Personalmente, ritengo Eraclito efesio (535 - 475 a.C.) e Apollonio rodio (295 - 215 a.C.) i due sofi più affascinanti della Grecia, così come considero Eschilo eleusino (525 - 426 a.C.) il più grande tragico. È quindi con estremo trasporto e con il massimo coinvolgimento che ho deciso di curare la realizzazione (ivi compresa la pubblicazione) di quest’opera.
Nel preparare la traduzione dell’incomparabile saggio Heraclitus di Sri Aurobindo, ho seguito una metodologia già da me ampiamente sperimentata nel corso della traduzione (notevolmente più ponderosa, in effetti) della Ṛgveda Saṃhitā. Accingendomi a tradurre l’antico Veda, infatti, cercai di applicare le indicazioni apprese dall’impareggiabile studio contenuto nei vari lavori di esegesi rigvedica compiuti da Sri Aurobindo (tre in particolare: Il segreto dei Veda - L’origine del linguaggio - Hymns to the Mystic Fire), estendendole a tutti i 1028 inni e non soltanto ai 331 da lui presi in considerazione. Nel caso di Eraclito, pertanto, dopo avere tradotto il testo suddetto di Sri Aurobindo, ho tentato similmente di ampliare le sue delucidazioni – che svelano finalmente e definitivamente gli arcani più criptici dell’ellittico efesio – in modo da arrivare a comprendere tutti i 148 frammenti, cercando di tradurli nel modo più opportuno e, quando necessario, apponendo qualche breve nota esplicativa a piè di pagina. In pratica, Sri Aurobindo ha illustrato 35 apoftegmi (quelli più criptici, o comunque maggiormente fraintesi); gli altri 113 ho cercato di tradurli seguendo i medesimi canoni di decodifica intuitiva. Lavoro non meno complesso della traduzione rigvedica, sebbene dal punto di vista strettamente quantitativo, con ogni evidenza, assai più ristretto. In entrambi i casi, inoltre, ho scelto di avvalermi dell’endecasillabo, per restituire almeno un poco quell’afflato ritmico cui i testi originali meravigliosamente riboccano. Il Ṛgveda è un testo di superlativa poesia, e i frammenti di Eraclito sono soffusi di un vivido soffio poetico.
Moltissimi studiosi hanno tentato di cogliere il senso vero degli enigmi oracolari di Eraclito, ma tutti quanti – da Socrate fino ai giorni nostri – hanno ammesso (con ammirevole onestà intellettuale) di essersi lasciati sfuggire l’essenza più profonda. In questo breve e illuminante saggio, Sri Aurobindo (esattamente come avvenuto in ambito rigvedico, per l’appunto) mette a disposizione di noi tutti le chiavi per accedere alla comprensione più vera e più profonda degli apoftegmi di colui che fu il più oscuro e al contempo il più radioso sofo greco.
Kapali Shastry, celebrato paṇḍita indiano, definì con felice acume i lavori di Sri Aurobindo in ambito rigvedico con il termine sanscrito di siddhaṅjanā (सिद्धाञ्जना): vale a dire, il “collirio” atto a ripulire i nostri occhi da tutte le interpretazioni più o meno depistanti elucubrate nel corso dei millenni, accumulatesi quali impurità che impediscono la visione diretta e chiara. Ebbene, alla medesima stregua, non ho alcuna esitazione nel definire questo saggio su Eraclito con l’appellativo greco di stagònes gia ta màtia (σταγόνες για τα μάτια) [collirio oftalmico]!
In modo del tutto analogo al Ṛgveda, i frammenti eraclitei contengono almeno due livelli sovrapposti e concomitanti: l’essoterico e l’esoterico – e l’uno non contraddice minimamente l’altro, semmai lo completa. Per esempio, il frammento n° 65 recita:
τοῖς ἐγρηγορόσιν ἕνα καὶ κοινὸν κόσμον εἶναι, τῶν δὲ κοιμωμένων
ἕκαστον εἰς ἴδιον ἀποστρέφεσθαι.
Da me trasposto mediante una coppia di endecasillabi (il primo a minore, il secondo a maiore):
«Uno e comune ai risvegliati è il cosmo,
mentre ciascun dormiente involge al proprio.»
Il senso esplicito è di un’evidenza lampante: quando siamo svegli, noi umani condividiamo tutti un medesimo mondo, una medesima realtà materiale oggettiva; mentre quando siamo immersi nel sonno, ciascuno di noi entra in peculiari stati di coscienza onirici, per lo più soggettivi. Se fosse tutto qui, se Eraclito non avesse voluto comunicare null’altro, l’evidenza di una tale affermazione sfiorerebbe l’ovvietà. Ma la costruzione della frase, i termini utilizzati, l’atmosfera complessiva del frammento, nonché l’allusione soggiacente, lasciano chiaramente intendere che egli si riferisse alla differenza sostanziale esistente fra i ‘risvegliati’ (coloro cioè che si sono destati alla percezione dell’Uno eterno – l’Assoluto, la Realtà suprema) e i ‘dormienti’ (gli esseri umani comuni, unicamente fissi sulla parvenza delle cose, sulla realtà transitoria di facciata). Le nostre traduzioni cercano costantemente di restituire tale doppio senso, in modo tale che chiunque possa coglierlo (chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la scrittura oracolare o mistica, per lo meno).
Pure il frammento n° 41 risulta istruttivo in tal senso:
εἰ μὴ ἥλιος ἦν, εὐφρόνη ἂν ἦν.
Che ho tradotto ricorrendo (eccezionalmente) a una coppia di settenari (o, se si preferisce mantenere la traduzione su un’unica riga, come nell’originale, un unico verso alessandrino) –
«Se non vi fosse il sole, prevarrebbe la tenebra.»
Anche in questo caso, Eraclito non può essersi limitato ad attestare un fatto palese a chiunque; l’allusione al dio Apollo (auriga del cocchio del sole, la cui luce illumina il mondo spirituale dell’antica Grecia) è implicita e ineludibile.
Ma l’esempio forse più emblematico in tal senso è costituito dal frammento n° 37:
ὁδὸς ἄνω κάτω μία καὶ ὡυτή.
Come di consueto, mi sono avvalso di una coppia di endecasillabi (il primo a minore, il secondo a maiore):
«La via del basso e la strada dall’alto
sono soltanto una e la medesima.»
Il significato essoterico è di una banalità quasi imbarazzante: la strada in discesa è, percorrendola in senso contrario, in salita. Davvero il sommo Eraclito non intendeva esprimere null’altro, oltre alla relatività dell’umana percezione? Sri Aurobindo dedica diverse pagine (l’intero quarto capitolo, in effetti) all’esatto significato di questo apoftegma che, alla luce di tali spiegazioni, mostra di esprimere una delle verità più profonde colte dall’efesio per vie intuitive. Come al solito, per apprezzare appieno le verità espresse in un testo di tale portata, occorre analizzarlo in modo meticoloso, organico e complessivo: ogni singola affermazione va contestualizzata e inserita nell’insieme. Trattandosi di frammenti, ritagliarli ulteriormente sarebbe a dir poco inopportuno da parte del lettore interessato a ‘com’prendere per davvero!
Troppo sovente ci si è soffermati esclusivamente sul senso essoterico degli assiomi dell’efesio (e non soltanto nei tempi moderni: già Diogene Laerzio lamentava tale tradimento, identificando in Teofrasto il primo falsificatore in senso essoterico di alcune sentenze eraclitee), ma i tempi sono ormai maturi per cogliere appieno il contenuto esoterico (parola di derivazione greca, peraltro: ἐσώτερος, “interiore”). I più esimi studiosi di Eraclito degli ultimi decenni hanno indicato la direzione da intraprendere. Indubbiamente, il volume da noi curato costituisce in tal senso un punto di arrivo – ma il merito, ovviamente, va a Sri Aurobindo.
Tommaso Iorco