S A V I T R I

- traduzioni a confronto -

(a cura del CENTRO STUDI arya)

Savitri, il capolavoro mantrico di Sri Aurobindo — poema epico di quasi 24.000 versi — è stato scritto, fra il 1910 e il 1950, in lingua inglese. E non poteva essere diversamente, essendo essa ormai la lingua internazionale per eccellenza: è infatti sintomatico che l’Epopea dell’avvenire utilizzi la lingua più diffusa sul pianeta.
Nel corso del XX secolo, infatti, l’inglese è divenuto la lingua franca per eccellenza, abbattendo la precedente supremazia del francese che, a sua volta, aveva sostituito l’italiano e il latino a fini di comunicazione diplomatica e scientifica. L’inglese è, oggi, anche strumento per la comunicazione fra etnie prive di connessioni culturali, scientifiche o politiche. Si calcola che i parlanti inglese come lingua madre siano circa 350 milioni nel mondo, i parlanti come seconda lingua (cioè accanto alla lingua nazionale o nativa) circa 300 milioni, i parlanti come lingua straniera, circa 100 milioni (cifra, quest’ultima, destinata a crescere notevolmente).

Ciò nonostante, già parecchie traduzioni di Savitri sono state effettuate in questi anni.
L’edizione critica dell’epopea è appena del 1994 (mentre la prima edizione risale al 1951), eppure esistono oggi in varie parti del pianeta traduzioni pubblicate in varie lingue — ben diciotto, per l’esattezza. Segno, certamente, dell’enorme interesse che tale creazione poetica suscita nel mondo intero, e della sua eccezionale vitalità.
Da quanto ci risulta, nessun altro testo poetico di proporzioni altrettanto vaste ha conosciuto un numero di traduzioni altrettanto cospicuo in un arco di tempo così breve dalla pubblicazione del testo originale.

Se poi dovessimo produrre un elenco di tutti i testi scritti su Savitri (saggi, introduzioni, studi e simili), la lista sarebbe davvero lunghissima, soprattutto in lingua inglese. In italiano esiste un bel saggio introduttivo — davvero ammirevole per brevità e densità e per chiarezza espositiva — intitolato Savitri, l’epopea della vittoria sulla morte di Sri Aurobindo, a cura di Tommaso Iorco (I edizione: Sarva, 1995; II ediz.: Tapas, 2005; III ediz.: La Calama, 2014).

Ma, tornando alle traduzioni, vorremmo soffermarci qui su quelle finora pubblicate, offrendo anche il verso di apertura nelle varie lingue, partendo ovviamente dall’originale (riportato qui anzitutto nella versione manoscritta dell’Autore), la cui vibrazione mantrica è davvero sublime e che apre nel modo migliore questo straordinario poema epico, stracolmo di bellezza e della più alta rivelazione —

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It was the hour before the Gods awake.


Mère stessa aveva intenzione di effettuare una traduzione integrale di Savitri in francese, sebbene esistano purtroppo solo alcuni passaggi da lei tradotti (compresi in un volume dal titolo: Savitri, passages traduits par la Mère), ovvero i quattro Canti del Libro decimo (The Book of the Double Twilight, ‘Il Libro del Doppio Crepuscolo’, tradotto quasi per intero) che a Mère interessava particolarmente, essendo imperniato sul confronto tra Savitri e il Signore della Morte, oltre a vari frammenti (dal primo, dal sesto e dall’undicesimo Libro). Come si diceva, era intenzione di Mère tradurre integralmente l’epopea, concentrandosi su un singolo verso al giorno, con le prerogative che lei stessa illustra nella sua Agenda (vedi tomo IV: 30.1.1963 e 10.7.1963; tomo VI: 11.5.1965; tomo VII: 16.4.1966).
Satprem, anni dopo, ha tradotto quasi per intero l’epopea (la sua traduzione è stata pubblicata fra il 1996 e il 2004 in otto volumetti contenenti undici dei dodici Libri complessivi — i versi conclusivi dell’undicesimo e tutto il dodicesimo, purtroppo, non sono stati tradotti); la traduzione di Satprem è molto suggestiva nella sua semplicità e immediatezza, benché carente dal punto di vista del ritmo poetico. Inoltre, l’edizione (non eccellente da un punto di vista grafico, benché piuttosto cara — molto fastidioso risulta il punto ortografico, avente una dimensione sproporzionata, superiore di almeno una decina di misure a quella del carattere utilizzato) non è affiancata dal testo originale.
In francese esiste inoltre una edizione integrale, realizzata da Raymond Thépot con la sua consueta serietà e competenza; anch’essa, tuttavia, è assai debole nel ritmo e priva del testo inglese a fronte.

C’était l’heure avant l’éveil des Dieux.

Il francese è la sesta lingua più parlata al mondo, ma la seconda per diffusione, dopo l’inglese, per numero di paesi: Francia, Canada (principalmente nella provincia del Québec), Belgio, Svizzera e in tutte le ex-colonie francesi. Per circa 78 milioni di persone è lingua nativa, mentre per circa 100 milioni è la seconda lingua. È lingua ufficiale in circa 53 paesi e in svariate comunità e amministrazioni. Attualmente il francese resta la seconda lingua più insegnata al mondo (90 milioni di studenti e insegnata da circa 800 mila insegnanti), preceduta dall’inglese.


L’edizione in tedesco ha il pregio di avere il testo originale a fronte che, come abbiamo avuto modo di ribadire in altri articoli parlando di traduzioni di poesia, è per noi una conditio sine qua non. Realizzata nel 1989 da Hans Peter Steiger con l’aiuto di Ruth Steiger e di una ristretta équipe di lavoro, riveduta attentamente in vista della seconda edizione del 2005 (di ottima fattura editoriale, con una bella copertina in cartonato rivestito in tessuto e una rilegatura di grande robustezza), questa traduzione possiede eleganza e misura. Pur non essendo una lingua particolarmente musicale, il tedesco non è del tutto avverso al tono epico, grazie alla presenza di questo stile poetico fin dalle prime saghe nordiche, in seguito rivitalizzato dal genio di Goethe e dai moderni.

Es war die stunde bevor die Götter wach.

Il tedesco, con circa 112 milioni di parlanti distribuiti in 38 stati, è una lingua pluricentrica come l’inglese. È parlato come prima lingua e riconosciuto come lingua ufficiale in Germania, Austria, Lussemburgo, Belgio (cantoni orientali), Liechtenstein e Svizzera (cantone bernese). In Italia è parlato in Alto Adige (Sud Tirolo) e nella Val Canale in Friuli-Venezia Giulia (inoltre dialetti ascrivibili alla famiglia linguistica del tedesco sono parlati da minoranze di alcune regioni del nord Italia). Il tedesco è anche parlato in parti della Romania, della Polonia (Voivodato di Opole), dell’Alsazia e della Lorena (Francia) e negli Stati Uniti negli stati di New York, Pennsylvania e Ohio soprattutto. Anche innumerevoli nazioni, ex possedimenti coloniali della Germania, come per esempio la Namibia, hanno una significativa percentuale della popolazione che ancora oggi parla la lingua tedesca.


L’italiano ha due edizioni: una realizzata da noi nel 2011 e una da Paola De Paolis nel 2000. Effettuare una valutazione critica fra queste due traduzioni sarebbe per noi oltremodo imbarazzante e ci limitiamo quindi a dare una serie di informazioni. L’edizione curata da Paola De Paolis, in due volumi, non è poetica ed è sprovvista di testo originale; contiene una lunga introduzione e diverse note in appendice; il costo complessivo dei due volumi è di euro 53,20 per un totale di 1240 pagine. La nostra edizione ha un taglio completamente diverso: innanzitutto, è corredata di testo originale inglese a fronte, come nostra precisa consuetudine per la poesia; la traduzione, inoltre, realizzata dal poeta Tommaso Iorco, utilizza una particolare struttura polimetrica e sfrutta quindi la ricchissima metrica italiana (tra i versi utilizzati figurano l’endecasillabo, l’alessandrino, il dodecasillabo e altri ancora — con sporadico ricorso all’ipermetro); questo espediente ha contribuito a rendere il testo estremamente fluido e vibrante (ha ottenuto diversi riconoscimenti tra gli addetti ai lavori, siano essi critici poetici o appassionati di Sri Aurobindo). Il costo è di euro 50 per un totale di 1472 pagine rilegate in un unico volume. Per il verso di apertura è stato utilizzato il doppio ottonario (maestoso e solenne, adattissimo per aprire l’epopea e peraltro molto usato da Giosuè Carducci in componimenti poetici di contenuto storico proprio per il suo movimento ampio e fluido) —

Era l’ora che precede il risveglio degli Dei.

Come è noto, oltre che in Italia, l’italiano è lingua ufficiale della Repubblica di San Marino, della Svizzera, della Città del Vaticano e dell’Ordine di Malta. È seconda lingua ufficiale, dopo il croato, nella Regione Istriana (Croazia) e, dopo lo sloveno, nelle città di Pirano, Isola d’Istria e Capodistria in Slovenia. È inoltre diffuso in alcune aree dei paesi mediterranei e nelle comunità di origine italiana nei diversi continenti. E, come se non bastasse, è ancora parlato, assieme alle varianti venete, in alcune zone costiere della Dalmazia. Le stime valutano che il numero complessivo degli italofoni nel mondo si situa fra i 70 milioni (definiti come parlanti) e i 120 milioni (indicati come bacino d’utenza). In Brasile l’italiano è riconosciuto lingua etnica della popolazione di Santa Teresa e di Vila Velha, due comuni dello stato dell’Espírito Santo, e come tale sarà ora insegnato come seconda lingua obbligatoria in tutte le scuole comunali. In Francia l’italiano è compreso da buona parte della popolazione della Corsica e del Nizzardo. La buona conoscenza dell’italiano in Albania è principalmente dovuta a emittenti televisive e radiofoniche italiane, oltre che alle continue migrazioni. Fuori dei confini europei, l’idioma era diffuso anche nelle ex-colonie italiane in Africa: Libia, Eritrea, Etiopia e Somalia, ma ha sperimentato un costante calo già dalla fine della Seconda guerra mondiale e attualmente solo in alcune aree della Somalia e nella capitale dell’Eritrea, Asmara, viene parlato come seconda lingua.


Particolari cure sono state impiegate anche nel realizzare la traduzione in nederlandese, pubblicata nel 2013, in due volumi aventi una bella copertina rigida (e sovracoperta), provvisti di testo originale a fronte. La traduzione è firmata da Martin Schreurs. Tale lingua (volgarmente conosciuta in Italia con l’impreciso e troppo limitativo nome di olandese o, prima ancora, fiammingo), oltre a essere diffusa come lingua materna e ufficiale nei Paesi Bassi e nel Belgio (insieme al francese e al tedesco) e oltreuropa nei paesi che presto menzioneremo, costituisce l’idioma da cui la lingua afrikaans (parlata in Sudafrica e in Namibia) è nata, rappresentando quest’ultima una derivazione diretta del nederlandese del Seicento, da cui si è evoluta parallelamente in modo autonomo — sicché l'apprendimento fluente del nederlandese (termine coniato dall'originale Nederlanse) è molto semplice per un locutore di afrikaans e le due lingue presentano un buon grado di mutua intelligibilità; questo significa che tale traduzione può essere facilmente compresa anche dagli abitanti del Sudafrica, il che la rende a noi particolarmente cara, in memoria di quelle battaglie per la conquista dei diritti civili dei neri sudafricani di cui un grand’uomo come Nelson Mandela è diventato meritoriamente il simbolo (purtroppo non più vivente quando la traduzione venne alla luce!). Ecco come suona il primo verso tradotto:

Het was het uur aleer de Goden ontwaken.

La lingua nederlandese, fuori dall'Europa, costituisce la lingua ufficiale dello stato sudamericano del Suriname (in quanto ex colonia dei Paesi Bassi), dove negli ultimi decenni si è evoluta da lingua seconda a lingua principale. È inoltre ufficiale, e parlata in questo caso come lingua seconda, nei territori caraibici del Regno dei Paesi Bassi (Aruba e Curaçao) dove la lingua materna è il papiamento, e Sint Maarten dove la lingua materna è l'inglese. In Indonesia la lingua ha un certo rilievo dal punto di vista storico (l'Indonesia fu possedimento dei Paesi Bassi per circa tre secoli, dal XVII secolo, fino al 1949) e viene ancora oggi utilizzata in qualche misura. In sintesi, il nederlandese conta circa 23 milioni di parlanti in tutto il mondo, oltre ai 16 milioni di persone parlanti l’afrikaans di cui abbiamo discusso.


Anche lo spagnolo possiede una sua edizione, del 2005, che tuttavia è in fase di completamento, a cura di Kevala (pseudonimo sanscrito utilizzato da uno spagnolo). Forse si tratta di una traduzione un po’ troppo letterale nel complesso, piena di scrupoli reverenziali che, per quanto comprensibili, la ingabbiano in una costruzione eccessivamente rigida; non manca tuttavia di momenti di grazia in cui il verso assume la giusta ariosità e spontanea freschezza. Forse il lavoro risente anche del fatto che la poesia spagnola si sia affermata, nel corso dei secoli, soprattutto nel volo lirico a detrimento del tono epico, sebbene anche da un punto di vista strettamente lirico si sarebbe potuto levigare il testo con maggiore perizia.

Era la hora que precede al despertar de los Dioses.

Lo spagnolo è la quarta lingua più parlata al mondo (417 milioni) in termini assoluti mentre è la seconda come lingua madre (dopo il cinese). Per quanto riguarda le varietà linguistiche, ogni paese ha un suo modo particolare di parlare lo spagnolo. Oltre che in Spagna, è lingua ufficiale in: Argentina, Bolivia, Cile, Colombia, Costa Rica, Cuba, Repubblica Dominicana, Ecuador, El Salvador, Filippine, Guatemala, Guinea Equatoriale, Honduras, Messico (de facto), Nicaragua, Panamá, Paraguay, Perù, Porto Rico, Uruguay, Venezuela. Inoltre ha una significativa diffusione in: Andorra, Belize, Gibilterra, Stati Uniti, Brasile.


Nel 2011 è stato pubblicato il primo volume della traduzione in portoghese. Tale volume è interamente dedicato al Primo Libro che, in portoghese, titola O Livro do Princípio. La traduzione, realizzata da Martha Maria Pereira, è scrupolosa; forse, si poteva riuscire a trasporre alcuni termini in portoghese, anziché limitarsi a riportarli in inglese (griffinarchmason…), anche laddove non esistono gli esatti corrispondenti mitologici, ma si tratta evidentemente di eccesso di scrupolo. Il volumetto, stampato in Brasile (a Rio de Janeiro), non reca il testo originale a fronte.

Era a hora antes do despertar dos Deuses.

Con i suoi 240 milioni di parlanti nativi, il portoghese è la sesta lingua più parlata al mondo: è la lingua madre ufficiale in Portogallo, Brasile, Angola, Guinea-Bissau, Guinea Equatoriale, Capo Verde, São Tomé e Príncipe, Macao (accanto al cinese), Timor Est (insieme al tetum, lingua austronesiana molto influenzata dal portoghese), ed è la lingua più usata in Mozambico. È un’importante lingua minoritaria in Andorra, Germania, Lussemburgo, Paraguay, Svizzera e Sudafrica, come pure nella Repubblica Democratica del Congo, in Malawi, in Namibia (dato che i rifugiati angolani costituiscono circa il 20% della popolazione), in Zambia e nello Zimbabwe (nell’Africa subsahariana il portoghese è in crescita). Esistono, inoltre, comunità parlanti portoghese in molte città e regioni del mondo, come per esempio Parigi, Tokyo, Boston, New Jersey, Miami, le Province argentine di Corrientes, Misiones, Entre Ríos e Buenos Aires, in India (Goa, Damão, Diu, Korlai) e nello Sri Lanka, in Malesia e in Indonesia. È una delle lingue ufficiali dell’Unione Europea, del Mercosul e dell’Unione Africana (e una delle tre lingue internazionali del lavoro — con francese e inglese).


La traduzione integrale in catalano è stata pubblicata nel 2011. Il volume, stampato a Tortosa (nella Spagna catalana), è stato tradotto da Kqè. La pubblicazione si presenta bene (la carta presenta uno spessore piuttosto inconsueto), pur non avendo il testo originale a fronte. La traduzione risulta scorrevole, sebbene l’inserimento di uno spazio che separa ogni gruppetto di versi in conclusione di ogni periodo crea una strana sensazione di discontinuità grafica che Sri Aurobindo non aveva certo previsto.

Era l’hora abans del despertar dels Déus.

La lingua catalana è una lingua romanza parlata da oltre 9 milioni di persone in Spagna, Francia, Andorra (che è il solo stato del mondo in cui è l’unica lingua ufficiale) e, in Italia, Alghero (lingua minoritaria co-ufficiale con l’italiano). A questi vanno aggiunti circa 350.000 parlanti residenti nelle zone in cui il catalano non è considerato idioma autoctono (per la maggior parte in Europa e America Latina). Nella regione spagnola della Comunità Valenzana è parlata una variante del catalano con numerose sub-varianti, mentre nelle isole Baleari è diffusa un’ulteriore variante. Durante il dominio aragonese, questa lingua ha tra l’altro influenzato parecchi dialetti italiani (il sardo, in particolare) e, a sua volta, è stata influenzata dall’italiano. Dal 2005 è stata riconosciuta come lingua co-ufficiale dell’Unione Europea.


Per concludere con le lingue europee e avvicinarsi all’Asia, la traduzione in russo è stata pubblicata in un arco di tempo compreso tra il 2006 (primo volume) e il 2013 (quarto e ultimo volume). Il traduttore è D. B. Melyunob. Come l’edizione tedesca, ha il pregio di riportare il testo originale a fronte dei bei caratteri cirillici. La traduzione (a detta dei conoscitori del russo) è piuttosto discontinua, alternando — non senza una certa artificiosità letteraria — passi in cui si tenta di tradurre poeticamente ad altri in cui si è preferito utilizzare la prosa. Complessivamente, comunque, pare si tratti di una buona traduzione.

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Il russo è la lingua madre della maggioranza della popolazione della Russia e di parte della popolazione in quasi tutti i paesi ex-sovietici. Si stima che il russo sia parlato da 180 milioni di persone come lingua madre, e da altri 120 milioni come seconda lingua. Si tratta quindi di una delle lingue più parlate nel mondo. Oltre che in Russia, si parla ufficialmente in: Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Abcasia, Ossezia del Sud, Moldavia (Gagauzia e Transnistria), Romania (Distretto di Tulcea).


Passando alle varie lingue dell’India, la prima traduzione da segnalare è senz’atro quella realizzata in sanscrito. Purtroppo è ben lungi dall’essere integrale, tuttavia merita una speciale menzione, essendo il sanscrito una lingua così antica e al tempo stesso ancora così praticata in India (e studiata con sempre maggiore interesse nel mondo, soprattutto da quando gli studiosi hanno iniziato a considerarla la più antica fra le lingue sopravvissute dell’antichità). Il traduttore è uno dei più grandi sanscritisti del Novecento, oltre che prolifico poeta (in sanscrito!) e venerato maestro tantrico: Kapali Shastry. Si cimentò nell’opera fin da quando alcuni stralci dell’epopea vennero pubblicati in anteprima su una rivista, nel 1948; la prima pubblicazione di questa traduzione risale al 1954. Il testo vibra in modo particolarmente suggestivo e pare perfino contenere qualcosa del mantrashakti originale.

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Il sanscrito è un idioma ufficiale dell’India, dalla quale derivano in buona sostanza le moderne lingue del paese; il termine samskrta significa “perfetto” e l’alfabeto che utilizza è noto come devanagari (“il linguaggio degli dèi”). Il ruolo di questa lingua nella cultura indiana è simile (se non superiore) a quello del latino e del greco antico in Europa. In sanscrito furono composti molti testi dell’antichità, a partire dai Veda; ma c’è ancora chi (come lo stesso Kapali Shastry) pubblica testi in sanscrito. Si distingue, solitamente, tra sanscrito vedico e sanscrito classico, più tardo, nel quale furono scritte le grandi epiche indiane Mahabharata e Ramayana. Ancora oggi è parlato in: India, Nepal, Bangladesh e altre aree dell’Asia del sud; inoltre, molti studiosi buddisti nei paesi dell’Estremo Oriente, come Cina, Giappone, Thailandia e Vietnam sono capaci di comunicare in sanscrito.


Venendo alle lingue più diffuse in India — quelle attualmente parlate nei vari stati confederali — incominciamo presentando la traduzione in gujarati realizzata da Pujalal edita nel 2001. Indiano di grande sensibilità artistica e spirituale, pare sia riuscito a produrre una traduzione particolarmente felice, la quale conta numerosi ammiratori fra i conoscitori del gujarati e dell’inglese (che hanno potuto quindi effettuare una verifica comparata dei due testi). Peccato soltanto che l’edizione in commercio (di buona fattura — ottima la rilegatura e la copertina rigida) non sia corredata di testo originale a fronte.

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Il gujarati è una delle più diffuse lingue indiane. Conta 46 milioni di persone che la parlano ed è la lingua tradizionale dei Parsi dell’India. La scrittura è strettamente imparentata con quella devanagari, la differenza più notevole tra queste due scritture è che le lettere gujarati non hanno la linea orizzontale superiore che le unisce in una parola. Paesi con una minoranza Gujarati sono: Bahrain, Bangladesh, Regno Unito, Burundi, Figi, India, Iran, Kenia, Madagascar, Malawi, Malaysia, Maldive, Myanmar, Nuova Zelanda, Pakistan, Rwanda, Seychelles, Singapore, Sudafrica, Tanzania, Uganda, Zambia, Zimbabwe. Un distretto francese con una grande popolazione gujarati è Réunion.


Anche la traduzione in bengali — del 1983, con diverse successive ristampe — merita una speciale menzione. Il traduttore è Nolini Kanta Gupta, discepolo di Sri Aurobindo fin dagli anni della lotta per l’indipendenza dell’India dagli inglesi. Questa traduzione pare essere molto apprezzata per la sua musicalità e bellezza (quanto a musicalità, la lingua bengali è nota come “l’italiano dell’India”). Utilizzando in modo molto libero la prosodia bengalese, il traduttore pare sia riuscito a infondere un ritmo ampio e solenne, che rende onore al testo originale (sebbene non presente nell’edizione) e risolve con agilità e sagacia i passaggi più ostici da tradurre in una lingua che, seppur sempre appartenente al ceppo euroasiatico, è così lontana dal ramo anglosassone.

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Il bengali è una lingua che si è evoluta come discendente dal sanscrito, dal pali e dalle lingue pracrite; è scritto nel sillabario bengalese (detto anche abugida). È una lingua originaria della regione orientale dell’Asia meridionale conosciuta come Bengala che comprende il Bangladesh e lo stato indiano del Bengala Occidentale. Ci sono diverse comunità di lingua bengali negli stati indiani dell’Assam e del Tripura e nelle popolazioni degli emigranti in Occidente e nel Medio Oriente. Con più di 200 milioni di madrelingua è la quarta o la quinta lingua più parlata al mondo dopo il cinese mandarino, lo spagnolo, l’inglese e, pare, lo hindi. Il bengali è la seconda lingua più parlata in India dopo lo hindi.


La traduzione in hindi (la lingua autoctona attualmente più diffusa in India) è essa pure considerata di pregevole fattura, risalente al 1972. In realtà esistono almeno un paio di edizioni appartenenti a due diversi traduttori, ma quella realizzata da Vidyavati Kokil sembra nettamente superiore. E infatti essa ha conosciuto in pochi anni due edizioni (la seconda è del 1982, in un volume unico, a differenza della prima che uscì in sette volumetti) e un certo numero di ristampe. Trattandosi della lingua nazionale dell’India, questa edizione riveste una importanza particolare. Peraltro lo hindi utilizza i medesimi caratteri del sanscrito. Il volume non è corredato di testo originale a fronte.

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Lo hindi è una lingua, o un continuum dialettale di lingue, parlata soprattutto nell’India settentrionale e centrale, ma è anche la lingua ufficiale della confederazione indiana, parlata da ben 487 milioni di esseri umani. Inoltre, è continuamente sottoposta a revisione nel tentativo di farle includere buona parte dell’antico sanscrito. Lo hindi è una variante sanscritizzata del dialetto khari boli (circa l’80% dei termini è di origine sanscrita e la percentuale è destinata a crescere ulteriormente).


Una traduzione sicuramente originale (a tratti bizzarra!) è quella in tamil compiuta da Revi Arumugam e pubblicata nel 2004. I due volumi che costituiscono l’edizione sono — fin dall’aspetto grafico — assai pittoreschi e tipici dello spirito più autenticamente naïf dell’India del Sud, pur avendo una eccellente robustezza e altre ottime qualità). Lo stesso traduttore parla di una libera trasposizione (per riportare il termine inglese utilizzato, la si definisce una transcreation). Non che si tratti di un’opera fantasiosa e poco fedele, intendiamoci; chi l’ha letta riferisce anzi che non manca di un certo rigore, ma al tempo stesso è alquanto originale nel trasporre la struttura della lingua inglese.

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Il tamil è la lingua ufficiale dello Stato del Tamil Nadu, ma viene parlata anche in Sri Lanka, è una delle quattro lingue ufficiali di Singapore e in minoranza anche nella Federazione Malese. È una lingua antichissima (pare altrettanto antica del sanscrito e derivata da una radice comune) ed è attualmente parlata da 74 milioni di persone. Si tratta di una lingua di tipo agglutinante; le parole consistono in una radice unita a più affissi; si caratterizza inoltre per una diglossia fra lingua colloquiale (koduntamil) e lingua formale (centamil). La lingua formale presenta una tale ricchezza di vocaboli che solo un esiguo numero di tamul conosce con sufficiente padronanza.


Esiste poi una traduzione in kannada realizzata da Ko. Chennabasappa, sulla quale però non possiamo pronunciarci in quanto purtroppo non abbiamo riscontri tangibili. Possiamo limitarci a dire che l’edizione (del 1998) ha la copertina rigida e all’interno non è riportato l’originale inglese Se qualcuno è in grado di esprimere una propria opinione in merito, il suo intervento sarà assai bene accolto all’interno del presente articolo.

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La lingua kannada è una delle principali lingue parlata in India, principalmente nel sud dello stato di Karnataka dove è la lingua ufficiale. È tra le prime 30 lingue parlate al mondo con circa 35 milioni di madrelingua.


Veniamo quindi all’edizione (in due volumi, del 1999) in oriya, che però risulta essere in realtà la traduzione di una traduzione. Infatti, il suo curatore, Rajkrushna Mohanti, non conoscendo l’inglese, ha utilizzato la citata traduzione in bengali di Nolini per redigere la propria versione che tuttavia, ci dicono, non è nient’affatto malvagia. L’originale inglese è ovviamente assente — e questo è l’unico caso in cui il testo a fronte sarebbe stato inopportuno, dato che la traduzione non è stata condotta su di esso.

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La lingua oriya è una delle maggiori lingue indiane. È parlata prevalentemente nello stato indiano di Orissa, sebbene ci siano altri gruppi significativi anche nel Distretto di Midnapore nel Bengala Occidentale, nel Distretto di Saraikela Kharsawan dello Jharkhande in Ichhapuram municipalità di Andra Pradesh. Per un totale di 32 milioni di parlanti. Anche lo stato indiano di Gujarat ha un gruppo significativo di persone che parlano oriya e la città di Surat è così diventata la seconda città dell’India per numero di parlanti oriya. Di tutte le lingue parlate nel nord dell’India, appare essere stata la meno influenzata dal persiano.


La traduzione in marathi è stata realizzata nel 1993 (seguita da alcune ristampe) da Shailajadevi Vahinisahed Pratinidhi, cercando di mantenere un certo afflato poetico che la rende complessivamente di buon livello. Il volume è privo di testo originale a fronte.

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Il marathi è una lingua parlata prevalentemente dagli abitanti del Maharashtra, nell’India occidentale, dove è la lingua ufficiale (ma è diffusa anche a Goa, Daman e Diu, Dadra e Nagar Haveli), ed è utilizzata da circa 90 milioni di persone. È una lingua che ha circa mille anni e deriva la sua grammatica e sintassi dal pali e dal pracrito. L’alfabeto è il devanagari (ovvero quello utilizzato per il sanscrito e, successivamente, per lo hindi).


L’edizione in telugu, in due volumi molto ben rilegati, è stata pubblicata nel 2008. Il traduttore è K. Venkateswara Rao, il quale ha reso i versi poetici originali in una prosa semplice, dal piglio narrativo e quasi colloquiale, omettendo purtroppo il testo inglese.
Nel 2010 è uscita inoltre una ulteriore edizione, curata da Vijayawada, che però non conosciamo; sappiamo che si tratta di un unico volume in due differenti versioni: una con copertina rigida, la quale include la traduzione della corrispondenza di Sri Aurobindo su Savitri, l’altra più economica, priva del carteggio epistolare.

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Il telugu è la lingua ufficiale nello stato indiano dell’Andhra Pradesh, sul golfo del Bengala, ma è parecchio diffusa anche in Karnataka, Tamil Nadu, Orissa, Andamane e Nicobare. È la seconda lingua dell’India per numero di persone che la parlano: 66 milioni di nativi, 80 milioni in tutto. È conosciuto come “l’italiano d’Oriente”, perché tutte le parole originali terminano in vocale. È una lingua agglutinante e permette la cosiddetta poliagglutinazione, una caratteristica unica che consente di aggiungere suffissi alle parole per specializzarne il significato. La scrittura, come si può notare, è molto simile alla kannada.


La prima traduzione (parziale) dell’epopea Savitri in ebraico è stata realizzata nel 2015, grazie all’israelita Itzhak Bar Yona. Il volume, che non reca l’originale a fronte, possiede una veste sufficientemente curata, con una bella copertina rigida pur se l’esiguo spessore del volume non l’avrebbe necessariamente richiesto. La qualità della traduzione pare buona, seppur contempli unicamente il primo libro dell’epopea: The Book of Beginnings (che, ricordiamo, contiene cinque canti, per un totale di 3125 versi). Questa è la prima traduzione, tra quelle finora realizzate di Savitri, in una lingua semitica; l’ebraico, come risaputo (al pari dell’arabo), è scritto da destra a sinistra — pertanto, ovviamente, il libro si sfoglia esattamente al contrario di come noi siamo abituati a fare: si parte dal fondo. Dopo una lunga introduzione, a pag. 42 ecco che inizia la traduzione — con il primo verso che, nei bei caratteri quadrati dell’ebraico, figura come segue:

Savitri in ebraico

I locutori di ebraico moderno sono circa 7 milioni in tutto il mondo. La lingua ebraica (quella che noi oggi chiamiamo ‘ebraico antico’) era morta come lingua parlata già ai tempi di Gesù, in cui si parlava in aramaico (una sorta di vernacolo derivato dall’ebraico), tuttora in uso presso alcuni villaggi della Siria settentrionale. Nei vari paesi dove vivevano comunità israelite più o meno estese, si andarono formando diverse lingue d’uso, perlopiù basate sulle lingue o sui dialetti locali, ma con un congruo numero di termini di derivazione ebraica; alcune di esse hanno una storia rilevante, come lo yiddish (che, dal punto di vista linguistico, è la continuazione di dialetti medioalto tedeschi), il cosiddetto “ladino” parlato dai sefarditi iberici che nel 1492 furono cacciati dalla Regina Isabella e si stabilirono nell’area balcanica (prevalentemente in Bulgaria) e che si presenta come una forma di spagnolo arcaico, oltre a vari dialetti “italkiani” (Italkit è il nome della lingua italiana in ebraico moderno). Tutte queste lingue e dialetti avevano in comune la caratteristica di essere scritti con l’alfabeto ebraico; il quale, come è noto, nella sua forma classica e moderna, nota solo raramente le vocali, per mezzo di una serie di punti collocati sotto le consonanti. Lo yiddish e le altre lingue «ebraico-europee», invece, hanno sviluppato un sistema completo dando ad alcune combinazioni di consonanti valore pienamente vocalico.
La rinascita della lingua ebraica vera e propria come lingua parlata, è da ascrivere al lituano Eliezer Ben Yehuda (la cui lingua materna era lo yiddish orientale) che, al trasferirsi in Palestina verso il 1880 (a seguito del movimento Sionista), impose a se stesso e alla sua famiglia l’uso dell’ebraico pre-moderno (ovvero della variante mishnaico-talmudica) e, da allora, un numero crescente di persone prese a farne uso. Sulla base delle radici già esistenti (l’ebraico, essendo una lingua semitica, è strutturalmente basato su radici trilittere o, più raramente, quadrilittere, le cui funzioni variano a seconda dell’elemento vocalico tra di esse inserito), Ben Yehuda compose un Thesaurus della lingua ebraica moderna, creando ex-novo l’intera terminologia moderna in uso all’epoca. Tuttora tale Thesaurus rappresenta la base della lingua ebraica moderna, anche se, ovviamente, è stato ampliato con tutta una serie di termini rispondenti al progresso scientifico e tecnologico. La lingua ebraica, così modernizzata, è diventata la lingua ufficiale dello Stato di Israele dal 1948 (e rappresenta uno dei fattori decisivi per la coesione di uno stato formato da cittadini provenienti da oltre 20 paesi diversi, a causa della diaspora). Si tratta, probabilmente, dell’unico caso esistente di una lingua non più parlata e tornata attiva dopo qualcosa come 20 secoli. Di quei 7 milioni di persone attualmente parlanti l’ebraico israeliano, la stragrande maggioranza risiede in Israele. In linea di massima, una metà sono parlanti nativi, cioè di lingua madre ebraica, mentre il restante cinquanta per cento possiede l'ebraico come seconda lingua. Inizialmente, gli ebrei ortodossi non accettarono l'idea di usare la lingua ebraica — ritenuta sacra — per la vita quotidiana (tutt’oggi in Israele alcuni gruppi di ebrei ultra-ortodossi continuano a usare lo yiddish per la vita di ogni giorno). Pur mantenendo un legame con l'ebraico classico, oggi si tratta di una lingua che viene utilizzata in tutti i campi della vita, incluse scienza e letteratura — in essa sono confluiti (e continuano a confluire) influssi provenienti dallo yiddish, dall’arabo, dal russo, dal francese e dall’inglese.


Sarà nostra cura aggiornare l’articolo in presenza delle nuove eventuali traduzioni che ci perverranno.
Attendiamo con particolare interesse una traduzione in cinese che, forse, non tarderà molto ad arrivare.
Anche il greco, sia pur moderno, dovrebbe riservare qualche piacevole sorpresa.
Pare che qualcuno avesse intenzione di realizzare perfino una traduzione in esperanto, che tuttavia non ci entusiasma granché: seppure assai lodevole nell’intento, questa lingua non ha nulla di vivo, essendo nata a tavolino dalla commistione artificiosa di idiomi presi da differenti lingue parlate sul nostro pianeta.
Fra le lingue più diffuse, oltre a quelle citate attendiamo con particolare curiosità le traduzioni in arabo, in turco, in giapponese e in persiano.
Ma, per disporre dell’epopea in tutte le lingue che al momento sono maggiormente parlate sulla terra, occorrerà realizzarne la traduzione anche in coreano, in giavanese, in vietnamita, in urdu, in panjabi, in ucraino, in thailandese, in polacco, in malayalam.

ultimo aggiornamento: giugno 2016