AMERICHE

La storia delle due Americhe — del sud e del nord — è assai complessa e differenziata.

Durante e subito dopo l’ultima glaciazione, pare che avvenne la prima occupazione umana delle Americhe, in migrazioni successive, attraverso l’attuale stretto di Bering. Le più antiche forme di civiltà conosciute sono quelle dei cosiddetti nativi d’America, i quali — proprio come nel caso dei nativi dell’Africa, hanno affidato la trasmissione delle loro conoscenze all’oralità, sicché non hanno lasciato una vera letteratura scritta quando vennero travolti dai primi coloni statunitensi.
La scoperta vera e propria dell’Amercia (dopo quella compiuta dai vichinghi nel X secolo) avvenne nel 1492 a opera di Cristoforo Colombo che, al servizio della Spagna, approda all’isola di Guanahani, nelle Bahama, che diventa San Salvador.
Al momento dell’invasione europea nelle Americhe, gli amerindi erano grosso modo così distribuiti: eschimesi (Canada settentrionale), athabaska (grandi laghi canadesi), algonchini (grandi laghi statunitensi), chichimechi (fascia di confine fra Stati Uniti e Messico), aztechi (Messico), maya (Yucatàn), aruachi (America insulare, Venezuela), chibcha (Colombia), caribi (Guyana), inca (Ecuador, Perù), popolazioni vassalle degli inca (Cile settentrionale, Bolivia), chiriguano (Bolivia), araucani (Cile), tupì-guaranì e gé (Brasile orientale), puelche (Argentina settentrionale), patagoni (Patagonia), oltre a numerose popolazioni all’interno del continente, a uno stadio di civilizzazione decisamente più primitivo.
I primi conquistadores occuparono poco per volta immensi territori, talvolta quasi disabitati, talaltra abitati da popolazioni che vengono sterminate. In particolare, i portoghesi si insediano (1500) nel Brasile; gli spagnoli occupano inizialmente le Antille, allargandosi poi verso il Messico, l’America centrale e, in ultimo, l’America meridionale, la Colombia, il Cile. Le civiltà maya, inca e azteca, conobbero una tragica fine e quasi tutti i preziosissimi documenti che avrebbero potuto aiutarci ad ammirare la loro cultura vennero distrutti dalla follia sanguinaria e intollerante dei conquistatori spagnoli. Mentre l’occupazione dell’America settentrionale da parte degli europei avvenne molto più tardi (XVII secolo): i primi a insediarsi furono gli inglesi (perlopiù rifugiati politici e avventurieri in cerca di fortuna). Poco più tardi si ricorre per la prima volta all’impiego di schiavi neri deportati dall’Africa (1619). Nel corso del Settecento le colonie inglesi aumentano sensibilmente. I francesi, invece, si stabiliscono dapprima in Terranova, Nuova Scozia, e Nuova Francia (1603), espandendosi poi alle zone canadesi dei grandi laghi e a tutta la fascia occidentale dell’America settentrionale. Scoppia ben presto la lotta per il predominio fra inglesi e francesi. I francesi perdono Terranova e, con la guerra dei Sette anni (1765-63), anche tutti gli altri possedimenti nordamericani e lo stesso Canada e la Florida (trattato di Parigi, 1763). Nella seconda metà del Settecento un secondo avvenimento politico contribuisce a confermare alle popolazioni anglosassoni il monopolio sull’intero subcontinente nordamericano: la ribellione delle colonie inglesi contro la madrepatria e la conseguente formazione degli Stati Uniti d’America (1776-83). La pace di Versailles (1783) sancisce la vittoria delle tredici colonie inglesi sull’Inghilterra e la loro indipendenza. Nel 1795 la Francia riconquista la Louisiana, ma Napoleone, pur di non cederla agli inglesi, la vende agli Stati Uniti (1803). Con la conquista del West (1820-60), gli USA assumono le loro dimensioni attuali.
Nell’America Latina nel breve giro di un quindicennio si costituiscono molte repubbliche indipendenti: Paraguay (1813), Argentina (1816), Cile (1818), Colombia (1819), Perù e Messico (1821), Venezuela (1823), Bolivia (1825), Uruguay (1827) e altre ancora. Nell’America settentrionale, invece, gli inglesi si tengono rigidamente separati dalle popolazioni indigene, mentre i neri subiscono una feroce segregazione razziale. Nel 1867 il Canada raggiunge una semindipendenza diventando un semplice dominio inglese.
Dal 1861 al 1865 gli USA sono teatro della guerra di secessione fra nord antischiavista e sud schiavista.
Cuba si rende indipendente dagli spagnoli nel 1898, mentre nel 1959 si sottrae alla protezione statunitense appoggiandosi al blocco sovietico.

Uomini della natura, gli amerindi (volgarmente chiamati ‘pellerossa’) erano intensamente poetici. Nel loro costante tentativo di stabilire una fratellanza spirituale con il mondo animale, adottavano questo o quell’animale come loro “totem”, che era il simbolo rappresentativo della famiglia o del gruppo di famiglie che formavano un particolare clan. Alcune feste scandivano la loro vita, come l’incontro annuale di vari clan in vista di alcune celebrazioni estive, che si teneva al centro del grande accampamento circolare.
Nessuno di coloro che li hanno conosciuti può negare che si tratta nel complesso di popoli cordiali. Capaci di sentimenti intensi e duraturi, non erano normalmente espansivi, soprattutto in presenza di estranei. Di norma, comunque, il guerriero che incuteva terrore nei cuori dei suoi nemici, in famiglia e tra gli amici era una persona di gentilezza esemplare e di raffinatezza quasi femminile. Nell’uomo una voce dolce e pacata era apprezzata quanto nella donna. Peraltro, forti caratteristiche matriarcali conferivano alla donna una posizione preminente nella famiglia e importante nella società. Un posto importante occupano anche, insieme ai capi, gli uomini di medicina, che originariamente non ricevevano alcun compenso per le loro cure, di natura medica (erbe) e magica (invocazioni e rituali).
L’atteggiamento originario dei nativi d’America verso il Grande Mistero (Waka Tanka) era tanto semplice quanto elevato, portatore della massima gioia e del massimo appagamento possibili. Il culto era solitario, poiché essi erano convinti che nessun sacerdote era autorizzato a intromettersi fra l’uomo e il Divino. Non esistevano templi e santuari che non fossero quelli di Madre Natura. La comunione solitaria con l’Invisibile è parzialmente racchiusa nella parola hambeday (“sensazione misteriosa”, erroneamente tradotta con “digiuno”). Ogni azione della vita di questi uomini rivestiva un carattere sacro, poiché essi riconoscevano lo Spirito in tutte le cose. Convinti che a Waka Tanka tutto fosse noto, non esitavano a costituirsi e a sottoporsi al giudizio degli anziani e dei saggi appartenenti al clan della vittima in caso di delitto (o di furto). La menzogna era considerata un reato gravissimo poiché si riteneva che un bugiardo sarebbe stato capace di qualunque delitto. I riti pubblici sono pochi e per lo più di origine moderna: essi appartengono al cosiddetto periodo di transizione, quando cioè iniziarono i primi contatti drammatici con i conquistatori europei. I due riti più comuni erano il purificatorio ‘bagno di vapore’ e la propiziatoria ‘cerimonia della pipa’. In un certo qual modo anche la guerra era una sorta di rito sacro, un torneo organizzato, una prova di bravura e di coraggio (quest’ultimo inteso nel senso più nobile, come assenza di paura, di collera, di passione e di sofferenza), con regole complesse e ‘punti’ per ottenere l’ambitissimo onore della penna d’aquila. Tutto ciò era fatto per sviluppare nei maschi le qualità virili, e le sue ragioni erano cavalleresche e patriottiche; non c’era il desiderio di ingrandire il territorio o di uccidere i membri di altre tribù, considerati fratelli. Una battaglia durava in genere una sola giornata, con grande sfoggio di audacia e arte equestre, ma con un numero di feriti minimo e un numero di morti ancora più basso. In origine, solo il capo del gruppo dei guerrieri poteva prendere uno scalpo, consistente in una ciocca di capelli non più larga di otto centimetri quadrati, che veniva portata solo durante i trenta giorni di celebrazione di una vittoria, dopodiché riceveva anch’essa sepoltura.
Una serie di leggende tramandate oralmente di padre in figlio costituivano una sorta di “Libro sacro” vivo e in continua mutazione, un amalgama di storia, poesia, profezia, precetti e folklore seminato come un preziosissimo seme dagli uomini più saggi, così da germogliare a nuova vita nei bambini. È peraltro risaputo che i nativi d’America avessero in qualche modo sviluppato poteri occulti e, benché in tempi più recenti ci siano stati impostori, erano capaci di profezie. Si dice che un profeta sioux predisse l’arrivo dell’uomo bianco con almeno cinquant’anni di anticipo, descrivendone con precisione l’abbigliamento e le armi.
Infine, l’atteggiamento degli amerindi di fronte alla morte era perfettamente in linea con la loro concezione del mondo; la morte non ha nulla di terrificante — l’unica nota dolorosa è il distacco dai propri cari, soprattutto se si tratta di bambini ancora troppo piccoli per badare a sé. Per il rito funebre non c’era un cerimoniale prestabilito; possibilmente, si sceglieva un colle prominente sporto su un ampio panorama. Molti popoli amerindi credevano che si potesse nascere più di una volta, e alcuni sostenevano di essere consapevoli di una vita precedente. C’era anche chi comunicava con uno “spirito gemello” nato presso un’altra tribù, e prove di questi poteri provengono anche da testimonianze dei conquistatori europei.
Sono sufficienti questi pochi dettagli per concludere che si trattava di un popolo con un grado di civiltà assai differente dai modelli europei ma degno del più alto rispetto e della più grande considerazione.

La civiltà maya si sviluppa dal I millennio a.C. in una vasta area della regione centroamericana corrispondente agli odierni stati del Messico, Guatemala, Honduras, Belize. L’invasione spagnola costituisce un evento drammatico: la popolazione viene sterminata e il vescovo cattolico Fray Diego de Landa fa bruciare tutti i testi scritti dai maya perché ritenuti opera del demonio. Non conosciamo il contenuto di questi testi, né il tipo di scrittura utilizzata, ma alcuni studiosi ipotizzano l’esistenza di un alfabeto fonetico maya. I pochi codici maya rimasti presentano segni pittografici e froglifici combinati con elementi di trascrizione fonetica. Nell’antica civiltà maya la conoscenza della scrittura è una prerogativa della classe sacerdotale, estesa ai nobili nell’età post-classica (900-1500 d.C.), ma diventa patrimonio comune e condiviso attraverso la lettura pubblica, la rappresentazione e il canto: fondamento della letteratura maya è infatti l’atto del parlare, la trasmissione orale attraverso le generazioni. Con l’invasione spagnola, la scrittura assume un carattere di drammatica difesa dell’identità maya. Ma le uniche composizioni in versi sopravvissute sono raccolte in un manoscritto settecentesco firmato da Ah Bam che contiene sedici cantares. Con un linguaggio a volte semplice e immediato, altre criptico e fortemente simbolico, questi versi esprimono una concezione unitaria della realtà: l’uomo è nel mondo insieme con altre creature, in un rapporto di interdipendenza anche con la sfera divina. Inserito nella dialettica dei contrari e del binomio vita-morte, ogni evento è la manifestazione diversa di una stessa realtà, alla quale ciascuno partecipa da dentro. È così che la natura diventa parte del sentire dell’uomo maya.

Nel XIV secolo la regione andina era dominata dall’impero degli Incas, unito dalla religione e dalla lingua quechua e con una organizzazione politica e amministrativa molto efficiente. Il governo incoraggiava lo sviluppo della cultura. Gli incas non avevano un sistema di scrittura fonetica né geroglifica, ma utilizzavano i quipus, un sistema fondato su nodi su corde di diversa lunghezza, spessore, colore. Difficilmente interpretabili, i quipus sono ancora oggi oggetto di dibattito. In ogni caso, la cospicua produzione letteraria in lingua quechua è pervenuta attraverso le trascrizioni di cronisti spagnoli o di indigeni che avevano imparato l’alfabeto latino, a partire dalla tradizione orale. I versi degli harawicus (‘poeti’ inca) sono brevi e generalmente non in rima, la disposizione strofica è mutevole perché si adegua alle esigenze della musica. Molte poesie sono di carattere religioso: inni sacri dedicati a Wiraqocha, il dio creatore, o a Inti, il dio solare. La catastrofe dell’invasione spagnola è espressa con toni profondamente angosciosi, comunicando un senso di profondo sgomento e un dolore corale perché condiviso non solo da tutto il popolo, ma anche dal sole, dalla luna, dalla terra.

Gli aztechi dominavano con splendore la maggior parte del Messico quando nel 1.519 vi penetrarono i conquistatori spagnoli e li sterminarono. La loro lingua e la loro cultura si erano diffuse in una vasta area che va dall’Atlantico al Pacifico e dalle steppe del nord al Guatemala. A Tenochtitlàn (loro capitale) l’architettura, la scultura avevano raggiunto uno sviluppo grandioso. In merito alla poesia, sappiamo che essa era quasi sempre accompagnata da musica (in atzeco, la parola cuicani significa sia ‘cantante’ sia ‘poeta’). Il nàhuatl, la lingua degli atzechi, è flessibile e ricca, adatta altrettanto bene a descrivere avvenimenti concreti quanto a esprimere idee astratte e sentimenti. I poemi religiosi (teocuicatl) venivano recitati nel loro stile arcaico e oscuro, carico di metafore e allusioni. La poesia lirica, invece, aveva i suoi temi preferiti nella bellezza della vita, del mondo, dei fiori, e nella ineluttabilità della morte. I poeti attingono da una simbologia ricca di immagini vistose, di sgargiante vitalità (pietre preziose, ghirlande, piume colorate…), che spesso crea un contrasto inatteso e concertante con il contenuto prevalentemente drammatico delle poesie.

Nella storia della letteratura americana, così come nel processo di formazione dello spirito americano che essa riflette, si possono distinguere tre periodi fondamentali: il periodo coloniale, che giunge ai primi anni del 1800; il periodo romantico, che si conclude con la guerra di Secessione; il periodo realista, che si prolunga fino all’età contemporanea.
Il primo periodo, quello coloniale, ha scarsa originalità e non raggiunge un alto livello artistico. I loro autori sono inglesi, colonialisti piuttosto rozzi, talvolta infarciti di pruriginose e ipocrite dottrine puritane, avventurieri con pochi scrupoli o ex galeotti. Solo verso il 1800 si inizia a sentire il bisogno di un affinamento dei propri mezzi di espressione letteraria.
Edgar Allan Poe (1809-1849) è uno dei nomi più importanti della letteratura americana, sebbene nulla di americano si ritrova nella sua personalità artistica: la sua cultura ha radici solo nella cultura romantica europea. L’originalità di Poe consiste soprattutto nell’aver fatto trasparire per la prima volta il subconscio in un linguaggio figurato, nell’aver trasformato i motivi romantici in espressioni del dramma di una coscienza tormentata; il tema della morte domina tanto i suoi personaggi poetici, quanto i paesaggi delle sue desolate poesie e dei suoi paurosi racconti.
Ralph Waldo Emerson (1803-1882) fu il protagonista e il portavoce della rivoluzione intellettuale che si manifestò in America a metà Ottocento; la sua produzione esprime l’ansia di emancipazione dell’individuo e l’inquietudine morale che furono le caratteristiche dominanti del romanticismo americano. Il suo ottimismo filosofico lo portava a ammettere che tutti gli uomini sono uguali per natura. Rigettò inoltre il culto esteriore non ammettendo che una religione interiore priva di mediazioni, di dogmi e di chiese. Nella sua attività poetica troviamo il meglio e il peggio della sua arte: all’opposto di Poe, Emerson disdegnava il lavoro di limatura e anche nelle sue migliori composizioni poetiche troviamo eccessi di astrazione, lungaggini, aridità; al tempo stesso i suoi versi sono talvolta colmi di eleganza, precisione, vigore, audacia stilistica e di sostanza. I suoi versi migliori sono fra i più classici di tutta la letteratura americana, tali da far ricordare Orazio.
Henry David Thoreau (1817-1862), amico e discepolo di Emerson, accolse e divulgò il pensiero filosofico del suo maestro e ne trasse una esperienza pratica di vita.
Henry Wadsworth Longfellow (1807-1882) appartiene invece a un filone più aristocratico. Abilissimo scrittore in versi, fu un profondo conoscitore delle maggiori lingue europee; occupando per quasi vent’anni la cattedra di lingue moderne a Harvard, ebbe un ruolo importante nel far conoscere a migliaia di giovani americani la letteratura europea. Delle decine di migliaia di versi che scrisse ben poco si può leggere oggi; il poema narrativo e drammatico fu in ogni caso la sua specialità.
Herman Melville (1819-1891) è una delle figure più singolari della letteratura americana ottocentesca, incarnandone l’inquietudine e il bisogno di una ricerca in profondità, equilibrate — nel suo caso — da una solida struttura culturale. C’è in lui, inoltre, la fiera coscienza di creare opere veramente americane, espressive di una sensibilità che cominciava a riconoscersi distinta dall’Europa.
Ma è a Walt Whitman (1819-1892) che spetta la palma fra i poeti americani: egli è senza dubbio il più audace e violento innovatore della letteratura statunitense — è stato detto addirittura che il suo verso libero è la guerra d’indipendenza americana proiettata nella letteratura. Whitman inaugurò un’espressione rude, ribelle agli schemi poetici tradizionali, e intesa a abbracciare l’intera esistenza in tutte le sue manifestazioni anche meno “poetiche” nel senso che la tradizione era venuta consacrando. Cosmicità e senso delle cose minime e comuni divennero sinonimi per lui, che dichiarava di sentirsi parte del mondo primordiale e fenomenico. In tutti i suoi versi, di carattere profondamente naturalistico, risalta prepotentemente il suo immenso amore per le cose familiari e per la sua terra. In questo senso Walt Whitman può essere considerato il primo grande poeta statunitense distintamente autonomo. I suoi componimenti hanno l’aspetto di sinfonie dove i valori ritmici assumono una importanza quasi di primo piano: con i crescendo, i diminuendo, i ritorni tematici e le variazioni. Purtroppo la sua enfasi rivoluzionaria lo portò spesso all’anarchia: le sue poesie mancano di quella salda organizzazione, di quel senso proporzionale, di quella disciplina, che in poesia non possono andar disgiunti dalla genuina ispirazione. La prima edizione di Leaves of Grass (“Foglie d’erba”) comparve nel 1855.
Emily Dickinson (1830-1886) ha lasciato forse il più puro corpo poetico di tutta la produzione americana. Qualcuno la considera la poetessa più notevole dopo Saffo. La libertà del suo spirito si manifestò nell’audacia delle immagini, nella freschezza degli epiteti, nell’intimo ripiegamento entro la sua solitaria individualità. I suoi versi ci parlano per lo più in modo obliquo, sono pieni di remote allusioni, e mirano sempre all’essenziale; non c’è musica, raffinatezza o soavità — ma quasi sempre i suoi versi sprigionano lampi di bellezza, forti emozioni, alti pensieri, ampie riflessioni umane, con una spontaneità e una sincerità inequivocabili. Ritirata a vita solitaria, scriveva per se stessa attingendo esclusivamente al suo cuore e alla sua fresca esperienza.
Al periodo realista appartennero infine scrittori come Mark Twain, Henry James, Ernest Hemingway, John Steinbeck, Scott Fitzgerald, Edgar Lee Masters.
Ezra Pound è un’altra figura importante nello sviluppo del gusto poetico del periodo più recente della letteratura americana. Poeta colto, la cui poesia è piena di riferimenti letterari e storici, è un ricercatore raffinato di un ideale di perfezione poetica. In qualche modo, ha influenzato l’intera produzione poetica americana successiva, da Wallace Stevens a Thomas Stearns Eliot.

Fra i maggiori poeti moderni dell’America Latina, ricordiamo il portoghese Fernando Pessoa (1888-1935), la cilena Gabriela Mistral (1889-1957), il peruviano César Vallejo (1892-1938), l’argentino Jorge Luis Borges (1899-1986), il cubano José Lezama Lima (1910-1976), il cileno Pablo Neruda (1904-1973), il messicano Octavio Paz (1914-1998), il venezuelano Juan Liscano (1915-2001), il boliviano Jaime Saenz (1921-1986).

Infine, a partire dagli anni Ottanta, si verifica un processo culturale di straordinario interesse: la comparsa di una nuova letteratura nelle diverse lingue indigene. Dopo secoli di repressione, poeti e scrittori di varie etnie si sono riappropriati della parola scritta: il guatemalteco Humberto Ak’Abal compone versi in k’iché, il messicano Victor de la Cruz in zapoteco, il cileno Elicura Chihuailaf Nahuelpan in mapudungùn, il peruviano José Luis Ayala in aymara, il peruviano Macedonio Villafàn Broncano in quechua. Ognuna di queste voci ha una sua specificità, ma tutte rimandano a una visione del mondo ancestrale e a un ordine estetico basato su una composizione poetica tesa a cogliere i suoni nell’universo vivente con il quale si stabilisce una relazione mutevole, sensoriale e spirituale. E se questa relazione con il cosmo è una eredità dei loro antenati, essi si fanno veicolo della memoria e quindi voci della coscienza indigena.