IL SEGRETO DEI VEDA
attraverso l’esperienza di Mère

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Il secondo volume de l’Agenda di Mère
— corrispondente all’anno 1961 —
è ricco di riferimenti al libro di Sri Aurobindo
Il segreto dei Veda,
in quanto Mère lo stava rileggendo
alla luce delle proprie esperienze
di trasformazione del corpo,
e le riflessioni che esterna a Satprem
sono di grande importanza;
in qualche modo, anzi,
corredano il testo di Sri Aurobindo,
ed è per questo che intendiamo offrire qui
ampi stralci di tali conversazioni,
seguendo un filo cronologico
che procede di pari passo
con l’avanzare della lettura di Mère
del segreto dei Veda.

Il 24 gennaio Mère,
avendo da poco iniziato la lettura
del saggio di Sri Aurobindo sui Veda,
riferisce le prime impressioni
— o meglio, le prime esperienze
— in proposito. Leggere un libro di Sri Aurobindo,
per Mère, era calarsi totalmente
in QUELLA
 vibrazione, in QUELLA atmosfera.

«Devo dire che da quando leggo Il segreto dei Veda, come faccio ogni sera… Da quando leggo quel libro mi trovo in contatto molto stretto con tutto il mondo vedico; vedo certi esseri, sento certe frasi… tutto si muove in una specie di coscienza subliminale, molto nell’antica tradizione vedica (mi sono perfino accorta che quella specie di bagno di marmo rosa che la Natura mi aveva offerto, e di cui ti ho parlato l’ultima volta, appartiene al mondo vedico, a una civiltà di quell’epoca). Mi arrivano di continuo parole sanscrite, frasi intere, cose che si rispondono… Cose di un certo interesse, proprio per quello che ho visto l’altro giorno e che ti ho raccontato, e poi per quello che ho visto ieri… Tutto quel campo lì ho visto che è in contatto con certi esseri che i Veda chiamano dasyu e pani, cioè nemici della Luce. E la Forza che mi era piombata dentro era chiarissimamente una forza del tipo, ma più grande, di quella di Indra, ma ancora più gigantesca, in lotta contro tutto quello che c’è di oscuro dovunque, così [Mère traccia nell’aria un turbine di forza che tocca qua e là alcuni punti del mondo]: tutto quello che esiste di oscuro. Idee, persone, impulsi, azioni: tutto quello che forma come delle macchie d’ombra veniva attaccato da questa Forza. Si muoveva con una potenza immensa, talmente enorme che io stavo là così [Mère stringe forte i pugni]. Quando poi l’ho trovato scritto (ho appena letto, appunto, il capitolo sulla lotta contro i dasyu), l’analogia mi ha colpito proprio perché la mia esperienza non era certo né intellettuale né mentale — non c’era nessuna idea in me, neanche l’ombra di un pensiero.
Il resto della serata è passato come al solito: mi sono coricata… ed esattamente a mezzanotte mi sono alzata con l’impressione che questa ‘presenza’ dentro di me si fosse ingrandita ancora di più, fosse diventata un po’ terribile… Ho dovuto mettere molta pace e molta fiducia nel corpo, il quale aveva l’impressione di… Insomma, non era qualcosa di tanto facile da reggere. Perciò mi sono concentrata e ho detto al corpo di stare tranquillo, di lasciarsi andare completamente.
A mezzanotte ero di nuovo a letto. E da mezzanotte all’una… (sono rimasta a letto completamente sveglia; non so se tenevo gli occhi aperti oppure chiusi, comunque ero assolutamente sveglia, NON IN TRANCE, sentivo tutti i rumori, le pendole suonare e così via), insomma stavo giù distesa, e il corpo — ma un corpo un po’ più grande, che oltrepassava la forma puramente fisica — è diventato UN’UNICA vibrazione, estremamente rapida e intensa, e nello stesso tempo immobile. Non so come spiegarmi: non si muoveva nello spazio, eppure vibrava tutto (non stava immobile cioè), ma vibrando di una vibrazione immobile nello spazio. E la forma era esattamente quella del corpo: la Luce bianca più sfolgorante della Coscienza suprema — la coscienza del Supremo. E stava nel corpo; come se in OGNI cellula ci fosse una vibrazione, o un unico BLOCCO di vibrazioni. Era più grande del corpo più o meno di tanto così [gesto a una distanza di circa dieci centimetri attorno al corpo]. Io stavo assolutamente immobile sul letto. Poi, SENZA MUOVERSI, senza spostarsi, il corpo ha cominciato ad alzarsi, ma cosciente — senza muoversi, però. Sono rimasta così [Mère mette le mani giunte all’altezza della fronte, come se tutto il corpo si innalzasse in una preghiera]: cosciente, come in una ascensione di questa coscienza [del corpo] verso la Coscienza suprema.
Il corpo stava disteso, così.
E per un quarto d’ora è salito, salito — senza muoversi. La coscienza è salita così, saliva, saliva, saliva — è salita finché è avvenuta la congiunzione.
Una congiunzione in perfetto stato di veglia, cosciente:SENZA NESSUNA TRANCE.
E allora la coscienza è diventata la Coscienza UNA, perfetta, eterna, fuori del tempo, fuori dello spazio, fuori del moto, fuori di tutto, in una… non so, un’estasi, una beatitudine, una cosa indicibile.

[silenzio]

Era la coscienza DEL CORPO.
Un’esperienza che avevo già avuta esteriorizzandomi e in trance; ma questa volta si trattava del CORPO, proprio della coscienza del corpo.
Il corpo è rimasto così per un bel po’ (ho saputo che era mezzanotte e un quarto, perché la pendola ha suonato); ma, davvero, si trovava assolutamente fuori del tempo. Stava in un’eternità.
Allora, con la stessa precisione, con la stessa calma, con la stessa coscienza deliberata, chiara e concentrata (assolutamente NIENTE DI MENTALE), ho cominciato a ridiscendere. E a mano a mano che scendevo, mi sono accorta che tutta la difficoltà contro cui lottavo l’altro giorno, e che aveva provocato questa malattia, era as-so-lu-ta-men-te finita, ANNULLATA — una padronanza totale. Neanche padronanza, in realtà, ma l’inesistenza di una qualsiasi cosa da padroneggiare: la Vibrazione e basta, dall’alto in basso. Non c’era più né alto né basso, niente.
È andata avanti così per un pezzo.
Poi, dopo, piano piano, sempre SENZA MUOVERSI, tutto è rientrato nei diversi centri dell’essere (ah, apro una parentesi: un fatto che non aveva NIENTE a che fare col salire di una forza come quella di Kundalini, assolutamente niente a che vedere con Kundalini e i centri, niente del genere!). Ma, scendendo, è come se SENZA USCIRE DA QUELLO STATO, senza lasciare quello stato rimasto SEMPRE COSCIENTE — la Coscienza suprema avesse cominciato a rimettere in moto, o in attività, i diversi centri: prima di tutto qui [Mère tocca il centro al di sopra della testa] poi qui, qui, qui [Mère si tocca in cima alla testa, sulla fronte, sulla gola, sul petto, ecc.]. Ad ogni centro faceva una pausa, mentre questa nuova realizzazione sistemava tutto quello che si trovava lì. E prendeva le decisioni necessarie (persino nei particolari, a volte dettagli minimi: che cosa bisogna fare in un caso, che cosa bisogna fare nell’altro), sistemando tutto CONTEMPORANEAMENTE, non un centro dopo l’altro — tutti INSIEME, in un colpo solo. È scesa (certe cose le ho annotate, era molto interessante), è scesa così sempre di più, sempre di più, sempre di più — fino in fondo. E tutto è successo contemporaneamente, simultaneamente; e nello stesso tempo questa Coscienza suprema organizzava ogni cosa separatamente.
Questa riorganizzazione discendente è terminata all’una precisa, quando la pendola ha suonato il tocco. In quel momento ho saputo che dovevo andare in trance perché il lavoro fosse perfetto; ma fino a quel momento ero rimasta completamente sveglia.
Allora sono sprofondata nella trance.
Ne sono uscita alle tre del mattino, due ore dopo. E in quelle due ore — ma con una nuova coscienza, QUESTA VOLTA, con una nuova visione, e SOPRATTUTTO CON UN NUOVO POTERE — ho avuto modo di vedere il Lavoro nel suo complesso: tutte le persone, le cose, i sistemi. Tutto era… diverso in apparenza (ma solo perché le apparenze dipendono dalla necessità del momento), ma soprattutto era diverso come POTERE — notevolmente diverso. Proprio notevolmente. Il potere non era più lo stesso.
Davvero un cambiamento ESSENZIALE nel corpo.
Capisco che il corpo dovrà… (come dire?) abituarsi, avvezzarsi a questo nuovo Potere. Nella sua essenza, comunque, il cambiamento è cosa fatta.
Non è ancora il cambiamento finale, per carità, anzi; per il cambiamento finale, ce ne vuole! Ma possiamo dire: è la presenza cosciente e totale della Forza sopramentale del corpo.

[silenzio]

Tutto questo me lo sono detto, anzi ridetto, quando mi sono alzata stamattina. La mia prima impressione è stata che fosse meglio non parlarne, osservare e stare a vedere cosa sarebbe successo; ma ad un certo punto ho ricevuto un Ordine assolutamente preciso di dirlo a te, stamattina. Bisognava che il fatto venisse trascritto esattamente, per tenerlo da parte così come s’era svolto. Ecco.
Così, ora in questo corpo c’è chiarissimamente la… non solo una certezza, ma una specie di sensazione (un feeling) che una certa onnipotenza non è lontana: che presto, quando vedrà (‘lui’, capisci? 'lui’! C’è ormai soltanto ‘Lui’ in tutta questa faccenda — non è né un ‘lui’ né una ‘lei’ né…), quando vedrà che una certa cosa dovrà succedere, automaticamente la cosa succederà. C’è ancora tanta strada da fare, tanta. Ma il primo passo è stato fatto. Ecco».

l’Agenda di Mère, volume II, 24 gennaio 1961

La coscienza solare dei Veda — la coscienza-di-Verità vasta
ed esatta, saryam ritam brihat — è emersa dal fondo delle cellule attraverso tutti gli strati fino a congiungersi
con la coscienza corporea più materiale.
Qualche mese dopo, il 7 aprile, Mère aggiunge:

«Continuo la mia lettura dei Veda. […]
In realtà, i Veda sono stati scritti da persone che avevano ancora il ricordo di una certa esperienza radicale; un’esperienza che è avvenuta senz’altro sulla terra in un dato momento, come anticipazione di una realizzazione futura (è sempre così nello yoga: una prima esperienza radicale viene ad annunciare la realizzazione che dovrà esserci in futuro). Così nello yoga terrestre — nello yoga della terra, del pianeta Terra — a un certo momento c’è stata questa esperienza, e quelli che nei Veda vengono chiamati ‘i progenitori degli uomini’ grazie ai loro sforzi e al loro yoga, devono aver avuto perlomeno un’idea della realizzazione sopramentale. Chi ha scritto i Veda, chi ha composto tutti quegli inni, doveva ricordarsi ancora di quell’esperienza o perlomeno deve averne raccolta la descrizione. Allora, bambino mio!… Mi è venuta la stessa reazione di quando ho letto The Yoga of Self-Perfection in The Synthesis of Yoga. Ah! [Mère sbuffa] C’è un tale abisso tra quello che siamo, tra quello che ora è la vita sulla terra, tra la coscienza umana qual è oggi, perfino tra gli esseri più illuminati, e… QUELLA COSA…!
Non so se era perché stavo a quel modo, dopo gli attacchi così violenti di tutte quelle forze malevole — proprio come se mi avessero intontita a martellate —, comunque ho avuto la sensazione nettissima dell’immensità PAZZESCA di quanto c’è da fare perché… perché QUELLA COSA potesse realizzarsi.

[silenzio]

Quando le difficoltà esterne si acquietano, quando il corpo diventa passivo e tranquillo senza essere di continuo al centro dell’attenzione, quando possiamo vivere nella coscienza sopramentale, non sembra tanto difficile: anzi l’impressione è che quella coscienza sia così… vincente nella sua essenza da farci superare tutte le difficoltà.
Ma allora uno dovrebbe restare un po’ lassù, eh già, in quella coscienza lì; non venire tirato giù di continuo, di continuo, e dover lottare a ogni istante per RESISTERE — resistere sotto tutti i punti di vista: non solo personalmente, ma collettivamente. È una lotta di ogni minuto, di ogni istante, per potercela fare. Ma quanto bisognerà resistere prima che sia cosa fatta?».

l’Agenda di Mère, volume II, 7 aprile 1961

E il 18 aprile Mère parla delle varie deità
invocate negli inni rigvedici.
Ricordiamo che gli dèi, nei Veda,
sono aspetti e manifestazioni del Divino supremo
nella Sua azione cosmica.
Mère passa oltre il simbolo
— e perfino oltre la specifica manifestazione divina
di questo o quel dio — per approdare
nel Reale dietro tutte quelle espressioni.

«Continuo a leggere i Veda. Vedo benissimo come sono belli e quanto dovevano essere validi per quegli esseri, che potere di realizzazione dovevano avere quegli inni. Ma per me…
Eppure c’è stato un tempo in cui ero in contatto con tutti quegli dèi e tutte quelle cose lì, e per me avevano una realtà assolutamente concreta; mentre adesso… le leggo, le capisco, sì, ma non posso viverle. Non so perché. Non hanno ancora fatto scattare l’esperienza. E sai, per me l’esperienza… — l’Esperienza costante, totale, permanente — è qualcosa dove… non c’è che il Supremo, dove solo il Supremo esiste. I Veda parlano di Agni, di Varuna, di Indra… Io non riesco a immedesimarmi. In una cosa però i Veda sono impareggiabili: nel farci sentire la nostra infermità, la nostra incapacità, lo stato penoso nel quale adesso ci troviamo! Allora, ieri, c’era quell’ardore, quella Fiamma — bruciare tutto per offrire tutto. Qualcosa di assolutamente concreto, un’intensità di vibrazione — le vedevo, le vibrazioni — che inghiottiva ogni movimento di oscurità e d’ignoranza. Tanto tempo fa, mi ricordo, quando questi Inni ad Agni li avevo tradotti assieme a Sri Aurobindo, Agni aveva una realtà precisa per me. Ieri però non si trattava più del dio Agni: ma di uno STATO. Uno stato del Supremo. Qualcosa di vicino, di chiaro, intenso, vibrante, vivo.

[silenzio]

Solo durante la notte (verso la fine della notte, dopo le due del mattino) tutto questo subconscio comincia a venire a galla, senza fine, per essere rivissuto. E con una percezione così nuova, così inattesa, ah… incredibile! Incredibile, fa cambiare tutti i valori, tutti i rapporti, tutte le reazioni [Mère indica grandi ondate di forze in movimento]: tutto uno scacchiere… assolutamente inaspettato! […]

[silenzio]

Evidentemente, per entrare in contatto con quella che i rishi vedici chiamavano ‘la Verità’, e per poterla manifestare, beh, per me ci sono ancora tante di quelle cose da cambiare… ma tante!
Eppure, è un fatto, mi trovo in uno stato in cui non esiste più niente eccetto il Divino, il Supremo — il Supremo in tutte le vibrazioni, in tutto quello che faccio, in tutto quello che sento. Ma, in un certo senso, c’è ancora qualcosa che nella mia coscienza deve attenuarsi, perché… non è ancora la Verità».

l’Agenda di Mère, volume II, 18 aprile 1961

Alla fine della lettura del segreto dei Veda,
Mère riflette sulla bevanda vedica d’immortalità,
sulla scoperta da parte dei rishi
del “pozzo di miele sotto la roccia” dell’Incosciente,
ovvero della Gioia divina celata nella materia —

«Ho finito di leggere i Veda. Ho davvero cercato di fare il mio meglio, ma quella coscienza lì proprio non riesco ad afferrarla: ce la metto tutta, ma mi sembra puerile, non so perché. Oppure vuol dire che mi trovo davanti a una realizzazione lontana le mille miglia da quello che noi possiamo fare adesso! O forse dovrei fare uno sforzo tremendo per andare al di là delle parole.
Se loro hanno avuto davvero un‘esperienza come quella, è una cosa splendida.
Io però non so. Non so se ce l’hanno avuta FISICAMENTE. Lì, nei mondi interiori, d’accordo: è ovvio! Lì va benissimo, uno è perfettamente felice, quando vive lassù; ma quaggiù —QUAGGIÙ — per rendere questa vita qui, questo mondo qui, qualcosa che valga la pena di essere vissuto… Quaggiù il trucco non è ancora stato trovato.
È tutto quello che posso dire. L’intoppo è qui che l’ho trovato».

l’Agenda di Mère, volume II, 12 maggio 1961

Qualche mese ancora,
e le cose si precisano ulteriormente.
Il 5 novembre Mère confida a Satprem:

«Nei Veda non è detto tutto.
No, loro avevano un’intuizione, una sorta di ‘visione’ della cosa; ma non c’è nessuna prova che l’abbiano realizzata. A me comunque sembra impossibile che se l’avessero realizzata non ne avremmo ritrovata qualche traccia. […]

[silenzio]

Da quanto ha visto Sri Aurobindo e ho visto anch’io, i rishi avevano avuto un contatto, un’esperienza, come dire?… una sorta di conoscenza vissuta della cosa; ma al modo di una promessa che viene a dire: “Ecco QUELLO che sarà”? Però non si trattava di qualcosa di durevole.
È questo che hanno conosciuto. Ma c’è una grande differenza con la DISCESA — quella che Sri Aurobindo ha chiamato ‘discesa sopramentale’ —, cioè con qualcosa che viene a impiantarsi stabilmente.
Infatti, anche quando l’esperienza l’ho avuta io [Mère si riferisce qui alla prima manifestazione sopramentale del 29 febbraio 1956 — cfr. l’Agenda di Mère, volume I], quando il Signore ha detto che “il momento è arrivato”, beh, non si trattava di una discesa completa: ma di una discesa della Coscienza, della Luce, e di una parte o di un aspetto del Potere. Che immediatamente è stata inghiottita dal mondo dell’Incoscienza. Da quel momento ha cominciato a lavorare nell’atmosfera; ma non era LA COSA che viene e resta lì per sempre. Quando resterà qui in pianta stabile, d’altra parte, non ci sarà bisogno di annunciarlo, perché sarà qualcosa di molto evidente!
L’esperienza del ’56 è stata un ulteriore passo avanti; ma non è… non è la cosa definitiva.
E quella che avevano conosciuto i rishi era una specie di promessa. La loro è stata un’esperienza INDIVIDUALE».

l’Agenda di Mère, volume II, 5 novembre 1961

Mère si riferisce, ovviamente,
alla manifestazione terrestre
di quella che i rishi vedici chiamavano
la coscienza solare, e che avrebbe creato
“un nuovo cielo e una nuova terra”,
per citare le loro parole.
Che i rishi vedici abbiano visto, o sperimentato,
o perfino realizzato in se stessi tale coscienza,
non solo è possibile ma è del tutto probabile.
Ma una trasformazione terrestre, materiale,
sarebbe la conseguenza ultima
di tale realizzazione. Quel che a Mère
interessava sapere, e che intrigava Satprem e pure noi,
è fino a che punto i rishi vedici
portarono avanti l’esperienza,
e se riuscirono a darne
una forma materiale concreta, un inizio.
Concludiamo con quanto Mère disse in proposito
il 7 novembre, in risposta a una richiesta di chiarimento
che Satprem le formulò.

«La mia impressione, per quanto riguarda i Veda, non è come dici tu, che ci siano arrivati e poi abbiano cercato l’altro modo andando in trance. Quando ho letto i Veda, io… cioè la traduzione di Sri Aurobindo, dato che direttamente io non so…
Loro del resto non ne fanno parola.
La mia esperienza la conosco, la potrei descrivere fin nei minimi particolari; e da quanto mi ha detto Sri Aurobindo, è stato lo stesso anche per lui — benché non ne abbia MAI scritto niente. Certo, trattandosi della mia esperienza, ho l’impressione che questo sia il modo più semplice.
C’è anche la testimonianza di Théon e di sua moglie. Benché loro non abbiano mai parlato di ‘Sopramente’, affermavano la stessa cosa dei Veda: il mondo di Verità deve incarnarsi sulla terra e dare origine a un mondo nuovo. Anzi riprendevano l’antica espressione dei Vangeli: ‘una nuova terra e nuovi cieli’ [Seconda lettera di Pietro apostolo, 3.13], che è uguale a quella dei Veda. […]
È salendo al culmine della coscienza attraverso un’ascensione progressiva che ci uniamo al Sopramentale. Ma una volta compiuta questa unione, uno sa e vede che il Sopramentale si trova anche nel fondo dell’Incosciente. È allora che viene l’esperienza che non esiste né alto né basso. Ma la trasformazione permanente della natura fisica può avvenire IN GENERE solo RIDISCENDENDO i gradini dell’essere con una coscienza sopramentalizzata. L’esperienza, insomma, si può averla in tantissimi modi; ma quello che NOI vogliamo fare, quello di cui ha parlato Sri Aurobindo, è un cambiamento irreversibile, qualcosa che resterà, che sarà durevole come lo sono le condizioni attuali della terra. Niente prova che i rishi siano ricorsi a un altro metodo; benché per compiere una trasformazione simile (supposto che ci siano mai riusciti) abbiano ovviamente dovuto aprirsi la strada lottando contro le forze d’incoscienza e di oscurità.
Sì, quella che descrivono i rishi è l’esperienza di chi discende nel Subcosciente, ed è un’esperienza continua: le lotte contro gli esseri che hanno nascosto la luce, e tutto il resto, tutto è descritto come un’esperienza viva. Di questo genere di esperienze a Tlemcen ne avevo di continuo, ne ho avute qui con Sri Aurobindo quando lavoravamo insieme e ne ho ancora adesso — non la smettono di deliziarmi!
Appena uno scende là dentro ecco che succede: deve lottare contro tutto quello che non vuole saperne di cambiare — che domina il mondo e non vuole proprio saperne di cambiare. […]
Come facessero, non lo so.
Quanto a me, è un’esperienza che non mi è mai venuta in trance! Né mai è venuta a Sri Aurobindo: nessuno di noi due ha mai avuto trance! Voglio dire: mai una trance che faccia perdere i contatti col corpo. Lui lo ripeteva sempre, anzi una delle prime cose che gli ho detto quando ci siamo incontrati è stata: “Insomma, tutti parlano di trance, di samadhi e di tutte quelle cose lì, ma io non ne ho avute mai, mai ho perso conoscenza”. “Ah! — mi ha risposto lui — per me è esattamente lo stesso!”.
Dipende dallo sviluppo di ciascuno. Lo diceva del resto anche Théon: “Uno entra in trance solo quando mancano certi collegamenti”. Per lui, sai, ognuno era fatto come d’innumerevoli ‘ponticelli’, di tante zone intermedie. Diceva: “Se uno ha una zona intermedia non sviluppata, una zona cioè di cui non è cosciente perché non si è ancora individualizzata, allora nell’attraversarla cade in trance”. La trance è segno di mancanza di individualizzazione, è segno che in un punto qualsiasi la coscienza non si è ancora risvegliata: e così uno cade in trance, il suo corpo entra in trance. Mentre se la coscienza è completamente sveglia si può restare seduti, mantenere pieno contatto con le cose e avere un’esperienza completa. Io uscivo dal corpo senza nessunissimo bisogno di entrare in trance, salvo quando Théon voleva farmi fare un particolare lavoro. Questa però è tutta un’altra cosa: andavo in trance perché la forza vitale doveva uscir fuori, altrimenti non avrei potuto fare un determinato lavoro (era la forza vitale ad andarsene, non la coscienza). In certi casi, sì, è necessario che il corpo vada in trance. […]
Del resto io credo, da quanto mi è stato riferito (non fisicamente), che i rishi praticassero la trance. Suppongo però che volessero arrivare a quello di cui parla Sri Aurobindo: una trasformazione FISICA, del corpo fisico, che consentisse di VIVERE in quella coscienza lì invece di vivere nella coscienza comune. Ci saranno riusciti?… Io non ne so nulla. I Veda parlano semplicemente di ‘quello che hanno fatto gli antenati’: ma chi sarebbero questi ‘antenati’?».

l’Agenda di Mère, volume II, 7 novembre 1961

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