Satprem,
lo stato senza morte

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di Tommaso Iorco
(autore tutelato SIAE)

Satprem, che era stato scelto da Mère come testimone diretto delle sperimentazioni da Lei compiute nella coscienza delle cellule (tra il 1951 e il 1973), poco per volta ne diventa diretto sperimentatore egli stesso.
Non era possibile — per lui che ha conosciuto Mère così intimamente — concepire il fallimento di un lavoro la cui attualità non poteva permettere procrastinazioni!
MAI, nemmeno per un istante, Satprem ha avuto la sensazione che il lavoro di Mère fosse stato posticipato o, peggio ancora, vanificato. Occorreva perciò ritrovare quel sottile filo rosso che contrassegna il nostro brancolante cammino di uomini assai poco sapiens!
Carnets d’une Apocalypse rappresentano il resoconto pressoché quotidiano di questa affascinante ricerca da parte di Satprem (il 30 maggio 1987 Satprem annota che «l’Apocalisse, è la fiaba di Sri Aurobindo»).
Una esplorazione temeraria, un’avventura piena di imprevisti e di rischi, ma straordinariamente meravigliosa, verso il ‘dopo-uomo’: il prossimo passo dell’evoluzione terrestre.

Ma, all’indomani della scomparsa di Mère, Satprem deve anzitutto mettere al sicuro e garantire la pubblicazione del’Agenda de Mère. Una Battaglia sulla quale non si reputa opportuno soffermarsi in questo articolo. Basti ricordare che, fra il 1978 e il 1982, i tredici volumi dell’Agenda vengono pubblicati, grazie all’aiuto di personaggi influenti che, contemporaneamente, su sollecitazione dello stesso Satprem, si oppongono al processo intentato da un certo Navajata (fondatore e allora responsabile di una danarosa istituzione chiamata S.A.S.), il quale ambiva a diventare l’erede universale di quella che lui avrebbe desiderato venisse ufficialmente riconosciuta come “la religione di Sri Aurobindo e Mère” (incredibile ma vero!!). Il processo, intentato presso la Corte Suprema dell’India, dura alcuni anni e si conclude nel 1982, con la definitiva sentenza — basata sulle chiare affermazioni di Mère e Sri Aurobindo, impossibili da fraintendere o distorcere, in cui si evince chiaramente e fuori d’ogni dubbio la Loro non appartenenza ad alcuna religione e la Loro precisa intenzione di non volerne creare una nuova, essendo ciò in palese contraddizione con il Lavoro di sperimentazione evolutiva messo in moto. Il Lavoro di Mère e Sri Aurobindo (giova ripeterlo ancora e ancora, data la stupidità umana e il suo atavico bigottismo), non ha nulla a che fare né con la creazione di una nuova religione, né con il recupero di una qualche forma di religione attuale o antica, né mediante l’unione sincretica di varie religioni. E questo è tutto, sull’argomento. A onor di cronaca, a conclusione del processo, Navajata si suicida (il 19 gennaio 1983).


Satprem sente di aver concluso il suo lavoro di scriba; a questo punto, pensa che stia appressandosi per lui il momento di uscire definitivamente di scena. Ma è proprio in questo momento di totale vuoto, di assenza di scopo, che inizia a profilarsi qualcosa di nuovo.
Al principio i segnali sono imprecisi e lo stesso Satprem non riesce a comprenderli nella loro reale portata; perciò, con la speranza di decifrarli un poco, li trascrive meticolosamente su quelli che diverranno per l’appunto i suoi Carnets. Il 18 febbraio 1979 riceve una sorta di visione, in cui assiste alla bizzarra apertura di qualcosa simile a “piccole tasche d’aria” nel corpo.


Il 7 marzo 1981 (vol. II) si produce un evento cruciale, che Satprem in un primo tempo scambia per un attacco cardiaco. Ecco come lui stesso tenta di descrivere il fenomeno in una lettera indirizzata a un’amica:
«Ho attraversato ogni tipo di prova nella mia vita: nei campi di concentramento ho preso il tifo, la tubercolosi e infine la peritonite e ogni sorta di malattie per le quali uno dice: “Ho rischiato di lasciarci la pelle”. Ma ogni volta, non ho mai sentito che… Il mio corpo non ha mai sentito che stava per morire! Forse ha sfiorato la morte, ma non stava morendo. Mentre questa volta, ha sentito che stava per morire. È come se la morte avesse posato il proprio dito sul corpo. Questo fatto lo ha parecchio scosso e gli ha lasciato una sorta d’impronta, o d’incertezza.
Si tratta di un’esperienza che non ho ancora compreso del tutto, per cui preferisco non svilupparla e non mentalizzarla. Ma è avvenuto qualcosa di radicale nel corpo, questo è certo. Qualcosa che ha completamente cambiato il mio equilibrio di base — la base sulla quale abitualmente un corpo funziona, che crea una sorta di fiducia spontanea, di fiducia nella vita, di fiducia che funziona. C’è qualcosa, là, che è stato (come posso dire?) toccato o cambiato o scosso, non saprei. Che cosa vuole significare? Non lo so ancora» (4 aprile 1981).
Accettando il consiglio di alcuni amici, Satprem si sottopone a degli esami cardiaci, ma l’elettrocardiogramma rivela inaspettatamente che il cuore non c’entra per nulla! Di che si tratta, allora?
Intanto, l’esperienza si ripete, tra il 24 e il 25 aprile 1981. Ma Satprem impiegherà diverso tempo prima di arrivare a capire che queste due esperienze avrebbero segnato l’inizio cosciente del lavoro nel corpo e che il dolore proveniva dalla resistenza fisica del vecchio sistema animale di cui noi esseri umani siamo attualmente provvisti.
È un processo che si ripeterà con sempre maggiore precisione per anni e anni, con intensità crescente, proporzionata alla capacità dello strumento a sopportarla. Il vecchio corpo deve abituarsi a questa nuova vibrazione, deve adattarsi a questo nuovo modo di funzionare.


Il terzo volume si apre con queste laconiche parole:
«Il Vero Lavoro comincia» (Le Vrai Travail commence).
Il 14 maggio 1981 Satprem sente un “qualcosa” che lo sprona (Il y a comme un oui) a mettersi sulle tracce di Mère e Sri Aurobindo: «l’impressione di essere preso per mano». E il 25 giugno 1982 trascrive succintamente un’esperienza cruciale: «La montagna arida pompa avidamente i fiotti della luce». La montagna rappresenta qui l’Incosciente materiale, che si apre alla luce sopramentale. Il giorno dopo, Satprem scrive a un amico: «Quella che era solo una “idea” o una congettura (la trasformazione), è diventato l’unico fatto pressante e imperativo. Non so come sbrogliarmi in una cosa del genere, so soltanto che c’è un’aspirazione imperiosa, inevitabile, irreversibile potrei dire, diventata una specie di necessità fisica, di bisogno nel buio, e che non potrei fare null’altro. Non conosco nessuna direzione, non so dove sto andando, ma questo poco importa».
Lasciando per un attimo da parte gli aspetti più ‘personali’, è — questo — il segno che il Lavoro di Trasformazione della Materia intrapreso da Sri Aurobindo e Mère è possibile: non solo per i due Avatar che lo hanno concretizzato, aprendo il passaggio per la coscienza terrestre, ma per l’intera coscienza terrestre, per ognuno di noi, individui di questa famiglia umana lacerata e confusa. Qualche ‘utensile’ umano si fa strumento di questa Forza che intende elaborare sulla terra un essere più evoluto e più divino, finalmente! E, possibilmente, mediante la nostra cooperazione cosciente.
Prima constatazione: non cercare di impugnare la Forza, ma lasciarla scorrere cercando di non opporre la sia pur minima resistenza: «La cosa più difficile da ‘comprendere’ per l’ego del corpo, è che non si tratta di un movimento di concentrazione ma di espansione; non si tratta di accumulare la forza ma di lasciarla passare attraverso le maglie. Un fiore capirebbe meglio. Il frutto si avvolge nella sua notte zuccherina e si decompone. Un movimento solare. Credo di aver toccato una chiave» (6.9.1982).
Pochi giorni dopo, il 21 settembre, Satprem avverte poi un fenomeno che anch’esso diventerà assai familiare e ricorrente, pur sempre con una progressività di dosaggio e di approfondimento:
«Per il corpo, il Divino non è un pensiero e neppure un sentimento: è una delizia, come un fiore che si apre al sole, come una terra secca che beve la pioggia… Stamane ero immerso a sentire-vivere questa delizia, quando improvvisamente la coscienza (che stava come sempre sulla sommità della testa) si è messa a salire-salire-salire, senza fine, con delle grandi nebulose dorate di tanto in tanto, e saliva all’infinito in piani d’immenso silenzio bianco, ancora e ancora…».
Insomma, si tratta dell’ascesa della coscienza fisica, attratta in alto da una formidabile Calamita, verso la propria origine solare, divina e immortale. Il corpo fisico ha la sensazione di entrare in strati materiali sempre più densi, sempre più solidi — e, al tempo stesso, quella strana sostanza sembra liquida, come un “blocco d’oceano”. È la coscienza-forza sopramentale, «più fluida di un gas e più dura del diamante», come Sri Aurobindo l’aveva definita con quella sua penna precisa.
Parallelamente all’ascesa, interviene un movimento di discesa. In realtà, si tratta di un unico movimento duplice: a mano a mano che si sale in stati di sempre crescente densità, simultaneamente la coscienza fisica si sente precipitata sempre più in basso, in una crescente resistenza.
E, in questo faticoso procedere, in un continuo alternarsi di tenebra e di luce, di momenti di grazia e altri in cui tutto sembra richiudersi nella vecchia vita mortale di sempre (che poi si rivelano essere momenti di grazia anch’essi o, perlomeno, passaggi obbligati per procedere oltre) ecco sbocciare la certezza di un fiore meraviglioso sul cammino. Tra il 27 e il 28 gennaio 1983, nel pomeriggio, Satprem assiste a una discesa massiccia: «Una meravigliosa colata di oro solido, spesso, nelle vene, nei nervi, nelle membra poi quasi immobilizzate: Dio vivo, là. Per un’ora e mezza. Stavolta, nulla più in me avrà dubbi. La porta del sole è aperta».


L’esperienza si fa sempre più assidua e intensa e, giorno dopo giorno, Satprem annota ogni minimo dettaglio — non senza una buona dose di auto-ironia (segno — se mai necessitassimo di una conferma in merito a questo bretone dotato di una sincerità bruciante — di sano e prezioso buon senso). Uno strano impasto Becquerel-Voltaire-Rimbaud sembra animare questa “provetta di laboratorio”, la provetta ‘B23’, come lui stesso scherzosamente ama talvolta definirsi (ove B sta per Bernard, il nome datogli da sua mamma prima di quello assegnatogli da Mère, e 23 per 1923, corrispondente al suo anno di nascita).
Così, fra alti e bassi ma pur sempre immerso in quella che lui stesso definisce una “solidità di cristallo”, ecco giungere una prima apoteosi (vol. IV): «Questa mattina di Delizia, è venuto il Nettare meraviglioso. Un bagno nell’oro. Tutto il corpo era meravigliosamente e deliziosamente immerso in Mère e Sri Aurobindo. È questa, la risposta a tutto — non soltanto la risposta, ma la nuova esistenza indistruttibile, il sole d’immortalità, o piuttosto di non-mortalità, dato che la morte non esiste più in quello stato! Contiene tutto, è tutto, può tutto — È. È la sola cosa che è. Un’estasi… talmente sorridente! oh!, e così semplice! È il Supremo stesso nella Materia. Tutto il corpo balbettava, sapeva soltanto balbettare: oh! Signore, Signore, Signore…, in un’ebbrezza assoluta. L’illusione, consiste nel non vivere questo, nel non esserne coscienti, nel non immergersi lì dentro ininterrottamente. Il Supremo è un bambino meraviglioso. E si è in questa infanzia meravigliosa. Oggi, 5 settembre 1983, è un grande giorno per la terra. Stavolta, i due estremi sono uniti in una coscienza umana e in un corpo terrestre. Almeno un uomo ha attraversato le porte che Loro hanno aperto. Ciò vuol dire che altri passeranno. E questo significa che il mondo cambierà» (5 settembre del 1983).
Il Passaggio è aperto.
Ma occorrerà percorrere fino in fondo la traversata, sperando nel frattempo che altri osino varcare quella soglia di morte per trovarsi catapultati — non senza un certo brivido di vertigine e di stupore — nella Vita vera — la “Vita divina” preconizzata da Sri Aurobindo.
Un irresistibile torrente della Coscienza-Forza penetra goccia a goccia nei tessuti nervosi e fisiologici del corpo fisico di Satprem, squassando i vecchi atavismi e creando un vero e proprio cataclisma, per usare un termine che è piuttosto ricorrente nelle pagine del suo taccuino del 1984 (si tratta infatti di una inondazione, kataklysmós) in cui l’incalzare degli eventi politici mondiali sembra fare da contrappunto (in negativo, purtroppo, come se a mano a mano che sulla terra scende un sempre maggiore potere divino, tutta la Menzogna si coalizzasse contro, usando i grandi poteri politici ed economici per fare quanti più disastri è possibile) alla radicalità di tali esperienze. Poi, il Niagara sbocca nell’oceano di luce della vita nuova.
Verso la fine dell’anno, Satprem è in grado di annotare una considerazione che ci sembra di capitale importanza: «Sono ormai persuaso che tutta quanta la faccenda riguardi questo: il passaggio dall’atmosfera mortale all’atmosfera divina. E quando si ricade nell’atmosfera mortale, ebbene, essa diventa assai mortale e dolorosa! Non si “guarisce” dal Dolore, è l’intero sistema umano e tutta l’atmosfera umana che sono il Dolore e la Morte — bisogna passare dall’altra parte, dall’altra atmosfera… restando però sulla terra. Allora si va e si viene da un atmosfera all’altra finché non ci si sia totalmente e fisicamente stabiliti nell’atmosfera divina. Si esce dallo scafandro e si rientra nello scafandro. Ma il Passaggio esiste ed è umanamente possibile — è tutto quello che posso dire» (15 novembre 1984).
Ma quello che Satprem cerca non è certo una immortalità personale e privata: il suo unico movente è il Lavoro che Mère ha fatto per tutta la terra; vorrebbe solo poter fungere da strumento duttile e ricettivo nelle mani della Forza, esattamente come ogni essere umano di buon senso dovrebbe cercare di fare in quest’ora cruciale del destino terrestre. Ma dato che la stragrande maggioranza degli esseri umani si lascia ancora pressoché totalmente fuorviare da quella grande Menzogna che ci avvinghia al cappio del dolore e della morte, quello di Satprem resta al momento un lavoro eccezionale, affidato a sparuti (perlopiù sconosciuti) pionieri.
In fondo, è sbagliato perfino dire che Satprem, o chiunque altro, faccia qualcosa; a ben vedere, a quei livelli di realtà non esiste più una persona in grado di fare alcunché: è la Forza divina stessa ad agire in modo più o meno diretto a seconda del grado di ricettività che incontra. Una sorta di automatismo divino si instaura, in cui si assiste all’invasione di questa Densità che colma il corpo dal basso verso l’alto, fino a dilagare oltre il corpo, sopra la testa e tutt’intorno, in un movimento ripetitivo e quasi meccanico, come il moto della marea o la risacca del mare — con l’unica differenza che non si tratta di un fenomeno altrettanto poetico, purtroppo, in quanto il corpo ha la sensazione di un’intensità crescente che è sempre più insopportabile per la vecchia fisiologia. È tutto l’atavismo che viene mandato progressivamente in frantumi — e la minima vibrazione di paura può rivelarsi fatale. Si tratta di un lavoro spossante e di una precisione esatta fino all’inverosimile. Neppure un atomo può essere lasciato fuori gioco.


E arriviamo al 1985 (e al quinto volume dei Carnets), anno in cui il processo si intensifica ulteriormente — è il 9 gennaio:
«Questo pomeriggio: un Bagno di Fuoco. Qualcosa di perfettamente impossibile, invivibile, fisiologicamente demente — impossibile. E tuttavia è possibile, è vivibile, è. E come sia possibile, non lo so. Secondo la logica, fisiologicamente sarei dovuto morire — scoppiato, polverizzato (o cotto, piuttosto). Se non sono morto, significa o che la morte non esiste, oppure che c’è un altro tipo di vita che sfugge completamente alle leggi della Materia. È tutto quello che posso dire. Per un’ora e quaranta senza tregua. Del Fuoco vivo. Della lava in fusione. Non ho mai vissuto questa cosa a tale grado. È al di là della morte e al di là della vita — qualcosa di sconosciuto. Un altro tipo di vita. La smentita a tutte le cosiddette “leggi della Materia”».
Ma la vera novità arriva il 31 gennaio, quando Satprem, cercando di andare ancora una volta alla radice del dolore, del male, della morte, si trova precipitato in «una immensa tela di ragno, come se tutte quante le fibre della vita, questi milioni e miliardi di fibre fossero avvolti in una Nube nera collante tessuta da una Tela centrale. La Tela della Tristezza, del Dolore, della Sofferenza, dei milioni e miliardi di buone ragioni di essere immersi nella sofferenza e nella tristezza e nell’orrore, ma è QUESTA che inocula il suo veleno, che ci costringe nella tela, e che finalmente vuole divorarci. È la Tela della Morte. Si è prigionieri nella sua Nube, e poi hop!, può prendere un anno, dieci anni, vent’anni, ma alla fine ci trasforma in un boccone — è questo, il vero Cancro. È il nodo centrale. …Ed è straordinariamente curioso (è un caso?): nei registri dei campi di concentramento, eravamo catalogati N.N. (Nacht und Nebel) — Notte e Nube. Eravamo condannati alla Nube».
La transizione è lenta e pericolosa, ma la cosa più sconcertante è che si cammina senza sapere se si sta procedendo nella direzione giusta. Tutto il vecchio modo di percepire e di stare in un corpo si disgrega e non si sa bene se è la vecchia morte di sempre che ci bracca e ci consuma a poco a poco, oppure la nuova Vita che erige le proprie divine fondamenta sopra le macerie di questa vecchia carcassa animale.
Ogni tanto, tuttavia, si può gridare un qualche ‘eureka!’ che, pur sapendo bene non costituire quello definitivo, è irrefutabile. Così, il 29 marzo 1985, Satprem può esclamare:
«Adesso SO! il corpo SA! Tutte le leggi della Materia sono una Menzogna. Tutte le leggi del corpo sono una fabbricazione menzognera del subcosciente. Tutto è FALSO! C’è la TUA Legge. C’è un altro Sole. C’è una vera Materia. C’è la Sensazione divina che annulla, dissolve, “irrealizza” questa Menzogna millenaria. La “disintegrazione”, è la disintegrazione del subcosciente scientifico e atavico, materiale — saltato per aria! C’è QUESTA COSA. C’è quanto QUESTA COSA vuole. C’è Questa Legge. C’è la Materia divina dove tutto questo incubo di morte non esiste più. Siamo alla Frontiera del Nuovo».
Vita, morte… due parole che sembrano perdere il loro significato, o forse ne acquistano uno del tutto nuovo. E noi, da che parte stiamo? Dalla parte della vita, o dalla parte della morte? Siamo NOI i morti che devono resuscitare, uscire da queste tombe nelle quali ci troviamo murati, illusi di credersi ‘vivi’… Ma di quale vita andiamo blaterando? Questa sembianza di vita in cui ci dibattiamo come forsennati? No, è la morte che ci fa credere vivi. È la Morte che deve morire, affinché la Vita vera sia!


Nel 1986 (vol. VI) il corpo di Satprem «incomincia a ricevere numerose prove… una evidenza che funziona». Un anno ancora in cui «ci si dibatte in un Mistero umano che questi Carnets cercano costantemente (o prematuramente) di mettere a nudo».
Una prima osservazione viene fatta proprio al principio dell’anno, il 15 gennaio. Satprem nota come tutte le energie materiali di cui siamo a conoscenza, se portate a una certa intensità, diventano distruttrici per il corpo (una scarica elettrica potente, lo fulmina; una forza gravitazionale troppo forte, lo schiaccia; un calore troppo elevato, lo carbonizza; un’esplosione atomica, lo polverizza…). Mentre, al contrario, l’energia sopramentale (ovvero, l’Energia Creatrice stessa, allo stato puro) è in grado di aumentare la sua dose in modo indefinito senza distruggere il corpo fisico. Ciò che questa Forza invece distrugge inesorabilmente al suo passaggio, è la morte, l’oscurità, la menzogna. Perciò, l’adattamento progressivo necessario per sopportare la forza-coscienza sopramentale nel corpo, non è teso a rendere il corpo sempre più capace di ospitare questa Forza (il corpo possiede già spontaneamente tale capacità!), ma a spodestare dalla coscienza fisica l’illusione della realtà della menzogna, della malattia, dell’oscurità, della morte. C’è una illusione da stanare in quella che Sri Aurobindo chiama “la mente del corpo” e Mère “la mente delle cellule”; la morte non è affatto connaturata al corpo fisico — è solo un rivestimento opaco che vela e deforma la pura coscienza cellulare, la vera realtà della materia, che è libera da ogni legge (compresa quella della morte). Mère parlava di una “periferia opaca” della cellula, che bisogna attraversare per arrivare al nucleo della pura realtà materiale.
Satprem osserva la barbarie aumentare giorno per giorno nel mondo e, parallelamente, persegue senza tregua il suo compito di imparare un altro modo di essere nella materia,un altro modo di vivere in un corpo fisico; in una «strana situazione mista» egli a ogni istante si spinge all’estremo limite possibile per un uomo, dove il passo successivo sembra impossibile restando “vivi”, eppure ogni volta constata che «è come se, ogni volta, il limite retrocedesse» — come se la morte perdesse sempre più terreno. E quanto sembrava impossibile diventa meravigliosamente possibile: «la morte può essere annullata. Ieri, ho avuto la prova corporea definitiva dell’irrealtà della morte. La morte non è una necessità “ineluttabile”, come l’Ananke dei greci, è la conseguenza ultima di una forza menzognera e crudele che domina tutti gli strati della coscienza terrestre fino alla materia più materiale. È questa dominazione che può essere ribaltata» (14 aprile 1986).
Il 26 settembre, osservando la proporzione davvero «smisurata» del fenomeno, Satprem si pone degli interrogativi fondamentali:
«Non so se si tratta di un cataclisma o di una apocalisse. Si attraversa “qualcosa”, ma cosa? Tutto questo conduce da qualche parte — ma dove?»
Ma a Satprem non importa certo dare un nome alla meta che faticosamente e inesorabilmente si avvicina a lui passo dopo passo, tanto più in considerazione del fatto che si tratta di un cammino privo di strada e di segnali indicatori. Satprem cerca una risposta pratica alle sue domande: occorre arrivarci, in questo ignoto che va costruendosi davanti a sé.
E quando la strada si disegna chiara sotto i suoi piedi, questo è tutto ciò che conta per davvero — mentre, nel frattempo, si osserva intorno a sé il panorama che cambia, o che si allarga sempre più, permettendo una visione d’insieme sempre più globale.
Come ad esempio il giorno del suo 63esimo compleanno:
«Il processo diventa assolutamente tangibile (!) e chiaro — vissuto. Nel corso di tutta la nostra vita, dal nostro primo respiro, siamo avviluppati, circondati, rinchiusi dentro una invisibile muraglia di morte, e questa muraglia, noi non la attraversiamo che al momento di morire (per scoprire che la Vita stava dall’altra parte!). Ora, quando questo vulcano dal basso sale a ondate sempre più dense e va a toccare o a scatenare o a chiamare — provocare — questo vulcano dall’alto che scende con una massa sempre più densa, sempre più densa, tutto il corpo ha la sensazione di essere schiacciato, appiattito, spappolato, accartocciato, ridotto allo stato di una specie di microscopica pupattola — di un seme, come in una implosione. MA è la traversata di questa muraglia di morte… che avviene restando pienamente vivo!… per ritrovare la Grande Realtà UNA, Totale, fatta d’Amore, la Vita finalmente, la Vita vera. Ed è al momento di questa traversata, in questa sorta di annientamento “insopportabile”, che non bisogna sbagliarsi di realtà e prendere la Vita per la morte! È questo che viene vissuto a poco a poco, per ondate successive e per “annientamenti” successivi. E si capisce che una cosa simile non si può fare in un solo corpo. Ma il corpo SA» (30 ottobre 1986).


Il settimo volume dei Carnets d’une Apocalypse ha una straziante particolarità, essendo il primo volume pubblicato postumo (ovvero nel mese di ottobre del 2007), benché Satprem abbia avuto tempo di rileggerlo integralmente, essendo già pronto per la pubblicazione da più di un anno... Sempre più, attorno a lui, si assiste a uno sfaldarsi dell’entourage, a un preoccupante scollamento fra la crescente intensità della propria esperienza corporea, e la resistenza o la refrattarietà crescente della materia umana circostante (e l’analogia con gli ultimissimi anni dell’Agenda di Mère, da questo punto di vista, sono piuttosto impressionanti, con tutte le dovute differenze). In ogni caso, questo volume comprende undici mesi, da febbraio a dicembre del 1987.
Il 22 febbraio Satprem annota: «Questo corpo è stato fabbricato dalla morte da milioni e miliardi di anni, ed è questo senso materiale della morte che sta per essere estirpato dal corpo, atomo dopo atomo, cellula dopo cellula, in modo innumerevole — e ogni volta che un lembo di morte viene estirpato, si attraversa la morte per intero — non si finisce di morire. Finché non resterà più un solo atomo di questa Menzogna. Soltanto il Sole. Ecco quanto questo corpo incomincia a capire e che gli conferisce la forza di attraversare tutte queste morti successive»
Satprem — o, dovremmo dire, con maggiore precisione, l’agglomerato fisico che costituisce la sostanza del corpo di Satprem, per nulla separato dall’intera materia universale (o perlomeno umana!) — avanza a tentoni in una dimensione... sempre più limpida.
«Evidentemente, c’è una difficoltà collettiva da vincere — che più tardi non sarà più presente... per quanti seguiranno». Questa breve nota, apposta a margine del suo diario del 19 marzo, può farci comprendere un poco le proporzioni del Lavoro.
…E, in effetti, questo settimo volume contiene brevi annotazioni a piè di pagina che sono folgoranti e meravigliose. Il 23 maggio 1987, per citare un altro esempio, Satprem — sempre a caccia “di quel qualcosa che FA la morte” (non semplici “pretesti”, come il cancro o l’infarto, ma la vera sorgente scatenante) — appone in una postilla un formidabile enunciato: «La vita è la morte, mentre la morte è altra cosa». E subito dopo ne aggiunge un altro, precisando però che quest’ultimo è ancora in fase di verifica sperimentale: «Quando si potrà trasmaterializzare quest’altra cosa, la morte scomparirà e sarà un altro tipo di vita». Già: noi crediamo di vivere, ma in realtà la nostra cosiddetta vita è la morte stessa. Mentre, dall’altra parte, quanto a noi appare morte, potrebbe essere la vita vera, che preme per passare da questa parte e… resuscitare i morti che noi tutti siamo! Fra noi, indubbiamente, ci sono morti che credono di stare bene e altri che credono di stare male — ma pur sempre di morti si tratta! E Satprem, lo stesso giorno, aggiunge: «Sotto la pressione formidabile di questa Potenza di Grazia si attraversa, nel corpo, tutto un reticolo di maglie di ferro assai fitte di cui ciascuna è la morte che tira, strappa, resiste — VUOLE farvi credere nella morte» (23 maggio 1987).
Un paio di giorni dopo, Satprem precisa: «Noi siamo rinchiusi in una statua invisibile. Come il faraone nel suo sarcofago. Questa statua è la morte, che noi chiamiamo vita. Tutte le nostre conoscenze, le nostre “leggi”, le nostre scienze e le nostre religioni sono il prodotto di quest’uomo nel suo invisibile sarcofago. Tutto è visto e vissuto attraverso questa parete deformante. Tutti i nostri mezzi e i nostri “poteri” sono degli artifici indiretti per agire dall’interno di questa prigione o attraverso i suoi muri invisibili. Se il Muro crolla, tutto cambia. È l’inizio della nuova specie.» (25 maggio 1987).
«Il corpo impara progressivamente l’irrealtà della morte… Visto dalla parte opposta, si potrebbe dire in modo più positivo che il corpo impara progressivamente a sopportare lo stato senza morte» (17 luglio 1987).
«Non è il cancro, non sono le malattie, non è la vecchiaia che creano la morte: è questa parete. Non sono nemmeno gli “incidenti” che determinano la morte, perché, al di fuori di questa parete tutto è mosso da una Totalità Armoniosa dove non esiste, non può esserci alcun “incidente”… Ed è proprio questa Totalità Armoniosa (e potente!) a essere insopportabile per qualcuno che si trova all’interno della parete» (18 luglio 1987).
«Bisogna acconsentire fisicamente a passare attraverso le pareti del proprio corpo come attraverso la morte, unicamente affermando il sole che si trova dall’altra parte» (21 agosto 1987).
E, alla fine di un ulteriore anno di ‘terremoto nel corpo’, ancora un grido: «Riuscirà la mia schiena e reggere? (Talvolta ho l’impressione di essere come Atlante)» (31 dicembre 1987).


L’ottavo tomo riguarda l’intero corso dell’anno 1988.
Il primo gennaio, Satprem annota una constatazione che, a ben vedere, ha molto poco di personale e riguarda piuttosto l’intera specie umana, in questa sua cruciale svolta evolutiva —
«È una tale agonia schiacciante. Non si può nulla. È una questione fra il Supremo e la Morte. Si è il luogo della battaglia. Sopportare e resistere…».
Per poi aggiungere, subito dopo: «L’unica cosa che si può fare, è scegliere di schierarsi dalla parte del Supremo. E subire… l’impossibile.»
Un programma d’azione che, per Satprem, è concreto e niente affatto teorico.
E il 26 gennaio, a riprova, il processo viene descritto con grande precisione: «Una Potenza scatenata e quasi… No, non “quasi”: ostinata, più pesante del piombo, che fa schioccare le vertebre del collo, inarca le scapole fin quasi a toccare la colonna vertebrale, fa schioccare le vertebre del coccige, le ossa dei piedi, solleva i talloni e si mette a martellare-martellare la Terra, poi una nuova Massa accanita, e così di seguito — qualcosa di folle e implacabile (come a dire): “lascia passare oppure ti spezzi”. E tutto il corpo si torce di dolore, cercando di sopportare queste Masse senza spezzarsi, e la cosa passa e passa ancora. Ci si trova in un cataclisma e si può solo lasciarsi triturare e contorcere e scuotere… Con, ogni tanto, dei sollevamenti dal fondo.» E aggiunge, a commento: «Il corpo ha una tale fede che non sia lui, ma qualcosa d’altro che debba spezzarsi.» La morte scricchiola in tutto il corpo e protesta contro quella invasione di Vita vera nell’organismo fisico.
Particolarmente significativa l’osservazione del 30 gennaio, buttata lì così, come nulla, ma che ci pare estremamente illuminante: «Credo che un atleta avrebbe probabilmente molte più difficoltà a sopportare “questa cosa”, perché la sua capacità animale è molto più resistente. (Se le mie vertebre si sentissero forti, è probabile che opporrebbero molta più resistenza — bisogna davvero lasciarsi “appiattire”, pur restando in piedi!).» E, come sempre, Satprem non perde la sua lucida ironia: «È sempre attraverso le falle che si progredisce. Il papa deve essere l’animale più retrivo che esiste.»! Effettivamente…
In ogni caso, per Satprem tutto il problema della trasformazione del corpo sembra concentrarsi sempre più sullo scheletro e, in particolar modo, sulla colonna vertebrale — «evidentemente, la colonna vertebrale è la base della forma umana» (1° maggio 1988).
Mère osservava, nella sua Agenda, un fenomeno chiamato “il trasferimento di potere”, in cui gli organi e le funzioni del corpo, uno dopo l’altro, perdevano la loro cieca obbedienza alle regole fisse della natura, ai suoi rigidi automatismi, e imparavano a obbedire alla Coscienza, al Divino. Satprem sembra invece non essere affatto sottoposto a una simile operazione (in una conversazione con l’amata Sujata, il 17 marzo, confessa anzi di non “capire” — in senso sperimentale e pratico, intendiamoci, non certo con la testa e la sua raziocinante ignoranza! — il processo seguito da Mère); per lui, sembra che tutta la resistenza alla trasformazione si concentri nelle vertebre. Una triturazione continua e spossante, in cui non si sa affatto quale sia la direzione da prendere e se si sta procedendo nel giusto senso! Il cammino verso una nuova specie, non può essere previsto in anticipo: solo a posteriori ci si rende conto se la direzione in cui si viene condotti fosse quella giusta. Di conseguenza, l’unica vera risorsa consiste nell’operare un abbandono sempre più totale al Divino. Un vero e proprio “surrender” del corpo!
E Satprem si trova sempre più alle prese con quella che lui stesso definisce «la Gestapo della Materia» (18 febbraio 1988), rintracciando una singolare analogia fra la costruzione del nostro corpo mortale e i metodi spietati delle SS: «Sembra che tutto questo sistema corporeo, materiale, sia stato inventato dai nazisti. Quando si tenta di uscirne, è uno scatenarsi di crudeltà e di cattiveria.» (5 maggio 1988). E, come conseguenza, una verità amara si presenta davanti ai suoi occhi: «Una gestapo crudele ha usurpato la nostra materia, e la scienza ha codificato le leggi crudeli. L’homo electronicus è il trionfo della Morte. E ne vanno così fieri!» (7 dicembre 1988).
Mère lo aveva testimoniato per prima, con quel suo linguaggio discreto e restio alle iperbole: «la trasformazione non è mica uno scherzo» — it’s not a joke!
23 agosto 1988: «Tutti i limiti del corpo sono i limiti della morte; tutte le lacerazioni, le oppressioni, i dolori, sono le lacerazioni, le oppressioni e i dolori della morte, e bisogna — bisogna permettere che questo Raggio Divino, questa Potenza “terribile” (ma terribile esclusivamente per il nostro sistema mortale) attraversi per intero questo muro di morte, e più questa Potenza si immerge lì dentro, più tutto stride e strazia e agonizza — occorre conoscere chi sta lì dentro e aggrapparsi con tutte le proprie forze a quest’unica Realtà a dispetto di tutte le lacerazioni e le agonie e le oppressioni, chiamare-chiamare questa sola Realtà che libera nel momento stesso in cui sembra opprimere e straziare e far morire. È questo, morire vivendo. È questo, lo “spell” [il sortilegio]. È questo, il torrione. Chi lo annienterà? O il nostro sistema umano mortale è inesorabile, come i campi di concentramento, oppure c’è una Grazia suprema al centro di questo orrore, e si può uscirne. Sarà la prossima Era e la prossima specie. Ci si scopre costantemente a un margine terribile.»

E, lo stesso giorno, Satprem aggiunge una nota più ‘personale’: «un nuovo livello della colonna vertebrale si è demolito.»
Davvero, non si può immaginare la triturazione che Satprem subisce un giorno dopo l’altro, un anno dopo l’altro, in modo sempre più drastico e impossibile. Quell’impossibile che è il solo grande Possibile aperto su una umanità ormai alla deriva e senza via d’uscita che non costituisca una fuga in un nirvana al di là della manifestazione cosmica).
Un cammino nell’impossibile che è privo di ricette e di panacee (queste e quelle sono le tipiche chimere umane che non possono andare d’accordo con uno stadio postumano, di cui non sappiamo nulla e che presagiamo libero, finalmente libero da ogni aberrazione, menzogna e illusione). «È sempre lo stesso: si crede di aver trovato il modo per sopportare la cosa, e tre minuto dopo, o l’indomani, il “mezzo” non funziona più e ci si ritrova di fronte a queste stesse ostruzioni e questi artigli di ferro…» (16 settembre 1988).
Il 3 ottobre, in una breve annotazione, Satprem accenna a una possibile nuova scoperta: una sorta di “valvola centrale” non meglio precisata (e di cui egli stesso ammette il giorno dopo di «non averne ancora compreso molto bene il meccanismo»). Il 10 ottobre, dopo aver iniziato a vederne meglio il funzionamento e, anzitutto, l’esistenza, afferma: «Questa “valvola centrale” e questo “asse centrale” esistono eccome. Si tratta anzi di una scoperta capitale — una scoperta del corpo. Questa “valvola” si situa (tracciando un asse verticale che dalla cima del cranio arriva fino al suolo, passando in mezzo al cervello e al corpo) in un qualche punto al centro della fronte o fra le sopracciglia — e l’“asse” scende dietro il naso, la bocca, ecc. e lungo il centro della colonna vertebrale.» Ma, evidentemente, si tratta di una scoperta troppo recente «per poterne parlare e, soprattutto, per poterne individuare i singolari effetti nell’intero meccanismo atomico (o “scheletrico”!).» L’unica cosa che Satprem si limita a precisare, è che non si tratta della ben nota kundalini, ma di qualcosa d’altro assai più poderoso nei suoi effetti sul corpo; e, «in ogni caso, è l’inverso della kundalini, dato che opera dall’alto verso il basso e non dal basso verso l’alto». Aggiungendo poi, il 15 novembre, che l’apertura di questa “valvola centrale” «corrisponde all’inspirazione» e, più precisamente, ha a che fare con la «nuova respirazione» che il corpo sta sviluppando, come quando — nel corso dell’evoluzione — il pesce si è trovato costretto a modificare la propria respirazione branchiale in una nuova respirazione polmonare.


Il 1989 è un anno particolarmente cruciale, anche dal punto di vista degli avvenimenti mondiali. Il nono volume di questi Carnets, si apre con una conversazione fra Sujata e Satprem; ancor prima dei grandi eventi planetari (capovolgimenti politici, scoperte scientifiche, sconvolgimenti climatici…), il vero cambiamento avviene alle fondamenta del corpo, nelle poco appariscenti contrade fisiologiche delle cellule. Satprem, infatti, osserva: «Ciò che per Loro [Mère e Sri Aurobindo] ha davvero importanza, è che ci siano degli animali umani che possano seguire il processo, che possano effettuare la traversata. È questo che Loro attendono: che tali elementi siano pronti. Dopo, ci si potrà occupare di salvare il salvabile. Ma occorre… È la legge evolutiva e divina, giustamente: occorre che dal versante dei vecchi animali ci sia qualche elemento capace di prestarsi alla transizione. E una volta che un numero sufficiente di questi “animali” saranno pronti, ebbene, a quel punto cambierà tutto. Tutto è al sicuro. Tutto è al sicuro, secondo il Loro piano divino e… E la vecchia storia si conclude una volta per tutte. La vecchia storia… Sarà sufficiente soffiarci sopra — è un nonnulla! Appare gigantesca e dominante e imperiosa, ma è una cosa da nulla! Non possiede alcuna realtà — che cosa è davvero reale, qui? È questa essenza divina — Questa sì che è reale… E folgorante! Mentre tutto il resto non esiste: è un’enorme Ostentazione; a dispetto di tutto il suo potere formidabile, non è nulla. È una falsa realtà.» (7 gennaio 1989).
La vera realtà deve sostituirsi alla realtà fasulla. Ma, per farlo senza mandare tutto all’aria, deve esserci un minimo di ricettività: qualche strumento umano capace di sopportare quel formidabile Potere-di-Verità.
Il corpo di Satprem è in pieno processo… L’esperienza, rispetto alle annotazioni del 3 ottobre 1988, si precisa: «Questa “valvola centrale” o questa “saracinesca centrale”è senza alcun dubbio la chiave del “timone” di questa nuova respirazione (si trova esattamente dietro gli occhi e il naso, o fra le sopracciglia, nell’asse verticale che passa per la sommità del cranio). Adesso il movimento o il meccanismo è chiaramente percepito e sostenuto. Non è più il caos. Si potrebbe dire che è il “timone” della Folgore Divina o l’“apparato respiratorio” dell’altra Energia. Ma occorre che si diriga direttamente verso il basso… “Direttamente” e senza contrazione ad alcun livello. […] L’intero nostro sistema è costruito per difendersi — da un nemico che è già all’interno!» (8 gennaio 1989).
Mère l’aveva constatato con precisione qualche decennio prima: non c’è nulla di sensazionale e di eclatante in questo lavoro del corpo… Piccoli fenomeni microscopici, centellinati con una precisione millimetrica, che paiono quasi privi di importanza, che non hanno neppure l’apparenza di costituire una qualche “scoperta”, per quanto marginale, in cui tuttavia si cela una poderosa chiave! È perciò necessario registrare ogni minimo indizio che, a distanza di mesi o di anni, può rivelarsi la traccia di un cambiamento radicale. Così, Satprem annota: «C’è una “serratura” da qualche parte che blocca, o che cerca di bloccare, la circolazione di questa Folgore — contrae i muscoli, i nervi, i tendini del collo e delle spalle e delle scapole e che produce tutti i danni possibili. Eppure, è presente un altro meccanismo, più potente, che talvolta domina o allenta o apre a forza questa serratura, ma non è ancora chiaro né padroneggiato. Ho la netta impressione che questa “serratura” coincida con la “valvola centrale”. E tutto ciò è legato alla respirazione.» (16 marzo 1989).
Poco dopo, una nota laconica: «Ogni singola inspirazione attira la Potenza alla sommità del cranio e ogni singola espirazione la fa scendere fino ai talloni — ogni stadio della colonna vertebrale è una “serratura” particolare.» (19 marzo 1989). E, il giorno seguente, una piccola scoperta: «Il corpo ha trovato l’embrione di un metodo o di una “maniera di fare” con questa inspirazione forzata a malgrado dello schiacciamento. Ma è alquanto arduo da sopportare. È davvero una respirazione verticale. Una respirazione verticale che si sprofonda come un martello pneumatico. I vecchi mantici polmonari continuano a funzionare e servono da agente o da meccanismo materiale, ma si direbbe che non apportano più alcuna energia vitale — e l’altra Energia… Bisogna imparare ad assimilare la Folgore (!). È uno stato precario fra due sistemi.» Questo al mattino del 20 marzo 1989. Ma basta qualche ora di esperienza diretta e di processo vivo per smontare ogni congettura — «Questo pomeriggio non era più questione di “metodo”, era una tale tempesta di folgore massiccia e imperiosa, quasi forsennata, da piegare e torcere il corpo in tutti i sensi — la mia schiena è una piaga aperta. È tutto il corpo che ostacola. Che cosa si può fare con questo sistema vertebrale? Bisognerebbe essere una medusa!» (ibidem). L’ennesimo ribaltamento delle nostre più ragionevoli supposizioni! Il giorno dopo, non ci sono più dubbi sul fatto che l’intero processo è un grande mistero: «Non esiste “metodo”, né maniera, né modo — il solo metodo è di superare la giornata presente, e poi la successiva, se possibile. Ogni volta che ho creduto di aver trovato una metodologia, l’anti-metodologia si è immediatamente abbattuta su di me. Ecco perché Sri Aurobindo non ha detto nulla. È proprio opportuno continuare con queste annotazioni?» (21 marzo 1989). Molto opportuno, aggiungiamo subito noi — per lo meno, per quei lettori genuinamente partecipi. Sarà lo stesso Satprem a esprimere la sua vera intenzione: «Questa mania di scrivere… Mi ostino a sperare che questo possa semplificare il lavoro a qualcun altro.» (6/7 aprile 1989).
Il cammino è imprevedibile e parecchio accidentato (per usare un eufemismo!), ma è nelle esperienze più radicali che talvolta emerge una chiave di volta: «Forti dolori cardiaci per quindici-venti minuti (lavoravo disteso sul dorso). Mi sono seduto e, nel volgere di un quarto d’ora (chiamavo Mère), si è prodotta una strana salivazione molto fluida e assai copiosa nella bocca ed è discesa giù per la gola e… il dolore è scomparso. […] Noto inoltre che quando il dolore al cuore è svanito, la “saliva” è svanita anch’essa. […] Credo si tratti proprio del famoso “nettare” di cui parla la tradizione indiana. Ma me ne infischio puntualmente delle “etichette” — preferisco i fatti.» (4 maggio 1989). La tradizione mistica indiana, in effetti, riconosce la presenza di una salivazione molto speciale e gradevole che talvolta viene percepita dagli yogi — alcuni fra di essi, addirittura, hanno affermato di nutrirsi di questo ‘amrita’ e di non necessitare di altro mezzo di sostentamento corporeo (o, comunque, di avere conseguentemente ridotto la quantità dei loro alimenti). Lo stesso Sri Aurobindo ne parla nei propri Diari.
Vi è comunque un elemento che non si espone ad alcuna possibilità di dubbio: «Occorre che la natura stessa delle ossa, dei tendini e dei muscoli — tutta questa articolazione meccanica — cambi […] Tutti gli organi si adattano (cuore, cervello, ecc.), ma non questa struttura di base.» (14 maggio 1989).
Poi, come al solito d’improvviso, un elemento nuovo viene a sovrapporsi al processo: «Un fenomeno nuovo… Quello che potrei chiamare il fenomeno delle “Masse fluttuanti” o delle “Masse morbide”. Parecchio strano. Mi trovavo (questo pomeriggio) da trentacinque o quaranta minuti in posizione eretta, immerso nella consueta operazione e c’erano delle Masse schiaccianti che selciavano il loro cammino o che aprivano il loro cammino attraverso la struttura della mia schiena — tutti questi muscoli, tendini, nervi, articolazioni tese al punto di spezzarsi — che pare di ferro, come d’abitudine (ciò che ero solito chiamare “il muro di ferro”), quando, non so per quale motivo né che cosa l’abbia prodotto, la mia schiena, tutta la mia schiena si è letteralmente gonfiata come se diventasse “fluttuante” e queste stesse Masse (mantenendo la loro abituale potenza) rotolavano o ondulavano dolcemente lungo la schiena — avevo la sensazione di avere una schiena “fluttuante”e mobile, come se queste Masse fossero diventate malleabili (o forse, piuttosto, come se questa struttura di ferro fosse diventata fluida — si potrebbe dire “dilatata”). E il fenomeno è proseguito fino alla fine dell’operazione, per venticinque minuti senza sosta… Era una sensazione talmente… stupefacente (si potrebbe quasi dire miracolosa) in questa struttura di ferro distrutta e straziata» (21 maggio 1989).
Sri Aurobindo, lo abbiamo già ricordato, paragonava la Forza sopramentale nel corpo a un’Energia «più dura del diamante e più fluida del gas». E Satprem, ricordandosene, osserva: «Queste Masse più dure del diamante che scavano-scavano-scendono-scendono inesorabilmente attraverso questo Basalto corporeo — si tratta di Basalto! È talmente difficile e insostenibile. È il mio corpo a essere come di basalto oppure, forse, l’involucro terrestre?» (7 giugno 1989). Quante volte, negli anni dell’Agenda, Mère tentava di spiegare a Satprem — che si ostinava a non comprendere come potesse il lavoro in un singolo corpo avere ripercussioni sul corpo della Terra — che la materia è UNA e che agire su un singolo punto di materia equivale a operare sull’intera materia terrestre (o, forse addirittura, stando a certe scoperte della fisica nucleare, sull’intera materia universale). L’essere umano vive rinchiuso nel sarcofago della propria mente e non arriva a comprendere nulla che non possa essere tagliato a pezzetti con il bisturi della mente analitica e sistemato nei compartimenti stagni della propria fasulla percezione separativa. Ma come può la mente razionale capire qualcosa che avviene a livelli cui essa non ha il minimo accesso?
Adesso che Satprem si trova in pieno dentro l’esperienza e vive il processo nel suo stesso corpo, sopraffatto da quella massa intollerabile di Potenza schiacciante, può constatare di persona: «Il corpo non dice “io”, dice “noi”. Prega per tutti i corpi. Soffre per tutti i corpi. La materia possiede naturalmente il senso dell’Unità, nel modo più assoluto. È il luogo stesso dell’unità.» (27 agosto 1989).
Per tutta la seconda metà di questo 1989, Satprem vive il fenomeno di questa Potenza schiacciante che si fa ogni giorno più intollerabile, cercando di “capire” (non con la mente razionale, si diceva, ma con il corpo — «Capire, per il corpo, vuol dire POTER FARE», ci ricorda Mère) il processo, certamente per non ostacolarlo ma, ancor prima, per riuscire a sopportarlo nelle fragili membra di una struttura fisiologica umana… «Ogni singola respirazione strazia la schiena. (La respirazione non avviene più tramite i polmoni, ma per mezzo di questi “meridiani” che attraversano da parte a parte la colonna vertebrale.» (26 dicembre 1989). I “meridiani” di cui si parla nei testi cinesi di agopuntura, per l’appunto.
Sul finire dell’anno, gli sconvolgimenti mondiali scatenano in Satprem alcune riflessioni scambiate con Sujata che sono della più grande attualità — e su queste vogliamo concludere il nostro resoconto del nono volume:
Satprem: «Siamo lontani dall’avere superato il peggio.»
Sujata: «Pensi che il peggio debba ancora arrivare?»
Satprem: «O, sì! Il peggio ha da venire. Assolutamente.[Dopo un breve silenzio] Iniziamo a… No, non voglio dire nulla — e poi non c’è proprio niente da dire. Ma sono convinto che ci troviamo in pieno Crepuscolo, nel punto in cui ci si sprofonda nella Notte.»
Sujata: «Prima dell’Alba?»
Satprem: «Sì. Prima di… Prima del cambiamento. [Dopo un breve silenzio] Inutile farsi illusioni. Le forze che regnano sul mondo da secoli — se non addirittura da millenni — sono potenti e non getteranno la spugna facilmente. […]»
Sujata: «Non credi che tutto proceda in modo più rapido?»
Satprem: «Ah sì, sicuro. Credo che la cosa non sia così lontana.»
Sujata: «Una rapidità sempre maggiore…»
Satprem: «Sì, sempre più — e sempre più collettiva o… mondiale, certo.»
Sujata: «Sì.»
Satprem: «In effetti, ovunque si osservi: sangue, dappertutto, morti, orrori da ogni parte.»
Sujata: «Oh sì.»
Satprem: «Dappertutto. In molte nazioni non è ancora ufficiale, ma è così. È evidente, prima che una qualunque cosa possa cambiare, c’è il problema di questa impressionante popolazione che non è neppure umana, e poi vi sono paesi come la Cina, come l’America, che sono dei rifugi dell’Asura — tutto questo deve cambiare. Sicché… Nota che tutto questo può cambiare molto rapidamente — grazie ad alcune circostanze che non conosciamo, ecco che, all’improvviso, oh, senza neppure capire come sia potuto accadere, la cosa si produce. La cosa è fatta o, per lo meno, si avvia. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, sono persuaso che partirà dalle loro finanze: verranno colpiti là, nel loro dollaro — ciò che per loro è più sacro. Probabilmente, gli Stati Uniti non sarà così arduo capovolgerli. Ma vi sono altri elementi più difficili da ribaltare. E poi, anche la Natura si metterà di mezzo, credo. Occorre una concatenazione di circostanze. Ebbene, stiamo procedendo verso questa concatenazione.» (26 dicembre 1989).


Inutile dire che attendiamo con una strana sensazione di vertigine l’uscita di ogni nuovo volume di questi Carnets d’une Apocalypse. Restano diciotto anni tutti da esplorare (fino al fatidico 9 aprile 2007), che dovranno essere raccolti in ulteriori 15 volumi — per un totale di 24 tomi complessivi.