FILOSOFIA E POESIA

di Tommaso Iorco
(autore tutelato SIAE)

Nel 1939 Marìa Zambrano consegnava alla stampa un testo che sarebbe diventato piuttosto famoso, dal titolo Filosofìa y poesìa, nel quale possiamo trovare spunti e suggestioni ancora fortemente attuali a proposito dell’eterno conflitto — e dell’eterno bisogno di una conciliazione — fra l’incontenibile sensibilità fantasmagorica del poeta e la scrupolosa indagine analitica del filosofo.
Data per assodata “la doppia irrinunciabile necessità” dell’ispirazione poetica e della ricerca filosofica, l’auspicio è quello di una loro mirabile convergenza in un’unica forma espressiva. «Orizzonte che, ove non sia un’allucinazione nata da un’avidità singolare, da un amore ostinato che sogni una riconciliazione al di là dell’attuale disparità, sarebbe semplicemente la via verso un mondo nuovo di vita e di conoscenza».
Affinché una fusione tra poesia e filosofia sia possibile, occorre anzitutto capire, come sempre, ciò che costituisce la loro diversità. E, in modo assai pregnante, Maria Zambrano ci ricorda che «la filosofia è un’estasi fallita a causa di uno strappo. […] Ciò che il filosofo perseguiva, il poeta l’aveva già dentro di sé, in un certo modo; in un certo modo, sì, e quanto diverso»!
I filosofi si affidano principalmente (troppo spesso esclusivamente) a strumenti razionali per cercare di cogliere quel qualcosa che è essenzialmente sovrarazionale; attraverso un travagliato procedere, disseminato di incespicamenti e deviazioni, giungono davanti a uno scoglio apparentemente insormontabile, perché «alla fine della loro catena di ragionamenti, costruiti per rompere le catene del mondo e della natura, c’è qualcosa che rompe le loro stesse costruzioni». Perfino quando riescono a cogliere l’essenza delle cose, come nel caso di un Plotino o di uno Shamkara, restano imprigionati in un sistema concettuale rigorosamente codificato, che rischia di prendere una parte per il tutto e di fissarsi su un singolo aspetto dell’infinita Verità. Non così per il poeta, in virtù del fatto che il suo strumento d’elezione non è il pensiero, ma la visione — non l’intelletto raziocinante, ma l’ispirazione sovrasensibile.
Fondamentalmente appassionato e intuitivo, il poeta può farsi facilmente sommergere dalla sconcertante e meravigliosa molteplicità del divenire, ma sempre in una travolgente ebbrezza carica di attrazione per il particolare, per il dettaglio, per l’attimo fuggente. Tale moto può farsi, in alcuni istanti di grazia particolarmente felici, sommamente unitivo, arrivando a percepire il permanente nel mutevole, l’Essere unico in tutte le innumerevoli manifestazioni visibili e invisibili esistenti; ma, più sovente, è dal fascino di ciò che il filosofo chiama (non senza un certo disprezzo) “apparenza” che il poeta si lascia sedurre, incantato da tutta questa immensamente prolifica e straordinariamente varia (pur nella sua ricorrente unità) esplosione di nomi e di forme nell’universo fisico e soprafisico. Se il poeta, in un ripiegamento di sconforto, dal suo perpetuo entusiastico innamoramento per il divenire si volge a qualcosa di più austero, di più rigorosamente intransigente (una ascetica negatrice della vita, un monismo negatore del molteplice), istantaneamente le Muse lo abbandonano e la poesia non sgorga più dalle sue profondità subliminali o sovracoscienti — ovvero dalle fonti pure della poesia, dalle sorgenti genuine del ‘mantra’.
È peculiare ai filosofi (Plotino e Shamkara compresi), nella loro smania di cogliere la realtà essenziale che le apparenze velano, l’Assoluto al di là del relativo, di rigettare per intero il divenire come una allucinazione, un sogno perverso o diabolico, una menzogna da bandire dalla nostra coscienza. I poeti, per contro, adorano il divenire e lo esaltano in ogni loro verso. Citando ancora le belle parole di Maria Zambrano, «il poeta vive secondo la carne, anzi all’interno di essa. Ma la penetra a poco a poco, si insinua al suo interno, s’impadronisce dei suoi segreti e, rendendola trasparente, la spiritualizza. La conquista a vantaggio dell’uomo, poiché l’accoglie in sé assorbendola, eliminando la sua estraneità».
Le divergenze esistenti tra filosofia e poesia appaiono evidenti anche a una semplice analisi formale. La scrittura filosofica è una interpretazione e, quindi, una falsificazione del reale; la scrittura poetica, per contro, non interpreta, rivela: è una magica trasposizione del Reale, impossibile da incasellare, inafferrabile al pari di un istante di grazia. Ecco allora che «il poeta, poiché non cerca ma trova, non sa come chiamarsi. Dovrebbe adottare il nome di ciò che lo possiede, di ciò che lo prende colmando la dimora della sua anima, dell’impeto che lo trascina. Ma non sarebbe facile, perché solo a volte si sente rapito, indiato; altre volte si sente afferrato, irretito in sogni informi privi perfino di impeto, si sente vivere nella carne quando la carne è ancora opaca e non è stata resa trasparente dalla luce della bellezza. Come potrebbe chiamarsi il poeta? Perso nella luce, errante nella bellezza, povero per eccesso, folle per troppa ragione, peccatore in stato di grazia».
In definitiva, la speculazione filosofica può certamente entrare nel dominio del poeta, non come illusione consolatoria in un momento di sconforto esistenziale, ma come stimolo a una ulteriore crescita delle sue facoltà rivelatorie, per porre basi più solide alle proprie visioni. Allo stesso modo, e ancor più, la poesia può esaltare e forse addirittura riformare la filosofia, colorarla delle mille sfaccettature dell’unica Verità del Noumeno dimorante in tutte le forme fenomeniche, arricchirla immensamente dei suoi tesori di conoscenza spontanea e diretta, stimolarla con la folgorazione del suo dettato che vivifica e riscalda la fredda luce della ragione. Quando la filosofia si carica di toni poetici (e abbiamo alcuni luminosi esempi in tal senso, dalla Bhagavad-Gita al Tao-Te-Ching, da Eraclito a Nietzsche), riesce a trasfigurare le proprie indagini in una luce più vasta, più irradiante, più viva.
Ancora una volta, le parole di Maria Zambrano — questa filosofa profondamente innamorata di poesia (e in Claros del bosque, opera dell’ultima maturità, la sua prosa assume raffinati e ammirevoli contorni poetici, offrendoci un esempio concreto di integrazione fra questi due linguaggi) — sono esemplari nel mostrare l’essenza del furor poeticus: «Il miracolo della poesia sorge in pienezza quando nei suoi istanti di grazia ha trovato le cose su questo fondo ultimo, le cose nella loro peculiarità e nella loro verginità; le cose rinate dalla loro radice. Ormai l’uomo, l’esistenza umana, la sua angoscia, la sua problematicità, sono stati annullati. La poesia annulla il problema dell’esistenza umana, là dove si manifesta. Ormai l’uomo è solo voce che canta e manifesta l’essere delle cose e di tutto. L’uomo che non si è arrischiato a essere se stesso, l’uomo perduto, il poeta, possiede tutto nella sua diversità e nella sua unità, nella sua finitezza e nella sua infinitezza. Il possesso lo colma; trabocca di tesori chi non si è ostinatamente impegnato a afferrare la propria vacuità, chi per amore non ha saputo chiudersi a nulla. L’amore l’ha fatto uscire da sé, senza che potesse mai più riaccogliersi; ha perso la sua esistenza e ha guadagnato la totale epifania, la gloria della presenza amata».
In chiusura, vorrei offrire l’esempio di un Essere nel quale ebbrezza poetica e acume filosofico si sono fusi in un tutt’uno di ineguagliabile grandezza e spontaneità: Sri Aurobindo. Essenzialmente poeta e mistico, Sri Aurobindo rappresenta per noi una sorprendente fusione fra la più alta rivelazione poetica e la più scrupolosa indagine filosofica. Le sue opere di poesia lirica e drammaturgica appartengono a un livello difficilmente raggiunto nel passato, mentre la sua poesia epica — in particolare l’epopea Savitri, il suo capolavoro assoluto — raggiunge vette espressive che inaugurano una stagione di gloriosa bellezza, tesa a incarnare quel mondo nuovo tanto sognato e atteso. Come ebbe a dire Satprem, «mai così tanti segreti sono stati rivelati con così tanta bellezza». Al tempo stesso, Sri Aurobindo scrisse filosofia mantenendo sempre quell’afflato lirico che contraddistingue la sua essenza espressiva. Anche in questo caso, mi limito a menzionare la sua opera in prosa più importante, The Life Divine, superba architettura riflettente la sua visione unitaria e multiforme. Essendo egli, come abbiamo detto, fondamentalmente un poeta e non un filosofo, si è sempre tenuto ben al di sopra di ogni trappola metafisica, in un volo veggente e sovrano che, come "un occhio disteso nel firmamento", abbraccia l’intero campo di percezione e lo trascende a ogni nuovo colpo d’ala. Innamorato dell’eterno Divenire — poiché lo vede e lo esperisce come una manifestazione progressiva dell’Essere eterno e assoluto — edifica “un nuovo cielo e una nuova terra in cui la Verità abiterà” (in compagnia della Bellezza e della Gioia divine). Nei suoi scritti filosofici, Sri Aurobindo ci mostra le infinite sfaccettature della Verità unica ed eterna, la quale supera infinitamente ogni categoria concettuale del pensiero così come ogni tentativo (vano e controproducente) di riunire le verità sparse per costruire una qualche somma matematica, che si rivela assai presto l’opposto della Verità totale, la quale dimora eternamente al di sopra di ogni suo parziale riflesso, come il sole supera infinitamente la totalità dei suoi sia pur innumerevoli raggi — e, proprio per questo, meravigliosamente presente in ognuno di quelli che alla nostra razionalità discriminatrice appaiono come suoi ‘frammenti’ separati.
Immergersi negli scritti di Sri Aurobindo — in poesia, ma anche in prosa — significa proiettarsi in orizzonti di luce sconfinati e vertiginosi, espandere la propria coscienza in quante più direzioni possibili, cogliere il senso del gioco cosmico dell’Essere eterno nell’eterno Divenire e intravederne la gloria celata.