DIARIO DI VIAGGIO DEL TOUR KAOSMOS 2015

Leonardo Cellai

 

DIARIO DI VIAGGIO DEL TOUR

KAOSMOS 2015



L’ultimo spettacolo teatrale di Tommaso, intitolato Anima Mundi, ha debuttato il 13 giugno. Subito dopo, eccoci in partenza con il nostro camper (battezzato con il nome di Calacar) per iniziare il tour che abbiamo chiamato KAOSMOS. La prima tappa è prevista per il 19 giugno a Villanova Mondovì. Perciò, dalla nostra base in provincia di Como, ci dirigiamo verso le Langhe. Facciamo la prima sosta (per cenare e trascorrere la notte) a Neive, nella Bassa Langa (in provincia di Cuneo), dove riusciamo a fare qualche breve passeggiata tra le stradine tortuose ai lati delle quali si snoda un filare di case in pietra e che si arrampicano fino alla Torre dell’Orologio. Un piccolo terrazzo accessibile tramite un’apertura nei muri perimetrali ci permette di godere una bella visione panoramica dall’alto. Purtroppo da questo paesino non si gode sempre di una veduta pienamente appagante; infatti da altri punti del grazioso borgo si possono notare degli orrendi capannoni e delle case più moderne (dal gusto assai discutibile) che guastano la visione panoramica e spezzano l’incanto.
Al mattino, dopo aver trascorso una piacevole nottata nella tranquillità di un’area camper deserta e immersa nel verde, ci dirigiamo verso Mondovì, nell’Alta Langa, in modo da avvicinarci al nostro primo impegno. Questa cittadina è situata tra montagna, collina e pianura; si trova in una posizione quasi equidistante tra Torino (a circa 90 km) e la Riviera ligure (a poco meno di 70 km). La località in sé non ci ha particolarmente colpito, ma abbiamo appreso che i monregalesi, nel corso della storia, vennero scomunicati per ben tre volte (dal vescovo Oberto II nella prima metà del Duecento, quindi nella seconda metà del secolo dal vescovo Bonifacio Radicati con ratifica di papa Innocenzo IV, infine nella seconda metà del Seicento in concomitanza con vari tafferugli) per supposte violazioni dei diritti della Chiesa (trattasi perlopiù di regolari cessioni di terreni e di castelli ecclesiastici, di cui si volle tornare in possesso attuando ogni sorta di manovra), e questo ce li ha resi particolarmente simpatici. Il 19 giugno eccoci arrivati al nostro primo appuntamento. Tanya Venusti, organizzatrice dell’evento a Villanova Mondovì, ci ha accolti con la sua dolcezza e il suo sorriso. La serata è stata organizzata in modo ineccepibile e l’atmosfera che si è creata, grazie ai partecipanti, è stata estremamente cordiale e fraterna; l’interesse mostrato è stato intenso e partecipato.
Il giorno successivo, dopo un breve ma intenso saluto alla cara Tanya, dobbiamo partire per dirigerci verso la seconda tappa. Anche in questo caso riusciamo a concederci una breve sosta, precisamente a Castelvecchio di Rocca Barbena (in provincia di Savona): un bellissimo borgo ligure (il più antico borgo feudale della Val Neva), con le casette in pietra del centro storico arroccate sul monte inerpicantesi verso il castello che domina la rocca. Passeggiando tra i carruggi ammiriamo i graziosi e molto curati orticelli a terrazza tipicamente liguri. Tutto il complesso risulta particolarmente suggestivo al punto da farci sembrare di aver fatto una sorta di passo indietro nel tempo.
Dopo il pranzo sul nostro fido Calacar, ci dirigiamo verso Genova. Trovato un posto a picco sul mare (non molto distante dalla città) decidiamo di fermarci per la notte. Non potevamo certo prevedere che questa sosta si sarebbe trasformata in un piccolo incubo: fino alle 4 di mattina musica martellante ad alto volume, seguita subito dopo da un gran vociare per strada, urla e strepiti di ragazze terrorizzate che chiamavano la polizia a causa di una rissa. È stato davvero doloroso, per noi, notare il contrasto tra la serafica impassibilità del mare, con le sue voci sommesse e quasi magiche, e quello strepitare infernale tipicamente umano. Come se non bastasse, alcuni ragazzi in fuga per l’arrivo della polizia hanno ritenuto opportuno prendere a pugni il nostro e altri camper attigui gridando a gran voce: “sveglia sveglia!”.
Un poco assonnati e sbigottiti, il giorno dopo ci dirigiamo verso il palazzo verde, nel centro di Genova, dove ci attende la nostra terza tappa. Oggi, 21 giugno 2015, è stata istituita per la prima volta a livello mondiale la “Giornata Internazionale dello Yoga”. Durante l’intera giornata si sono susseguiti diversi eventi, anche concomitanti e, a detta degli organizzatori, il nostro è stato in assoluto il più frequentato. La cosa che ci ha colpito maggiormente è che, la stragrande maggioranza dei partecipanti, sembravano avere una concezione molto approssimativa e “à la page” dello yoga, in netto contrasto con questa millenaria e profondissima scienza, fatta eccezione per un piccolo ma assai motivato gruppetto che faceva riferimento a Miranda Vannucci (una psicologa di rara sensibilità – è stata lei, in realtà, la persona che ci ha permesso di presenziare a questo evento). A dispetto della bellissima lirica composta da Dino Campana dal titolo “Genova” (e inclusa nella sua mirabile silloge Canti Orfici) abbiamo trovato, di fronte a noi, una città caotica, alienante e inquinata. Ce la lasciamo dunque volentieri alle spalle, per proseguire il nostro itinerario.
Costeggiando l’ultima parte della Riviera di Levante, ci dirigiamo verso quella di Ponente per poterci recare a La Spezia, di cui ammiriamo il celebre golfo, conosciuto con il nome di “golfo dei poeti”. Qui, infatti, tra gli altri, visse per qualche tempo Byron e vi morì Shelley. È quindi inevitabile, per noi, fermarci un poco, a Lerici e a Porto Venere. Particolarmente suggestiva ci appare quest’ultima: arriviamo al tramonto e, dopo aver sistemato il nostro infaticabile Calacar, ci dirigiamo verso il borgo antico del paese, illuminato con una tale minuziosa cura da farlo apparire quasi come un set cinematografico: molto bello ma forse un po’ troppo volutamente “approntato” per attrarre danarosi turisti (in special modo stranieri). Passata una notte ristoratrice (lontani – fortunatamente – dal centro abitato), al mattino rimaniamo molto favorevolmente colpiti dalla rilevante presenza di gabbiani reali che, a dirla tutta, ci allietano assai più della presenza dei turisti. Lerici è, invece, un po’ più “sottotono”, con spiagge sovraffollate dal più becero turismo di massa.
Ma eccoci giunti al 24 giugno, giorno in cui ci attende il nostro evento. Alexia Nappi, con il suo compagno Paolo, comprendono subito la nostra necessità di silenzio e di raccoglimento e ci portano in un bel parco in cima a un promontorio da cui si gode una vista dall’alto del mare, molto bella, e di una tranquillità confortante. Il nostro impegno serale si è svolto con una bella atmosfera concentrata e gli interventi accorsi nella seconda parte della serata si sono rivelati molto partecipati. Nonostante il fatto che il pubblico non fosse particolarmente edotto, abbiamo piacevolmente constatato un sincero interesse ad approfondire.
Il giorno dopo, e arriviamo al 25 giugno, ci aspetta un nuovo evento a Bologna, presso il Centro Yoga OM, situato all’interno di una chiesa sconsacrata avente una grande navata, ristrutturata e adattata allo scopo con grande cura da Marisa Giorgini e da Gianni (suo compagno). Queste due amabili persone hanno invitato a partecipare, tra gli altri, anche Maurice Shukla e la sua compagna Shubha, entrambi residenti presso l’ashram di Sri Aurobindo a Puducherry (una curiosità: Maurice è il nome che Mère gli diede in sostituzione del suo vero nome originariamente indiano – e questa è l’unica volta in cui Lei sostituì un nome indiano con uno francese).
Ed eccoci giunti al 26 giugno dove ci attende la quinta tappa, a Imola, presso un centro sociale dedicato all’eretico Tommaso Campanella (ci troviamo, quindi, particolarmente a nostro agio). L’organizzatore, Pino Landi, è qui affiancato da quella Tanya già incontrata nella prima tappa. L’evento si è svolto, pure qui, suscitando il più grande interesse e la più viva partecipazione da parte dei presenti. Il fatto che sia iniziato in orario pre-serale ha consentito al pubblico di trattenerci più del solito, con richieste di approfondimento e loro personali riflessioni.
Dopo tre giorni consecutivi di impegno, approfittiamo di una breve pausa nel nostro calendario per trovare un po’ di riposo e, allo scopo, ci dirigiamo verso il luogo natio di Giacomo Leopardi. Recanati (in provincia di Macerata) offre ancora qualche possibilità, per chi, come noi, vuole ritagliarsi momenti di pura contemplazione. Degno di particolare nota, in tal senso, è il cosiddetto “Colle dell’Infinito” (dal nome del sublime idillio composto dal Poeta stesso) posto sulla sommità del monte Tabor. Non ancora completamente appagati, decidiamo di spostarci a Pacentro (in provincia dell’Aquila). L’inizio è un poco faticoso: la strada principale è interrotta da una serie di frane intercorse nell’inverno (e non ancora rimosse, purtroppo), così decidiamo di fare a piedi i cinque chilometri di salita che ci separano dal paese. L’arrivo in questo amabilissimo borgo che, come una pietra preziosa, si trova incastonato all’interno del Parco nazionale della Majella, ci ha subito rincuorato della stanchezza, rivelando la suggestiva bellezza del luogo e la cordiale gentilezza dei suoi abitanti. In particolare possiamo piacevolmente godere della freschezza delle acque cristalline sgorganti dalle molte fontanelle sparse per tutta la località. E questo, non solo per via del fatto che la sete è particolarmente presente, dopo la camminata a piedi, ma anche (soprattutto) in relazione al fatto che, trovandoci in una situazione in cui, per una cinquantina di giorni, dobbiamo affrontare situazioni talvolta anche disagevoli per il rifornimento di acqua e di altri beni primari, qui finalmente ne troviamo in abbondanza e di primissima qualità. Ristorati e confortati da questa fresca presenza, dell’incontro piacevole con gli abitanti, oltre che dalla graziosa armonia del borgo, decidiamo di spingerci un poco oltre, percorrendo a piedi, per diversi chilometri, il sentiero indicatoci che permette di arrivare al cosiddetto passo di S. Leonardo, notevole per la panoramica che offre e per l’abbondanza floro-faunistica. Purtroppo non abbiamo il privilegio di un incontro ravvicinato con i celebri orsi bruni marsicani che, qui, vengono sapientemente tutelati. E, al termine di questa nostra “sosta” (che in realtà si è rivelata una sia pur piacevole scarpinata sotto il solleone!), facciamo volta verso Avezzano (sempre in provincia dell’Aquila) dove, il 3 luglio, si consuma la nostra sesta tappa. Mario Angelini, con la sua gentile consorte Stefania, ci accolgono con le più grandi attenzioni, e ci danno, in questo modo, una prova concreta della proverbiale ospitalità aquilana. L’incontro avviene presso il bell’auditorium costruito a forma di chiocciola da un rinomato architetto e, ancora una volta, riscuote il più alto grado di attenzione, in un clima particolarmente caloroso. Mario, in realtà, è anche l’organizzatore della serata successiva che si tiene a Trasacco. Qui, pur riscontrando un numero assai più esiguo di partecipanti (dovuto al fatto che si tratta di una città notevolmente meno popolata e non distante da Avezzano), ci confrontiamo molto piacevolmente con il vivo interesse di qualche singolo individuo, particolarmente coinvolto.
Lungo il tragitto che ci conduce alla nostra ottava tappa, cogliamo al volo l’occasione per ritemprarci in un luogo che, nell’antichità, doveva avere qualcosa di magico. Si tratta di quanto i romani chiamavano Lucus Maricæ (oggi pineta Baia Domizia). Siamo esattamente al confine tra Lazio e Campania: infatti, il fiume Garigliano (conosciuto, nell’antichità, con il nome di Liri) separa le due regioni; il ponte che sorge in prossimità della foce del fiume è considerato per metà campano e per metà laziale. In quest’area vigeva un culto particolare per la dea italica Marica, “la dea dell’acqua che brilla sotto la luce del sole”, ma anche colei “che distrugge, infuria, consuma, inaridisce”... e, in effetti, la vegetazione oggi appare piuttosto arida. Gli Ausoni, verso il VII sec. A.C., edificarono qui un tempio dedicato alla dea fluviale. Su una delle due sponde del fiume si estendeva un bosco sacro, che il poeta Claudiano nominò querceta Maricæ, il che lascia supporre, evidentemente, che si trattasse di un querceto. Tale bosco sacro, all’epoca, era circondato da una vasta palude, la cosiddetta palus Maricæ. Inoltre, il grande filosofo mistico Plotino morì in questi paraggi nel 270 d.C. Come è noto, questo notevolissimo filosofo, nato nel medio Egitto, fu un egizio ellenizzato che, nel corso della sua vita, approfondì la mistica egizia, persiana e indiana. Verso l’età di quaranta anni, dopo un lungo viaggio in Estremo Oriente, si trasferì a Roma per fondare una scuola platonica, che ebbe tra i suoi aderenti numerose personalità di spicco. Porfirio, uno dei suoi discepoli, ci dice che perfino l’imperatore romano Gallieno e sua moglie Cornelia Salonina rispettavano molto questo antico saggio; sappiamo pure che egli cercò di coinvolgere entrambi in un grande progetto che avrebbe dovuto portare alla costruzione di una sorta di città ideale, che lui stesso avrebbe voluto chiamare Platonopoli (in evidente onore a Platone). Ci avventuriamo, perciò, in questa particolarissima area, ma rimaniamo piuttosto delusi dall’incuria e dalla sporcizia (presenti perfino sulla lunga spiaggia), oltre al nostro disappunto nel non aver trovato neppure una piccola iscrizione in onore dell’illustre compositore delle Enneadi. Forse a causa di queste amarezze, Tommaso trova qui l’ispirazione per comporre una poesia dedicata a Plotino.
Passata comunque una notte abbastanza tranquilla, ci rimettiamo volentieri in marcia. Dobbiamo effettuare una ulteriore sosta, per così dire obbligata (per rifornimenti e quant’altro) a Gaeta, perciò ne approfittiamo per visitare la celebre “Montagna spaccata”, sede di un santuario, di un antico faro, e di alcune fortificazioni. Passeggiare per i sentieri di questo luogo è un’emozione intima; particolarmente ammirevoli ci appaiono il panorama di Gaeta e del promontorio limitrofo, le isole Ponziane, la sottostante spiaggia di Serapo e il mare, oltre alla fenditura stessa della montagna che, nel tratto collegante una piccola cappella con l’antico faro, è davvero speciale.
Eccoci dunque giunti a martedì 7 luglio. A Fondi (in provincia di Latina) l’evento è un poco più complesso, in quanto contempla anche un concerto su musiche del compositore Roberto Caravella, il quale è anche uno degli esecutori, alternandosi al santur (un salterio di origine mesopotamica), allo oud (una sorta di cetra orientale) e al duduk (un flauto dolce dal sapore soavemente arcaico), insieme a Simonpietro Cussino al violoncello. A tali brani (tratti dall’opera “Canti dal bosco sacro”), si sono alternate una serie di poesie di Sri Aurobindo lette dall’attrice Anna Saia (Mimma per gli amici).
Particolarmente provati dalla stanchezza e dalla canicola, mercoledì, andiamo a cercare un po’ di ristoro in provincia di Caserta. Inizialmente, ci rechiamo a Sant’Agata de’ Goti, nella valle caudina, ai piedi del monte Taburno. L’antico nucleo originario di case in pietra è appoggiato su un rilievo di basalto con il quale si confonde; inoltre è coperto da una lussureggiante vegetazione. Purtroppo però, a partire da quell’antico nucleo abitativo, si è sviluppata una moderna cittadina che, per usare un eufemismo, è certamente assai meno mirabile. Pertanto, dopo aver ammirato la parte medioevale ed esserci un poco ristorati in un bellissimo giardino pubblico pieno di alberi esotici, ci spingiamo più in basso, facendo una sosta a Cuma (sempre in provincia di Napoli). Giovedì, visitando i resti dell’antica acropoli greca (e poi romana) abbiamo modo di ammirare la bellezza di questo sito archeologico contenente la Grotta della Sibilla Cumana, il sovrastante tempio ad Apollo e, ancora più in alto, un secondo complesso templare dedicato a una divinità non individuata con assoluta certezza (ma indicato come un tempio a Giove). Il panorama che si gode da questo sito è altrettanto eccezionale, ed è probabilmente questo uno dei motivi che spinse gli antichi greci a erigere un loro complesso templare. Qui a Cuma inizia il Parco naturale regionale dei Campi Flegrei: un’area che comprende circa 8000 ettari e che rappresenta non solo la prima area italiana a ricevere i germi della civiltà greca, ma anche, probabilmente (essendo la parte più settentrionale della Magna Grecia), quella che ha contribuito maggiormente a irradiare tale civiltà nel resto d’Italia e, per conseguenza, nel resto d’Europa. Estasiati da questa mirabile visione panoramica, decidiamo di scendere verso la spiaggia per poterne ammirare la bellezza anche dal basso. Purtroppo, però, la delusione è fortissima: le spiagge sono in uno stato di incuria e di sporcizia notevoli, dove abbonda immondizia dappertutto e la stessa acqua del mare lascia alquanto a desiderare.
Accingendoci alla nostra prossima tappa, arriviamo a Pozzuoli (dal nome latino Puteoli: “piccoli pozzi”); qui è presente la Solfatara, che è la zona più attiva del complesso vulcanico dei Campi Flegrei (il nome stesso flegrei, peraltro, significa “ardenti”), con fumarole che emanano gas solfureo, getti di fango caldo alternate ad aree boschive e macchia mediterranea che fortemente contrastano con l’arido paesaggio circostante. Il cratere, che risale a circa 4000 anni fa, era conosciuto dai romani come il Forum Vulcani (“dimora di Vulcano”). Sistemiamo il camper all’interno della Solfatara e visitiamo le sue maggiori attrattive: la Bocca Grande (fumarola principale), la fangaia (ove fanghi giallastri gorgogliano), il vecchio pozzo dell’acqua minerale (ora secco), le antiche stufe (saune naturali). Recenti studi hanno mostrato che 40000 anni fa avvenne qui la più potente eruzione mai accorsa in Europa. A pochi passi dalla Solfatara si trova l’Apotheca, la Galleria d’arte che ospita i quadri di Rosa Cassino e che sabato sera (11 luglio) prevede il nostro evento. La stessa Rosa, in collaborazione con Rita Galliano e con il responsabile della galleria Nicola Fasano, sono gli organizzatori dell’evento. La serata ci regala pure la bella opportunità di conoscere (finalmente di persona) Corrado Riccio, individuo dotato di infinita delicatezza e sensibilità, da parecchi anni affezionato alle nostre attività editoriali e che incontriamo con immensa gioia. Alla fine della serata, un gruppetto di persone particolarmente entusiaste ci chiede, quando tutti gli altri presenti sono andati via, di soffermarci per approfondire alcune tematiche che stanno loro particolarmente a cuore. Come ormai siamo abituati, si fa particolarmente tardi e ritorniamo al nostro Calacar a notte fonda. Il giorno dopo, tuttavia, prima di lasciare il posto, troviamo il tempo per restare qualche ora in compagnia di Rita e Rosa — quest’ultima ha chiesto a Tommaso di leggere la sua traduzione della poesia di Sri Aurobindo “A God’s Labour” (guarda il video appena realizzato), lettura che l’ha molto emozionata — oltre ad acconsentire al desiderio di Nicola di visitare un’area da lui appena acquistata nella quale vorrebbe realizzare un suo grande sogno: una vera e propria “casa degli artisti” in grado di ospitare eventi performativi sia nell’edificio (da ristrutturare) sia nel parco esterno. Il motivo per cui Nicola tiene particolarmente a mostrarci questo suo progetto nasce dal fatto che, non appena approntato, vorrebbe ospitare un nostro spettacolo teatrale.
Domenica 12 Luglio, sempre in cerca di un po’ di riposo, ci dirigiamo nel sorrentino, dove attraversiamo la costiera amalfitana per una improbabile sosta: apprendiamo infatti che tutta l’area è interdetta ai camper. Optiamo, quindi, per Cava De’ Tirreni, dove, dopo una tranquilla notte ristoratrice, visitiamo una storica abazia immersa in una vegetazione ampia e rigogliosa. Il cenòbio, per quanto imponente, ci delude assai (come capita quasi sempre nei complessi religiosi cattolici, vi respiriamo un’area soffocante e cadaverica): a parte qualche decorazione architettonica di effettivo pregio e un paio di dipinti di notevole bellezza, tutto il resto non ci appare di particolare interesse, compresa l’antica biblioteca dove, fatto salvo per una bella edizione dell’Opera Omnia di Platone e qualche altro filosofo, troviamo solo testi teologici della più tediosa pedanteria catechetica; anche le antiche pergamene hanno un valore meramente antiquario, dato che contengono unicamente atti notarili e bolle papali. Apprendiamo, peraltro, che in questa grandiosa struttura, che potrebbe certamente ospitare qualche centinaio di monaci, attualmente ne vivono appena otto; il che la dice lunga sul benvenuto tramonto del potere cattolico. Decidiamo pertanto di passeggiare nella natura circostante: oltrepassato un acquedotto di età romana da cui sgorga ancora un’acqua freschissima, ci incamminiamo nel sottobosco per parecchio tempo.
La data della tappa pugliese si avvicina e, quindi, martedì 14 ci rechiamo nel Parco nazionale del Gargano. Qui, al netto delle zone turistiche, ci sono luoghi incantevoli e paesaggi mozzafiato. Riusciamo perfino a scorgere, molto vicini a noi, tre cuccioli di volpe la cui bellezza, unitamente ai loro occhi vispi e intelligenti, ci cattura parecchio. Ovviamente, anche la flora e l’avifauna sono particolarmente ricche e ci ammaliano. Sono le visioni dall’alto, come di consueto, che ci attraggono particolarmente; in questo alternarsi tra coste rocciose e lidi di sabbia finissima, sono visibili parecchie grotte, in un mare di un blu profondo e di una purezza davvero cristallina.
Il 15 luglio ci attende la tappa di Barletta e, lungo il percorso, ci fermiamo a dormire a Margherita di Savoia, la cosiddetta “Città del sale”; abbiamo modo, perciò, di ammirare queste infinite distese saline che, al tramonto, assumono sfumature particolarmente suggestive (molto particolari anche le collinette di sale che ogni tanto si ergono).
L’evento pre-serale, organizzato da Francesco Citino grazie all’aiuto del padre Salvatore (un direttore scolastico) ci impegna all’interno di un istituto e troviamo, tra i partecipanti, professori, scienziati, artisti vari. Particolari elogi ci vengono fatti da due ricercatori scientifici, Rino D’Agostino e Michele Dinicastro. Inoltre, ci risulta molto gradito l’intervento di due pittori: Savino Russo e Michele Capodivento (entrambi interessati a Mère e Sri Aurobindo). Di quest’ultimo, abbiamo anche il privilegio di visitare, il giorno dopo, il suo atelier a Trinitapoli. È veramente una bella esperienza poter ammirare i suoi dipinti e le sue terrecotte, oltre al piacere di stare in presenza dell’artista, persona di grande esperienza e sensibilità. Siamo animati dal più vivo entusiasmo per le sue opere e Michele, accortosene, prende due bellissime tele, appone una specifica dedica e ce le dona! Tale regalo inaspettato ci giunge con particolare sorpresa e riconoscenza; sappiamo bene, peraltro, che si tratta di un artista tra i più quotati della Puglia. Ma oggi ci attende un ulteriore appuntamento a Potenza (in Basilicata) e quindi dobbiamo congedarci, seppur con dispiacere, da Michele e dalla simpatica e vibrante famiglia Citino. Giunti a Potenza nel tardo pomeriggio, riusciamo a conoscere alcuni attivisti NO-TRIV, in particolare Davide Lapenna che ci illustra le maggiori problematiche legate alle trivellazioni selvagge sul territorio lucano da parte delle compagnie petrolifere che, come loro consuetudine, non sembrano molto attente a problematiche ecologiche quali preservazione del territorio e utilizzo di materiali non invasivi e non inquinanti. Abbiamo inoltre modo di conoscere Daniele Brancati che, insieme al fratello Giuliano, sono giovani appassionati di Mère e Sri Aurobindo. L’evento si tiene all’aperto, in un bel parco (“Montereale”) immerso nel verde. Fatta eccezione per qualche piccolo problema, dovuto in parte alla nostra inesperienza quanto a “open-space” (dove, ovviamente, può risultare un po’ dispersivo vedere i passanti attraversare lo spazio dedicato all’evento stesso), tutto è andato nel migliore dei modi. Inoltre, abbiamo constatato con soddisfazione che i potentini sono individui molto curiosi e attenti; è stato inoltre piuttosto semplice collegare le nostre tematiche a quelle del gruppo di attivisti summenzionato che ha organizzato l’incontro.
La mattina successiva, e siamo a venerdì 17 luglio, dopo aver accolto il gentile invito di Daniele a visitare la sua casetta in campagna (uno chalet in legno posto in un angolino delizioso in provincia di Potenza in una località chiamata, non a caso, Pian di Zucchero), ci siamo diretti a Matera, interessati a visitare i suoi celebri “sassi”. E, in effetti, siamo rimasti talmente incantati alla prima veduta panoramica della parte vecchia della città, che abbiamo immediatamente deciso di inoltrarci in essa e, addirittura, di oltrepassare la Murgia, esplorandola con la massima curiosità e attenzione, camminando per diverse ore tra la natura selvaggia e le molte grotte presenti (che pare risalgano a circa 10000 anni fa, scavate per mano dei primitivi abitatori della zona). La gioia di visitare questo luogo è acuita dal buon stato di conservazione e di manutenzione che è presente nell’area; se infatti ci ricordiamo di come Sciascia, all’epoca della stesura del suo romanzo Cristo si è fermato a Eboli aveva definito la parte vecchia della città: “la più grande vergogna d’Italia” (in quel periodo, infatti, non esisteva una rete fognaria, e ognuno sversava i propri liquami dove capitava, rendendo tale borgo maleodorante e insalubre), oggi non possiamo dire certamente la stessa cosa! Tutto è ordinato, pulito e attraente.
Il giorno dopo, sabato 18, continuiamo la nostra discesa verso sud e, non ancora soddisfatti dalla nostra visita in Puglia, lasciamo (seppur a malincuore) la Basilicata. Prima di procedere oltre con questo resoconto di viaggio, vorrei però, sia pur brevemente, soffermarmi sull’impressione molto bella che la Lucania ci ha lasciato: una terra notevolissima, paesaggi spesso incantevoli, popolazione gentile, ospitale, dolce. Rientrando in Puglia, troviamo, qui sì, purtroppo, una delle maggiori vergogne dell’Italia attuale: il complesso siderurgico dell’Ilva che, come è ben risaputo, è sotto i riflettori da alcuni anni, a causa dell’inquinamento che questo abnorme impianto ha causato, provocando, pare, parecchi decessi. Come se non bastasse, dato che i tarantini non volevano proprio farsi mancare nulla, si erige qui anche un abnorme complesso della raffinazione del petrolio. Attraversiamo l’area il più rapidamente possibile, infastiditi, ancor più che dalla vista orripilante di ciminiere e di costruzioni industriali di proporzioni mastodontiche, dal puzzo malsano che percepiamo fortemente. In cerca di una consolazione visiva e olfattiva ci dirigiamo a Otranto (in provincia di Lecce), per visitare la costa adriatica della penisola salentina. Derentò (questo è il nome di Otranto in “grìeco”, ovvero il greco salentino, che ha forti reminiscenze con il greco antico) è il comune più orientale d’Italia: il capo, chiamato Punta Palascìa, a sud del centro abitato, è il punto più a est dell’intera penisola. In cerca di una località marina piacevole ed emblematica della zona, il giorno dopo, attraversiamo alcuni centri come Torre Vado e Torre Mozza (conosciute come le “Maldive del Salento”), e ci incamminiamo, piano piano costeggiando lo splendido mare, verso la Calabria.
Sabato 19 siamo a Crotone (Kroton in greco), dove, com’è noto, Pitagora fondò la propria scuola (divisa in due sezioni ben definite: la matematica e la filosofica). In cerca di qualche traccia del grande esoterico greco, ci introduciamo nel “Parco Pitagora”; qui, l’intera area (piuttosto vasta), che comprende anche un museo a lui dedicato, appare decisamente in stato di abbandono, sebbene la concezione originale di questo progetto sembra realizzata con particolare rispetto verso questo grande pensatore dell’antichità. Un poco delusi, ci dirigiamo verso Reggio Calabria, dove, lunedì 20, ci attenderebbe un ulteriore evento. Avendo trovato la Calabria una bella regione, compresi ovviamente i suoi abitanti, preferiamo soprassedere a riguardo delle singolari vicissitudini incontrate a questa tappa, per non infierire sulle discutibili capacità organizzative dell’associazione ospitante; ma è anche da aggiungere che gli organizzatori hanno presto riconosciuto i loro errori e ci hanno presentato le dovute scuse.
Ci muoviamo quindi presso la stazione marittima, dove ci imbarchiamo sul traghetto che ci conduce a Messina. Avendo qualche giorno a nostra completa disposizione prima dell’incontro messinese fissato per il 24 luglio, decidiamo di perlustrare un po’ la provincia. Cominciamo con Ganzirri, a circa 10 km dal centro città. Qui vi sono due laghi, quello di Ganzirri (conosciuto anche come Pantano Grande) e quello di Faro (detto anche Pantano Piccolo), collegati uno con il mare Ionio, l’altro con il Tirreno. Ganzirri si trova nella riserva naturale di Capo Peloro (così chiamata perché situata a ridosso dei monti Peloritani). Si tratta sostanzialmente di un borgo marinaro che, insieme a Torre Faro, costituisce la punta nord-orientale più vicina alla Calabria (visibile a occhio nudo, trovandosi a poco più di 3 km).
Martedì 21 siamo a Milazzo. Scappando dal nucleo abitativo, troppo caotico per i nostri gusti, quasi per caso (rivelatosi una vera fortuna!) ci dirigiamo verso Punta Milazzo, ovvero, nella parte più alta della località. Da qui si vede tutta la costa sottostante, composta da piccole spiagge e da lunghi tratti rocciosi. Il luogo è per certi versi incantevole; per altri, purtroppo, un po’ meno: alle spalle si trova una raffineria di petrolio e scendendo verso il mare, notiamo immondizia e plastica sparsa un po’ dappertutto. Ciononostante, cercando di non essere troppo pignoli, ci rechiamo in quella che è conosciuta, in zona, come la “Piscina di Venere”, sulla strada di un borgo di pescatori. Si tratta di un lembo di terra che si allunga verso le isole Eolie (che possono intravedersi in lontananza).
Mercoledì 22 luglio, sempre restando in provincia di Messina, ci rechiamo verso Patti (dal nome greco della città Epacten, che vuol dire “sulla sponda”). Visitiamo prima Tindari che, dall’alto, domina un ampio paesaggio di grande bellezza panoramica; e successivamente, ci spostiamo a Oliveri, per inoltrarci nei Laghi di Marinello. Attraversando l’ampia e lunga spiaggia a ridosso di un costone roccioso particolarmente alto e imponente, abbiamo modo di ammirare le piccole formazioni lacustri (che cambiano spesso forma con il vento), arricchite da una bellissima vegetazione e da una avifauna assai copiosa. Giunti al fondo della spiaggia, trovandola felicemente deserta quanto a presenze umane, ci concediamo un lungo bagno piacevolissimo e rinfrescante. È, questo, il primo momento di puro relax che conosciamo da quando siamo in viaggio. Non a caso vi rimaniamo fino al tramonto e lo lasciamo malvolentieri.
Giovedì 23 ci sarebbe piaciuto visitare Savoca, considerata città d’arte, ma il percorso indicatoci dal navigatore satellitare si è rivelato impossibile per un camper e, come se non bastasse, una frana impediva il proseguimento.
Venerdì 24 luglio facciamo ritorno nella zona di Ganzirri dove, presso la località Torre Faro, l’associazione Anthurium Rosa (presieduta da Mirella Restuccia) ci organizza un evento nella sala Vincenzo Consolo, all’interno del bel parco Horcynus Orca (dedicato all’omonimo romanzo-fiume dello scrittore messinese Stefano D’Arrigo). Tale manifestazione è stata possibile grazie all’intermediazione di Francesco Simone, appassionato lettore di lunga data dei libri editi da aria nuova e, ora, di quelli editi da La Calama. È stato per noi un piacere avere l’opportunità di conoscere personalmente questo affezionato e sensibile lettore. Durante l’evento, come ormai siamo abituati a constatare, è avvenuto un intenso scambio con diversi partecipanti.
A proposito di Messina ci piace inoltre ricordare i due patroni della città: Mata e Grifone. La leggenda narra che lui era un’orientale dalla tipica carnagione scura, mentre lei una messinese particolarmente bella, intelligente e sensibile. Ci diverte constatare che questi due esseri, conosciuti in messinese come “u Gilanti e a Gilantissa” (il gigante e la gigantessa), presentano qualche analogia con Merè e Sri Aurobindo, Lui bengalese dalla carnagione olivastra, Lei parigina. Peraltro il nome della sua omonima messinese, MATA, corrisponde al nome sanscrito che significa Madre! E, come se non bastasse, la Mata messinese (conosciuta anche con l’appellativo messinese di Matri che, anche qui, corrisponde esattamente a un ulteriore termine sanscrito per Madre) era letteralmente adorata da alcune mistiche della zona, le quali le indirizzavano una devozione e una venerazione pari a quelle presenti nel culto della Vergine e, per questo, vennero presto accusate di eresia. È d’altronde noto il riconoscimento in tutta la Sicilia (come nell’intera Magna Grecia) dell’importanza del culto riservato alla Grande Madre, in una delle sue varie forme (a Erice, per esempio, i greci eressero un santuario particolarmente importante dedicato a Venere Ericina).
Sabato 25 riprendiamo il nostro itinerario, per giungere in serata a Pachino (in provincia di Siracusa). Percorrendo la strada che precede la località da noi scelta per fermarci, ammiriamo un’area molto vasta stranamente lussuriosa: ampi campi verdeggianti e coltivazioni che poco ricordano la Sicilia arida e riarsa dal sole finora da noi visitata. La zona costiera, invece, si contraddistingue per un lungo tratto (circa otto chilometri, pare) selvaggio, diviso tra una parte che si affaccia sul mar ionio e l’altra su quello mediterraneo. Domenica mattina, alle prime luci del giorno, ci accorgiamo che la zona scelta è un poco deludente; l’acqua non sembra così cristallina e notiamo, tristemente, alcuni canali fognari che sversano direttamente in mare (non a caso vi sono cartelli che indicano il divieto di balneazione); decidiamo quindi di utilizzare questo tempo a disposizione per lavare i panni e sbrigare le varie faccende di accudimento del nostro fidato Calacar.
Lunedì 27 siamo a Gela (in provincia di Siracusa). L’interesse che ci ha spinto a visitare questa cittadina è fortemente motivato, per via del fatto che si tratta del luogo in cui, nel 456 a.c., morì il sommo Eschilo, in esilio dal 458 in quella che era allora la polis greca Gelas. Pur non essendo ancora definitivamente accertato quale fosse il vero motivo che lo costrinse in esilio, tra le ipotesi più accreditate c’è l’accusa secondo cui fu costretto a lasciare la Grecia per aver divulgato i Misteri Elusini. Siamo però fortemente delusi nel notare che proprio qui a Gela si erge una orrenda raffineria e che, come se non bastasse, non esiste alcuna memoria del passaggio di questo sublime drammaturgo. Proprio come già tristemente ravvisato a Lucus Maricæ (nel Lazio) e a Crotone (in Calabria), nulla pare importi alla popolazione locale e ai turisti di tre tra i più grandi spiriti finora vissuti sulla terra: Eschilo, Pitagora, Plotino. Essendo tre personaggi a loro modo rivoluzionari e il cui impegno di vita o artistico appare in netto contrasto con i falsi modelli dell’attuale società dei consumi (in cui prevale il brutto e l’assenza di spessore), non stupisce che vengano ignorati e che si cerchi di allontanare il più possibile le masse da un approfondimento della loro opera. Nel primo pomeriggio, disgustati, lasciamo Gela alle nostre spalle, scuotendoci la polvere dai sandali, per dirigerci nella celeberrima Valle dei Templi (ad Agrigento). Come è risaputo, si tratta di un’area archeologica caratterizzata dall’eccezionale stato di conservazione e da una serie di importanti templi dorici del periodo ellenico. Agrigento corrisponde all’antica Akragas, e la Valle dei Templi costituisce il monumentale nucleo originario della città. Oggi è il sito archeologico più grande del mondo con i suoi 1300 ettari di superficie. Dopo aver perlustrato accuratamente l’intera area, piena di rovine di templi alle principali divinità greche e anche ad alcune divinità ctonie (non a caso realizzate nel sottosuolo), ci trasferiamo presso la “Scala dei Turchi”: una parete rocciosa (falesia) a picco sul mare lungo la costa di Realmonte, nei pressi di Porto Empedocle. Arriviamo poco prima del tramonto e il contrasto di colori è impressionante: il bianco della ‘scala’ si staglia contro l’azzurro del cielo e del mare. Tale scala è di marna, roccia sedimentaria di natura calcarea e argillosa. Il nome proviene dalla sua naturale forma e dalle incursioni di pirateria di cui fu teatro, da parte di alcune popolazioni arabe chiamate in modo generico “turchi” che, secondo la leggenda, ormeggiavano qui le loro navi, si inerpicavano tra le insenature della scogliera, raggiungevano la cima e saccheggiavano le popolazioni locali. Ci soffermiamo in questo luogo fin dopo il tramonto per ammirare la sua particolare bellezza. La luna è quasi piena e questo rende il paesaggio ancora più speciale. In nottata, quasi per caso, decidiamo di pernottare a Siculiana Marina, di cui nulla sappiamo, ma la stanchezza e una ampia area libera adibita a parcheggio sono motivi più che convincenti per farci fermare. Il mattino dopo, con nostra piacevole sorpresa, scopriamo di trovarci in un’amena località, non ancora eccessivamente turistica che, fino a qualche anno fa, presumiamo fosse esclusivamente un borgo di pescatori. Vi sono infatti, ancora oggi, vaste aree di costa e di spiaggia selvagge non prive di una loro bellezza. Altra cosa che ci colpisce in questa piccola cittadina, è la presenza, sul molo, di una statua di “Maria Stella del mare”: diversamente dalle immagini a cui la cristianità ci ha resi avvezzi, qui la Madonna non ha alcuna fattezza di Mater Dolorosa ma, al contrario, reca nella forma e nel volto, una espressione di dolcezza e di gioia che fa ricordare, a un tempo, la delicata sensualità di una Afrodite e la soave tenerezza di una Mahalakshmi.
Procedendo nel nostro viaggio verso Trapani, lungo la costa notiamo alcune saline contraddistinte da una serie di specchi d’acqua suddivisi da sottili strisce di terra, formando una enorme scacchiera irregolare, davvero ammirevole. Ci colpisce poi un mulino a vento, un tempo utilizzato per pompare acqua e macinare il sale. E arriviamo così a Trapani il 29 luglio, per l’ultimo appuntamento del nostro tour. In un locale fieramente autogestito, denominato “Spazio onirico Anpè de Chapò”, incontriamo una serie di persone non meno interessate e motivate di quelle incontrate nelle tappe precedenti, sebbene, a detta degli organizzatori (Vincenzo Todaro, Anna Laura Sacchetti e Angelo Frazzitta), Trapani è una realtà particolarmente difficile e non troppo interessata a ricerche e sperimentazioni. Alla fine della serata, Anna Laura e Angelo hanno accolto noi e il nostro infaticabile Calacar nel giardino di casa loro, nei pressi di Marsala. Ci diverte notare che il nome di questa località venne dato dagli arabi che la chiamarono Mars-Allah, che significa “Porto di Allah”. Inoltre, com’è risaputo, l’11 maggio 1860 avvenne qui lo sbarco di Garibaldi coi suoi Mille: è, questo, l’inizio dell’unificazione d’Italia. E, come è altrettanto ben risaputo, da allora è stata fatta l’Italia ma non ancora gli italiani (non del tutto, per lo meno).
Giunge quindi il momento di avviarci sulla strada del ritorno e, provati da questa lunga esperienza, avvertiamo una certa fretta nel tornare a casa. Così, nel volgere di soli tre giorni, ripercorriamo a ritroso il nostro tragitto e ci ritroviamo nuovamente nella Brianza. Le uniche tappe che ci concediamo sono quelle per dormire, e la sosta di venerdì 31 a Tropea ci aggrada particolarmente.
Nel volgere di questa cinquantina di giorni, abbiamo percorso quasi 7000 chilometri di strada e siamo felici di notare che non abbiamo subito grossi impedimenti (tutte le traversie sopraggiunte si sono rivelate di lieve entità e facilmente risolvibili con un semplice cambio dell’olio o con altri piccoli accorgimenti: Calacar è stato davvero un ottimo strumento).

Il tour si è rivelato una esperienza parecchio istruttiva; abbiamo trovato un’Italia decisamente in crisi, contrassegnata da forti contrasti e da una generale mancanza di senso (con qualche piccola ma significativa eccezione).
Ci è giunta una conferma (tanto amara quanto necessaria) in merito a quanto così spesso abbiamo toccato con mano in tutti questi anni di impegno: le persone genuinamente ricettive sono pochissime, quelle che donano con riconoscenza ancora meno. E quelle che si donano sinceramente (a una causa, piccola o grande che sia) restano ancora delle sparute eccezioni, purtroppo. Pur non nutrendo alcuna speranza di sorta fin dalla partenza, ci auguravamo di trovare qualche granello in più di queste qualità, tanto semplici quanto necessarie. Non per nostra soddisfazione personale, ma per poter felicemente constatare un sia pur timido cambio di rotta in quel ristretto collettivo umano che è coscientemente alla ricerca del vero senso.
Generalmente, notiamo che ci si insinua nella “ricerca interiore” senza una vera motivazione di fondo, unicamente per cercare di colmare un senso di vuoto alquanto vago o, peggio ancora, per soddisfare qualche represso desiderio di potere o qualche altra ambizione rannicchiata e sempre pronta al balzo. E, soprattutto, non ci si cura minimamente di cercare di spogliarsi di una certa avidità di fondo (l’atavico impulso di accaparrare, che è davvero uno dei più grandi abbagli dell’umano troppo umano) e, per conseguenza, si cerca di approfittare quanto possibile di ogni cosa ci si pari davanti (persone, circostanze, elementi), arrivando in tal modo a gonfiare il proprio ego, anziché procedere nella sola direzione utile: dissolverlo nell’essenza vera.
Il nostro intento di partenza è stato quello di offrire, in quest’Italia così lacerata da problemi anche di natura economica, un nostro personale contributo per contrastare il momento particolare che il Paese (come d’altronde il mondo intero) sta attraversando. Le nostre limitatissime risorse finanziarie non ci permettono altro, ma sappiamo che simili gesti hanno un valore profondo non tanto per l’entità di denaro coinvolta, quanto per la sincerità dell’intenzione e del livello di disinteresse.
A tutti i partecipanti degli eventi abbiamo offerto in omaggio un libro presente nel catalogo aria nuova edizioni, oltre a sobbarcarci tutte le spese senza nulla pretendere dagli organizzatori. La qual cosa ha rappresentato per noi un esborso di non lieve entità. Sapevamo fin dall’inizio che non avremmo recuperato neppure le spese vive, ma constatare quanto gli esseri umani (a parte qualche benvenuta eccezione che scalda il cuore e ripaga di tante amarezze) siano vergognosamente profittatori (e neppur sempre in modo velato!) non è certo qualcosa che depone a favore di questa triste umanità.
Speriamo pertanto che, quanto abbiamo offerto, abbia lasciato un segno (sottile, oltre a quello concreto di un migliaio di libri in omaggio) in grado di germinare dall’interno e produrre nei singoli individui qualche stimolo all’approfondimento genuino e alla ricerca autentica.
Insomma, la situazione è assai più preoccupante di quanto avevamo potuto constatare prima della nostra partenza per questo tour.
Approfittiamo, comunque, per esprimere uno speciale ringraziamento a quanti, tra gli organizzatori, hanno saputo apprezzare la nostra fatica, non solo a parole ma anche con la concretezza della loro fattiva disponibilità nei nostri confronti. Anche tra i partecipanti abbiamo riscontrato, talvolta, gesti di rara e toccante riconoscenza.
Dunque, per concludere, una determinazione ancora più imperiosa si è imposta in noi al ritorno da questo tour: la volontà di collaborare ancora più accoratamente all’avvento di un DOPO-uomo, privo di ogni assurdità opportunista, prevaricatrice o altro. Per dirla con Mère, «Vogliamo una nuova specie priva di ego»! Che possa venire presto e sostituirsi a questa triste umanità di falsari.

 

 


 

Foto scattate durante il tour
(cliccare per ingrandire)

 



                                            
    
              

 


 

Foto durante alcune serate
(cliccare per ingrandire)