L I L A 
sui percorsi della Poesia Futura

di Gaia Ambrosini

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Da secoli ormai la lingua italiana non produceva un vero e proprio poema epico. I poemi scritti dopo i due grandi capolavori del Rinascimento — L’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto e La Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso —, infatti, non possiedono le caratteristiche proprie dell’epopea. Da allora, sono state realizzati poemi piacevolissimi, come il Paralipomeni della Batrocomiachia di Giacomo Leopardi, scintillante di ironia, oppure la superomistica (e un po’ faticosa e ridondante) Maia di Gabriele D’Annunzio, poema autobiografico che risale al 1903 e che figura (o meglio, figurava!) essere l’ultima opera di lungo respiro nella poesia italiana…
Andando più indietro nel tempo, esistono decine di cospicui poemi prodotti nell’età barocca e qualcuno ancora nel Settecento (fra tutti si staglia Il Giorno di Giuseppe Parini). Ma, giustamente, nessuno di questi testi poetici viene fatto propriamente rientrare nei canoni dell’epopea, che necessita di un argomento, di uno stile e di un tono chiaramente e inconfondibilmente epici — come, per l’appunto, emerge dai capolavori citati di Tasso e Ariosto e, in modo ancor più universalmente noto, dalla sublime Divina Commedia dantesca (sebbene qualche critico abbia sollevato l'obiezione, a mio modesto parere infondata, secondo cui non si tratterebbe di una vera e propria epopea).
Ed ecco che, all’alba di questo terzo millennio (e, speriamo, di un nuovo Rinascimento di cui avremmo immensamente bisogno, non solo in Italia, ma in tutta Europa e nel mondo intero), un poeta italiano ha finalmente voluto cimentarsi nell’impresa.
Alcuni critici si sono mostrati fin da subito particolarmente interessati all’opera, che stanno studiando con la massima cura, a partire dal più grande esperto vivente di poesia italiana in assoluto, unanimemente riconosciuto a livello internazionale: l’ormai ottuagenario prof. Giorgio Bárberi Squarotti, che segue con la più esplicita ammirazione — e fin dai primi esordi — tutte le creazioni poetiche di Tommaso Iorco.

In questa nuova epopea, l’Autore si è assunto il compito epico più arduo che si possa immaginare: illustrare il Gioco-dei-giochi per antonomasia, quell’inesauribile esplorazione e manifestazione di Sé dell’Eterno, proiettatosi nell’infinito Divenire cosmico al principio — di per sé atemporale — di tutte le cose (Sue stesse rifrazioni), mediante la propria Dynamis, la propria Potenza creatrice e formatrice e rigenerante, la propria Shakti.
A qualcuno può irritare l'idea di considerare la manifestazione cosmica alla stregua di un “gioco”, considerando le numerose atrocità presenti nella Natura universale, purtroppo ben rappresentate nell'umana specie. Pertanto, è bene precisare che il termine sanscrito in realtà significa “rappresentazione” (similmente all'inglese play) o, forse in modo ancor più preciso, “sfoggio” di forze e di energie in perpetuo movimento. L'esoterista seicentesco Michael Maier, peraltro, scrisse un'opera intitolata Lusus Serius ("gioco serio").
A ogni modo, tornando al nostro libro, il disegno di copertina (appositamente realizzato dalla pittrice Simonetta Invernizzi) è piuttosto esplicito ed è facile cogliere l’allusione per capire a CHI l’Autore in particolare si riferisce quando — per l’intera durata dell’epopea — parla di ‘Lei’ e ‘Lui’, descrivendone poeticamente il percorso di vita e le tappe essenziali… A buon intenditor poche parole!
Sono Loro, infatti, i principali protagonisti dell’epopea: Lei e Lui che accettano di incarnarsi in forma umana per aprire il ‘cammino senza cammino’ e accelerare il processo evolutivo cui la coscienza terrestre pare destinata —

sui gradini dei mondi, Lei-e-Lui.
[…]
Come essi stessi l’amore era immenso.

Fin dai primi canti vediamo delinearsi la figura di ‘Lei’ —

Bianca, profumo di mirra, minuta
soltanto nell’aspetto, formidabile
oceano d’energia, carro di fuoco
eternamente giovane, l’Antica
dei giorni, intrepida e grande e invincibile
e insieme tenera madre dei mondi,
giardino profumato e assorto in sé,
saliva a incontrare il proprio sole.
[…]
Modellate dal Nilo, le sue forme
d’accurata fattura e deliziose,
piccolo scrigno d’immani tesori,
[…]
e il suo sorriso, finora accennato
con dolce e misurata parsimonia,
avrebbe acceso milioni di cuori.
Ma più d’ogni altra cosa prodigiosi
quei suoi occhi cerulei riflettenti
i mille mondi brulicanti in Lei
a contendersi il magico prodigio
che misterioso albergava nell’intimo,
di cui una sola goccia avrebbe spento,
distrattamente cadendo, la sete
d’un titano, d’un demone e d’un dio.
[…]
Nata da un’assoluta trascendenza,
fugò la bieca polvere dei secoli
e l’aspra siccità del mondo antico
e dell’ostile presente, portando
la nevicata d’oro della fiamma.

Mentre con queste parole viene presentato ‘Lui’:

Inondando la terra, stupefatta,
dai varchi d’oltretempo s’insinuò
l’incausata Persona impersonale,
l’incarnazione del Loto divino.
[…]
La sua fronte pareva un sole immenso,
il suo corpo una statua della Pace
e soffici i suoi piedi come il sonno.
[…]
e in quei suoi occhi immensi, dolci, calmi,
profondi come il cielo a mezzanotte
e luminosi come stelle amiche,
perduti in una nicchia di silenzio
eppure intimi e colmi del Fuoco,
come se un infinito sorridente
fosse conchiuso in un unico battito
d’ala o di cuore appassionato e vasto
al di là d’ogni volo; e quelle labbra,
generose e precise d’un amante
in quel nobile volto e delicato;
lunghi capelli corvino lucenti
mollemente adagiati sulle spalle
coprivano la schiena seminuda
[…]
esploratore minuzioso, attento
geografo dei mondi in alto e in basso,
pioniere della specie e infaticabile
battitore di piste nuove e ignote;

E, su una ben nota (!) dichiarazione di Lei, l’Autore fa derivare una meravigliosa conseguenza per tutti noi:

«Senza di Lui io sono inesistente,
senza di me Lui non è manifesto».
Senza Lui noi saremmo inesistenti;
senza Lei non saremmo manifesti.

Giunta a questo punto del mio breve articolo di presentazione, vorrei chiarire, su gentile sollecitazione dello stesso Autore, un aspetto fondamentale che attiene ad alcune scelte stilistiche dell’epopea.
Chi frequenta la poesia di Iorco sa bene che difficilmente vi si trova qualcosa di casuale. Perciò, leggendo LILA, la domanda che sorge spontanea è: perché ha voluto popolare l’epopea con nomi e figure appartenenti a tradizioni provenienti dalle diverse e più antiche tradizioni dei cinque continenti del pianeta?
I motivi sono essenzialmente tre.
Il primo, per importanza, è di ordine strettamente musicale. Questo espediente ha permesso di inserire una buona quantità di sonorità inesistenti in italiano, che tuttavia risultano molto bene assimilabili dalla nostra lingua (fatto salvo per qualche rarissima eccezione, volutamente ammessa per ottenere, a fini sperimentali, sonorità inconsuete, come nel caso di alcune divinità della tradizione africana dai nomi impossibili), dando così l’opportunità di creare alchimie sonore nuove e suggestive — in ogni caso, crediamo di poter dire, mai sentite prima d’ora nella nostra lingua.
Il secondo è un motivo squisitamente ludico; per quanto alta si possa considerarla, la poesia di Iorco ha pure questo fra i suoi elementi ispiratori. E, in un’opera intitolata Lila (“Gioco”), questo aspetto non poteva certo mancare!
Peraltro, utilizzare riferimenti provenienti da diverse tradizioni planetarie è assai stimolante e permette di travalicare i sia pur vasti confini europei.
E aggiungiamo, con una nota scherzosa, che questa scelta ha permesso a Iorco, incidentalmente, di poter vantare almeno un primato in poesia: credo infatti che, con questa sua opera, egli sia il poeta che ha utilizzato il più alto numero di hapax in assoluto. Infatti, raramente i nomi stranieri da lui utilizzati (italianizzati o meno) si ripetono due volte nell’epopea — e questa sua scelta apparirà più chiara con l’esame dell’ultima motivazione. Mentre, restando sul filo del divertimento, vorrei far notare che Iorco ha perfino creato (questa volta, ci assicura lui stesso, è stato fatto appositamente e non in modo incidentale come negli altri casi) un proprio personale hapax con la stessa parola ‘hapax’…

Ma quando la scissione cesserà
d’illudere le anime del mondo,
si vedrà tutto come è sempre stato
e nell’immensa epopea dell’esistere
la sofferenza del credersi scissi
si mostrerà quale geniale e chioccio
hapax del grande Arcipoeta cosmico.

Il terzo motivo potremmo definirlo ‘meta-mitologico’: l’intenzione cioè di creare un tessuto transnazionale di miti, non con l’assurdo intento di fabbricare un confuso patchwork inter-mitologico, il che equivarrebbe a cadere nella trappola del sincretismo più puerile (che Iorco avversa al massimo grado), ma al preciso scopo di trascendere tutti i miti, tutte le tradizioni, per approdare in una dimensione ALTRA anche sotto un profilo meramente culturale. Si parte insomma dalla consapevolezza della Weltliteratur di goethiana memoria (ma, come è noto, anteriore al genio di Weimar e già prefigurata in Leibniz e Vico) per approdare in un ignoto ALTROVE.
Qualcuno potrà magari obiettare che si poteva raggiungere il medesimo risultato omettendo ogni riferimento mitologico, ma ci si dimentica in tal caso che in italiano moltissimi lemmi, anche quelli appartenenti al parlato più comune, sono legati in una qualche misura alla mitologia greco-latina.
Un ulteriore fattore (non indifferente) da considerare è che per apprezzare i termini e i nomi propri inseriti nell’epopea, appartenenti a una cinquantina di culture così disparate, provenienti da ogni angolo del pianeta, non è affatto necessario — proprio per i motivi che ho appena accennato (l’ultimo in particolare) — conoscere tutte le tradizioni cui essi appartengono, impresa folle e disperata che neppure l’Autore intende vantare: si rivela più che sufficiente leggere le brevi note inserite dallo stesso Tommaso nel DIZIONARIETTO presente in fondo al volume per poter cogliere il significato e la suggestione precisa che egli ha inteso evocare. Oltretutto, non di rado, i nomi dei personaggi mitologici vengono utilizzati con implicazioni diverse da quelle originali. Così, per esempio, nel Canto (il XXVI) in cui vengono illustrati gli orrori del nazismo e la mostruosità del delirio hitleriano:

E giunse il tempo dei figli di Bòlverk
dall’ascia acuminata sempre gronda;
Freki di Braunau, suo lupo fedele,
fondò il suo culto e volle imporlo al mondo.
[…]
Per questo il dio viene chiamato Ygg
— padre di Tyr e figlio della Bestla.
[…]
Furono anni duri, interminabili,
di lotte e di ferite e di massacri
finché, sotto le vesti di Bleyg,
Lei ordinò d’invadere le steppe
al famelico lupo, ora indiscusso
capo del terzo impero. Fu così
che il dio delle nazioni e delle guerre
venne beffato, il martello s’infranse,
il lupo divorò la propria carne
e l’incubo peggiore della storia
svanì, lasciando la sua scia funesta

Non dimentichiamo neppure che ogni qualvolta un artista decide di esplorare nuovi percorsi espressivi, inevitabilmente deve affrontare qualche rischio. Se è la via facile del successo che cerca, simili tentativi sono assolutamente dannosi e, quindi, da evitarsi categoricamente.
Chi ha avuto modo di frequentare la poesia (e non solo!) di Iorco, sa che non gli manca certo il coraggio e che non soltanto nella presente epopea, ma in tutta quanta la sua produzione poetica è presente una forte componente sperimentale, sulla scia di quella “poesia del futuro” di cui Sri Aurobindo è stato l’iniziatore e che — come è noto — Tommaso ammira sopra ogni altra creazione poetica e considera un insuperabile punto d’arrivo.

Potrei soffermarmi su moltissimi altri aspetti di questa epopea, a partire dalla scelta — quasi casuale, per lo meno fino a un certo punto della stesura — di produrre 12mila versi raccolti in 100 canti: scelta che ha motivazioni numerologiche ben precise, come è facile immaginare. Oppure su altre scelte ancora, di ben più fondamentale importanza, che attengono al ritmo, al linguaggio poetico, al movimento epico, alla sostanza… Ma preferisco che sia il lettore a cogliere per proprio conto ogni possibile suggestione. Mi permetto solo di suggerire di porre particolare attenzione alla musicalità dell’endecasillabo — raffinatissima e al tempo stesso spontaneamente perfetta, mai volutamente ricercata — che avvolge questa creazione artistica nella più perspicua e affascinante melodia.

Mi rendo tuttavia conto che, quanto all’eventuale risultato prodotto, se è da considerarsi riuscito o meno, noi siamo evidentemente le ultime persone che possono pronunciarsi in merito, essendo troppo coinvolte, in qualità di suoi stretti collaboratori… Per non parlare di lui stesso che, ovviamente, non è interessato a fornire alcuna valutazione.
Possiamo solo assicurare il lettore attento e sensibile che, al di là di ogni giudizio personale, si troverà di fronte a un’opera viva, meditata a lungo (elaborata con la massima cura e dedizione nel corso di undici anni intensi e appassionati) e, a mio modesto avviso, decisamente ispirata, degna di costituire una di quelle pietre miliari che la poesia italiana ha sempre saputo produrre nel corso dei suoi sette secoli di mirabile produzione artistica.

In conclusione, chiunque potrà riconoscere come, dai due versi di apertura dell’epopea —

In principio era l’Uno indivisibile,
c’era soltanto l’Esistente-in-sé.

— fino a quelli conclusivi, che gli fanno coppia —

Alla fine fu l’Uno innumerevole,
la Causa senza causa d’ogni causa.

— ci troviamo proiettati e immersi nella Grande Avventura della Terra: la NOSTRA grande Avventura —

Tutto questo, lettore, sei Tu
— tutto questo è molt’altro: proprio Tu,
Odisseo di un’illimite odissea,
figlio delle due Madri, Terra e Cielo,
che Tu hai generato e ingravidato
negli eoni di un tempo inestinguibile.

Perché, in definitiva, l’Autore è profondamente persuaso che tutte le più belle esperienze (spirituali, estetiche, vitali, intellettuali, sensuali o altro) che l’uomo ha finora vissuto, sono solo minuscoli

acconti della gloria del futuro.

E che…

la traiettoria, seppure invisibile,
è tracciata da prima degli eoni:
il lungo esordio racchiude un mistero
e la fine è innestata nel principio.
[…]
Fatalità, come una dea meccanica,
trascina sempre le opere e i giorni
verso l’innaturale conseguenza.
Tessitrice del caso, inconsapevole
domestica dell’Essere, dimentica
la chiave dissepolta dell’abisso
fra le tasche ferite del Nesciente.