Mi è stato gentilmente chiesto di esprimere qualche impressione sul lavoro di revisione di Eraclito, e dunque eccoci qui.

A ben vedere, non c’è molto da dire sul lavoro in sé: si è trattato, in sintesi, di leggere e rileggere con attenzione i testi tradotti, e di verificare, entro certi limiti, la legittimità della traduzione e l’assenza di ogni genere di refusi; e ora, ad opera conclusa, mi pare che qualunque individuo provvisto di un minimo di buona volontà e di un sufficiente livello di alfabetizzazione potrebbe dedicarcisi con successo.

Se dovessi soppesare quel che ho dato ad Eraclito e quanto ne ho ricevuto, infatti, la bilancia penderebbe nettamente dal lato della ricezione. E più di ogni altra cosa sono grato per il tempo che ho potuto trascorrere con quest’opera, e, quindi, per le domande che nel frattempo sorgevano in me, e che rimangono.

Cos’altro potrei fare, allora, se non condividere alcune di esse, assieme alle riflessioni che le corredano?

È curioso notare, innanzitutto, che Sri Aurobindo giunge a noi con le Sue parole rivelatorie in merito ad Eraclito - il quale, dopo aver letto questo saggio, può essere a giusto titolo considerato uno dei padri, se non il padre, della civiltà europea e occidentale - proprio nel momento storico in cui tale civiltà tocca il punto più basso – e finale, con ogni probabilità – di tutto il suo ciclo di sviluppo. Si potrebbe obiettare che Heraclitus uscì dalla penna di Sri Aurobindo oramai più di cent’anni fa – nel 1917 -, quando ancora il tramonto “rosso-sangue” dell’Occidente poteva non essere tanto evidente quanto lo è ora – benché a Sri Aurobindo ciò fosse già ben presente (si veda, ad esempio, la Sua poesia “Silver foam”); il fatto è, però, che il saggio di Sri Aurobindo ora giunge in lingua italiana e in Italia, ovvero nel cuore della civiltà occidentale, e, soprattutto, quella che riceviamo non è una semplice traduzione. La traduzione dei frammenti eraclitei, infatti, che segue quella di Heraclitus, è opera di un poeta – e il poeta, per definizione, è colui che crea, che dà vita. Non è da escludere, perciò, che i frammenti di Eraclito in questo caso stiano “vivendo di nuova vita”, e che magari la loro traduzione in versi possa averli anche migliorati, ossia resi più belli ed efficaci – per lo meno ai giorni nostri.

Perché, allora – mi chiedevo e continuo a chiedermi -, i frammenti di Eraclito, più vivi che mai, e la visione di Sri Aurobindo in merito, sempre viva e attiva, sbarcano in Occidente proprio ora?

Non è che per caso si voglia indicare qualcosa, a chi è in grado di cogliere certe indicazioni?

Sì, perché, chi conosce anche solo minimamente Sri Aurobindo, sa che Egli non ha mai scritto tanto per scrivere, e che le Sue parole sono sempre inscindibili da un’azione – non è poi, Lui, il Poeta? -, che, prima o poi, inesorabilmente si compie.

E se Sri Aurobindo, con Heraclitus, avesse voluto dare un’ultima possibilità all’Occidente - o a quel che ne rimarrà - e tracciargli davanti un possibile sentiero?

Nel saggio vengono palesate ripetutamente le analogie inconfutabili tra Eraclito e i suoi antenati e contemporanei, i veggenti e mistici vedici e vedantici, autori dei Veda e delle Upaniṣad; verso la fine, però, viene anche evidenziata una divergenza tra di loro – a pag. 50:

 

“Ho cercato di mostrare quanto di frequente il suo pensiero somigli e quasi coincida con il pensiero vedico o vedantico. Ma la sua conoscenza della verità delle cose si arresta alla visione della ragione e della forza universali; egli pare avere riassunto il principio delle cose in questi due termini primarî: l’aspetto della coscienza e quello del potere – un’intelligenza suprema e una suprema energia. L’occhio del pensiero indiano ha scorto un terzo aspetto del Sé e del Brahman: accanto alla coscienza universale operante nella conoscenza divina, oltre alla forza universale attiva nella volontà divina, esso ha saputo cogliere la felicità universale agente nell’amore e nella gioia divini.”

 

Ecco dove il nostro “sentiero occidentale” ha iniziato a formarsi - e da lì tutta la nostra storia, per lo più dolorosa e violenta, si è dispiegata fino al suo apice odierno.

Il “terzo aspetto del Sé” Eraclito, ahinoi, lo aveva solo vagamente intuito, e noi non abbiamo fatto altro che esacerbare progressivamente – che progresso! - tale mancanza.

E se Sri Aurobindo volesse suggerire – discretamente, come Suo solito – l’origine del disastro occidentale, e così pure il suo possibile superamento?

Nel ben noto aforisma n°59 – “a un bambino appartiene il regno” -

, l’efesio “perviene quasi al cuore del segreto”, ma non si spinge oltre – chissà quali sarebbero state le sorti del cosiddetto Occidente in caso contrario, e se mai ne sarebbe esistito uno!

Noi, a mio avviso, sottovalutiamo eccessivamente il potere della poesia, anche quando ne apprezziamo la bellezza – e i frammenti di Eraclito credo possano essere considerati poetici, in quanto forieri di una potente eco creativa di verità e di bellezza.

Per spiegare meglio quello che intendo dire, vorrei riportare uno scambio occorso tra me e Tommaso durante la fase di revisione.

A pagina 67, nella nota n°112, mi imbattei in questo verso – un doppio senario – posto tra parentesi, quasi per caso, dove forse non ci si aspetterebbe nemmeno di trovarlo:

 

(costante contrasto fra opposte tendenze)

 

Sarà stato anche grazie all’effetto-sorpresa, non so, ma ne ricevetti subito un’impressione piuttosto forte e nitida; e così decisi di farlo presente al suo autore:

 

Altra perla nascosta – ma nemmeno più di tanto. A leggere questo dodecasillabo, pare di trovarsi nel mezzo di una poderosa tempesta d’oceano, tra marosi che si scontrano e si fagocitano vicendevolmente; e, allo stesso tempo, si percepisce un vasto equilibrio di silenzio, quale risultato e sottofondo di tale scontro.

 

E, nella sua risposta, trovai un’indicazione molto interessante:

 

[…] diversi aforismi dell’efesio paiono quasi banali a una lettura superficiale (non molto diversamente da quanto capita leggendo la stragrande maggioranza delle strofe rigvediche), mentre assumono la loro reale portata quando ci si cala con la giusta profondità nel verbo eracliteo.

 

Bisogna tener presente, poi, che la mia percezione è sicuramente piuttosto limitata, e “la reale portata” del verso in questione potrebbe essere ben più ampia.

Noi tendiamo sempre, o quasi, a guardare alla politica, o alla geopolitica, tutt’al più alla religione e alla cultura di massa, per comprendere gli sviluppi di una civiltà passata o presente, e non teniamo in considerazione la possibilità che fattori più inavvertiti potrebbero avere molta più influenza in tal senso.

La “poderosa tempesta d’oceano” che a me è capitato di percepire, evocata da quel verso, infatti, non è una semplice immagine, né una metafora, ma è qualcosa di reale – magari anche più reale di una tempesta “vera”, chissà – ed esistente: la creazione fuoriuscita dalla penna di un poeta (non ci sarebbe forse nemmeno bisogno di specificare che tale potere creativo cosciente appartiene soltanto ai veri poeti, i quali mi risulta non siano poi così numerosi).

Ed è così che, quando un poeta si esprime in versi, fosse anche solo in occasione di una traduzione, come in questo caso, non può che dare vita a qualcosa di vivo – mi si scusi il gioco di parole - e destinato ad agire grandemente.

E allora, nuovamente, perché, mi chiedo, il “verbo eracliteo” e, ancor più, il verbo di Sri Aurobindo a riguardo, giungono a noi in questo particolare momento?

Mi pare che porsi questa domanda, anche senza necessariamente essere in grado di darle una risposta, sia di fondamentale importanza.

Eraclito non si spinse dunque oltre i due aspetti “della ragione e della forza universali” – al terzo si affacciò appena, a quanto pare. Evidentemente la connessione con “i mistici, i nostri padri originarî, pūrve pitaraḥ”, non era già più così completa, e l’efesio non poté beneficiare della visione tenera e sconfinata di Sri Aurobindo.

Noi, invece, che abbiamo l’incalcolabile privilegio di poter fruire del Suo sguardo sull’evoluzione, che conclusioni ne dovremmo trarre, e quale impulso ne potremmo ricevere?

Banalmente, a me viene da pensare: “Beh, se la mancanza del ‘terzo aspetto’, quello della ‘felicità universale agente nell’amore e nella gioia divini’, ha snaturato talmente gli altri due da condurli alle aberrazioni orrende sorte nella nostra parte di mondo, allora forse è venuto il momento di comprenderla, questa mancanza, di farlo, questo terzo passo…”.

Qualcuno già faceva presente come la stessa Rivoluzione francese, che rappresenta forse il più grande contributo della civiltà europea all’evoluzione, sia riuscita a generare vagamente soltanto i primi due dei tre ideali cui aspirava – libertà e uguaglianza -, mentre il terzo non si sarebbe ancora manifestato.

Sri Aurobindo, in due suoi aforismi - n°325 e 326 -, afferma sorridendo:

 

325 - “Freedom, equality, brotherhood,” cried the French revolutionists, but in truth freedom only has been practised with a dose of equality; as for brotherhood, only a brotherhood of Cain was founded – and of Barabbas. Sometimes it calls itself a Trust or Combine and sometimes the Concert of Europe.

325- “Liberté, Égalité, Fraternité”, proclamava la Rivoluzione francese, ma in verità solo la libertà è stata messa in pratica, con una certa dose di uguaglianza; quanto alla fraternità, solo una fraternità di Caino è stata fondata – e di Barabba. Alle volte si definisce un “patto”, oppure un “cartello”, altre, invece, il “Concerto delle nazioni unite d’Europa”.

326 - "Since liberty has failed," cries the advanced thought of Europe, "let us try liberty cum equality or, since the two are a little hard to pair, equality instead of liberty. For brotherhood, it is impossible; therefore we will replace it by industrial association." But this time also, I think, God will not be deceived.

326 – “Poiché con la libertà non ha funzionato,” affermano i più avanzati pensatori d’Europa, “proviamo con libertà e uguaglianza; oppure, dato che le due sono un po’ difficili da abbinare, l’uguaglianza invece della libertà. Quanto alla fraternità, è impossibile: la rimpiazzeremo dunque con l’associazione industriale.” Ma nemmeno questa volta, credo, Dio si lascerà ingannare.

 

Che la ‘fraternità’ ancora non si sia manifestata, sembra un fatto difficilmente discutibile: è sufficiente aprire la finestra e mettere il naso fuori casa 15 secondi per accorgersene – 20 per chi vive in luoghi più isolati; mentre se si è un poco più intuitivi e onesti, non serve nemmeno scomodarsi: è sufficiente guardare a sé stessi spassionatamente.

Osserviamo, però, che nemmeno la libertà e l’uguaglianza sono realizzate in modo poi così soddisfacente – certo: e anche un bambino capirebbe che, senza il senso di fratellanza, le prime due vanno presto a farsi benedire.

Ora, qualcuno potrebbe pensare che, siccome stiamo parlando di Occidente, si ritenga che in Oriente le cose stiano altrimenti. A scanso di equivoci, il sottoscritto specifica che considera la distinzione tra Oriente e Occidente di mera utilità pratica, utile a farsi capire quando si comunica – un po’ come quella tra destra e sinistra. D’altronde, non ci stupiremmo se sfumature differenti caratterizzassero queste ‘destra’ e ‘sinistra’ del globo: qui non entriamo nel merito della questione, anche perché non ne saremmo in grado, ma ci limitiamo ad una delle due metà – per quanto ciò sia effettivamente possibile.

Dunque, eravamo rimasti al “terzo passo”. Come già si diceva, anche un bambino capirebbe l’equazione: due passi sono stati fatti, per così dire, manca il terzo = facciamolo.

E a proposito di bambini, sovviene il frammento n°59:

 

Αἰὼν παῖς ἐστι παίζων, πεσσεύων· παιδὸς ἡ βασιληίη.

 

Il tempo è un bimbo intento a giocare
a dama, manovrando le pedine:
a un bambino appartiene il regno.

 

Curioso…

Poi, sempre a proposito di bambini, c’è un altro aforisma, questa volta di Sri Aurobindo, che viene alla memoria – il n°76:

 

Europe prides herself on her practical and scientific organisation and efficiency. I am waiting till her organisation is perfect; then a child shall destroy her.

L’Europa va tanto fiera della propria organizzazione ed efficienza pratica e scientifica. Attendo che la sua organizzazione sia perfetta, allora un bambino la distruggerà.

 

Se si tratta dello stesso infante eracliteo, beh, allora, nonostante gli eventuali effetti collaterali, cosa aspetta? Che si affretti!

Anche se, forse, sul “cosa aspetta” ci sarebbe da riflettere minimamente…

Sri Aurobindo, ad esempio, dice di aspettare “till her organisation is perfect”.

E si potrebbe anche immaginare, sempre in modo alquanto banale, che l’infante in questione stia pazientemente attendendo che qualcuno lo chiami, e lo inviti ad agire. Se intuissimo, infatti, che la distruzione che porterebbe con sé è nel nostro più profondo interesse, allora lo chiameremmo a gran voce!

Può darsi che lo sviluppo dei primi due aspetti còlti da Eraclito, “ragione e forza universali”, “coscienza e potere”, senza l’influsso del terzo abbiano prodotto qualcosa di talmente infelice e opprimente ormai, che non si può che aspirare alla distruzione di tale “organizzazione perfetta”.

Ma non si tratterebbe di una distruzione in nome del vuoto o del nulla, bensì, si suppone, funzionale al “terzo aspetto” – e a chissà cos’altro.

Sri Aurobindo, a pag. 51:

 

una interdipendenza contraddistinta dal dono di sé è il segreto celato della vita, dal quale può crescere il potere dell’amore che sostituisce la lotta e oltrepassa il rigido equilibrio della ragione. È questa la porta dell’estasi divina.

 

Non so se in questo caso Egli si stia rivolgendo all’Occidente o all’Oriente – semplicemente il Divino si esprime -; ma noi, abitanti di quella metà della Terra dove il sole tramonta, dovremmo essere particolarmente toccati, mi pare, da queste parole.

Chi più disperatamente di noi potrebbe aver bisogno del “potere dell’amore che sostituisce la lotta e oltrepassa il rigido equilibrio della ragione”?

Se non si intuisce “la felicità universale agente nell’amore e nella gioia divini”, in effetti, è facile che si venga còlti dall’impeto di distruggere, e dall’esigenza di controllare e organizzare perfettamente. Ora, però, che sono trascorsi un paio di millenni, è venuto il momento di crescere, e di muovere il terzo passo - quello che Eraclito ha lasciato a noi.

“But this time also, I think, God will not be deceived.”, avvertiva Sri Aurobindo. E noi continuiamo a ingegnarci sul come assemblare convenientemente i primi due aspetti, ad esclusione del terzo.

Fin qui, poi, lo abbiamo chiamato “terzo”, ma potremmo aver fatto male i conti… Forse è per questo che il nostro sentiero non ci ha mai condotti da nessuna parte: il passo che ci mancava, a ben vedere, era il primo.

 

If Idea embracing Force begot the worlds, Delight of Being begot the Idea. Because the Infinite conceived an innumerable delight in itself, therefore worlds and universes came into existence.

Sri Aurobindo

 

Si l’idée embrassant la Force engendra les mondes, la Joie d’Être engendra l’Idée. C’est parce que l’Infini conçut en lui-même une innombrable joie que les mondes et les univers prirent naissance.

Sri Aurobindo (trad. di Mère)

 

Se l’Idea imbracciando la Forza generò i mondi, la Gioia d’Essere generò l’Idea. È poiché l’Infinito concepì in sé stesso una gioia innumerevole, che i mondi e gli universi vennero ad esistere.