DOV’È FINITA L’ARTE?

di Tommaso Iorco
(autore tutelato S.I.A.E.)

Il tentativo recentissimo di mostrare “il bello” dovunque e a tutti i costi ha prodotto una grande decadenza di tutta quanta l’arte.
Oggi, tutto viene spacciato come artistico e, di conseguenza, la vera arte si è provvidenzialmente ritirata dietro le quinte, mentre il palcoscenico è popolato da una ridda di figure allucinatorie che si affannano a dare mostra di sé in una sorta di autocelebrazione in bilico fra il patetico e il ridicolo. In questo guazzabuglio infernale, cos’altro resta da fare al vero artista, se non di restarsene prudentemente in disparte, lontano da quell’assurdo strepito?

Tutto è iniziato da un bisogno genuino (almeno in parte) di superare le formule del passato e di trovare nuove forme espressive che permettessero di rappresentare ciò che sfugge alla visione ordinaria. Ci si è accorti che la forma non esprime la realtà — il più delle volte anzi la dissimula, la deforma, la tradisce. La conclusione logica è stata una violenta soppressione delle forme abituali e convenzionali per tentare di esprimere la realtà nelle sue caratteristiche più vere, più essenziali… Per esempio utilizzando le sue corrispondenti forme geometriche (ed ecco il cubismo), oppure attraverso segni significativi che potessero mostrare l’estrema fluidità dell’invisibile (ed ecco l’astrattismo), o magari cercando di concretizzare il noumeno cogliendolo non attraverso i sensi fallaci, in grado di scorgere solo i fenomeni e quindi del tutto incapaci di svolgere un simile compito, ma attraverso sogni e allucinazioni (ed ecco il surrealismo).
Nella letteratura, l’Ulisse di Joyce o la poesia surrealista sono esempi piuttosto paradigmatici di questa tendenza.
Alla base di tutti questi impulsi e correnti c’è la grandiosa intuizione che la realtà vera delle cose non può essere colta per mezzo delle facoltà razionali e sensoriali, bensì attraverso una percezione intima, una visione sottile e diretta in grado di percepire ogni cosa in una identità il più possibile completa. Purtroppo, però, l’uomo ama le facili scorciatoie, le soluzioni sbrigative; ha fretta di stabilirsi su un qualunque approdo che possa avere la parvenza di un punto d’arrivo.

Così, il bisogno — assolutamente imperativo per una vera e auspicata rinascita dell’arte — di superare la coscienza di superficie e penetrare in stati di coscienza più profondi, finora si è tradotta perlopiù in una sommaria e fangosa immersione nel subconscio, nell’inconscio e nel subliminale, trascurando del tutto il semplice fatto che le vere radici dell’esistenza stanno in alto (come mostra la mitica immagine dell’Albero rovesciato), non in basso. È nel sole del sovracosciente la vera sorgente di una nuova e più radiosa arte, non nei ciechi bassifondi del subconscio.

Oggi, passeggiando fra gli “oggetti d’arte” di una mostra, possiamo facilmente imbatterci in grovigli di pattumiera da cui emerge un pezzo arrugginito di una vecchia caldaia incastrato nella ruota di una bicicletta, il tutto avvolto da un tubo fluorescente — e questo viene spacciato per arte! Oppure, leggiamo un libro di poesia contemporanea e troviamo bizzarri accostamenti verbali senza alcun significato, nessun senso del ritmo e di assai dubbia musicalità, ammassi di parole che vanno a colpire direttamente il basso ventre oppure neanche quello — ogni tanto, del tutto casualmente, la riga si interrompe e si va a capo… e questi vengono spacciati per versi poetici! Se poi ascoltiamo la musica contemporanea, siamo colpiti da un’assordante cacofonia che dovrebbe esprimere (stando alle affermazioni dei compositori) il caos della vita contemporanea, come se avessimo bisogno dell’arte per averne una qualche consapevolezza — basta fare quattro passi in una qualunque metropoli moderna per ascoltare quella ‘musica’ con, in aggiunta, sniffate gratuite di polveri sottili altamente cancerogene. Se questo è il senso dell’arte, allora trasformiamo le discariche municipali in gallerie d’arte moderna e lasciamo disoccupati gli artisti — e, soprattutto, i mercanti d’arte.

Ovviamente, l’artista è anche, in una certa misura, il prodotto del proprio tempo, perciò sarebbe chimerico (oltre che sterile e forse addirittura pernicioso) pensare di potersi astrarre dalla realtà quotidiana e creare qualcosa che non abbia relazione alcuna con quanto ci circonda. Siamo tutti immersi in una fase acuta di caos dal quale un nuovo ordine mondiale deve emergere, libero dai limiti culturali, artistici e più propriamente umani, che hanno caratterizzato finora lo sviluppo dell’uomo in quanto essere sociale. L’artista sente tutto questo dentro di sé, ne è anzi il precursore, e tanto più grande sarà la sua arte quanto più egli riuscirà a incarnare in sé questo difficile passaggio e, nei momenti più ispirati e felici, a intravedere e indicare un cammino che possa condurci al di là dell’attuale oscurità. Tutto questo, l’artista dovrà realizzare con i suoi mezzi espressivi peculiari, che non sono quelli del filosofo né, tantomeno, quelli del predicatore (attività oggi in provvidenziale e progressivo declino!), ma quale estatico adoratore della Bellezza, quale amante appassionato del Bello.
Bellezza, Armonia, Vita, Gioia, Verità — suggerisce Sri Aurobindo — sono i cinque lumi radiosi che guidano l’anima del vero artista verso la propria espressione creativa. Egli lavora necessariamente nell’ombra, al riparo del chiassoso frastuono della cosiddetta ‘arte contemporanea’ e delle sue mode futili e passeggere, immerso nella titanica impresa di avvicinare l’umanità, grazie alla sua arte, alle vette radiose della sublime Harmonia Mundi — quell’immenso Ritmo che è pronto a offrire, per la coscienza terrestre in perenne evoluzione, sempre nuove e sempre più risplendenti pulsazioni creative.

Marzo 2005