note bio-bibliografiche
Eraclito (pronuncia alla greca Eràclito; alla latina Eraclìto; in greco antico: Ἡράκλειτος, Hērákleitos, “gloria di Era”) fu un sofo greco (VI-V sec. a.C.), soprannominato per il suo stile ὁ σκοτεινός (o skoteinòs, “l’oscuro”, “il tenebroso”).
Autore dell’opera in prosa ionica (interamente soffusa da forti accenti ritmici) Περί ϕύσεως (Peri physeos - “Sulla natura”, sebbene Diogene Laerzio tenne a precisare che a tale scritto «alcuni hanno dato come titolo Le Muse, altri Sulla natura, mentre Diodoto lo definisce “la guida scrupolosa per la regola della vita” […] e per altri costituisce “ordinamento unico della vita di tutti”» (op.cit., IX.12), giunta a noi in un centinaio di frammenti o poco più (è bene comunque ricordare che, per dirla con Vittorio Macchioro, si tratta di «frammenti intenzionali, vale a dire citazioni»). Perfino chi lesse l’opera integralmente, ritenne enigmatico il suo dettato, da cui si deduce che tale stile fu del tutto intenzionale e non soltanto dovuto alla frammentarietà con cui tale opera è pervenuta a noi. Appositamente l’Efesio scelse di utilizzare un linguaggio criptico e colmo di enigmi; stando a quanto riferisce Diogene Laerzio, «decise intenzionalmente, secondo alcuni, di scriverlo in forma oscura, affinché a esso si accostassero quelli che ne avessero la capacità e affinché non fosse dispregiato per il fatto di essere alla portata del volgo» (Vite dei filosofi, IX.6). Volgo che, per lui, non si limita affatto alla massa: criticò aspramente anche l’aristocrazia (di cui era il capo simbolico, essendo il diretto discendente della stirpe dei Basilidi, che gli avrebbe conferito la carica di re, alla quale rinunciò, non solo per indole riservata e austera, ma anche per contrarietà in merito alla defezione di Efeso dalla coalizione ionica nella battaglia di Lade), nonché i più eruditi fra i suoi contemporanei, colpevoli di non aver compreso l’unitarietà del Logos e di credere di potersi considerare sapienti solo limitandosi ad accumulare nozioni (la polimatìa da lui meravigliosamente sbeffeggiata) e ad apprendere l’arte della dialettica. «Fu coraggioso e fiero come pochi altri, e ciò traspare anche dai suoi scritti» (Diogene Laerzio, op.cit., IX.1).
Peraltro, all’epoca di Eraclito l’analfabetismo era diffuso non soltanto fra le classi meno abbienti, ma anche presso le classi nobili che governavano la città; per contro, erano i commercianti e gli artigiani che avevano la maggiore dimestichezza con la tecnica del leggere e dello scrivere, avendo l’obbligo di tenere il libro dei conti relativamente all’esercizio delle loro professioni.
Eraclito, quindi, di fronte all'incapacità di comprensione vera da parte della stragrande maggioranza degli esseri umani, decise di rifarsi allo stile oracolare delfico e della Sibilla (conferendo in tal modo una decisa impronta iniziatica ai suoi scritti; non a caso, vengono ravvisati legami con la tradizione orfica e dionisiaca). Il testo, sempre a quanto presentato da Diogene Laerzio, «godette di una tale fama che alcuni se ne fecero seguaci e furono chiamati eraclitei» (op.cit., IX.4). Tale fama sarà destinata a crescere in modo esponenziale nei secoli, nel corso dei quali le sue parole vennero interpretate in guise alquanto disparate, proprio a causa del suo stile ermetico, oracolare (e fu proprio dai tentativi di esporre in modo sistematico i detti di Eraclito che derivano gli scrupoli dossografici degli antichi). Stando sempre a quanto posto da Diogene Laerzio, già nell’antichità si annoverano moltissimi pensatori che diedero interpretazioni del suo libro, tra i quali figurano Antistene, Eraclide Pontico, Cleante, Sfero lo Stoico, Pausania detto l'Eraclitista, Nicomede, Dionisio, Diodoto, Ieronimo e Scitino (op.cit., IX.5). In ogni caso, i più grandi intelletti europei furono influenzati dalle sue intuizioni, che per alcuni di essi si fecero determinanti – tra questi ultimi, figurano nomi di primario rilievo nell’ambito della filosofia, come Platone, Hegel, Nietzsche.
La vita di Eraclito non è meno avvolta nell’oscurità della sua opera: assai sparute le notizie che abbiamo su di lui. Nasce a Efeso nel 535 a.C. da una famiglia aristocratica: Blosone, suo padre, è un discendente di Androclo, fondatore della città. Nonostante le origini nobili, Eraclito non si mostra interessato a fama, potere e ricchezza e sebbene abbia diritto, in quanto primogenito, al titolo onorifico di quella carica che ai suoi tempi costituiva la massima autorità di βασιλεύς (basileùs), ovvero di re-sacerdote, vi rinuncia in favore del fratello minore. Successivamente, egli declina l’invito a corte di Dario Istaspe, re di Persia, disposto a tributargli grandi onori dopo aver letto il suo libro (rispondendogli che, «mentre tutti quelli che vivono sulla terra sono condannati a restare lontani dalla verità a causa della loro miserabile follia, io sono immune dal desiderio e rifuggo ogni privilegio» [Diogene Laerzio, Vite dei filosofi]; inoltre, convince (attirandosi le critiche degli efesini del tempo, avidi e ambiziosi) il tiranno Melancoma a abdicare per andare a vivere nei boschi, a diretto contatto con la natura. Egli stesso si ritira a vita solitaria nel tempio della dea Artemide, dove scrive e deposita la propria opera (l’aver scelto di depositare il suo libro nel tempio enfatizza peraltro il suo temperamento aristocratico, essendo un gesto volto a proteggere i suoi scritti dalla massa degli umani). Trascorre gli ultimi anni della sua vita in mezzo ai monti, cibandosi di sole piante, adottando quindi una dieta strettamente vegetariana, prima di lasciare il corpo nel 475 a.C., all’età di sessant’anni. «Che egli non apprezzasse l’amore per il potere, che facilmente conduceva le grandi famiglie alla prevaricazione, sarebbe indicato dalla sua amicizia con Ermodoro, probabilmente un esimneta come Plutarco di Mitilene.» (Carlo Diano). Ermodoro (‛Ερμόδωρος, Hermodōrus) fu un magistrato supremo (esimnèta, per l’appunto) con pieni poteri, condannato all’esilio per le sue idee politiche e sociali contrarie a quelle in voga a Efeso a quel tempo.
Nella sua opera, Eraclito affronta quel complesso di problemi che alla incipiente riflessione erano posti dalla arcaica convinzione di una immediata congruenza e corrispondenza tra la realtà, il pensiero in cui la realtà è concepita e il linguaggio in cui si esprime il pensiero della realtà. “Nome” e “natura” sono quindi aspetti egualmente oggettivi di qualsivoglia realtà fenomenica. Ciascuna realtà può essere se stessa unicamente opponendosi alle altre, in un'eterna guerra che è la madre di tutte le cose, il lògos del mondo. Detto lògos è immutabile, ma assume forme mutevoli -
«Οὐκ ἐμοῦ, ἀλλὰ τοῦ λόγου ἀκούσαντας ὁμολεγεῖν σοφόν ἐστιν ἒν πάντα εἰδέναι.»
La seguente traduzione, in endecasillabi, è da ascrivere a Tommaso Iorco (come tutte quelle presenti nella nostra pubblicazione, rigorosamente in versi poetici):
«Al lógos non a me prestando ascolto,
è saggio addivenire a riconoscere
l’Uno in tutto quanto l’esistente.» (frammento n° 2).
Come ha osservato Giorgio Colli, il verbo εἰδέναι (eidénai) qui utilizzato, indica preminentemente un congetturare per immagini, un intuire. Tale analisi filologica evidenzia quella peculiare tensione del mondo greco antico a legare l’atto stesso della conoscenza con quello della visione. È in questo senso che Platone userà il termine εἶδος (eìdos) per enfatizzare il carattere mnemonico della conoscenza sensibile: infatti, il conoscere è, per Platone, risvegliare nell’anima dell’uomo l’idea di ciò che è stato già visto in un iperuranio ideale, esterno al mondo sensibile, in cui l'anima si trovava (contemplando e vedendo quelle idee) prima di incarnarsi nel corpo materiale. Emerge così, alla luce di queste precisazioni, la natura stessa del lògos eracliteo: è il senso del tutto che permea il tutto, rivelandosi indirettamente e rendendosi afferrabile tramite intuizione.
Il famoso frammento eracliteo secondo cui non possiamo tuffarci due volte nello stesso fiume, più che sottolineare lo scorrere delle acque mette in risalto il contrasto fra questo scorrere e il permanere del nome del fiume. Tale motivo dell'universale concordia discors, della «bellissima armonia», che nasce dalla discordia, è uno dei filoni centrali della storia della metafisica classica. L’unità degli opposti fra loro in tensione è il logos, la ragione profonda dell’universo: il Dio. Manifestazione concreta di questo logos è il fuoco, che trasforma e si plasma negli altri elementi del mondo. Stabile ed eterna è invece l’unità, l’Uno divino, anima ed essenza di tutte le cose.
Ed è proprio la dottrina dei contrari che fa di Eraclito il fondatore di una logica degli opposti, antitetica a quella aristotelica e fondata sulla legge del divenire della realtà. In essa, infatti, tesi e antitesi (essere e non-essere) sono una sintesi contraddittoria e permanente nella realtà che solo così può divenire, attraverso i suoi due coessenziali aspetti («nello stesso fiume scendiamo e non scendiamo»; «siamo e non siamo»); antitetica alla logica aristotelica in quanto opposta al suo principio di non contraddizione e del terzo escluso.
Eraclito è comunemente passato alla storia come il “filosofo del divenire” (doppio fraintendimento: considerarlo un filosofo, anziché un autentico sofo, e alienarlo dall’Essere, da cui il Divenire deriva) legato al motto «tutto scorre» (πάντα ῥεῖ, pánta rhêi), ma in realtà il famoso detto non è attestato nei frammenti giunti fino a noi ed è probabilmente da attribuirsi al suo discepolo Cratilo che svilupperà il pensiero del maestro, estremizzandolo. In ogni caso, la formula lessicale “panta rei” verrà coniata e utilizzata la prima volta da Simplicio. «Per Eraclito le cose non hanno realtà se non appunto nel perenne divenire. È questo senza dubbio l’aspetto della dottrina di Eraclito divenuto più celebre, tosto fissato nella formula “tutto scorre”» (Giovanni Reale, da Il pensiero antico). «Eraclito avrà ragione in eterno nell'affermare che l'essere è una vuota finzione. Il mondo "apparente" è l’unico mondo: il "vero mondo" è solo un’aggiunta mendace.» (Friedrich Nietzsche, Il crepuscolo degli idoli). Così è stato travisato Eraclito il sofo (“colui che sa”, il vero saggio), dai filosofi (ovvero, quanti, per loro stessa ammissione, non sono “né ignoranti né saggi”).
Secondo Plotino (altro sofo greco), «Eraclito seppe che l’Uno è eterno e spirituale: poiché solo ciò che è corporeo diviene eternamente e scorre» (Enneadi, V, 9). Anche mistici cristiani come Meister Eckhart e Nicola Cusano poterono far propria la concezione eraclitea degli opposti, collocandola su un piano trascendente e soprarazionale: per costoro infatti, mentre sul piano immanente della vita quotidiana continuano a valere i principi della razionalità sillogistica, in Dio si troverebbe invece la comune radice di ciò che appare contraddittorio alla semplice ragione, perché in Lui è presente quell’unità degli opposti che esplicandosi e materializzandosi nel mondo giunge poi a diversificarsi.
Alcuni studiosi hanno ipotizzato analogia fra “l’unità dei contrari” che emerge nel pensiero di Eraclito e la polarità tipica del taoismo cinese. Notevoli sono le consonanze anche sul tema dell'impermanenza. Eraclito afferma che «nello stesso fiume entriamo e non entriamo», che «il fiume in cui entrano è lo stesso, ma sempre altre sono le acque che scorrono». Per il taoismo «sotto il cielo tutto affonda e riemerge senza mai perire» e «un turbine di vento non dura una mattina, un rovescio di pioggia non dura una giornata. Chi opera queste cose? Il Cielo e la Terra. Se perfino il Cielo e la Terra non possono persistere, tanto più lo potrà l'uomo?». Pure sulla relatività le idee combaciano. Eraclito scrisse: «Il mare è l'acqua più pura e la più contaminata: i pesci la bevono e li tiene in vita, agli uomini è imbevibile e dà morte». Per Chuang Tzu «i pesci vivono stando nell’acqua, gli uomini stando nell’acqua muoiono».
Oltre al taoismo, e in misura decisamente maggiore, sono ormai evidenti i collegamenti con il mondo arya (Iran e India). Non è solo il taoismo a proclamare che l’universo è senza inizio e senza fine, ma anche la sapienza indiana. Secondo Eraclito «questo cosmo né alcuno degli dèi lo fece né alcuno degli uomini, ma fu sempre, ed è e sarà, fuoco di eterna vita, che si accende con misura e si spegne con misura». Secondo Chuang Tzu «non vi è passato né presente, non vi è principio né fine». Secondo le Upanisad, l’universo è ananta (senza principio) e anadi (senza fine).
«Di origine chiaramente iranica sono la dottrina eraclitea del fuoco e delle sue trasformazioni negli altri elementi, come la teoria dell’unità degli opposti, la quale alluderebbe alle stesse trasformazioni del fuoco, e la teoria di un Dio saggio, che è separato da tutto e tutto governa. La sacralità del fuoco è stata infatti molte volte affermata dalla religione zoroastriana, e la stessa concezione eraclitea del Sole come un bacile pieno di fuoco ricorda l’altare del fuoco di Zoroastro. Il reciproco scambio degli elementi, poi, deriverebbe addirittura dalla teoria della nascita e della morte presente nelle Upanisad. A proposito di Eraclito, dunque, si può affermare che il suo pensiero conserva chiare tracce di influenza derivante dall’India, sicuramente attraverso la Persia.» (Martin Litchfield West, La filosofia greca arcaica e l’Oriente).
Concludiamo con una nota artistica: nel celeberrimo dipinto della Scuola di Atene, Raffaello Sanzio raffigura Eraclito isolato e intento a scrivere (con le fattezze di Michelangelo Buonarroti).