L’ABUSO DELLA DONNA

a cura della redazione del sito arianuova.org

Il malvagio visir Almuin, nella meravigliosa commedia romantica di Sri Aurobindo intitolata I visir di Bassora, lancia una invettiva rovente a Anis al-Gialis (una donna che ha il dono di essere bella e, insieme, il merito di essere intelligente): tre soli versi che vale la pena riportare qui, perché condensano piuttosto bene l’atteggiamento maschilista che Sri Aurobindo riesce a mostrare, con una sola magistrale pennellata, in tutta la sua raccapricciante perversione:

«Avrei io dunque abusato di te,
stracciona? Tu hai forse un qualche uso?
La tua utilità sta nell’abuso».

Nella miriade di interpretazioni possibili della commedia citata di Sri Aurobindo, sicuramente c’è posto anche per quella che considera i due visir di Bassora come due prototipi umani contrapposti — ambedue sono uomini che detengono il potere, ma lo esercitano in modo nettamente differente l’uno dall’altro: il primo, il visir Almuin della citazione di cui sopra, è un uomo dispotico, arrogante, razzista (obbliga un “negro”, come lo chiama con disprezzo, a bere dell’acqua avvelenata, per accertarsi se c’è effettivamente del veleno), maschilista, volgare, meschino e corrotto; il secondo, il visir Ibn Sauy, è cordiale, aperto, attento ai bisogni della collettività, sensibile e raffinato, rispettoso delle donne (la commedia è ambientata in una Bassora del VII secolo d.C.) e delle minoranze, e per questo amato dal popolo. E i due diversi destini cui andranno incontro questi due visir riflette, ovviamente, la speranza dell’Autore in un mondo governato dai giusti.

Per tornare all’argomento che intendiamo brevemente trattare nel presente articolo, la battuta di cui sopra ci permette di aprire una riflessione di portata drammaticamente ampia.

Mentre in Occidente si condanna — giustamente — la violenza contro le donne istituita a sistema in alcuni degli stati che si definiscono islamici, le cronache dei giornali del mondo occidentale si riempiono delle notizie di stupri, aggressioni, molestie più o meno gravi, che prendono a bersaglio il corpo e il sentimento femminile. C’è poi l’esempio, avvenuto pochi giorni fa in una città italiana, di una donna che alcuni ragazzi italiani stavano cercando di violentare e che è stata salvata da un mediorientale che, scambiato poi erroneamente per l’aggressore, stava per essere linciato dalla folla. Ma questo è ancora un altro discorso.

È come se dal profondo della nostra società stia affiorando un grumo torbido di odio che si supponeva disciolto con l’affermazione di una cultura (sia pur imperfetta) della parità e del rispetto, del riconoscersi uguali nelle diversità.

La cosa evidente, ma che occorre al tempo stesso ribadire con forza, è che la violenza contro le donne è un problema degli uomini e non delle donne. Al tempo stesso, questo accanimento contro la donna è qualcosa che offende profondamente anche gli uomini veri: un vero maschio non sopporta l’idea di incutere paura, e ancor meno di perpetrare violenza fisica su una donna.

UNA DONNA SU TRE SUBISCE VIOLENZA ALMENO UNA VOLTA NELLA VITA: lo ha reso noto l’Onu, che ha definito questo fenomeno “un flagello mondiale”.

In Italia i casi di violenza che affollano la cronaca negli ultimi mesi (solo a Roma sette in tre giorni!) creano sempre maggiore preoccupazione e senso di insicurezza. La recente sentenza della terza sezione penale della Cassazione che ha concesso le attenuanti generiche allo stupratore di una tredicenne ricorda tanto quella clamorosa dei jeans o i processi degli anni Settanta, quando si indagava sulla capacità provocatoria della donna anziché sulla vergognosa violenza dell’uomo.

Un esempio in controtendenza — almeno uno — esiste: l’economista Muhammad Yunus, il fondatore della Grameen Bank, da poco premio Nobel per la pace. Trent’anni fa Yunus ha avuto un’idea semplice, meravigliosa e sconvolgente: prestare soldi per le microattività alle donne povere, sollevando dall’indigenza centinaia e migliaia di famiglie. Questi soldi li ha affidati non agli uomini, ma alle donne e per giunta povere, che rappresentano il 97 per cento dei 6,6 milioni di clienti della Grameen Bank — e quasi il 99 per cento dei prestiti sono stati ripagati. Yunus ha reso possibile l’autofinanziamento di piccole attività autoimprenditoriali senza lo strozzo dell’usura o della schiavitù per debito. Nel suo libro Banchiere dei poveri scrive: “gli studi da noi effettuati su numerosi casi di donne picchiate dai mariti rivelano un deciso cambiamento nel modo in cui esse vengono trattate prima e dopo il loro coinvolgimento nei progetti di Grameen». Constatazione consolante, ma in fin dei conti amara — come se la donna avesse un qualche diritto a essere trattata con rispetto solo dopo avere dimostrato di essere in grado di riscattare materialmente le sorti della propria famiglia, ivi compreso il marito che prima la maltrattava...

Sarebbe ora che l’uomo seppellisse definitivamente la propria barbarica clava e iniziasse a comportarsi da vero uomo. Il problema è che la vera clava non è quella che l’uomo brandisce, ma quella che sta nella sua testa, nei grigi meandri del suo cervello più bestiale; perciò, solo una presa di coscienza metodica e una progressiva e consapevole opera di palingenesi interiore potrà definitivamente porre fine all’abuso sulle donne. È evidente. Fino a quel momento, l’uomo sarà un essere meschino e stupido, indegno di essere considerato un autentico essere umano.

Ottobre 2006