienza diffusa che contiene la molteplicità come il gioco del proprio essere; così come sarebbe cosciente del Molteplice che sempre attira in basso verso di sé l’Uno che è la realtà della sua esistenza, e del Molteplice che sale verso l’Uno, eterna culminazione e felice giustificazione di tutto il suo gioco di differenza.

Questa vasta visione delle cose è il carattere della sopramentale Coscienza-di-Verità; quest’unità di tutti i termini opposti è il reale Advaita, la parola suprema, onnicomprensiva, della conoscenza dell’Inconoscibile.

L’anima divina potrà sentire il Sé che diventa tutte le esistenze (base della sua unità con il tutto), vedere tutte le esistenze nel Sé (base della sua unità nella differenza), percepire il Sé in tutte le esistenze (base della sua individualità nell’universale).

Tutte le relazioni dell’anima divina con il suo Sé supremo e con gli altri suoi sé nelle altre forme, saranno determinate da questa conoscenza-di-sé.

L’abolizione, nella coscienza, dell’egoismo separatore, è l’unica condizione essenziale della Vita divinaQuesta caduta dall’unità era il passo necessario per quel gran tuffo nell’Ignoranza che è l’avventura dell’anima nel mondo da cui è nata la nostra umanità che soffre e aspira, e che infine conquista la perduta divinità portando in sé l’esperienza e forse le nuove ricchezze raccolte per aver accettato la completa discesa.

Mente e Sopramente

Quali sono le connessioni fra i quattro termini divini esaminati — sat, cit, ananda, vijñana — con gli altri tre, i soli con cui la nostra esperienza umana abbia familiarità — la mente, la vita, il corpo? Abbiamo visto ciò che può essere questa Maya divina mediante la quale la forza cosciente dell’Esistenza suprema forma e governa il cosmo; dobbiamo vedere come quest’altra Maya, apparentemente non divina, si formi fuori della realtà divina.

In realtà, tutto ciò che chiamiamo non divino, non può essere che un’azione degli stessi quattro principî divini, tale qual era necessaria per creare quest’universo di forme. È quindi possibile che la mente, il corpo e la vita si debbano trovare, nelle loro forme pure, nella Verità divina stessa, e in tal caso il loro attuale funzionamento potrebbe essere trasformato grazie a un’evoluzione in quel più puro funzionamento che hanno nella Coscienza-di-Verità, manifestando la divinità nella mente e nel corpo umani, rimodellando la vita e il corpo in un’immagine più perfetta della Verità onde realizzare non solo in anima, ma anche in sostanza, il regno dei cieli sulla terra.

La Mente è una coscienza che misura, limita, ritaglia forme di cose dall’intero e le contiene come se ciascuna fosse un’entità separata; essa è il nodo della grande Ignoranza. La Mente non può possedere l’infinito; il possesso dell’infinito viene solo mediante un’ascesa verso i piani sopramentali.

La Mente non è la causa dell’universo, poiché la Maya divina comprende in sé tanto l’Ignoranza quanto la Conoscenza. È il moto apprendente della Sopramente che opera la divisione fondamentale, fra Purusha e Prakriti. Dapprima, l’infinità dell’Uno si trasforma in un’estensione spazio-temporale; qui, l’onnipresenza dell’Uno si traduce in una molteplicità d’anima cosciente: i molti Purusha del samkhya, fruitori di una stessa Prakriti; infine, la molteplicità delle forme-d’anima si trasforma in un’abitazione divisa della diffusa unità. L’anima divina però è consapevole di tutto come fenomeno dell’essere; non perde la sua unità, ma impiega il suo potere di definizione per il gioco di forme e forze. È solo quando interviene Avidya che abbiamo una mente limitata che vede ogni fenomeno come una cosa-in-sé, cadendo dalla mentalità che divide alla mentalità divisa.

Quando la mente si fa silenziosa e passiva di fronte all’azione sopramentale, essa ritorna alla Verità delle coseLa Mente è l’operazione finale della Coscienza-di-Verità apprendente che rende l’Uno capace di comportarsi come un essere individuale in rapporto con altri esseri individuali, ma sempre nella Sua unità, e questo è ciò che il mondo è realmente.

La Vita

Il triplice mondo nel quale viviamo, il mondo di Mente-Vita-Corpo, è triplice solo al suo stadio presente d’evoluzione. La Vita involuta nella Materia è emersa nella forma di vita pensante e mentalmente cosciente. Ma con la Mente, involuta in essa e perciò nella Vita e nella Materia, è la Sopramente, origine e sovrana delle altre tre, e anche questa deve emergere.

Nel modo in cui si manifesta sulla terra, con la Materia per base, la Vita è essenzialmente una forma dell’unica Energia cosmica, un movimento dinamico o una corrente, positiva e negativa, di questa Energia, un gioco della forza che sviluppa le forme e le mantiene con un processo incessante di disintegrazione e di rinnovamento della sostanza. La morte non è il contrario della vita, è un processo della vita. Tutto si rinnova, niente perisce.

La Vita non è altro che la Forza che costruisce, mantiene e distrugge le forme, materiali vegetali o animali. Ogni esistenza sulla terra è una Vita universale che prende forma di Materia. Ogni gradino della scala dell’esistenza prepara il successivo, contiene in sé ciò che appare in quello che lo segue. La Vita è ovunque, segreta o manifesta, organizzata o elementare, involuta o evoluta, ma universale, onnipervadente, imperitura; solo le sue forme differiscono, e le sue organizzazioni. L’energia mentale, l’energia vitale, l’energia materiale sono dinamismi differenti dell’unica Forza cosmica.

Nell’atomo stesso esiste qualcosa che diventa in noi volontà e desiderio, c’è un’attrazione e una repulsione che sono essenzialmente la stessa cosa che in noi la simpatia e l’antipatia, solo che sono incoscienti o subcoscienti. Questa essenza di volontà e quest’essenza di desiderio sono ovunque evidenti nella Natura, e sono collegate a un senso e a un’intelligenza incoscienti o interamente involuti, che pervadono ugualmente tutto. Tutto ciò è presente nell’atomo perché è presente nella Forza che costruisce e costituisce l’atomo. Questa Forza è la Cit-Tapas o Cit-Shakti del Vedanta, la forza-cosciente, la quale si manifesta come energia nervosa piena di sensazione submentale nella pianta, come senso-di-desiderio e volontà-di-desiderio nelle prime forme animali, come senso e forza coscienti-di-sé nell’animale evoluto, come volontà e conoscenza mentali nell’uomo.

L’evoluzione della Vita nella Materia presuppone una sua involuzione in essa. La Vita è una scala dell’Energia universale in cui viene operato il passaggio dall’incoscienza alla coscienza, attraverso tre stadi: l’inferiore, in cui la vibrazione è interamente subcosciente; l’intermedio, in cui diventa capace di una risposta submentale; il superiore, in cui manifesta una mentalità cosciente.

Morte, desiderio e incapacità

Nel mondo materiale, la mente è involuta e subcosciente nella vita, proprio come la sopramente è involuta e subcosciente nella mente, e questa vita impregnata d’una mente involuta subcosciente è essa stessa involuta nella materia. La materia è qui la base e l’inizio apparente.

L’universo materiale parte dall’atomo sovraccarico di energia; dalla materia si manifesta la vita, e da questa la mente; la mente, a sua volta, deve liberare la sopramente nascosta.

Come la mente è l’operazione individualizzatrice finale della sopramente, così la vita è l’operazione finale mediante cui la Forza dell’Essere genera se stessa nelle forme. E proprio come la mente deve unirsi coscientemente alla Sopramente da cui è separata a causa di Avidya, così la vita deve diventare consapevole della Forza-cosciente che opera in lei.

L’anima, una volta limitatasi per concentrarsi sul momento temporale e sul campo spaziale, è spinta a cercare di nuovo la propria infinità, e per tale processo il cambiamento di forma è essenziale. Da qui nasce la necessità della morte, poiché cambiamento di forma significa dissoluzione del corpo; un eterno cambiamento di forma è l’unica immortalità cui può aspirare la sostanza vivente limitata, e l’eterno cambiamento d’esperienza l’unica infinità che la mente limitata nel corpo vivente possa ottenere.

Il tentativo dell’individuo di mantenersi e ingrandirsi rappresenta il senso del desiderio, che permane finché l’individuo non è diventato padrone di sé e, per una crescente unione con l’Infinito, possessore dell’universo. E poiché non si può cessare di esistere individualmente se non facendosi infiniti, il desiderio può cessare solo possedendo l’Infinito; nel frattempo, deve trasformarsi dalla fame di un reciproco divorarsi, in una specie di dono reciproco; la legge della fame deve far posto, progressivamente, alla legge dell’amore, la legge della divisione alla legge dell’unità, la legge della morte alla legge dell’immortalità.

Come questa maschera di morte che la vita assume risulta dal movimento del finito che cerca di affermare la sua immortalità, così il desiderio è l’impulso della Forza dell’Essere individualizzata nella vita per affermare la sua gioia. La maschera di desiderio che quest’impulso assume viene direttamente dal terzo fenomeno della vita individualizzata e divisa, la sua legge d’incapacità. La lotta di forze limitate che accrescono la loro capacità mediante tale scontro, è la prima legge della vita, l’inizio necessario. La morte, il desiderio e la lotta sono la trinità dell’esistenza divisa, la triplice maschera del divino Principio-di-Vita.

L’ascesa della Vita

La vita quale causa di morte, fame e incapacità, non è che un aspetto oscuro della Forza sovracosciente i cui termini supremi sono immortalità, felicità e onnipotenza.

Ciò stabilisce la natura di quel grande processo cosmico di cui facciamo parte; determina i termini primi, mediani e ultimi della nostra evoluzione. I termini primi della vita sono la divisione, una volontà subcosciente guidata dalla forza, l’impotente soggezione a forze meccaniche. I termini mediani sono la morte e il reciproco divorarsi, la fame e il desiderio, il senso di uno spazio e di una capacità limitati e la lotta per accrescersi, conquistare e possedere. I termini ultimi sono l’amore, l’armonia, il tranquillo godimento di tutto e l’unità.

Abbiamo due principî nella vita: la necessità o volontà dell’ego separato di sopravvivere come essere distinto e di conservare la propria identità, e la costrizione impostagli dalla Natura di fondersi con gli altri. Ma l’ultimo stadio può essere raggiunto solo quando si sono armonizzati i due principî, quando l’individuo diventa capace di persistere nella propria individualità e tuttavia di fondersi con gli altri. L’essere mentale, sostenuto dal centro psichico interiore che esprime l’anima segreta, è il nodo della permanenza dell’individualità e della permanenza della vita aggregata: in lui diventano possibili la loro unione e la loro armonia.

La crescita che porta al terzo stato della vita, non abolisce la legge del desiderio, piuttosto la trasforma e la completa, così come tutti gli altri termini vengono trasformati in un’armonia che riproduce questi termini pur sembrando contraddirli. La vera natura dell’amore consiste nello stabilire uno scambio in cui la gioia di dare è pari alla gioia di ricevere e tende alla fine a diventare anche più grande; ciò avviene quando l’amore si proietta oltre se stesso sotto la spinta della fiamma psichica per raggiungere il compimento dell’unità assoluta, e deve perciò realizzare quello che gli sembrava il non-sé come un sé ancora più grande e più caro della propria individualità.

La fine del cammino, la meta, non può essere raggiunta se la mente non oltrepassa se stessa, entrando in quello che è al di là della mente. Quindi, la perfetta soluzione del problema della vita deve venire da un quarto stato in cui l’eterna unità del molteplice sia realizzata attraverso lo spirito, e il fondamento cosciente di tutte le operazioni della vita non si trovi più nelle divisioni del corpo o nelle passioni e gli appetiti della vitalità, o nei raggruppamenti e le armonie imperfette della mente, né in una combinazione di tutte queste cose, ma nell’unità e la libertà dello Spirito.

Il problema della Vita

Se la vita è il manifestarsi, in certe circostanze cosmiche, di una Forza cosciente che è per natura infinita, assoluta, inalienabilmente in possesso della propria unità e beatitudine, è la coscienza in quanto Forza che deve risolvere i problemi che ha creato e portare il mondo a compimento del suo senso segreto.

Questa vita ha assunto successivamente tre aspetti: materiale, vitale, mentale. L’uomo è l’essere mentale che utilizza l’energia vitale e dimora in un corpo fisico, allo scopo di diventare padrone di se stesso e del mondo. L’uomo quindi deve realizzarsi soddisfacendo il Divino che è in lui, oppure deve produrre al di fuori di se stesso un nuovo e più grande essere — o diventa egli stesso un’umanità divina, o deve far posto a un ‘dopouomo’. Il tutto e l’individuo vengono ad armonizzarsi coscientemente in una reciproca unità, dove l’intera natura della coscienza è l’Uno che conosce se stesso come il Molteplice e il Molteplice che conosce se stesso come l’Uno; sarà una vita che segue coscientemente la legge dell’unità pur realizzando ciascuna cosa nella diversità secondo la sua particolare funzione; una vita in cui tutti gli individui vivranno a un tempo in se stessi e gli uni negli altri in un solo Essere cosciente in molte anime, un solo potere di Coscienza in molte menti, una sola gioia della Forza che agisce in molte vite, una sola realtà di Felicità che si realizza in molti cuori e corpi.

Le difficoltà che sorgono dall’imperfetto equilibrio della Coscienza e della Forza nello stato attuale dell’uomo, sono principalmente tre:
- l’uomo è cosciente di una piccola parte del suo essere: la sua mente, la sua vita e il suo essere fisico di superficie; non conosce e non sa governare il subcosciente e il subliminale, che anzi lo conosce e lo governa.
- l’uomo, nella sua mente, nella sua vita e nel suo corpo è separato dall’universale e perciò, proprio come non conosce se stesso, ugualmente e ancor più è incapace di conoscere le creature sue simili;
- l’uomo è in conflitto con le tre parti della sua natura: la vita, la mente, il corpo. E anche in seno a ciascuna di queste parti c’è divisione fra le capacità del purusha interiore e la formazione individuale del momento.

È nel sovracosciente, al di sopra del nostro attuale equilibrio, che dobbiamo cercare il potere e la conoscenza riconciliatori. Nella Sopramente, il Potere-d’Illusione della conoscenza divina nel mondo è retto dal Potere-di-Verità della medesima conoscenza, che serba per noi l’affermazione verso cui tutte le apparenze tendono; essa è padrona dell’unità nella diversità; lì, volontà e coscienza sono in perfetta armonia.

La doppia anima dell’uomo

L’ascesa della vita è, nella sua natura, l’ascesa della Felicità nelle cose, dal suo concepimento nella Materia, attraverso vicissitudini e opposizioni, fino al suo luminoso compimento nello Spirito. Il mondo è una forma velata di Satcitananda; cercare la felicità è quindi il senso fondamentale della vita; trovarla, possederla e realizzarla è il suo motivo. Ma dov’è, in noi, questo principio di Felicità?

La Sopramente utilizza la Mente come proprio strumento subordinato; la Forza-cosciente utilizza la Vita; la divina Esistenza utilizza la Sostanza, la Forma dell’Essere, la Materia; la Beatitudine utilizza l’anima, lo psichico.

In effetti, in noi c’è una doppia anima, come è duplice ogni altro principio cosmico in noi. Abbiamo una superficiale anima di desiderio che agisce nelle passioni vitali, nelle emozioni, nella facoltà estetica e nella ricerca mentale di potere, conoscenza e felicità, e abbiamo un’entità psichica dietro il velo, puro potere di luce, d’amore, di gioia e di raffinata essenza d’essere.

Nell’anima di superficie non c’è vera vita d’anima, ma una deformazione psichica e una falsa ricezione del contatto delle cose. Il male del mondo è che l’individuo non riesce a trovare la sua anima vera e, di conseguenza, non può cogliere l’anima vera del mondo in cui vive.

La conoscenza di noi stessi è possibile solo se penetriamo dietro la nostra esistenza di superficie. Il sovracosciente in noi è una sola cosa con il sé e con l’anima del mondo: possiede la verità e la felicità delle cose nella loro pienezza; il subcosciente, nella luminosa sommità del subliminale, è cosciente interiormente del ‘rasa’ delle cose e prova un’uguale felicità in tutti i contatti.

Questa entità psichica è la fiamma del Divino sempre accesa in noi; è ciò che permane ed è in noi imperituro, che nascita e morte non possono toccare, scintilla indistruttibile del Divino; non è il Sé non-nato, o jivatman, ma il suo rappresentante nelle forme della Natura, antaratman, che sta dietro l’essere mentale, l’essere vitale e quello fisico in noi, osservandoli e traendo profitto dalla loro esperienza.

Se la Persona psichica riesce a venire in primo piano e, sostituendo l’anima-di-desiderio, a governare apertamente e interamente questa natura mentale-vitale-fisica esteriore, allora diventa possibile il cambiamento spirituale, il quale deve a sua volta completarsi e superarsi grazie alla trasformazione sopramentale, poiché la Sopramente collega i due emisferi, inferiore e superiore, dell’unica Esistenza, e rende quindi possibile, per l’essere psichico, fondere i contatti dell’esistenza del mondo nel divino Ananda.

La Materia

La maggior parte delle religioni hanno lanciato la loro maledizione sulla Materia e hanno fatto, del rifiuto della vita fisica o della rassegnata sopportazione di questa, la prova della verità religiosa e della spiritualità. Ma ciò non costituisce una soluzione, bensì una fuga dal problema: l’anima individuale non ha conquistato la triplicità inferiore, ne ha solo rifiutato le richieste, abbandonando il lavoro che lo spirito aveva intrapreso quando all’inizio s’infuse nella forma dell’universo. Il problema continua perché continua l’impresa del Divino nell’universo.

Essendo Satcitananda l’inizio, il mezzo e la fine, quel conflitto e quel dissidio non possono rappresentare principî eterni e fondamentali del Suo essere ma, per la loro stessa esistenza, implicano lo sforzo verso una perfetta soluzione e una completa vittoria dello Spirito sulla triplicità inferiore attraverso un libero e perfetto impiego della mente, della vita e del corpo da parte dello spirito cosciente.

Perciò, come abbiamo scoperto la realtà della mente, dell’anima e della vita, dobbiamo scoprire la realtà della materia.

Anzitutto, la nostra conoscenza, idea ed esperienza attuali della materia non rappresentano la sua verità, ma soltanto un fenomeno di rapporto particolare fra i nostri sensi e l’intera esistenza in cui ci muoviamo.

Quando la scienza scopre che la materia si risolve in forme d’energia, coglie una verità fondamentale; e quando la filosofia scopre che la materia esiste per la coscienza solo come apparenza sostanziale, afferra una verità ancor più fondamentale. Permane tuttavia la questione del perché l’energia debba assumere la forma di materia e non quella di pure correnti di forza o perché ciò che chiamiamo Spirito debba ammettere il fenomeno della Materia e non riposarsi invece nelle gioie spirituali.

L’Esistenza è, nella sua attività, una Forza-cosciente che presenta le operazioni della sua forza alla propria coscienza come forme del suo stesso essere. Essendo la Forza l’azione dell’unico Essere cosciente che da solo esiste, i suoi risultati non possono essere altro che forme di quell’Essere cosciente; la Materia, allora, è una forma dello Spirito. L’apparenza che essa assume ai nostri sensi è dovuta a quell’azione separatrice della mente da cui abbiamo potuto dedurre logicamente l’intero fenomeno dell’universo.

La Materia è una creazione, e per la sua creazione fu necessario l’infinitesimale — un’estrema frammentazione dell’Infinito — come base.

Anche la Materia, come la Mente e la Vita, è dunque il Brahman nella sua azione autocreatrice; è una forma della forza dell’Essere cosciente.

Il nodo della Materia

Il mondo è un’unità differenziata, una multiforme unicità, non lo sforzo continuo d’un compromesso fra eterne dissonanze, non un’eterna lotta fra opposti inconciliabili. Il suo fondamento e principio è un’inalienabile unità che genera una varietà infinita.

La sostanza è la forma di sé su cui la Volontà-Coscienza lavora, e se la Materia è un estremo di questa sostanza, lo Spirito è l’altro estremo. I due sono una sola cosa: lo Spirito è l’anima della Materia; la Materia è una forma dello Spirito. Il mondo deve quindi necessariamente pervenire a una realizzazione di questa Volontà e Coscienza emergenti e a una trionfante armonia.

Certo, tra Materia e Spirito c’è una grande differenza pratica, e su ciò si basa la serie indivisibile dell’esistenza del mondo con i suoi livelli in continua successione ascendente. Esistono infatti anche una sostanza della mente e una sostanza di pura energia vitale. Lo Spirito stesso è pura sostanza dell’essere che si presenta come un oggetto non più ai sensi fisici vitali o mentali, ma alla luce di una conoscenza spirituale percettiva in cui il soggetto diventa il proprio oggetto. Al di là, scompare la differenziazione tra soggetto e oggetto in un’assoluta identità, e non si può più parlare di Sostanza.

Brahman non è solo la causa dell’universo, il potere che lo sostiene e il principio che lo abita: è anche il suo unico materialeLa Materia, la Vita, la Mente, la Sopramente, non sono che modi del Brahman, che non solo dimora, ma è tutte queste cose, benché nessuna di esse rappresenti il Suo essere assoluto.

Tuttavia, è nella Materia che si erge l’ostacolo: per causa sua la Vita è limitata, afflitta da morte e dolore; per causa sua la Mente sta su un piccolo ramo, costretta a rinunciare alle altezze di cui è cosciente. Occorre sciogliere questo nodo della Materia che nega lo Spirito, e non tagliarlo con violenza.

La Materia è il culmine del principio dell’Ignoranza; qui la Coscienza si è obliata in una forma delle sue opere, per poi emergere lentamente. La Materia, inoltre, è il culmine dell’asservimento alla legge meccanica e oppone, a tutto ciò che cerca di liberarsene, una colossale inerzia, pur essendo di per sé tutt’altro che inerte. La Materia, infine, è il culmine del principio di divisione e di lotta, benché in realtà sia veramente indivisibile.

Ma essendo l’infinita Esistenza-Conoscenza-Volontà a emergere dalla Materia, all’inizio come Vita, poi come Mente, la conclusione naturale e inevitabile della natura dell’esistenza cosmica consiste nell’apparizione di un essere sopramentale dotato di una mente, una vita e un corpo divini.

La serie ascendente
della Sostanza

La Materia è l’ultimo stadio che noi conosciamo della progressione della sostanza pura verso una base di relazione cosmica in cui il primo termine sarà la forma e non lo spirito, e la forma al suo massimo sviluppo di solidità durevole. Questa è l’intenzione e il carattere dell’universo materiale.

Allontanandoci dalla forma, ci volgiamo all’eternità dell’essenza. Nella Materia, la Forza cosciente si ammassa sempre più per resistere e opporsi alle altre masse della stessa Forza cosciente; nella sostanza dello Spirito, la pura coscienza si riflette liberamente nella sua percezione di sé con un’indivisibilità essenziale e un costante scambio unificatore come formula di base anche nel gioco più diversificato della propria forza. Tra questi due poli si estende una gradazione infinita.

Se è possibile imporre le leggi di tali mondi più alti nella struttura umana, potrà esserci anche qui l’attività fisica di una mente, di una vita e di un corpo divino. Madre Terra potrà rivelare anch’essa la propria Divinità.

La sostanza si basa su ciascuno dei principî della serie ascendente di Materia, Vita, Mente, Sopramente e di Satcitananda, e si fa essa stessa veicolo caratteristico per la cosmica espressione di sé di ciascun principio.

Nel mondo fisico, ogni cosa è fondata sulla sostanza materiale. Nel successivo grado di sostanza, il fattore dominante è la vita e il desiderio. Il grado successivo è governato dalla mente. A una sfera ancora più alta, la Sopramente o, più in alto ancora, una pura Beatitudine, un puro Potere cosciente e un puro Essere, costituiscono il principio dominante, ed entriamo nei mondi divini, suprema espressione dell’Essere quale Spirito, dove l’anima liberata possiede l’infinità e la beatitudine dell’eterna Divinità.

L’intera esistenza cosmica è un’armonia complessa; l’essere, la coscienza, la forza e la sostanza scendono e salgono per una scala dai molti gradini, tutti interconnessi tra loro; il nostro mondo materiale è il risultato di tutti gli altri, in quanto gli altri principî sono tutti discesi nella Materia per creare l’universo fisico. E come la Materia è l’ultimo termine della discesa, così è pure il primo termine dell’ascesa; come i poteri di tutti questi piani sono involuti nell’esistenza materiale, così sono tutti capaci di evolversi fuori di questa. L’evoluzione avviene per la pressione incessante che i piani al di sopra della Materia esercitano sul piano materiale.

L’ascesa dal fisico al sopramentale e la conquista dei principî inferiori da parte della Sopramente, rende possibile per l’uomo una trasformazione che ha come suo coronamento uno stato senza morte sulla terra.

Il settuplo accordo dell’Essere

La nostra esistenza è una sorta di rifrazione dell’esistenza divina, in ordine inverso di ascesa e discesa, di otto principî:
Esistenza (Sat) - Materia (Anna)
Coscienza-Forza (Cit-Tapas) - Vita (Prana)
Beatitudine (Ananda) - Psiché (Antaratman)
Sopramente (Vijñana) - Mente (Manas)

Il Divino, dalla pura esistenza discende nell’essere cosmico attraverso il gioco della Forza-Coscienza, della Beatitudine e dell’aspetto creativo della Sopramente; noi saliamo dalla materia verso il Divino con una vita, un’anima e una mente in sviluppo e l’aspetto illuminante della sopramente.

Il nodo di congiunzione dei due emisferi, il superiore (paràrdha) e l’inferiore (aparàrdha), è dove la mente e la sopramente s’incontrano, separate da un velo. La lacerazione del velo è la condizione della vita divina. Come l’Esistenza, la Coscienza e la Beatitudine sono i tre Nomi supremi e nascosti del Senza-Nome, così la Sopramente è il quarto — quarto per Quello nella Sua discesa, quarto per noi nella nostra ascesa.

Per mezzo di tale lacerazione, la mente può recuperare la sua luce divina nella Sopramente che tutto abbraccia, l’anima realizzare il suo sé divino nell’Ananda che tutto possiede e che è interamente beato, la vita riguadagnare il suo potere divino nel gioco dell’onnipotente Forza cosciente, la materia aprirsi alla sua divina libertà come forma dell’Esistenza divina.

L’Infinito non sarebbe tale se non potesse assumere una finitezza molteplice; l’Assoluto non sarebbe tale se gli fosse impossibile d’essere un’illimitata capacità di autodeterminazione.

La trilogia inferiore di mente vita e materia è indispensabile a ogni essere cosmico, sebbene non necessariamente come la conosciamo qui. La Mente (che è essenzialmente quella facoltà della Sopramente che misura e limita, che fissa un centro particolare e osserva da quello il moto cosmico e le sue interazioni), è necessaria, benché non abbia bisogno d’essere cosciente di sé come qualcosa di diverso da un’azione subordinata della Sopramente, né di sviluppare l’interazione dei rapporti sulla base di un egoismo che si auto-imprigiona. E una volta che la Mente esiste, la Vita e la Forma vengono di conseguenza.

Ovunque sia un Cosmo, esistono (manifesti o potenziali) tutti i principî dell’essere, e la loro evoluzione è il destino di ogni mondo. L’universo materiale è costretto a sviluppare la Sopramente e la gloria una e trina di Satcitananda.

Sopramente, Mente e
Maya surmentale

La mente, come la conosciamo, è un potere dell’ignoranza che cerca la Verità. La Sopramente, al contrario, possiede la Verità. Ed esiste, nella scala dell’Essere, un piano di coscienza intermedio, attraverso cui si è effettuato il passaggio involutivo dalla Mente nella Conoscenza alla Mente nell’Ignoranza, e attraverso cui il passaggio inverso evolutivo è possibile.

Ci sono due movimenti successivi di coscienza, con i quali possiamo avere accesso alle gradazioni superiori della nostra esistenza: un moto verso l’interno, in cui penetriamo il sé subliminale, e un moto verso l’alto, in cui si può scoprire un Sé immoto e silenzioso, o può esserci un Nirvana del nostro essere attivo e del nostro senso del sé in un’ineffabile Realtà. Ma possiamo anche salire in regioni superiori dello Spirito dove il suo stato immobile è la base di grandi e luminose energie — qui è il passaggio verso una trasformazione sopramentale; percepiamo infatti una gradualità d’ascesa, da una Mente superiore, a una Mente illuminata, a un’Intuizione, fino ad una Surmente in contatto con la Sopramente, che mette in comunicazione e al tempo stesso divide la Conoscenza e l’Ignoranza.

Il Surmentale è il delegato della Sopramente presso l’Ignoranza. La Sopramente trasmette al Surmentale tutte le sue realtà, ma gli lascia il compito di formularle in una percezione che è una visione della Verità e, insieme, una prima causa dell’Ignoranza. È l’origine della distinzione fra Purusha e Prakriti, tra l’Uno e il Molteplice, fra Saguna e Nirguna, e così via. Il Surmentale libera nell’azione milioni di Dei, ciascuno con il potere di creare il proprio mondo, ciascun mondo capace d’interagire con gli altri. L’Idea-Reale unica, totale e dai molti volti, si scompone, e ogni faccia diventa un’Idea-Forza indipendente con il potere di realizzarsi.

Nel Surmentale c’è una limitazione di conoscenza, ma non la negazione o l’opposto della verità. In essa risiede la Maya cosmica originaria, non una Maya d’Ignoranza ma di Conoscenza, e che tuttavia ha reso possibile l’Ignoranza, anzi, inevitabile. Poiché, se ciascun principio deve seguire la sua linea e portare a termine le sue conseguenze, anche al principio di separazione deve essere permesso di arrivare alla sua estrema conseguenza.

Come la Vita e la Mente sono state fatte apparire nella Materia, così pure questi più grandi poteri devono emergere dall’involuzione e la loro luce scendere in noi dall’alto.

Una vita divina nella manifestazione è quindi l’inevitabile esito e coronamento dello sforzo evolutivo della Natura.

LIBRO II
LA CONOSCENZA E L’IGNORANZA
— L’EVOLUZIONE SPIRITUALE

Parte I LA COSCIENZA INFINITA E L’IGNORANZA

Indeterminati, determinazioni cosmiche
e l’Indeterminabile

Il primo aspetto dell’esistenza cosmica è un Infinito che è, per la nostra percezione, un indeterminato, se non indeterminabile. È un Infinito che contiene una massa di finiti inesplicati, un Indivisibile pieno di divisioni senza fine, un Immutabile brulicante di mutamenti e differenziazioni.

Che cos’è che impone o provoca questo gioco di mutevoli possibilità?

Non un Caso dinamico, non una Necessità meccanica, non un Creatore extra-cosmico, ma una Coscienza-Forza, inerente ovunque nell’Esistenza, che agisce anche quando è nascosta. L’incoscienza apparente dell’Energia materiale è una condizione indispensabile alla struttura della sostanza cosmica materiale in cui la Coscienza intende evolversi per svilupparsi da quello che è apparentemente il suo contrario.

Una simile creazione che l’Infinito trae da se stesso, è la manifestazione di verità o poteri del suo stesso essere: i veicoli di queste verità o poteri sono i determinati generali o fondamentali di base che vediamo nella Natura; e i determinati particolari sono i veicoli delle possibilità che le verità o i poteri che risiedono nei determinati fondamentali serbavano in questi.

Il principio di una libera variazione di possibilità, naturale per una Coscienza infinita, spiega l’aspetto di Caso incosciente che ci appare nelle operazioni della Natura (incosciente solo in apparenza). Il principio di verità e di poteri reali dell’Infinito che si compiono imperativamente spiega l’aspetto opposto, di una Necessità meccanica che vediamo nella Natura (meccanica solo in apparenza). Ecco perché l’Incosciente esegue le sue opere seguendo un principio costante d’architettura d’inesauribile fantasia.

L’Assoluto è indeterminabile, nel senso che non può essere limitato da alcuna determinazione, da alcuna somma di possibili determinazioni, ma proprio perché è assoluto, è pure capace di autodeterminarsi; e il potere di determinazione-di-sé dell’Assoluto è la Sopramente.

La creazione è una manifestazione-di-sé, un ordinato dispiegarsi delle infinite possibilità dell’Infinito, tenute assieme dalla cognizione sopramentale che le conserva nell’armonia dell’Uno indeterminabile.

Tutti gli aspetti della Realtà onnipresente hanno la loro verità fondamentale nell’Esistenza suprema. L’Incoscienza è il potere che l’Infinito possiede di immergere la coscienza in una trance di involuzione-di-sé. È il gioco di un segreto Essere totale, che è felicità totale e conoscenza integrale.

Brahman, Purusha, Ishvara — Maya, Prakriti, Shakti

Benché il carattere assoluto e infinito della Realtà suprema sia indeterminabile per la mente, scopriamo che quest’Infinito supremo ed eterno si determina nell’universo per mezzo di verità fondamentali del suo essere che sono al di là dell’universo ed in esso come base della sua esistenza.

Il supremo aspetto del Brahman che si manifesta a noi, è un’eterna, infinita e assoluta esistenza-in-sé, consapevolezza-di-sé e felicità-di-sé dell’essere; è questo il fondamento di tutte le cose, che segretamente le sostiene e le pervade. Il Brahman, inoltre, si rivela in tre termini della sua natura essenziale: il Sé, lo Spirito, e il Divino — Atman, Purusha, Ishwara.

Allo stesso modo, anche il suo potere di Coscienza ci appare sotto tre aspetti: Maya, la forza propria di questa coscienza che concepisce creativamente tutte le cose; Prakriti, la Natura o Forza resa dinamicamente esecutiva, che elabora tutte le cose sotto lo sguardo testimone dello Spirito; Shakti, il Potere cosciente del Divino, che concepisce creativamente e nello stesso tempo esegue dinamicamente tutte le operazioni divine.

Questi tre aspetti del Brahman, con i loro poteri, riconciliano l’apparente disparità e incompatibilità fra la trascendenza sovracosmica, l’universalità cosmica e la separatività della nostra esistenza individuale. Giacché il Brahman è l’Assoluto, il trascendente e l’incomunicabile, ma è anche la Realtà onnipresente in cui tutto ciò che è relativo esiste come sue forme e suoi movimenti; è la Coscienza che conosce se stessa in tutto ciò che esiste; è la Forza che sostiene ogni cosa; è l’Anima interiore di tutto; è ciò che è cosciente nell’essere cosciente, ma è anche il Cosciente nelle cose incoscienti; è la segreta Beatitudine dell’esistenza che è l’etere del nostro essere senza cui nessuno potrebbe vivere o respirare.

Non esiste contraddizione o incompatibilità tra questi tre aspetti dell’Esistenza, o tra questi nel loro stato eterno e i tre modi in cui opera nell’universo la Forza dell’Esistenza. Un unico Essere, un’unica Realtà, quale Atman, fonda, sostiene, informa; quale Purusha, fa esperienza; quale Ishwara, vuole, governa e possiede il suo mondo di manifestazione creato e tenuto in movimento e in azione per mezzo della sua stessa Coscienza-Forza — Maya, Prakriti, Shakti.

Non esistono due eternità, l’una di staticità, l’altra di movimento, ma differenti condizioni o posizioni assunte dalla Coscienza nei confronti dell’unica eternità. L’Infinito assume tutte queste posizioni in un’esperienza simultanea che rivela l’unità di aspetti concomitanti dell’unica Realtà.

L’eterno e l’individuo

C’è una Realtà fondamentale d’esistenza, onnipresente al di sopra del cosmo e in essa, e immanente in ogni individuo. E c’è un potere dinamico di tale Realtà, un’automanifestazione della sua infinita Coscienza-Forza, che ha, come fase, una discesa in un’apparente Incoscienza materiale, un risveglio dell’individuo da essa e un’evoluzione del suo essere nella coscienza. Su ciò fondiamo la possibilità di una vita divina nella Natura materiale.

Ma come accettare, pur ammettendo l’immanenza del Divino in noi, che l’individuo sia in qualche senso eterno o che l’individualità persista?

La ragione umana è abituata a identificare il sé individuale con l’ego e crede che esso non esiste se non per le limitazioni e le esclusioni dell’ego. Ma in realtà, la nostra individualizzazione non è che una formazione superficiale, e dietro è un Purusha, non determinato né limitato da questa formazione, ma che anzi la determina e la sostiene pur oltrepassandola.

Il Purusha, pur abbracciando il mondo e gli esseri e percependosi uno con l’essere cosmico, individualizza ancora: l’unità è il suo essere, la differenziazione cosmica e la molteplice individualità sono il potere che egli dispiega, per sua delizia. L’azione del Divino nell’individuo liberato è quella con cui il Purusha è coinvolto in maniera diretta e particolare; l’azione del Divino nei suoi altri sé è quella con cui egli è coinvolto in maniera universale, per mezzo della sua unione con essi e con il Divino. L’individuo, superato il piccolo ego separatore, continua ad esistere; ha l’unione perfetta nel Divino e può immergersi in essa, ma ha pure l’unità differenziata e può emergere in essa e agirvi senza perdere l’unità, proprio come il Divino gode la Sua eterna calma in mezzo alla Sua azione eterna.

La differenziazione ha il suo scopo divino: è lo strumento di un’unità più grande e non, come nell’ego, di divisione; grazie ad essa godiamo l’unità coi nostri altri sé e con il Divino in tutto, cosa che escludiamo se rifiutiamo il Suo essere molteplice. È sempre il Divino nell’individuo a godere: nel primo caso il Divino nella Sua unità, nell’altro in quest’unità e nell’unità cosmica; non è il Divino assoluto che ritrova, dopo averla persa, la propria unità.

Il cosmo e l’individuo sono manifestazioni di un Sé trascendente che è indivisibile benché sembri diviso. Brahman è tutto, ed è anche l’al di là di tutto. L’Assoluto non è opposto al relativo: Brahman è l’infinito e il finito, il condizionato e l’incondizionato, l’avente qualità e il senza qualità, l’impersonale e il personale. Non esistono, nel Brahman, opposizioni inconciliabili. La possibilità del dispiegamento integrale del Divino nell’individuo è il segreto dell’enigma dell’esistenza.

Il Divino e il Non-divino

L’universo è una manifestazione di un’Esistenza infinita ed eterna: l’Essere dimora in tutto ciò che è; noi stessi siamo Quello nel nostro sé; la nostra anima vera è una porzione dell’Essenza divina. Ma allo stesso tempo parliamo di una vita divina come l’apice del processo evolutivo, e usare quest’espressione implica che la vita attuale è non divina.

In un mondo che lentamente e difficoltosamente evolve da un’incoscienza originaria, ogni vita che conservi per base tale incoscienza è segnata dal marchio di una radicale imperfezione: è questo il segno del non-divino; una vita divina, al contrario, sarebbe a ogni stadio armoniosa: sarebbe un terreno su cui libertà e perfezione potrebbero fiorire naturalmente o crescere verso la loro più alta espressione, affinarsi ed espandersi nella loro più sottile ricchezza.

L’imperfezione consiste in una limitazione in noi degli elementi divini che li priva della loro divinità, e in una distorsione in varie direzioni della Verità. Il nostro essere, la nostra coscienza, la nostra forza, la nostra esperienza rappresentano — non nel loro stesso sé, ma nella loro natura superficiale — un principio di divisione nell’unità dell’Esistenza divina. Da ciò si formano le contraddizioni degli elementi divini: incapacità, inerzia, falsità, errore, dolore e sofferenza, azione errata, discordia, male.

Una concentrazione interiore esclusiva sul Reale, sull’Eterno, accantonando la manifestazione discordante come un’esteriorità superficiale, è possibile, ma finché il mondo non ci viene spiegato divinamente, il Divino rimane imperfettamente conosciuto; perché il mondo pure è Quello.

Scoprire il Divino in noi e al di sopra, e diventare perfetti come Lui è perfetto è la soluzione, affinché Egli possa rivelarsi nell’evoluzione della Natura. Occorre perciò un’elevazione verso la gnosi e il potere spirituali che trasformeranno la legge, i fenomeni e le forme esteriori della nostra vita rendendoli più prossimi alla vera immagine del significato e disegni divini.

La Divinità nascosta in noi ha acceso la fiamma dell’aspirazione, traccia l’immagine dell’ideale, tiene vivo il nostro scontento e ci spinge a sbarazzarci del travestimento e a rivelare il Divino nella mente, nella vita e nel corpo terrestri.

Nella legge della vita che evolve dall’incoscienza, tutto è un’imperfezione che è la condizione prima per manifestare, con una più grande perfezione, la divinità nascosta.

Il tuffo nell’incoscienza è una nuova affermazione di Satcitananda in ciò che è apparentemente il suo opposto.

L’Illusione cosmica: mente, sogno e allucinazione

La mente fisica percepisce solo ciò che è effettivo, materiale, oggettivo e lo accetta come verità evidente in sé e indubitabile. La mente vitale cerca la soddisfazione del desiderio. La mente pensante indaga su tutto, dubita su tutto, costruisce affermazioni e le distrugge, erige sistemi di certezza ma alla fine non ne accetta alcuno come certo, afferma la testimonianza dei sensi e la mette in questione, porta a compimento le conclusioni della ragione ma le disfa per arrivare a conclusioni differenti se non opposte, ad infinitum. È la storia del pensiero umano: spezzare costantemente i limiti solo per muoversi sempre nelle medesime spirali, che seguono curve costantemente analoghe.

Ma, ad un certo punto, la mente fisica perde la convinzione delle sue certezze e mette in questione i suoi criteri di conoscenza; la mente vitale presa da disgusto o delusione trova che tutto è vanità; la mente pensante scopre che le proprie affermazioni sono costruzioni mentali e che ciò che appartiene alla mente è un’illusione. Da ciò nascono religioni e filosofie che negano il mondo. Esse procedono dalla concezione della Realtà unica, ma giungono a un illusionismo cosmico, un universo irreale o reale-irreale che riposa su una Realtà trascendente.

Per descrivere l’Illusione cosmica, spesso viene usata l’analogia del sogno, nel senso di qualcosa di irreale, sebbene studiandolo ci accorgiamo che è qualcosa di reale, tanto da poter costituire per noi una chiave d’accesso — assieme allo stato di sonno profondo — al nostro sé subliminale e, attraverso di esso, ai mondi sovrafisici. Questi tre stati, veglia, sogno e sonno profondo, sono ordini di un’unica Realtà, tre stati di coscienza in cui si attua il nostro contatto con tre differenti gradi d’esperienza di noi e del mondo.

L’altra analogia frequentemente utilizzata in relazione all’Illusione cosmica, ovvero quella dell’allucinazione, si rivela ugualmente fallace. Le allucinazioni sono di due specie: mentali (come quando viene scambiata una corda per un serpente) o sensoriali (ad esempio un miraggio). Ma in ambedue i casi, l’allucinazione non è qualcosa di non-esistente, bensì un’immagine esistente sebbene non presente nel posto in cui viene vista.

La nostra mente non è un potere creatore originale, ma un creatore intermediario. È uno strumento dell’Ignoranza cosmica, non di un’Illusione cosmica; è un’ignoranza che cerca la conoscenza. L’ignoranza mentale è un errore di trascrizione delle verità dell’esistenza, una deviazione da un’originaria Coscienza-di-Verità che è la reale costruttrice del mondo.

Realtà e l’Illusione cosmica

L’Illusionismo accetta come Realtà una sola suprema Esistenza: l’Uno senza secondo. Ma le creazioni-di-sé dell’assoluta Realtà devono essere reali e non illusioni. Lo stato statico e quello dinamico sono ambedue veri e la Realtà li supera entrambi; il Brahman immobile e il Brahman mobile sono la medesima Realtà.
Tutto ciò che esiste, è il Brahman, il Sé visto dal Sé in quattro stati del proprio essere: dal suo stato sovraconscio (“quarto stato”), dove non c’è né soggetto né oggetto, il Sé passa in una trance luminosa (“stato di sonno profondo”) ove la sovracoscienza diventa una coscienza concentrata da cui vengono ad emergere lo stato d’essere soggettivo (“stato di sogno”) e lo stato d’essere oggettivo (“stato di veglia”, ossia la coscienza mentale di superficie).
Se operiamo questa transizione, non con la trance, ma attraverso un risveglio spirituale che ci fa entrare in questi stati superiori, diventiamo consapevoli in ciascuno di essi dell’unica Realtà. In questa transizione è possibile essere risvegliati a tutti gli stati d’essere contemporaneamente, in un’esperienza unificata, e scorgere ovunque la Realtà. Se, al contrario, in trance ci immergiamo in un mistico stato di sonno, la mente può avere un senso d’irrealtà della Forza cosmica, che giustifica la teoria dell’Illusione.
La Realtà è un’unità eterna, uno stato immobile, un’essenza immutabile di pura esistenza che sostiene, eterni, una dinamica, un movimento, una molteplicità e una diversità infinite di se stessa. Lo stato immutabile di unità emana da sé la forza dinamica, il movimento e la molteplicità, le quali non aboliscono l’unità eterna e infinita, ma la mettono in risalto.
L’essenza dell’essere rimane la stessa in ogni azione e formazione, e le limitazioni liberamente accettate non tolgono nulla alla totalità dell’essere, esse sono accettate e autoimposte; sono un mezzo d’espressione del nostro essere spirituale interiore al nostro essere naturale esteriore, non una servitù inflitta allo spirito per sempre libero. Si tratta di un ordine temporale di realtà, ma è sempre una realtà del Reale. Il finito è un potere, un movimento, un processo dell’Infinito.
Tutto è un solo Essere, una sola Coscienza, uno anche nell’infinita molteplicità, e non c’è alcun bisogno di sezionarlo in un’opposizione di Realtà trascendente e di Maya cosmica irreale.
Al di là delle dualità e della non-dualità esiste Quello in cui entrambe sono contenute e trovano la loro verità in una Verità che le supera. L’Assoluto è l’ineffabile al di sopra di tutto, soggiacente a tutto, immanente ed essenziale in tutto ciò che possiamo chiamare esistenza o non-esistenza.

La Conoscenza e l’Ignoranza

L’Eterno, è capace, per il potere infinito della sua coscienza, di manifestare la Verità insondabile e illimitabile del suo essere in varî aspetti e processi, in innumerevoli forme e movimenti espressivi; questi aspetti, processi, forme e movimenti sono espressioni reali, conseguenze reali della sua infinita Realtà; l’Incoscienza e l’Ignoranza sono poteri di una coscienza involuta e di una conoscenza che si autolimita, prodotti perché necessari a un certo movimento nel tempo, di involuzione ed evoluzione della Realtà.

L’intera molteplicità si risolve in una multiformità dell’Essere unico, dell’unica Coscienza d’Essere, dell’unica Felicità d’Essere. Ogni forma di debolezza è in realtà un’operazione particolare dell’unica Forza-Volontà divina o dell’unica Energia cosmica; debolezza, là, significa il potere che tale Forza ha di trattenere, misurare, collegare in un modo particolare la sua azione; l’incapacità o la debolezza è il Sé che si ritira dalla pienezza della propria forza o una reazione insufficiente dell’Energia, non il suo fondamentale opposto. Tutto ciò che chiamiamo Ignoranza non è in realtà altro che un potere dell’unica Conoscenza-Volontà divina o Maya; è, analogamente, la capacità che la Coscienza unica ha di regolare, trattenere, misurare, collegare in un modo particolare l’azione della sua Conoscenza.

Conoscenza e Ignoranza non solo due principî inconciliabili, ma due poteri coesistenti, entrambi presenti nell’universo, che operano in maniera diversa nel condurre i suoi processi, ma che sono uno nella loro essenza e capaci di trasformarsi l’uno nell’altro per una trasmutazione naturale. Nella loro relazione fondamentale, tuttavia, l’Ignoranza non coesiste alla pari con la Conoscenza, ma dipende da essa, quale limitazione o azione contraria della Conoscenza.

Il fatto fondamentale dell’esistenza è la coscienza che è potere, e tale potere ha tre modi di operare. All’inizio, esiste una coscienza dietro a tutto, che abbraccia tutto, all’interno di tutto, eternamente e assolutamente consapevole di sé sia nell’unità sia nella molteplicità, o in entrambe simultaneamente o al di là di entrambe nel suo puro assoluto. All’altro polo delle cose, questa coscienza indugia su apparenti opposizioni in se stessa, e l’antinomia più estrema di tutte raggiunge il suo culmine in quella che sembra essere una completa nescienza di sé, un’Incoscienza, effettiva, dinamica, creatrice, benché la Conoscenza divina agisce con una sovrana sicurezza e infallibilità dentro le operazioni dell’Incosciente. Come termine intermedio, la coscienza agisce con una consapevolezza-di-sé parziale, limitata, sebbene dietro ad essa e operante attraverso di essa è la divina Conoscenza totale.

Memoria, coscienza-di-sé
e l’Ignoranza

L’Ignoranza che cerca la Conoscenza è il nostro stato normale. La memoria è uno dei movimenti di questa consapevolezza parziale che opera in noi come un mediatore tra conoscenza e Incoscienza. C’è una scuola di pensiero che insiste sull’azione della memoria; è stato detto perfino che la memoria è l’uomo, che essa costruisce la nostra personalità e tiene le basi del nostro essere psicologico, poiché mette in relazione le nostre esperienze e le collega con l’unica entità individuale.

Tuttavia, la reale verità delle cose non sta nel loro processo, ma dietro. La memoria non è che un processo di coscienza, un’utilità della mente, che è attualmente l’azione principale della Coscienza-Forza nei nostri rapporti col sé, col mondo e la Natura.

La mente fa due applicazioni della sua facoltà della memoria: memoria di sé e memoria dell’esperienza. All’inizio essa applica la memoria al fatto del nostro essere cosciente e collega tutto ciò al tempo. Ma la memoria non può fissare l’estensione del passato e del futuro, può solo riportare il passato al limite della sua memoria e dedurre che l’essere cosciente, in tempi ch’essa non può ricordare, già esisteva (come nello stato della mente privo di ragionamento del neonato).

La mente può quindi avere qualche senso d’una persistente continuità nel tempo, che può diventare una convinzione d’eternità. Ma l’Eterno è al di là del tempo, e impiega il tempo come una prospettiva concettuale per la Sua visione della propria manifestazione-di-sé. L’autoconoscenza atempore dell’Eterno è al di là della mente, e può osservare il tempo con una visione simultanea che abbraccia passato presente e futuro.

La coscienza come Conoscenza esperisce il suo sé senza-tempo e vede il tempo all’interno di sé, mentre la coscienza come Ignoranza è un’azione parziale e superficiale della stessa Conoscenza che vede se stessa nel tempo, velandosi nella propria concezione dell’essere temporale, e che solo eliminando il velo può tornare all’eterna conoscenza-di-sé.

La Conoscenza è il potere inerente della coscienza del Sé senza-tempo, senza-spazio e incondizionato; l’Ignoranza è la coscienza dell’essere nelle successioni del tempo, autoimprigionata nel molteplice gioco dell’unità. È detta Ignoranza perché ha lasciato dietro a sé la conoscenza dell’unità. La coscienza divina contiene l’Uno immutabile e il mutabile Molteplice in un’unica eterna conoscenza-di-sé che collega e unisce tutto. Il Supremo sostiene ad un tempo l’essere immobile e l’essere mobile.

Memoria, ego
ed esperienza-di-sé

La memoria è quel potere che collega le esperienze passate e presenti, impedendo il caos e assicurando la continuità della corrente nella mente di superficie. Tuttavia, non è solo la memoria a costituire il senso dell’ego; la memoria è solo un mediatore fra la mente sensoriale e l’intelligenza coordinatrice.

La memoria non è nemmeno l’essenza dell’esperienza nella successione del tempo, e non sarebbe affatto necessaria se la nostra coscienza fosse quella di un movimento indiviso. Ogni esperienza o sostanza di divenire nel tempo è come un oceano non diviso in sé, ma diviso solo nella coscienza che osserva, per il movimento limitato dell’Ignoranza.

La memoria è indispensabile, ma non è l’unico fattore nel processo con cui l’Incoscienza da cui partiamo sviluppa una piena coscienza-di-sé, e con cui l’Ignoranza dell’essere mentale sviluppa una cosciente conoscenza-di-sé nei suoi divenire. Questo sviluppo continua finché la mente coordinatrice di conoscenza e la mente di volontà saranno pienamente in grado di possedere e impiegare tutto il materiale dell’esperienza-di-sé.

Il senso dell’ego è un altro congegno dell’Ignoranza con cui l’essere mentale prende coscienza di sé — non solo degli oggetti, delle occasioni, degli atti della sua attività, ma di ciò che ne fa esperienza. Il senso dell’ego non è un risultato della memoria o costruito dalla memoria, ma è qualcosa in cui il senso mentale si concentra in modo da avere un centro coordinatore sul campo della sua esperienza invece di crescere in maniera incoerente.

Il senso egoico è l’espediente pragmatico di un segreto potere coordinatore presente nella forza cosciente universale, di cui la ragione nell’uomo è la forma manifesta cui è arrivata la nostra evoluzione — forma ancora limitata e imperfetta nei suoi modi d’azione e nel suo principio costitutivo.

Il senso dell’ego non è che un congegno preparatorio e una prima base per lo sviluppo di una reale conoscenza-di-sé. Nessuna conoscenza basata sul senso separatore dell’ego può essere sicura o completa.

La nostra esistenza di facciata non è che una superficie ed è lì che regna pienamente l’Ignoranza; per conoscere, dobbiamo entrare in noi stessi e vedere con una conoscenza interiore. Tutto ciò che è espresso in superficie è una rappresentazione limitata e diminuita della nostra più vasta esistenza segreta. La stessa memoria di superficie è un’attività frammentaria e inefficace che estrae dei dettagli da una memoria subliminale interiore. L’entità psichica è il vero sostegno della nostra individualizzazione; l’ego non ne è che un falso sostituto esteriore.

Conoscenza per identità e conoscenza separativa

Una conoscenza per identità, una conoscenza per intimo contatto diretto, una conoscenza per contatto diretto separativo, una conoscenza separativa per contatto indiretto sono i quattro metodi cognitivi della Natura.

La nostra ignoranza di noi e del mondo non possono crescere verso una conoscenza integrale se non nella misura in cui il nostro ego e la nostra semicieca coscienza si aprono a un’esistenza e a una coscienza interiori più vaste — da una parte una Natura che è la nostra propria natura, dall’altra un’Esistenza che è una continuazione illimitata del nostro essere-in-sé. Il nostro sé deve abbattere i muri della coscienza egoica, allargarsi oltre il suo corpo e abitare nel corpo dell’universo. In aggiunta alla conoscenza per contatto indiretto, deve crescere una conoscenza per contatto diretto, fino alla conoscenza per identità.

Il primo di questi due movimenti, il risveglio alle nostre realtà interiori, s’impone come la prima necessità, perché è da questa scoperta interiore di sé che la seconda — la scoperta cosmica del sé — può diventare pienamente possibile; dobbiamo penetrare nel nostro essere interiore e imparare a vivere in lui e a partire da lui. Tutto ciò che siamo all’esterno e in verità condizionato da ciò che è all’interno, nelle nostre profondità interiori.

La conoscenza per identità diventa in noi una consapevolezza intrinseca diretta dell’entità integrale che è all’interno: possiamo entrare in possesso di tutto il nostro essere cosciente e da lì avere una comprensione completa della nostra natura. Inoltre, l’essere subliminale ha anche un contatto diretto più vasto con il mondo, e può allargarsi nella coscienza cosmica. Ma per vedere ciò che è la conoscenza per identità nella sua purezza dobbiamo arrivare, al di là di mente, vita e fisico sottile interiori, al sovracosciente.

Alla base di ogni conoscenza spirituale è la coscienza d’identità, consapevole di tutto come se stessa. Tradotto nel nostro modo di coscienza, ciò diventa la triplice conoscenza così formulata nell’Upanishad: “Colui che vede tutte le esistenze nel Sé”, “Colui che vede il Sé in tutte le esistenze”, “Colui nel quale il Sé è diventato tutte le esistenze” — inclusione, abitazione interiore e identità. Ma in questa fondamentale esperienza-di-sé, può manifestarsi uno sguardo di coscienza in cui lo Spirito osserva se stesso, diventa il conoscitore e il conosciuto, il soggetto e l’oggetto — o meglio il soggetto-oggetto in uno, — della propria conoscenza-in-sé. L’infinita esperienza-di-sé dello Spirito si muove tra la pura identità e un’identità multipla, una felicità d’unità intimamente differenziata e un assorbito rapimento-in-sé.

I confini dell’ignoranza

Il senso dell’ego dà una prima base di coerenza a quanto altrimenti potrebbe diventare una massa d’impressioni fluttuanti: tutto ciò che è percepito viene rinviato a un centro artificiale corrispondente di coscienza mentale nella comprensione: l’idea dell’ego. Questo senso dell’ego nella sostanza vitale e quest’idea dell’ego nella mente mantengono del sé un simbolo costruito, l’ego separativo, che fa le veci del sé reale nascosto, l’essere vero. La necessità della centralizzazione attorno all’ego dura finché non c’è più bisogno d’un simile espediente perché è emerso il vero sé.

Appena studiamo noi stessi, scopriamo che l’esperienza che abbiamo di noi e che coscientemente utilizziamo, non è che una piccola parte della nostra coscienza individuale di veglia. La nostra mente e il nostro ego sono come la guglia e la cupola di un tempio che affiorano dalle onde mentre il grosso della costruzione è sommerso sotto la superficie delle acque.

Questa coscienza nascosta è il nostro sé reale, di cui il sé esteriore è una parte e un fenomeno, una formazione selettiva per un uso di superficie.

Nella totalità del nostro essere interiore ci sono tre elementi: il subcosciente, che appare come fosse incosciente e che comprende la base materiale e una buona parte della nostra vita e del nostro corpo; il subliminale, che comprende l’essere interiore, preso nella sua interezza di mente interiore, di vita interiore, di fisico interiore, con l’anima o entità psichica che li sostiene; e il sovracosciente, di cui l’umanità parla vagamente come di Dio, dello Spirito, della Superanima.

Con l’estensione della nostra conoscenza, scopriamo cos’è questo Spirito: è in definitiva il nostro Sé più alto, più profondo e più vasto, che ci appare come il Satcitananda che crea noi e il mondo col potere della Sua divina Conoscenza-Volontà. È questo l’Essere reale, Signore e Creatore, che, quale Sé cosmico velato nella Mente, nella Vita e nella Materia, è disceso in quello che chiamiamo l’Incosciente e ne costituisce e dirige l’esistenza subcosciente, si è elevato al di fuori dell’Incosciente e dimora nell’essere interiore che costituisce e dirige la sua esistenza subliminale, ha proiettato dal subliminale la nostra esistenza di superficie e dimora segretamente in essa, sorvegliandone i moti incerti e brancolanti.

Noi siamo ignoranti del nostro sé atemporale, del nostro sé sovracosciente, del nostro sé subliminale, del nostro sé subcosciente, del nostro sé universale. Ciò che ci salva è che la nostra è un’ignoranza che lotta per arrivare alla realizzazione del possesso di sé e della conoscenza di sé. L’essere mentale umano è un’Ignoranza che si sforza di diventare Conoscenza.

L’origine dell’Ignoranza

L’Ignoranza fa parte del movimento dell’Uno, è uno sviluppo della sua coscienza impiegata per scopi cosmici; è un fenomeno dell’azione dinamica della Forza di Coscienza, non un fatto essenziale ma una creazione, una conseguenza di quell’azione. La coscienza assoluta è nella sua natura potere assoluto; la natura di Cit è Shakti: ciò che ha creato l’universo è la Shakti resa dinamica in un potere realizzatore — il potere dell’essere cosciente concentrato in sé che porta alla luce, col calore della propria incubazione, la semenza e lo sviluppo di tutto ciò che è in lui.

La coscienza passiva del Brahman e la sua coscienza attiva non sono due cose differenti, ma la medesima coscienza, la medesima energia, che ad un estremo stanno in uno stato di riserva e, all’altro estremo, sono proiettate in un movimento di dono-di-sé e di dispiegamento-di-sé.

Dietro ogni attività, c’è un potere passivo dell’essere da cui essa nasce, da cui è sostenuta, e che la governa. Il potere dell’essere cosciente dell’Infinito, nel silenzio dello stato statico come nella creazione, è infinito.

In realtà, non c’è un Brahman passivo e un Brahman attivo, ma un unico Brahman, un’Esistenza che mette in riserva la sua Shakti in ciò che chiamiamo passività e si riversa in ciò che chiamiamo la sua attività.

Brahman non proietta al di fuori di sé la propria energia perché si perda in qualche vuoto esteriore irreale, ma la mantiene all’opera all’interno del Suo essere, conservandola integrale e non diminuita nel suo processo.

La Realtà non è un’eterna passività dell’Essere immobile, né un’eterna attività dell’Essere mobile, né l’alternanza di queste due cose nel tempo. Il Brahman possiede simultaneamente l’attività e la passività. Quando raggiungiamo la conoscenza e la liberazione integrali sia dell’anima sia della natura, anche noi possiamo possedere la passività e l’attività in modo simultaneo, non limitati da alcuno di questi due poteri del Sé.

Il Supremo supera a un tempo il sé immobile e l’essere mobile; anche messi assieme, essi non rappresentano tutto ciò che Egli è. Allo stesso modo, Brahman va oltre l’unità e la molteplicità, pur contenendole entrambe nel proprio essere.

L’Ignoranza non ha l’origine della sua esistenza nel Brahman assoluto. Maya, essendo un potere originale della coscienza dell’Eterno, non è di per sé un’ignoranza, è un potere trascendente e universale di conoscenza; l’ignoranza interviene soltanto come un movimento minore e conseguente. L’origine dell’Ignoranza va dunque cercata in una concentrazione assorbita in sé della Forza cosciente in azione su un movimento separato della Forza.

Concentrazione esclusiva della Coscienza-Forza
e l’Ignoranza

Brahman, nella sua realtà, è al di là dell’Uno e del Molteplice e li contiene entrambi, e nel suo essere universale è un’unità e una molteplicità consapevoli l’una dell’altra e l’una nell’altra. L’Ignoranza è un fenomeno subordinato, una concentrazione della coscienza assorbita in una conoscenza o in un’azione parziali e che esclude il resto della sua percezione: è la Natura, che dimentica di proposito il Sé e il Tutto al fine di fare quel che deve in un gioco esteriore dell’esistenza.

La concentrazione di coscienza può essere essenziale: a un estremo è il Silenzio, all’altro estremo, l’Incoscienza; può essere anche un dimorare nell’essenza del proprio essere: è la concentrazione sopramentale; o può essere una concentrazione multipla-totale o multipla-parziale: è la consapevolezza surmentale; oppure può essere una concentrazione rivolta esclusivamente su un unico centro: è la natura caratteristica dell’Ignoranza. L’Assoluto abbraccia tutti questi stati come un unico essere indivisibile osservando l’insieme di se stesso nella manifestazione con una visione di sé simultanea.

Nell’uomo, la forza di coscienza dell’essere è concentrata in una certa massa di operazioni superficiali. A causa di tale assorbimento, egli è dimentico del suo vero sé. Ma è l’oceano la causa di questo moto, non l’onda; e quest’oceano, il sé reale, non è ignorante; l’onda stessa non è essenzialmente ignorante, poiché contiene dentro sé la coscienza che ha obliato, senza la quale non potrebbe agire.

L’uomo vive assorbito nel momento presente, ignorante del suo futuro e del suo passato, eccetto ciò di cui può risovvenirsi con la memoria. Ma il sé reale vive indivisibilmente nei tre tempi; contiene tutto il suo passato, ancora attivo, e lo trasmette sotto forma di risultato di azione passata o di cause passate — è questa la base logica del karma.

E come nell’uomo, così pure nell’atomo, nel metallo, nella pianta, in ogni forma ed energia della Natura materiale, c’è, all’opera, un’anima segreta: il Cosciente delle Upanishad, cosciente nelle cose incoscienti.

È per trovarsi negli opposti apparenti del suo essere e della sua natura che Satcitananda discende nella Nescienza assumendo l’Ignoranza come una maschera sotto cui si nasconde alla propria energia cosciente, lasciando che si dimentichi di se stessa, assorbita nel suo gioco e nelle sue forme. Ed è in quelle forme che l’anima, in lento risveglio, accetta l’azione di un’ignoranza che è in realtà conoscenza che si desta dalla nescienza, per riscoprirsi e realizzare lo scopo della sua discesa: incarnare l’Ananda nella Materia.

L’origine e il rimedio dell’errore, dell’ingiustizia
e del male

Nella conoscenza-di-sé completa e inalienabile del Brahman, che è necessariamente conoscenza totale in quanto tutto ciò che esiste è il Brahman, fenomeni quali la falsità, l’errore, l’ingiustizia e il male non possono essere introdotti per caso, come un incidente fortuito, un’involontaria dimenticanza o confusione della Coscienza-Forza dell’Onnisapiente nel cosmo.

Tali fenomeni contrari non hanno un’origine diretta nella Realtà suprema stessa; sono creazioni dell’Ignoranza e dell’Incoscienza, non aspetti fondamentali e primari dell’Essere. È solo nella manifestazione cosmica che essi diventano possibili; come la manifestazione dell’esistenza, della coscienza e della felicità ha reso concepibile la manifestazione della non-esistenza, dell’incoscienza e dell’insensibilità e, poiché concepibile, di conseguenza, in un certo senso, inevitabile — dato che tutte le possibilità tendono a realizzarsi finché non ci riescono —, così è con questi contrari degli aspetti dell’Esistenza divina.

Anche nel cosmo, essi non possono nascere se non per una limitazione della verità e del bene in forme parziali e relative e per un frammentarsi dell’unità dell’esistenza e della coscienza in un essere e una coscienza separativi. Là dov’è un’unità e una completa reciprocità della coscienza-forza anche nella molteplicità e nella diversità, la verità della conoscenza è automatica e l’errore dell’ignoranza è impossibile, come pure la falsità e il male.

Una coscienza limitata che ha origine dalla nescienza è la fonte dell’errore, un attaccamento personale alla limitazione è la fonte della falsità, una coscienza falsa governata dall’ego vitale è la fonte del male. Ma è evidente che la loro esistenza relativa non è che un fenomeno prodotto dalla Forza cosmica nella sua spinta verso un’espressione-di-sé evolutiva. L’intenzione che guida l’evoluzione agisce attraverso il male come attraverso il bene; la Natura deve utilizzare tutto perché confinarsi a un bene limitato imprigionerebbe e arresterebbe l’evoluzione. E tuttavia è la stessa Natura che ha oppresso l’uomo col senso del bene e del male e insiste sulla sua importanza: anche questo ha uno scopo evolutivo, finché l’uomo non emerga, oltre il bene e il male, in un Bene eterno e infinito.

Il male è il frutto di un’ignoranza spirituale; un totale cambiamento di coscienza, un radicale cambiamento della natura è la sola vera soluzione. E per fare ciò occorre anzitutto liberarsi dall’ego che divide e limita, realizzare il nostro vero sé, farsi nell’anima e nello spirito un solo sé con tutti gli esseri, conoscerli come parte del nostro sé.

Parte II - LA CONOSCENZA E L’EVOLUZIONE SPIRITUALE

Realtà e la Conoscenza integrale

L’origine dell’Ignoranza è una limitazione della conoscenza, il suo carattere distintivo una separazione dell’essere dalla sua realtà totale, i suoi confini sono determinati da questo sviluppo in senso separativo della coscienza, che ci chiude al vero Sé, costringendoci a vivere in un’esistenza superficiale.

Una riscoperta della nostra realtà essenziale è il segno opposto del nostro orientamento verso la Conoscenza. Una coscienza spirituale integrale comporta una conoscenza di tutti i termini dell’esistenza: congiunge il più alto al più basso attraverso tutti i termini intermedi e raggiunge un tutto indivisibile. Al culmine supremo, essa si apre alla realtà dell’Assoluto, una realtà sovracosciente rispetto a ciò che non è la propria consapevolezza-di-sé.

La realtà del Parabrahman non è una rigida unità indeterminabile, né un’infinità vuota di tutto ciò che non è una pura autoesistenza raggiungibile solo con l’esclusione del molteplice e del finito, ma qualcosa che è al di là di queste definizioni, al di là, invero, di ogni descrizione, positiva o negativa.

I termini opposti dell’Uno e del Molteplice, della Conoscenza e dell’Ignoranza, del Finito e dell’Infinito, non sono tanto opposti quanto complementari l’uno all’altro, valori doppi e simultanei che si spiegano reciprocamente, due facce dell’unica Realtà che possono condurci ad essa se le realizziamo entrambe assieme. La Conoscenza è senza dubbio la conoscenza dell’Uno, la realizzazione dell’Essere; la conoscenza del Divenire agisce come un’Ignoranza solo finché rappresenta un oblio-di-sé dell’Essere.

La Materia (di per sé sostanza, sottile o densa), è forma e corpo dello Spirito e non sarebbe stata creata se non fosse potuta diventare una base per l’espressione del Divino. L’Incoscienza apparente dell’universo materiale contiene in se stessa ciò che è eternamente autorivelato nel sovracosciente; rivelarlo nel tempo è la lenta e deliberata felicità della Natura e lo scopo dei suoi cicli.

L’infinità dell’Incosciente e l’infinità del Sovracosciente sono i due poli della manifestazione del Parabrahman, e la nostra esistenza fra questi poli, il nostro passaggio dall’uno all’altro, sono una costruzione soggettiva in noi di questa manifestazione del Non-manifesto.

Esistono differenti ordini di realtà; quello oggettivo e fisico è solo uno di questi. Una conoscenza integrale esige che tutti i possibili dominî di coscienza e d’esperienza siano esplorati e scoperti. Il sovrafisico è reale quanto il fisico: conoscerlo fa parte d’una conoscenza completa, che tramuti la settupla Ignoranza in una settupla rivelazione-di-sé nella nostra coscienza.

La Conoscenza integrale e lo scopo della vita: quattro teorie dell’esistenza

L’Assoluto si manifesta in due termini: un Essere e un Divenire. La realtà fondamentale dell’Assoluto è per la nostra percezione spirituale un’Esistenza, Coscienza e Felicità d’Essere divina — Satcitananda.

L’Essere è uno, ma quest’unità è infinita e contiene un’infinita molteplicità di sé; la molteplicità infinita dell’Uno e l’eterna unità del Molteplice sono i due aspetti dell’unica realtà su cui si basa la manifestazione.

L’Essere si presenta alla nostra esperienza cosmica in tre equilibri: l’Esistenza sovracosmica, lo Spirito cosmico e il Sé individuale.

L’Essere divino è a un tempo impersonale e personale.

Nel nostro universo, la manifestazione dell’Essere assume l’aspetto di un’involuzione che è il punto di partenza di un’evoluzione in cui la Materia è lo stadio più basso e lo Spirito la vetta.

Si possono distinguere sette principî. I primi tre sono l’unità dell’Esistenza divina (sat), il potere della Coscienza divina (cit), la beatitudine della divina Felicità d’esistenza (ânanda). Un quarto principio della Coscienza-di-Verità (vijñâna) è ad essi associato, che manifesta l’unità nella molteplicità. Questo quadruplo potere è l’emisfero superiore (parârdha) basato sull’eterna conoscenza-di-sé dello Spirito. Gli altri tre principî formano un emisfero inferiore (aparârdha), di Mente (manas), Vita (prâna) e Materia (anna). In sé, questi sono poteri dei principî superiori, ma ovunque si manifestino separati dalle loro fonti, subiscono una caduta in un’esistenza divisa.

Nell’evoluzione, la caduta culmina in un’incoscienza totale da cui un Essere e una Coscienza devono emergere in un’evoluzione progressiva, ove dapprima appare la Materia, poi la Vita, poi la Mente; quindi appare la Sopramente, che manifesta la conoscenza dello Spirito e causa la manifestazione dinamica, qui, dell’Esistenza, Coscienza e Felicità divine dell’esistenza.

Quattro sono i gruppi di teorie metafisiche principali: sovracosmiche, cosmiche, sovraterrestri, e infine integrali (sintetiche o composite). In quest’ultima categoria rientra la nostra concezione dell’esistenza nel mondo come un Divenire che ha per origine e per scopo l’Essere divino, una manifestazione progressiva, un’evoluzione spirituale che ha per fonte e sostegno il sovracosmico, per condizione e anello di congiunzione l’ultraterreno, per campo d’azione il cosmico e il terrestre, e con la mente e la vita umane come punto nodale per la svolta della liberazione che porta verso una superiore e suprema perfezione.

Il progresso verso
la Conoscenza —
Dio, l’uomo e la Natura

Un’involuzione della Realtà divina nell’apparente incoscienza della Materia è il punto di partenza dell’evoluzione. Ma quella Realtà è nella sua natura un’eterna Esistenza, Coscienza e Felicità d’Essere; l’evoluzione deve essere allora un’emergenza di questa Esistenza-Coscienza-Felicità, all’inizio non nella totalità, ma in forme evolutive che l’esprimano o la travestono.

La nascita umana è in tale ottica la svolta decisiva nell’evoluzione, lo stadio critico della natura terrestre. Superare l’ego e diventare consapevoli del vero sé, possedere una reale felicità d’essere è il significato della nostra vita qui; è il senso nascosto della nostra esistenza individuale e terrestre.

Ma questa verità spirituale, questo vero scopo dell’uomo, è concesso che appaia solo tardivamente nel corso del suo viaggio, perché il lavoro preparatorio che egli deve svolgere negli stadi evolutivi della Natura è di affermare la propria individualità, renderla distinta e ricca. Di conseguenza, all’inizio, egli deve principalmente occuparsi del proprio ego. Egli deve affermarsi nell’Ignoranza prima di poter diventare perfetto nella Conoscenza.

Tuttavia, viene un tempo in cui l’uomo incomincia a guardare sotto la superficie oscura del suo essere egoistico e si mette alla ricerca dell’uomo reale: senza di che, si arresterebbe all’educazione elementare della Natura e non accederebbe mai ai suoi insegnamenti più profondi e più vasti.

Egli comincia dunque a volgere lo sguardo alla propria psicologia distinguendone gli elementi naturali — l’ego, la mente, la vita, il corpo —, fino a scoprire che tutta la sua esistenza ha bisogno di un’altro scopo che non sia quello di un’affermazione di sé e di una soddisfazione personale.

Un primo passo è sapere che questa vita non è tutto, percepire la propria eternità temporale, realizzare quella persistenza soggettiva chiamata immortalità dell’anima. Un altro passo è imparare che lo stato superficiale di veglia non rappresenta che una piccola parte dell’essere, cominciare a sondare l’abisso dell’incosciente, le profondità del subcosciente e del subliminale, a scalare le altezze del sovracosciente. Un terzo passo consiste nello scoprire che c’è qualcosa di diverso dagli strumenti mentale vitale e fisico, non solo un’anima immortale in costante sviluppo che sostiene la natura, ma un sé, uno spirito immutabile ed eterno.

Nel corso di questo progresso egli scopre l’unità delle tre categorie da cui era partito: Dio, uomo, Natura. L’unità di questi tre termini è per l’uomo il sicuro fondamento della coscienza divina e della vita divina.

Il processo evolutivo
— ascesa e integrazione

Il processo evolutivo che da un’Incoscienza materiale ascende a una coscienza spirituale comporta un triplice sviluppo. In primo luogo, un’evoluzione di forme di materia organizzate in modo sempre più sottile e intricato, sì da permettere l’azione di una crescente organizzazione di coscienza. Su questa base, un progresso evolutivo ascendente della coscienza stessa è la spirale che l’evoluzione deve compiere. Infine, affinché l’evoluzione sia effettiva, il processo esige che, mentre si raggiunge un livello superiore, venga assorbito quanto già si è sviluppato, trasformandolo più o meno completamente in modo da permettere un funzionamento totalmente nuovo di tutto l’essere e di tutta la natura, un’integrazione.

Lo scopo di questo triplice processo dev’essere una trasformazione radicale dell’azione dell’Ignoranza in un’azione di Conoscenza, della nostra base d’incoscienza in una base di completa coscienza — completezza che attualmente esiste solo in quella che per noi è la sovracoscienza.

La Materia è la sostanza primaria; la Mente e la Vita si sono sviluppate in essa, e la loro azione è da essa limitata e modificata. Mente e Vita trasformano sì la sostanza della Materia, prima in una sostanza vivente e poi in una sostanza cosciente, ma non possono renderla completamente viva o completamente cosciente, in quanto non sono il Potere creatore originario. Una piena trasformazione può avvenire solo con la piena emergenza dello Spirito, il cui potere sopramentale deve aver penetrato la Materia ed evolvere nella Materia, trasformare l’essere mentale nell’essere sopramentale, rendere cosciente l’incosciente, spiritualizzare la sostanza materiale, instaurare la sua legge di coscienza nella totalità dell’essere e della natura evolutivi.

In realtà, Vita, Mente e Sopramente sono presenti nell’atomo, sono lì all’opera, ma invisibili, occulti, latenti in un’azione subcosciente o apparentemente incosciente dell’Energia; la coscienza della forma è addormentata. Nella pianta, questa coscienza della forma è ancora nello stato di sonno, ma un sonno pieno di sogni nervosi, sempre sul punto di svegliarsi e che mai si risveglia. L’essere animale è invece consapevole del suo corpo e della vita, e quando arriviamo all’uomo, ecco che vediamo una mente limitata ma finalmente desta, un’idea intelligente della vita e una percezione cosciente e attenta del corpo. Inoltre, l’animale vive soddisfatto di ciò che la Natura ha fatto per lui; l’uomo incomincia invece a percepire che lo spirito in lui vuole spingersi oltre, verso il principio spirituale, per renderlo attivo nella mente, nella vita e nel corpo.

Dalla settupla Ignoranza
alla settupla Conoscenza

Ci sono, in noi, altri principî al di là della mente e più vicini alla natura spirituale, poteri più diretti e strumenti più luminosi, uno stato più elevato, sfere d’azione dinamica più vaste di quelle che appartengono alla nostra presente esistenza fisica, vitale e mentale.

La vita divina non solo assumerà in sé, trasformate e spiritualizzate, la vita mentale, vitale e fisica, ma offrirà loro la possibilità di un gioco più vasto e più completo di quello che avevano a disposizione finché vivevano sul proprio piano.

Ma per questo non basta accontentarsi di un’ascesa nello spirito o di un’esaltazione per il contatto delle sue infinità; il loro principio deve evolvere, come sono evolute vita e mente, e organizzare i loro mezzi d’azione.

Questa evoluzione, questo processo di elevazione, di allargamento e di integralizzazione è, nella sua natura, una crescita e un’ascesa fuori della settupla ignoranza per entrare nella conoscenza integrale.

Il punto cruciale di quest’ignoranza è costituzionale, ovvero una inconsapevolezza del nostro sé totale che si esplica in una molteplice ignoranza del vero carattere del nostro divenire.

Da ciò deriva l’ignoranza psicologica, la quale consiste nel fatto che limitiamo la conoscenza di noi stessi a quella piccola onda del nostro essere che è il sé cosciente di veglia. Un allargamento e un completamento del nostro attuale stato si produce diventando coscienti di ciò che è ora per noi sovracosciente.

Il primo passo è di elevare la nostra coscienza in quelle parti superiori della Mente da cui riceviamo già, ma senza conoscerne la fonte, molti dei nostri più vasti movimenti mentali, specialmente quelli che vengono con un potere e una luce più grandi: la rivelazione, l’ispirazione, l’intuizione.

Ogni cambiamento evolutivo di questo genere deve accompagnarsi a un rigetto della nostra attuale ignoranza temporale, poiché tutta la nostra visione si limita alla vita nel nostro corpo attuale. Prendendo coscienza di essere un’entità spirituale con una vita psichica che perpetuamente sviluppa le sue attività attraverso esistenze fisiche successive, ci sbarazziamo dell’ignoranza egoistica; l’ego è una falsificazione della nostra vera individualità.

Nello stesso movimento, per il risveglio stesso dello spirito, c’è una dissoluzione dell’ignoranza cosmica, perché abbiamo la conoscenza di noi stessi quali il nostro sé immutabile e senza tempo che possiede se stesso nel cosmo e al di là del cosmo, riconciliando in tal modo l’uno e il molteplice.

La filosofia della rinascita

Ciò che non ha una fine deve necessariamente non avere un inizio. Se l’anima è immortale, non può essere stata creata con la comparsa del corpo fisico: deve essere esistita come spirito disincarnato prima della nascita, così come essa persiste nella sua entità spirituale disincarnata dopo la morte.

Inoltre, là dove vediamo nel tempo un certo stadio di sviluppo, tale sviluppo deve avere avuto un passato. Perciò, se l’anima entra in questa vita con un certo sviluppo di personalità, essa deve averlo preparato in altre vite precedenti, qui o altrove. Se l’anima è reale e immortale, dev’essere anche eterna, senza un inizio nel passato così come senza una fine nel futuro.

La rinascita è un meccanismo indispensabile perché si compia una evoluzione spirituale; è la sola condizione effettiva possibile, l’evidente processo dinamico di tale manifestazione nell’universo materiale.

L’universo è un processo d’autocreazione di una Realtà suprema la cui presenza fa dello spirito la sostanza delle cose: tutte le cose sono presenti come poteri, mezzi e forme di manifestazione dello Spirito. Satcitananda è la Realtà segreta dietro le apparenze dell’universo; la sua Sopramente ha disposto l’ordine cosmico, ma lo ha sistemato in maniera indiretta, attraverso tre termini subordinati: la Mente, la Vita e la Materia.

L’universo materiale è lo stadio più basso di un’involuzione dell’essere manifestato in questa Realtà in un’apparente nescienza, l’Incosciente; ma l’evoluzione di quest’essere manifestato, fuori di questa nescienza, in una ritrovata consapevolezza-di-sé, era inevitabile fin dall’inizio. Ed è attraverso l’essere individuale cosciente che è possibile tale riscoperta; in lui la coscienza evolutiva diventa organizzata e capace di destarsi alla Realtà. In quest’ottica, la rinascita diventa una necessità, una conclusione inevitabile della natura della nostra esistenza.

L’individuo è una realtà persistente, e la crescita della sua coscienza è il mezzo con cui lo Spirito nelle cose svela il proprio essere. Il cosmo è una manifestazione condizionata del gioco dell’eterno Uno con l’eterno Molteplice.

L’imperfezione dell’uomo non è l’ultima parola della Natura, ma nemmeno la sua perfezione è l’ultima vetta dello Spirito. Essendo la Sopramente un potere di coscienza nascosto qui nell’evoluzione, la natura mentale dovrà prima o poi essere sostituita da quella sopramentale.

Senza rinascita, la nascita sarebbe l’inizio di un viaggio senza un arrivo. È la rinascita a dare alla nascita di un essere incompleto in un corpo la promessa della sua completezza e del suo significato spirituale.

L’Ordine dei Mondi

Se l’onniscienza dello Spirito ha voluto tuffarsi nell’incoscienza della Materia, è solo perché quella era per lei una possibilità di manifestazione di sé. Ma un unico universo materiale e un’evoluzione che si svolgerebbe dall’incoscienza fino alla coscienza spirituale non può rappresentare l’unica possibilità di manifestazione dell’Essere totale.

La Materia è un prodotto dell’Energia, e la Mente e la Vita sono dei prodotti di questa stessa Energia. Lo Spirito è dunque capace di basare la sua manifestazione sul principio della Mente o sul principio della Vita e non soltanto sul principio della Materia; ci sono dunque mondi della Mente e mondi della Vita; così come esistono anche mondi basati su un più sottile, più plastico e più cosciente principio di Materia.

Questa organizzazione comporta, come sulla nostra terra, l’esistenza di esseri che hanno o assumono delle forme, che si manifestano o vengono naturalmente manifestati in una sostanza che dà loro corpo, ma una sostanza diversa dalla nostra, una sostanza sottile. Questi mondi e questi esseri possono non esercitare alcuna azione su di noi; eppure spesso entrano in comunicazione segreta con l’esistenza terrestre.

È possibile ricevere aiuto o guida da questi esseri, o venirne danneggiati o fuorviati. A volte il progresso della vita terrestre sembra essere un vasto campo di battaglia tra le Forze sovrafisiche dell’uno e dell’altro tipo: quelle che si sforzano di sollevare, incoraggiare e illuminare la nostra evoluzione ascendente, e quelle che si sforzano di deviarla, di reprimerla, d’impedirla o anche di distruggerla.

È possibile anche, in certi stati sublimali di coscienza, penetrare realmente in altri mondi e conoscere qualcosa dei loro segreti.

È la pressione del mondo vitale che permette alla vita di manifestarsi e di svilupparsi qui nelle forme a noi note. È la pressione del mondo mentale che elabora e sviluppa qui la mente e ci aiuta a trovare un potere con cui innalzarci ed espanderci mentalmente. È la pressione dei mondi sopramentali che si sta preparando a sviluppare qui il potere manifesto dello Spirito, ad aprire il nostro essere, sul piano fisico, alla libertà e all’infinità del Divino; solo questa pressione può liberare dall’apparente Incoscienza il Divino onnisciente nascosto in noi.

Nella loro creazione originale, questi mondi non vengono, nell’ordine, dopo l’universo fisico, ma prima di esso, — prima, se non nel tempo, nella loro sequenza logica.

Questi piani sono dunque coesistenti con l’universo fisico.

Rinascita e altri mondi:
il karma, l’anima
e l’immortalità

Dopo la morte e prima della rinascita c’è una vita su altri piani, conseguente al vecchio stato d’esistenza terrestre e che prepara quello nuovo.

Esistono strati di sottigliezza fisica sempre maggiore che sono come dei sottopiani del fisico; attraverso quegli strati, avviene lo scambio tra i mondi superiori e il mondo fisico. Esistono mondi vitali, dimore naturali dell’universale principio di Vita. Ed esistono piani mentali, dove l’uomo, essere mentale, dovrebbe trovare il proprio habitat naturale.

Ma è l’anima, l’essere psichico, e non la mente, a viaggiare tra morte e nascita. Il vero luogo di soggiorno è, quindi, su un piano di pura esistenza psichica, in cui l’anima attende la rinascita; là può assimilare le energie della sua esperienza e della sua vita passate e il suo avvenire.

L’essere umano normalmente sviluppato attraversa i piani fisico-sottili, vitali e mentali, per dirigersi verso la sua dimora psichica. A ogni stadio, egli esaurisce le frazioni della personalità della vita passata; si sbarazza del suo corpo mentale e vitale come si è sbarazzato di quello fisico: ma l’essenza della personalità e delle sue esperienze resta, latente, come una potenzialità dinamica.

Anche la legge del Karma può essere accettata come un fatto. Ma se una certa quantità di risultati del karma passato si manifestano nella vita attuale, ciò avviene con il consenso dello psichico che presiede alla nuova formazione. Non esiste solo un meccanismo, ma uno Spirito. Il Destino, che sia meccanico o creato da noi stessi, è uno dei fattori dell’esistenza; l’Essere, con la sua coscienza e volontà, è un fattore molto più importante.

Tutto il segreto delle circostanze della rinascita gravita attorno all’unico bisogno capitale dell’anima, il bisogno di crescita e d’esperienza; è questo che governa la linea della sua evoluzione: tutto il resto è accessorio. L’esistenza cosmica non è un sistema amministrativo di giustizia universale mediante una Legge cosmica di ricompensa e retribuzione e con un Giudice divino al centro.

La rinascita non esiste come un meccanismo per la costante ripresa o il prolungamento di una personalità che non muta, ma come un mezzo che permette l’evoluzione dell’essere spirituale nella Natura.

L’immortalità della Natura che completi l’immortalità dello Spirito, sarebbe il coronamento della rinascita e un’indicazione molto importante della vittoria sull’Incoscienza nel regno stesso della Materia. Ma la vera immortalità sarebbe sempre l’eternità dello Spirito.

L’uomo e l’evoluzione

Un’evoluzione spirituale, un’evoluzione della coscienza nella Materia, che assume forme in costante sviluppo, finché la forma possa rivelare lo Spirito che l’abita, è la nota dominante dell’esistenza terrestre.

Abbiamo ammesso che la creazione è una manifestazione dell’Eterno oltre il Tempo in un’Eternità del Tempo, che ci sono sette gradi della Coscienza e che l’Incoscienza materiale è stata posta per servire di base alla risalita dello Spirito, e che la reincarnazione è un fatto reale facente parte dell’ordine terrestre. Se ci si chiede allora come tutte queste diverse gradazioni e tipi d’essere abbiano preso nascita, si può rispondere che, fondamentalmente, furono manifestati nella Materia dalla Coscienza-Forza che è in essa, dal potere dell’Idea-Reale che costruisce, per l’esistenza cosmica dello Spirito che li abita.

L’uomo è alla testa della creazione terrestre, ma non la oltrepassa. Tuttavia, l’impulso a superare se stesso fa parte della legge del tipo umano e i mezzi per una transizione cosciente sono stati forniti tra gli altri poteri spirituali dell’uomo; il possesso di tale facoltà fa parte del piano secondo il quale l’Energia creatrice lo ha costruito.

Ciò che l’uomo ha principalmente fatto finora è stato di agire dentro il cerchio della propria natura, in una spirale di movimento naturale, a volte discendente e a volte ascendente; ciò che l’uomo ha fatto è stato di acuire le sue facoltà, raffinarle e farne un uso sempre più complesso e plastico.

Questo progresso non ha portato la specie umana al di là di se stessa, a superarsi, a una trasformazione dell’essere mentale. Ma non c’era da aspettarselo, perché quando la Natura evolutiva agisce in un tipo d’essere e di coscienza, sviluppa all’inizio il tipo fino al massimo delle sue capacità, proprio rendendolo più raffinato e sempre più complesso finché sia pronto perché essa ne rompa il guscio, maturo per l’emergenza decisiva, il rovesciamento, il ribaltamento della coscienza su se stessa che costituisce un nuovo stadio nell’evoluzione.

Se la prossima tappa della Natura sarà l’essere sopramentale, l’importanza data alla spiritualità nella specie può essere considerata un segno che quella è l’intenzione della Natura, e anche il segno che l’uomo è capace di operare tale passaggio in se stesso o di aiutare la Natura ad operarlo.

L’uomo, così com’è, non può costituire l’ultimo gradino dell’evoluzione: egli è un’espressione troppo imperfetta dello Spirito; la Mente non è che un termine intermedio della coscienza, e l’essere mentale non può rappresentare che un essere di transizione.

L’evoluzione dell’uomo spirituale

L’evoluzione è un’azione inversa dell’involuzione: ciò che nell’involuzione è la derivazione ultima e finale, è la prima cosa ad apparire nell’evoluzione; ciò che era originario e primordiale nell’involuzione, è, nell’evoluzione, l’ultima e suprema emergenza.

Nel suo tentativo di aprire l’essere interiore, la Natura ha seguito quattro direzioni principali: la religione, l’occultismo, il pensiero spirituale e infine la realizzazione spirituale e l’esperienza interiore; le prime tre sono degli approcci, l’ultima è la via d’accesso decisiva.

Quando nella coscienza si libera l’elemento spirituale assumendo un carattere distinto, non è all’inizio che un piccolo nucleo, una tendenza che cresce, la luce di un’esperienza eccezionale in mezzo alla gran massa non illuminata della mente, del vitale e del fisico umani normali che forma il nostro sé esteriore ed è l’oggetto delle nostre preoccupazioni naturali. Si fanno dei tentativi; l’evoluzione è lenta e l’emergenza esitante.

Le prime forme autentiche si traducono con una spiritualizzazione delle nostre attività naturali, con un’influenza che le permea o le dirige.

L’ultima o più elevata emergenza è quella dell’uomo liberato che ha realizzato il Sé e lo Spirito dentro di lui, e che è entrato nella coscienza cosmica, pervenuto all’unione con l’Eterno e che, nella misura in cui accetta ancora la vita e l’azione, agisce con la luce e l’energia del Potere che, in lui, lavora attraverso gli strumenti umani della Natura.

La più vasta espressione di questo cambiamento e compimento spirituali è una liberazione totale dell’anima, della mente, del cuore e dell’azione, una rifusione di tutti questi nel senso del Sé cosmico e della Realtà divina.

L’evoluzione spirituale dell’individuo trova il suo cammino e svela la distesa delle cime della sua più alta natura. Al di là di quest’altezza e di quest’immensità si apre l’ascensione sopramentale o la Trascendenza ineffabile.

Nell’evoluzione spirituale devono esserci necessariamente molti stadi, e in ciascuno stadio una grande varietà di formazioni individuali. Inoltre, anche il dominio della pura realizzazione ed espressione spirituali non deve essere necessariamente una bianchezza unica e monotona: la sua unità fondamentale può comportare una grande diversità.

La diversità nell’unità è la legge della manifestazione; l’unificazione e l’integrazione sopramentali devono armonizzare queste diversità, ma abolirle non è l’intenzione dello Spirito nella Natura.

La tripla trasformazione

Se la Natura si propone unicamente di risvegliare l’uomo alla Realtà suprema e di liberarlo dalla sua presa, allora le vie sono già state tracciate, è stata sviluppata la capacità di percorrerle, e la vetta finale è già manifesta.

Ma noi abbiamo supposto che la Natura si propone qualche altra cosa, — non solo una rivelazione dello Spirito, ma anche una trasformazione radicale e integrale della Natura. L’uomo spirituale è già apparso nell’evoluzione, ma non l’essere sopramentale che prenderà una volta per tutte il comando della Natura.

Come la Mente si è qui stabilita su una base d’Ignoranza che cerca la Conoscenza e cresce nella Conoscenza, così la Sopramente deve stabilirsi qui su una base di Conoscenza che cresce nella propria Luce più grande. Ciò è possibile con la tripla trasformazione:
1) il cambiamento psichico — la presa di coscienza dell’essere psichico e la conseguente conversione dell’intera nostra attuale natura in uno strumento dell’anima;
2) il cambiamento spirituale — la discesa di una Luce, di una Forza, di una Beatitudine superiori nell’intero essere, fin nelle tenebre del nostro subcosciente;
3) la trasmutazione sopramentale — l’ascesa nella Sopramente e la discesa trasformatrice della Coscienza sopramentale in tutto il nostro essere e in tutta la nostra natura.

Perché l’anima emerga completamente, una prima condizione è che si stabilisca un contatto dell’essere di superficie con la Realtà spirituale. In secondo luogo, bisogna smettere di essere la personalità di superficie e diventare la Persona interiore, il Purusha.

Segue un libero afflusso d’esperienze spirituali: del Sé, dell’Ishwara e della Shakti, della coscienza cosmica, contatto con le forze cosmiche e con i moti occulti della Natura, comunicazione interiore e scambi con gli altri esseri e la Natura, illuminazioni della mente, del cuore, dei sensi, del corpo, dell’azione dinamica, luce e gioia e potere della forza divina.

Ma è essenziale un terzo movimento, di discesa, un’esperienza di ricezione e di ritenzione dello Spirito. E solo la Sopramente può discendere nella Materia senza perdere il pieno potere della sua azione.

Come il cambiamento psichico, per completarsi, deve far appello al cambiamento spirituale, così questo, per completarsi, deve far appello alla trasformazione sopramentale. L’essere sopramentale sarà la prima manifestazione rivelata della verità dello Spirito nell’universo materiale.

L’ascesa verso
la Sopramente

Come le vette della mente umana sono al di là della percezione animale, così i moti della Sopramente sono oltre la concezione mentale umana.

La transizione che porta alla Sopramente attraverso il Surmentale è un passaggio dalla Natura, quale noi la conosciamo, alla Soprannatura.

Al posto della Natura dell’Ignoranza che si serve dell’individuo come suo campo d’azione e suo strumento semicosciente, ci sarebbe una Soprannatura della divina Gnosi, e l’anima individuale sarebbe il suo campo d’azione e il suo strumento cosciente, aperto e libero, consapevole del proprio più grande Sé.

Questa condizione suprema è però difficile, perché non basta che il Purusha acconsenta alla transizione e vi partecipi: dev’esserci anche il consenso e la partecipazione della Prakriti.

Il primo movimento oscuro e puramente materiale è caratterizzato da uno sviluppo graduale che si estende per la durata di eoni; il movimento della vita avanza lentamente, tuttavia il suo ritmo è più veloce, e si concentra in un lasso di millenni; la mente può ancora ulteriormente raccorciare la pigra lentezza del tempo e fare grandi passi in qualche secolo; ma quando interviene lo Spirito cosciente, la cadenza evolutiva può allora svolgersi con una rapidità supremamente concentrata.

Questa legge secondo cui la Natura procede comporta la necessità di una gradazione nel processo finale di transizione: un’ascesa di livelli, una scala di stati sempre più alti che ci portano dalla mente spiritualizzata alla Sopramente — un ripido tragitto che non potrebbe compiersi altrimenti.

Quattro sono le ascese principali dalla mente alla Sopramente, ciascuna col suo alto livello di compimento. Tali gradazioni si possono descrivere sommariamente come una serie di sublimazioni della coscienza attraverso la Mente superiore, la Mente illuminata e l’Intuizione, fino al Surmentale e al di là di esso; c’è una successione di trasmutazioni di sé all’apice della quale si trova la Sopramente o Gnosi divina.

Il cambiamento sopramentale di tutta la sostanza dell’essere e quindi, necessariamente, di tutti i suoi caratteri, poteri e movimenti, ha luogo quando la Sopramente involuta nella Natura emerge per incontrarsi e congiungersi con la luce e il potere sopramentali che discendono dalla Soprannatura.

Su questa base si manifesterebbe il principio di una vita divina nella Natura terrestre; anche il mondo dell’ignoranza e dell’incoscienza potrebbe scoprire il proprio segreto ora sommerso e realizzare il suo senso divino.

L’essere gnostico

La Sopramente è il principio efficiente del Brahman, un supremo dinamismo dell’esistenza spirituale; e tale divina Gnosi possiede, nel suo principio dinamico, il potere infinito di una libera autodeterminazione.

La natura mentale e il pensiero mentale si basano su una coscienza del finito; la natura sopramentale è, nella sua essenza stessa, una coscienza e un potere dell’Infinito. La natura mentale si basa sulla divisione e non ha dell’unità che una comprensione costruita; la natura sopramentale vede ogni cosa dal punto di vista dell’unità e considera tutte le cose alla luce di quella unità, anche la più grande molteplicità e la più grande diversità.

Come sono stati stabiliti sulla terra una Coscienza e un Potere mentali che hanno formato una specie di esseri mentali e assorbono in sé tutto ciò che nella natura terrestre è pronto per il cambiamento, così si stabiliranno sulla terra una Coscienza e un Potere gnostici che formeranno una specie di esseri spirituali gnostici e assorbiranno in sé tutto ciò che nella natura terrestre è pronto per questa nuova trasformazione.

Fondamentalmente, la Sopramente è una coscienza che unisce, integralizza e armonizza; nella sua discesa e nella sua elaborazione evolutiva della diversità dell’Infinito, essa non perderebbe la sua tendenza unitaria, la sua spinta verso l’integralizzazione, né la sua influenza armonizzante.

Il dominio dell’Incosciente scomparirà, poiché sarà trasformato in ciò che esso in realtà è sempre stato, un mare della segreta Sovracoscienza.

Una specie di esseri sopramentali non sarà costituita secondo un tipo unico, poiché la legge della Sopramente è l’unità che si compie nella diversità, e quindi nella manifestazione della coscienza gnostica ci sarà un’infinita diversità, benché tuttavia quella coscienza resti una nella sua base, nella sua costituzione e nel suo ordine che tutto rivela e tutto unisce.

L’esistenza dell’essere gnostico sarà il gioco di un potere di verità dell’esistenza e della coscienza una che si manifesta in modo molteplice e multiforme per la gioia dell’esistenza unica. La gioia della manifestazione dello Spirito nella verità del suo essere sarà il senso della vita gnostica. Tutti i suoi movimenti sarebbero un’espressione della verità dello Spirito, ma anche della gioia dello Spirito.

La Sopramente stabilirà una nuova relazione dello Spirito con la Mente, la Vita e la Materia. La Persona gnostica sarà un essere infinito e universale che rivela il suo sé eterno attraverso la forma significativa e il potere espressivo di un’automanifestazione individuale e temporale.

La Vita Divina

Ciò che intendiamo innanzitutto quando parliamo di una vita divina è il compimento spirituale dell’aspirazione alla perfezione individuale, e una pienezza interiore dell’essere.

La seconda preoccupazione è la perfezione dei rapporti spirituali e pratici fra l’individuo e tutto ciò che lo circonda, che si realizza in un’universalità e unità complete con ogni vita sulla terra.

Resta però ancora un terzo desideratum: un mondo nuovo, un cambiamento nella vita totale dell’umanità o, almeno, una vita collettiva nuova e perfetta nella natura terrestre.

In un mondo sopramentale, tutti saranno uniti dallo sviluppo della Coscienza-di-Verità in se stessi; e con la trasformazione che questa coscienza apporterà in loro, essi si sentiranno le incarnazioni di un unica Realtà.

Ci sarà una considerevole, libera diversità tra le differenti comunità gnostiche: ciascuna darà un corpo particolare alla vita dello spirito; ci sarà una considerevole, libera diversità nell’espressione degli individui di una stessa comunità.

Una Coscienza-Forza unica, che tutti percepiranno e di cui tutti si vedranno quali strumenti, agirà attraverso tutti e armonizzerà la loro azione.

Resta da vedere a quale punto ci troviamo attualmente nella progressione evolutiva, e quale prospettiva ci sia d’una svolta verso una tappa decisiva in un avvenire più o meno prossimo. L’umanità sta attraversando una crisi evolutiva in cui si cela la possibilità di una scelta che determinerà il suo destino; siamo arrivati a uno stadio in cui la mente umana in certe direzioni ha compiuto un enorme sviluppo, mentre in altre si è arrestata confusa.

Una vita d’unità, di reciprocità e d’armonia, nata da una verità del nostro essere più profonda e più vasta è l’unica verità che possa sostituire con successo le costruzioni mentali imperfette del passato, ovvero questo miscuglio di associazione e di conflitto organizzato che è un adattamento dei vari ego individuali. La nuova specie sarà del tutto priva di ego, e ogni individuo sarà cosciente di essere una diversa manifestazione dell’unico Sé.

Solo la piena emergenza dell’anima, la piena discesa della luce e del potere innati dello Spirito, possono effettuare questo miracolo evolutivo.

Il Sé, lo Spirito, la Realtà che si rivela ed emerge dalla prima incoscienza della vita e della materia, svilupperà in questa vita e in questa materia la verità completa del suo essere e della sua coscienza.

E la vita terrestre sarà vita divina.

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