TRADURRE
SAVITRI
 

- a cura del CENTRO STUDI arya -

La traduzione in versi italiani realizzata da Tommaso Iorco (e da noi pubblicata) del capolavoro di Sri Aurobindo, si avvale di una struttura polimetrica ampiamente spiegata nell’introduzione contenuta nel volume stesso.
In uno scambio privato, Tommaso ha illustrato alcuni elementi basilari che gli sono occorsi per condurre il lavoro di traduzione con il maggiore scrupolo possibile. Desideriamo riportarla integralmente, perché getta luce sulle sue intenzioni e la riteniamo particolarmente interessante.

«L’intera produzione poetica di Sri Aurobindo costituisce l’immenso spartito di una sinfonia prodigiosa e copiosissima. Savitri, all’interno di questa straordinaria partitura sinfonica a più registri, rappresenta certamente il movimento culminante e il più sublime. Tuttavia, concentrarsi esclusivamente su questo unico movimento (per quanto meraviglioso esso sia — ineguagliabile vertice di poesia mantrica), rischia di frammentare un’unità organica e di sminuire l’armonia prodigiosa dell’insieme, l’impianto divinamente variegato dell’Opera poetica complessiva e, così facendo, cadere in una operazione chirurgica tesa a mutilare e a limitare. Raramente simili semplicismi conducono a una adeguata ed efficace immersione nel sublime poetico.
Non a  caso, aria nuova edizioni ha pubblicato la traduzione di Savitri solo dopo avere pubblicato tutto il resto della produzione poetica di Sri Aurobindo.
La traduzione polimetrica di Savitri (pubblicata al principio del 2011), costituisce per me un primo approdo — certo non definitivo ma soddisfacente —, dopo diversi lustri passati a levigare e a cercare di penetrarne l’essenza.
Spero di poter pubblicare — fra qualche ulteriore lustro — una nuova edizione, attentamente riveduta (e con una copertina rigida, se le finanze lo permetteranno!), sulla quale ho già iniziato a lavorare alacremente. Credo che le modifiche non saranno numerose, ma significative.
Come hai saputo cogliere, durante il processo traduttivo alcuni passaggi e alcuni termini mi hanno indotto una speciale riflessione. La maggior parte degli interrogativi sono ora per me definitivamente risolti; altri, invece, restano aperti. Un esempio per tutti — il verso

In the griffin forefront of the Night and Day,

(I.I.III.121)

che ho tradotto con il seguente doppio settenario:

Nella facciata mitica della Notte e del Giorno,

— non mi soddisfa gran che. Ho reso griffin con ‘mitica’, aggettivo troppo astratto in tale contesto. L’inglese griffin, come il suo corrispondente italiano ‘grifagno’, ha le sue origini etimologiche nel provenzale grifanh, un uccello mitico, temibile e agguerrito, posto a protezione di un qualche tesoro fantastico di celtica memoria. Senonché, nelle moderne lingue europee, il termine indica un uccello rapace dotato di becco adunco — già in Dante il significato originale era già quasi interamente perduto, quando lo utilizzò nel passaggio dedicato a Maometto:

Ma l’altro fu bene sparvier grifagno
  ad artigliar ben lui,

(Commedia, I.XXII)

Da qui, Francesco da Buti, nel suo Commento sopra la Divina Commedia, conferì al termine il significato di «superbo e animoso a artigliare», mentre oggi  ha assunto un senso ancor più figurato: designa la crudeltà e la barbarie o, altrimenti, viene utilizzato in espressioni quali “occhi grifagni” per indicare uno sguardo acuto (simile per l’appunto a quello di un rapace che segue con accortezza la propria preda) e “naso grifagno” per designare un naso adunco; analogamente, in francese, dal lemma originale derivò griffe, ‘artigli’. Solo nella lingua anglosassone qualcosa del senso originale è sopravvissuto; leggiamo infatti nell'Oxford Dictionary: «fabulous creature with eagle’s head & wings and lion’s body». È chiaro che Sri Aurobindo offre un’immagine di portentosa forza e compattezza poetica, pienamente in grado di veicolare una precisa esperienza interiore: la “facciata” della Notte e del Giorno è grifagna, ovvero custodisce un tesoro che sfugge alla percezione ordinaria. Come trasporre efficacemente in italiano? Se traduciamo letteralmente e ricorriamo al lemma “grifagna”, nessuno sarà in grado di capirne il senso vero; indubbiamente, il duecentesco Tesoro di Ser Brunetto Latini (volgarizzato per mano di Bono Giamboni), dice (Libro V, capitolo XI) che «Grifagni son quelli, che son presi all’entrata del Verno, che sono mudati [ovvero, che hanno cambiato la muta], e che hanno gli occhi rossi, come fuoco». Ma chi ancora utilizza (o anche solo conosce) questa perduta accezione del termine? La questione, perciò, resta per me al momento ancora irrisolta.
Passando all'altra tua questione, mi chiedi di indicarti alcune linee guida circa le traduzioni poetiche... Non è cosa facile. A mio giudizio, il primo elemento indispensabile, per tradurre la poesia di Sri Aurobindo (e la poesia tout court), richiede una chiara propensione poetica e una conoscenza delle leggi del versificare. Parallelamente, è necessario possedere una forte affinità con la Poetica e la Visione di Sri Aurobindo e di Mère, altrimenti il rischio di fraintendere e deformare è davvero troppo grosso.
Ma ciò ancora non mi pare sufficiente; occorre pure essere abituati a tradurre, avere cioè appreso la difficile e delicata arte di preservare lo spirito di una poesia in un corrispondente linguistico che sia il più affine possibile. Ci sono infatti poeti di indubbio valore che, quando si accingono a tradurre poesia di altri autori, cadono nell’errore (non sempre consapevole) di sovrapporre valenze che hanno più a che fare con la loro poetica che con la poetica dell’autore che si accingono a tradurre. Uno dei casi più istruttivi in tal senso è offerto dal tentativo di Giuseppe Ungaretti di tradurre William Blake.
Su queste premesse, si tratta dunque di leggere e meditare a fondo ogni singolo verso originale cercando di tradurlo nel modo più efficace possibile. Generalmente ciò si realizza (e non è certo elemento che si possa trascurare) mediante una precisione assoluta del significato verbale del verso; tuttavia, il rispetto della lettera non deve mai tradire l’anima: occorre anzitutto cercare di preservare, per quanto possibile, lo spirito del verso e, per far ciò, talvolta può essere necessario alterare leggermente qualche parola, come ho fatto con il verso seguente —

Earth felt the Imperishable’s passage close:

(Savitri, I.I.I.130)

La Terra sentì giungere | l’eterna Meraviglia:

Senza contare le innumerevoli sfumature sottili che sfuggono a chi non è abituato a tradurre. Per esempio, nel verso —

Across the path of the divine Event

(Savitri, I.I.I.2)

— la parola “across” va tradotta nel modo giusto se si intende trasferire l’esatta immagine poetica

Di traverso la via dell’Evento divino

In questo doppio settenario, appare chiara l’immagine della “enorme fronte presaga della Notte” che, “solitaria”, giace distesa nella sua massa abnorme, a ostacolare il percorso “dell’Evento divino”, destinato a destare gli Dei e a far brillare l’Aurora.
Vi sono inoltre tanti altri elementi da considerare quando ci si accinge a tradurre. La scelta del verso risulta per esempio importantissima nel tentare di restituire il giusto movimento ritmico dell’originale. Ma questo discorso condurrebbe troppo lontano. Per offrire un altro esempio di più diretta comprensione, in poesia gioca un ruolo di una certa rilevanza il gioco delle assonanze — e una traduzione non può ignorarle. Quando per esempio Sri Aurobindo scrive (cito solo il primo emistichio del verso) —

A rugged and ragged soil

(Savitri, II.VII.IV.5)

— risulta evidente l’effetto sonoro che si è inteso creare mediante i due lemmi “rugged” e “ragged”, pressoché simili nella dizione e posti uno accanto all’altro, separati da una mera congiunzione; anche di questo occorre, nei limiti del possibile, tenere conto in una traduzione che voglia considerarsi accettabile — perciò ho tradotto con il seguente ottonario:

Duro e dirupo terreno

— rendendo giustizia (credo) al senso, al suono, al ritmo e, soprattutto, allo spirito dell’originale.
Per puro diletto, ho voluto fare il tentativo (troppo allettante per resistere alla lusinga!) di trasporre il canto di apertura dell’epopea interamente in endecasillabi. Te lo allego, affinché tu possa (se vorrai) confrontarlo con la traduzione polimetrica che ho pubblicato, in modo da notare le differenze esistenti tra una traduzione poetica che, pur di mantenere l’endecasillabo per l’intera lunghezza del Canto, non esita a trascurare piccoli dettagli, prendendosi una eccessiva libertà sul testo originale, omettendo e riducendo, e la traduzione  pubblicata che ricorre a una forma polimetrica proprio allo scopo di mantenere il più possibile tutti gli elementi presenti nell’originale senza perdere quel necessario afflato poetico.»

Dopo aver fatto circolare privatamente e tra alcuni nostri soci la traduzione in endecasillabi del primo Canto cui si accenna nell'epistola, riteniamo possa essere di un qualche interesse renderla pubblica sul sito (vedi link al fondo del presente articolo).
Nella traduzione integrale che abbiamo invece pubblicato, l’endecasillabo è solo uno dei vari metri utilizzati. E i passaggi comprendenti una serie ininterrotta di endecasillabi è piuttosto rara. Le più lunghe constano di 8 endecasillabi. La prima si trova in I.I.I.97-104 —

del corpo prono di una deità.
E al fragile aprirsi d’un albore,
stille appena di sole a un imperlare
si riversò rivelazione e fiamma.
Breve perpetuo segno accorse in cielo.
Malia di trascendenze mai raggiunte
iridata di gloria dell’Arcano,
messaggio dell’immortale Luce ignota

Mentre nella seconda è la stessa Savitri che attesta mirabilmente la propria esperienza: III.X.IV.297-304 —

nella gloria dell’Infinito vivo,
vicina al Senza-nome Inconoscibile;
l’Ineffabile è ora il mio compagno.
Ma sul bordo radioso dell’Eterno,
ho scoperto che il mondo è pure Lui;
Spirito a spirito ho unito, sé al Sé,
ma ho anche amato il corpo del mio Dio.
Nel suo aspetto terrestre l’ho inseguito.

Ma ora, come promesso, ecco il link per accedere all’esperimento in endecasillabi. Come si diceva, alcuni termini inglesi sono stati omessi del tutto arbitrariamente e, pertanto, non può essere considerata una operazione degna di meritare il nome di traduzione fedele. È, semmai, una ricreazione, nel doppio senso del termine: uno svago e una libera trasposizione. Non prendetela quindi come nulla di più... Eventualmente, come lo stesso traduttore suggeriva nel carteggio sopra riportato, la si può confrontare con quella contenuta nel volume pubblicato, per individuare le mancanze e, ci auguriamo, assaporarne poeticamente le sue qualità.
Buona lettura!

Canto I
L’AURORA SIMBOLO